Si vede ancora, non solo d’estate, su qualche rete locale; è sempre una sorpresa, al di là di ciò che possono pensare gli amanti delle series d’Oltreoceano o dei celebrati successo del momento. Non ci si può proprio vergognare, infatti, di considerare tuttora fondamentale un film con John Wayne, soprattutto quando è diretto dal regista che lo ha “creato” e che, in quest’occasione, inspiegabilmente valutata come minore anche dalla critica più tradizionale, lo propone nella sua versione più “completa”. D’altra parte si tratta di essere anche in buona compagnia: leggo che Nanni Moretti (sic) ricorda Soldati a cavallo (1959) come il primo film che ha avuto modo di vedere, assieme a suo padre, e che alla domanda su quali fossero i tre più grandi registi della storia del cinema Orson Welles (niente di meno che…) avrebbe risposto “John Ford, John Ford e ancora John Ford”. Possono bastare questi testimonials per decidere di non cambiare canale?

Il film trae spunto da un fatto realmente accaduto durante la Guerra di Secessione: un colonnello nordista “taglia” tutto il territorio confederato per penetrarvi nel mezzo e per sabotare un importante snodo ferroviario delle retrovie sudiste. John Wayne interpreta quel colonnello alla perfezione, ma non solo per il fatto che ne ritrae i lineamenti nel modo più verosimile di una compiuta e riuscita retorica made in U.S.A.; questa è la consueta “sovrastruttura”, come sempre in John Ford. Quello che conta è “sotto traccia”: è, cioè, in un sorprendente e ripetuto gesto critico, che, pur enfatizzando un militarismo mai rinnegato, prende a bersaglio gli orrori del conflitto fratricida ed esalta una sensibilità ed un senso del dovere senza “patina”, perché sostenuti, e resi “tragici”, da ragioni umanissime e insospettabili.

Non c’è soltanto l’epica, tuttavia; c’è anche la commedia, rilanciata dalla complicità di William Holden (nelle parti del Maggiore Kendall) e Constance Towers (nei panni di Miss Hannah Hunter), come di alcune impagabili figure comprimarie (ad es. quella del Sergente Maggiore Kirby), in una fusione di tempi e di ritmi che, lungi dal contraddire il tono e il filo della narrazione, rende Wayne ancor più verosimile. Oltre a tutto questo, però, c’è soprattutto l’assoluta maestria di Ford: la carica sudista a Newton, specialmente, dovrebbe essere vista e rivista…

Un ricordo di John Ford, di Leonardo Locatelli

Tutto John Ford in 40 secondi (su Radio3)

Un documentario su John Ford (con John Wayne)

Allan Arkush su John Ford

La scheda su Ford (da www.scaruffi.it)

 

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Quando si comincia un libro, specialmente se è particolarmente lungo, occorre essere tenaci e non mollare l’osso alle primissime difficoltà. Le soddisfazioni, infatti, possono essere nascoste proprio dietro l’angolo della pagina successiva. O possono rivelarsi solo alla fine, serbando per le ultime righe lo shock adrenalinico di un’inattesa rivelazione o, viceversa, l’istante appagante del compiersi tanto atteso di un’intera e complessa narrazione. In ogni caso, bisogna resistere, anche quando lo stile è frammentato ed allusivo, anche quando tutto (frasi e dialoghi e struttura…) sembra intriso dal più casuale assemblaggio di pensieri, associazioni mentali, flashback e spezzoni di vera e propria azione. D’altra parte, spesso, si tratta solo di impressioni, e può darsi che la sensazione negativa non sia neppure attribuibile ai demeriti dell’Autore, ma a quelli del traduttore, per il quale non è detto che sia poi così semplice riportare in modo “ficcante” il gergo, i doppi sensi e la rapidità di un linguaggio che pretende di essere tratto direttamente dalla scena.

Se si ha a che fare con Peter Temple, o meglio, con una sua versione italiana, una premessa di questo tipo è più che doverosa. Essa si adatta, quindi, anche al caso di Verità, che, al di là dell’iniziale disorientamento, è un poliziesco ben riuscito. Come sempre accade, infatti, questo genere letterario raggiunge un buon livello soltanto dove supera, almeno per un po’, il piano della suspence e del mistero, per toccare temi più profondi e per consegnarci figure capaci di suscitare empatia. Stephen Villani, il capo della Squadra Omicidi, la suscita senza troppe difficoltà. È un duro, reso ruvido da una vita, familiare e coniugale, sempre in salita, e  per giunta condannato a misurarsi quotidianamente con grandi e piccoli episodi di brutalità, e con un ambiente di lavoro che pare alimentarsi soltanto di arrivismo e cinica indifferenza. Ma Villani – qui viene il bello – vive anche della nostalgia di rapporti affettivi fondamentali, mai integralmente vissuti, eppure di continuo ripensati, ricercati e riscoperti. Sono queste aspirazioni, mai sconfitte, a rappresentare la verità di Villani, quelle che lo aiutano ad affrontare le indicibili e terribili verità del mondo che, come un incendio, lo circondano, lo minacciano, lo vogliono corrompere e corrodere, e ne mettono, così, alla prova il carattere e la fortezza.

Verità, ad ogni modo, offre anche ciò che di meglio possono dare, contemporaneamente, un thriller ed un giallo: c’è l’intreccio tra crimine, affarismo e politica; c’è la classica dinamica tra poliziotti “buoni” e poliziotti “cattivi” (o peggio, inetti); c’è la risorsa di un’intelligenza acerba e diversa (quella che si coglie, per fare nomi, nel giovane “sbirro” aborigeno); c’è il giusto ritmo, che, quando serve, subisce le giuste accelerazioni o le altrettanto inappuntabili frenate; c’è un commissario pieno di intuito, che vuole vedere e saggiare le cose di persona, e che peraltro si trova a mescolare, come prevede il buon copione, vita professionale e vita privata; c’è il finale che un po’ “te l’aspetti” e un po’, però, lascia pensare a nuovi intrighi e a prossime avventure; c’è, sullo sfondo, palpitante, l’ambiguità ancora prevalente di un continente in bilico tra la fatale superiorità della natura e le contaminazioni altrettanto fatali della colonizzazione più sfrenata. Si può dire, senza timore di esporsi troppo, che in questo scampolo torrido di agosto, Peter Temple vale certamente qualche minuto di siesta pomeridiana.

P.S.: se c’è un besteller che offre più di qualche spunto per una serie televisiva di sicuro appeal, questo è l’ultimo romanzo di Peter Temple; un po’ mi duole ammetterlo (i libri sono libri, la Tv è un’altra cosa), ma è la pura… Verità! P.S. bis: al termine della lettura, per riflettere ancora e per riemergere dal clima tagliente e rovente del libro, non c’è niente di meglio che Diamonds On The Inside di Ben Harper… I knew a girl / Her name was truth / She was a horrible liar

Una recensione da The Observer

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Ho seguito un suggerimento, per me molto qualificato, e ho dato, così, una seconda possibilità all’Autore del fortunato Le dodici domande, il bestseller da cui Danny Boyle ha tratto, pressoché istantaneamente, l’ancor più fortunato The Millionaire. È sempre difficile dare ad uno scrittore una seconda possibilità: specialmente quando la prima si è tradotta in un’esperienza positiva e soddisfacente ma senza particolari esaltazioni. Qui, poi, si partiva ulteriormente “in salita”: i “sei sospetti” è un titolo che, dopo le “dodici domande”, rischia di nascondere i “tre porcellini”… Per non dire della mole, che, a dispetto del “dimagrimento” suggerito dal titolo, è quasi esattamente doppia rispetto a quella del precedente romanzo: 533 pagine nette. Il libro, dunque, che in Italia è arrivato nel 2009, l’avevo volutamente saltato. E invece…

E invece i pregiudizi sono sempre duri a morire, ed è giusto, quindi, che vengano impietosamente smentiti. I sei sospetti è, ancora, “un’esperienza positiva e soddisfacente”, e Swarup si conferma un divertito interprete delle più disparate pulsazioni della società indiana. Anche la mia fonte, così, vede ulteriormente rafforzata, ai miei occhi, la sua credibilità.

Diversamente da quanto ci si potrebbe attendere, I sei sospetti non è un giallo e non è un thriller. Nella consueta pagina dei Ringraziamenti, Swarup dice di aver voluto raccontare “le storie intrecciate di sei esistenze separate in uno spazio rigidamente schematico”. A me sembra che si tratti una comédie humaine – più alla Saroyan che alla Balzac – occasionalmente esplosa attorno ad un grasso fatto, tutto immaginario ma per nulla inverosimile, di cronaca nera, nel quale, per le circostanze più varie, sono sospettati sei individui. Questi, in teoria, per provenienze, ceto, cultura, professione, riferimenti ideali e religiosi, mai avrebbero dovuto incontrarsi; e invece la sordida identità della vittima dell’omicidio di cui sono accusati finisce curiosamente per attirarli come un magnete e per sovrapporne gradualmente le sorti.

I profili dei sei personaggi sono, a loro volta, sei diversi e piccoli romanzi. I “tipi” di cui essi narrano incarnano modelli molto “potenti” ed efficaci: il burocrate laido e corrotto, la diva del cinema alla ricerca della redenzione personale, il giovane aborigeno come perfetto “pesce fuor d’acqua”, il ladruncolo speranzoso del grande amore e del successo, il politico “mafioso” e senza scrupoli, il turista americano dallo sguardo bovino. Queste figure costituiscono il luogo di una satira feroce nei confronti di un corpo sociale in cui tutto, davvero, è possibile, anche se le più nobili aspirazioni paiono vocate alla dimensione ingannevole di miti oggi inadeguati (v. la possessione di Mohan Kumar), di innocenti e flebili speranze primitive (come sono quelle del povero Eketi), di ingenue e terribili consapevolezze capaci di “non bucare” mai il muro dei sogni (v. il rapimento di Larry da parte di una cellula terroristica). Sono il compromesso, la degradazione morale e culturale, un fato di intrinseca sudditanza e povertà ad avere la meglio, posti come sono su di uno sgargiante palcoscenico di sfrenato consumismo, ambizione, violenza e fobie collettive.

L’epilogo, però, non è atteso. Se tutte queste storie potrebbero anche non accadere, allora anche la scoperta del vero colpevole deve essere complessa. Nulla più è lecito aggiungere… se non che, nel finale, Swarup dimostra di aver metabolizzato un certo Paul Auster e che, se ci si vuole divertire anche al termine della lettura, è sufficiente sostituire Vicky Rai con qualche noto volto italiano, scuotere il vaso di Pandora ed abbandonarsi a trame altrettanto in-credibili.

Una breve intervista all’Autore

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Leggere Wendy Cope significa comprendere nel modo più diretto ed istintivo che cosa voglia dire l’espressione “fare il verso” e come sia possibile conciliare in un’unica identità una normalissima insegnante del Kent e una pluripremiata e popolare poetessa. C’è del casalingo, del sicuro, in questa figura, soprattutto nella sua irrefrenabile ricerca della rima, che strizza sempre l’occhio ad un senso ordinario delle cose e all’opinione più scontata, forse a quella che, come tale, e sia pur nella sua linearità, è la più serena e felice. Nello stesso tempo, però, c’è anche grande ironia, voglia di prendere in giro e di prendersi poco sul serio, desiderio di non stupire e di dare voce anche alle più piccole emozioni: come se anche quelle più grandi non possano che essere comprese per assemblaggio di istantanei quanti di positività, magari nella speranza, volta per volta, che l’insieme, anche se appare vuoto, ci comunichi un tanto sperato e quasi sorprendente senso di pienezza.

Emergono diversi protagonisti in questo “assaggio” di Cope, comprese, per così dire, le sue più celebri hits. Spicca tra tutte la “creatura” per eccellenza, Mr. Strugnell, di Tulse Hill, piccolo sobborgo londinese, con gli imperdibili e saggi sonetti (pp. 69 ss.) e con i fulminanti e quasi comici haiku (p. 83) di cui questo alter ego figura come il disincantato e pur tormentato autore. Possiamo apprezzare, poi, Il mio amante, decisamente un capolavoro, così come tutti gli altri brevi pezzi sull’amore, “addormentati” e come “avvolti” in se stessi, tra evidenti parodie, passioni durature, istinti facili e una specie di “sconfortante dolcezza”. E, infine, perla tra le perle, L’angolo degli ingegneri, che in verità apre il volume e che dice molto, quasi con sarcasmo, sullo stato di solitudine in cui versa il poeta: L’incertezza del poeta (p. 87) è più di una scontata variazione sul tema, e Lettura poetica (p. 155) è la messa in scena della nozione farsesca che della poesia ha la maggior parte della gente, ivi compresa quella che si ritiene più “colta”.

Il curatore di questa prima silloge italiana – cui si deve senz’altro un plauso, perché non è per nulla semplice tradurre la semplicità fatta verso – avverte che la “leggerezza” è la cifra distintiva di Wendy Cope. In effetti, ci sembra di ritrovare qualcosa di Collins (nell’assunzione di uno sguardo quotidiano e nell’esser stata poeta laureato) e qualcosa di Ginsberg (nella tendenza alla canzonatura), ma anche, in alcuni passaggi, qualcosa di Wilcock (nel linguaggio paradossale dei sentimenti) e di Sermonti (per intendersi, di quello, inatteso, de Ho bevuto e visto il ragno).

È il gusto dello scherzo ad essere onnipresente, anche sotto forma di impertinente civetteria ed anche quando ci si potrebbero attendere, per immagini o temi, toni banalmente malinconici o comunque venati di agrodolce consapevolezza. Se si volesse individuare un divertito manifesto dell’atmosfera sostanzialmente light della poesia di Wendy Cope, allora si potrebbe dire che Progredire nella noia (p. 129) ne potrebbe essere un capitolo importante: Un compagno e una casa è tutto ciò che amo; / ho trovato un rifugio da cui non puoi distrarmi; / non ho altre ambizioni, e quel che bramo / è solo continuare ad annoiarmi.

Penso che l’immagine più ficcante per rappresentare l’idea che questo libro mi ha lasciato sia questa: nella poesia e nella letteratura, come anche nella vita, tra la coltivazione delle orchidee e quella dei gerani, scegli sempre la seconda; bastano piccole zappature serali e un po’ di fondi di caffè per rendere il balcone una cascata di coloratissimi spunti vivaci. Se poi hai anche il tempo di sorbirti una birra fresca al pub, in compagnia, allora il gioco è fatto.

 

Canzoncina per i poeti

Per me tutti i poeti erano byroniani,

perversi, un po’ pericolosi e strani.

Poi ne incontrai qualcuno. È buffa la realtà:

l’acqua tonica liscia è più frizzante,

un piano-pensionati è più rassicurante.

Eppure ti assicuro, non molto tempo fa

Per me tutti i poeti erano byroniani,

perversi, un po’ pericolosi e strani.

 

Definendo il problema

Non posso perdonarti. E se anche lo potessi

non mi perdoneresti tu d’averti visto dentro.

Ma non posso nemmeno guarire dall’amore

per ciò che mi sembravi prima di smascherarti.

 

Un profilo dell’Autrice

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cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

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Già prima di leggere questo grazioso monologo pensavo che lavorare in una biblioteca non sia affatto un lavoro comune e che in tutti coloro che lo prendono sul serio non si tratti soltanto di svolgere determinate operazioni seriali (riordinare, catalogare, collocare, spostare etc.) ma anche di entrare in contatto con un potentissimo microscopio, il cui utilizzo esige una precisione e una disciplina assolute. La bibliotecaria cui Sophie Divry attribuisce il lungo “sfogo” di cui è composto questo libro mette in scena la rappresentazione e la “prova” perfetta di quella ricorrente impressione e mi consente anche di rammentare con simpatia tutte le figure, in carne ed ossa, in cui riconoscere, nella vita reale, stretti “parenti” o fedeli “seguaci” della protagonista.

Tolto l’unico profilo che senz’altro è poco convincente – ossia la coltivazione quasi masochistica e nevrotica, da parte dell’impiegata narrante, di una condizione di solitudine sofferente e affettivamente “monca”: è lo stanco stereotipo, per l’appunto, del “topo” di biblioteca… – l’esordio della scrittrice francese è decisamente brillante. La Biblioteca (con la B maiuscola, anche se si tratta di una biblioteca di provincia) vi assume i connotati di un’immagine del mondo: a volte così fedele, nello smascherare le tante piccolezze e volgarità delle comuni relazioni sociali; a volte capace di ergersi a metafora di un’alternativa ideale e assolutamente democratica, nella quale rendere accessibile a tutti le chiavi per progettare la propria vita e promuovere, con ciò, tutte le doti e le virtù che all’esterno paiono tanto trascurate; altre volte, ancora, fruibile come luogo di rifugio, di protezione, di conservazione e di “alimento”, per uomini e idee che non vogliono adeguarsi al paradigma del consumo letterario.

Sono moltissimi i punti specifici che meriterebbero una segnalazione ed un plauso. Ne ricordo alcuni: la felice assimilazione tra il sistema universale di classificazione Dewey e la tavola di Mendeleev (p. 8); la “tirata” sui “libri brutti”, rispetto ai quali “bisogna essere cattivi”, perché la Biblioteca è anche la sede di una selezione seria ed accurata dei meriti culturali, e la Cultura (sempre con la maiuscola…) “è uno sforzo permanente dell’essere per sfuggire alla propria vile condizione di primate non civilizzato” (p. 38); la paradossale (ma quanto reale!) “proprietà” delle Biblioteche, dotate della forza “soprattutto in estate” (di nuovo: quanto è vero!) di attirare “i matti” (p. 44). Un neo che non si può trascurare, invece, è nella scelta del titolo per l’edizione italiana: perché mai i titoli vengono così vistosamente, e così frequentemente, alterati? La cote 400 andava semplicemente mantenuto (La segnatura 400), non solo perché richiama il linguaggio tecnico del mestiere o perché allude alle “risorse” di ordine e di sistematicità che la Cultura può offrire alla povertà intellettuale dell’uomo contemporaneo; quella segnatura è molto importante nell’economia del racconto, è quella rimasta vuota, così come è vuota una parte dell’esistenza della querula bibliotecaria, che in quello spazio sperimenta l’aggressione della realtà sulla sua personale ed incompresa sensibilità e, più in generale, sulla logica intrinseca del sapere.

Il titolo corretto, del resto, sarebbe stato più adeguato alla tensione umoristica del pezzo. C’è un sottile divertimento, infatti, in questo libro, una specie di ironia, che attraversa anche le lamentazioni e i sogni più malinconici della bibliotecaria, e che risveglia un pizzico di comprensione e di complicità. E c’è – cosa che non si può non notare – un chiarissimo spirito francese, che nell’elogio, pieno di orgoglio, del luogo pubblico come occasione di edificazione e di fortificazione di virtù, anche private, conferisce al lungo discorso il tono di una satira complessivamente dolce, meno aspra e meno tagliente di quelle, sia pur bellissime, scritte dal nostro (bravissimo) Vitaliano Trevisan (v., ad esempio, Il ponte). Mi viene in mente, così, all’improvviso, un’osservazione: per essere realmente europei, noi italiani dobbiamo rinunciare un po’ di più alla disperazione e all’invettiva, e rivestire più spesso della sana fiducia e dell’altrettanto sano ottimismo che le Biblioteche e la Cultura possono assicurarci con poca fatica e a pochi passi da casa. La vera e costruttiva indignazione parte da lì.

Un’intervista all’Autrice (in francese)

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Per il noir dell’estate possiamo scegliere se pescare qualcosa tra le ultime novità, fidandoci magari di qualche nome di grido, o fare un tuffo nel passato, dedicandoci a qualche fidata rilettura. È noto che il noir si addice alle riletture, come accade per i fumetti. Quindi opto per la seconda possibilità. E avendo voglia di trovare senz’altro soddisfazione, mi dirigo risolutamente su Attilio Veraldi, uno dei padri riconosciuti, in Italia, del genere.

Potrei scegliere La mazzetta (1976), il pezzo forte, il debutto, ineguagliabile come tutti i debutti e trascinante come la fortunata pellicola che ne trasse Sergio Corbucci, con Nino Manfredi nei panni di Sasà Iovine, il protagonista assoluto. Invece scelgo Uomo di conseguenza, uscito due anni dopo, nel 1978: Veraldi, del resto, aveva scoperto un suo nuovo talento (oltre a quello di traduttore) e, un po’ come succede per tutte le sorgenti che sgorgano per la prima volta, il getto creativo esigeva un’immediata riproposizione, ma in questo caso abbisognava (forse) di ulteriori stimoli e (soprattutto) delle ripetute insistenze dell’editore.

Con Uomo di conseguenza, quindi, continuano le avventure napoletane di Sasà, mezzo traffichino e mezzo sensale, ufficialmente “commercialista”, per tutti “l’avvocato”, per il panorama letterario italiano una decisa ed indimenticabile figura di successo. Con essa, Veraldi diventa il riferimento di tutti gli scrittori e di tutti gli appassionati che siano alla ricerca di un detective improvvisato, un po’ flaneur e un po’ impacciato, un po’ belloccio, un po’ sfrontato e un po’ cinico, senz’altro acuto, ma sempre sfortunato.

Nonostante oggi l’editore Avagliano proponga soluzioni assai gradevoli, rileggo il libro nella prima edizione economica BUR del 1980, ennesimo frutto di un saccheggio veloce sul tavolaccio della bancarella preferita. Mi sembra, del resto, che anche questa sia un’azione vintage, adatta al volume che mi appresto a “sbranare”. Tutto, effettivamente, torna. Veraldi non delude e il suo Iovine, già dalle prime scene, si ritrova imbarcato, ancora all’interno del suo “studio”, in un intrigo molto pericoloso e senza capirne bene il motivo. Una visita ambigua, un’irruzione pericolosa, un ricevimento che potrebbe essere chiarificatore, un assalto con omicidio: tutto si sussegue, tanto per cominciare, in pochissimo tempo e sempre nella stessa stanza.

Così Sasà comincia a districarsi, come sempre, tra l’esigenza di salvare la pelle e quella di guadagnarci magari qualche cosa, imbattendosi in uno degli uomini più potenti del paese e nei torbidi e “distruttivi” segreti della sua famiglia. Il gioco si fa sempre più duro e ci “scappa” anche l’immancabile “avventura”. Ma, ecco, interviene un “uomo di conseguenza”, dotato del physique du rôle che, come ogni lettore è istintivamente portato ad intuire, sempre contraddistingue simili imperturbabili profili. Forte di un sistema di valori quanto mai discutibile, l’“uomo di conseguenza” indica al Nostro di guardare oltre gli angoli del labirinto, per cercare di riportare un “ordine”, non importa quale, laddove la polizia stessa è ciecamente e stolidamente incapace di farlo, avvitata com’è nel destino tragicamente perdente di coloro che se ne fanno alfieri.

Dov’è quindi la grandezza di Veraldi? Se sono molti a considerarlo il primo “responsabile” dell’hard-boiled in salsa partenopea (e questo non è poco…), non è possibile, nel contempo, non tributare a questo scrittore tardivo (aveva esordito soltanto cinquantenne…) un merito ancor più rilevante: ci troviamo di fronte, cioè, ad un perfetto “caratterista”, ad un abilissimo costruttore di “profili” ben riusciti, così come lo è stato il fantastico duo Fruttero&Lucentini. Dalla più piccola e marginale alla più importante e “centrale”, tutte le figure che popolano i suoi libri sono sempre perfette e indimenticabili, pienamente “comprese” da parole, espressioni o descrizioni inappuntabili e calzanti, memorabili e incisive. Se esiste, pertanto, in Italia un’ottima palestra per narratori agli esordi, questa la si può certamente individuare tra le righe dei romanzi di Veraldi.

E poi c’è sempre, in questi romanzi, una compita rassegna di vizi e di stereotipi tipicamente italiani, tanto caricaturali, a volte, quanto drammaticamente onnipresenti e inconfutabili: l’assenza di confini tra vita pubblica e vita privata, l’avidità e l’avarizia, una potenziale e costante connivenza con il “malaffare”, con quello “piccolo” ma anche con quello organizzato, l’oscenità del potere e dei suoi abusi… Ma Veraldi è anche il primo ad accorgersi di ciò che, già negli anni Settanta, stava accadendo nelle preoccupanti “mutazioni” di una malavita sempre più violenta, aggressiva e diffusa. Un Carlotto ante litteram, dunque; ma anche un osservatore sagace e dotatissimo.

Una recensione (da www.simonepiazzesi.it)

Fahrenheit su Attilio Veraldi

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Dopo averne parlato con alcuni amici e colleghi, mi ritrovo presto tra le mani questo celebre romanzo breve, costretto quasi dagli eventi, quindi, a confrontarmi nuovamente con il sarcasmo e con l’innato istinto del canovaccio e della scena di un autore che si pone tra Kafka e Beckett, e che quindi mi ha sempre disorientato. Ci provo, allora, perché difficilmente resisto a simili tentazioni, e in una serata ripercorro concentrato le pagine di La panne.

Rivedo, così, Alfredo Traps, di professione rappresentante, incappare nella “panne” della sua bella automobile e fermarsi in un paesino, dove è costretto a passare la notte, presso l’unico alloggio disponibile, la bella casa di un giudice in pensione. Era in cerca di “avventure” Traps, speranzoso di incontri fortuiti che quelle occasioni talvolta possono offrire, eppure la delusione è solo momentanea, perché gli altri strani commensali del giudice, suoi ex “compagni” di lavoro, lo coinvolgono, durante una cena tra le più sontuose, in un gioco tanto surreale quanto piacevole e affascinante. Viene inscenato, in questo modo, un “processo”, in cui Traps è l’imputato, e il cui esito, tra risate, motti, disincanti improvvisi e situazioni più o meno confuse, pare quasi inevitabile, essendo il risultato di un’irresistibile, naturale ed improvvisa conquista, per l’ignaro rappresentante, di un’autocoscienza assai gravosa e insopportabile.

Quando spengo la luce, prima di cercare il sonno, sono quattro i motivi che, alla fine, rendono utile la rilettura di un opera non scontata:

1. Dürrenmatt è Dürrenmatt: della serie, “qualunque occasione è buona”, sicché è meglio tenere l’edizione Feltrinelli di tutti i Racconti sempre sul comodino. E dopo La panne – nel mio caso letta proprio in quell’edizione economica e ri-letta ora nella più recente versione Einaudi – si può anche rileggere, per stare in tema, Giustizia, questa volta ri-edito da Adelphi, e poco tempo fa, invece, edito da MarcosYMarcos.

2. Le prime quattro pagine (che con il racconto c’entrano e no, allo stesso tempo, e che, come tali, non si ricordano mai con sufficiente attenzione): perché sono, per Dürrenmatt, l’Arma virumque cano, la protasi di un’intera produzione letteraria, la dichiarazione poetica che ci rammenta che questo eccentrico scrittore e drammaturgo svizzero è originale perché è inattuale, ed è inattuale perché è classico e perché cerca ostinatamente l’incrocio novecentesco tra l’epica, la tragedia e la satira. La storia ancora possibile, così, è un esercizio artistico di ricomposizione tra più forme e più sostanze, ma è anche la migliore denominazione di una parabola, di innegabile impegno morale, capace di rivelare, anche al tempo presente, le dimensioni farsesche e l’ipocrisia delle relazioni umane e delle regole che le governano.

3. La riduzione cinematografica di Ettore Scola (da lui stesso recentemente rievocata): nel senso che La più bella serata della mia vita (1972) è il film che può assicurare – assieme alla lettura de La panne, da cui è comunque tratto abbastanza liberamente – una delle più belle serate del periodo estivo, e peraltro senza il rischio di “fare la fine” del protagonista. Di più, può farci scoprire che la risata di Alberto Sordi, nelle parti del “povero” signor Traps (alias, nella pellicola, Alfredo Rossi), spiega tutto da sola, pur inserendosi in un finale parzialmente alternativo e pur “scoppiando” in un contesto diverso da quello immaginato da Dürrenmatt.

4. La sottile, elegante ed inquietante ambiguità: che è presente nella progressione narrativa e nella potente metafora, cosmica ed esistenziale, che “la panne”, testualmente, propone e addirittura insinua nella mente del lettore; ma che finisce, in particolare, per distendere le sue ombre sulla nostra realtà, sulle corrosioni che l’ambizione e il potere generano in una società perbenista e sulla nostra esperienza della giustizia, che pare poter “trionfare”, ma soltanto drammaticamente, come “incidente di percorso” e come risultato fatale di una rappresentazione esclusivamente grottesca.

Scheda su una fortunata riduzione teatrale (di Edoardo Erba, autore dell’adattamento)

Il Centre Dürrenmatt di Neuchâtel

Un’intervista a Dürrenmatt (del 1969)

Altri suggerimenti (specifici):

1. Il giudice e il suo boia

2. La morte della Pizia

3. La promessa: un requiem per il romanzo giallo

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