Si vede ancora, non solo d’estate, su qualche rete locale; è sempre una sorpresa, al di là di ciò che possono pensare gli amanti delle series d’Oltreoceano o dei celebrati successo del momento. Non ci si può proprio vergognare, infatti, di considerare tuttora fondamentale un film con John Wayne, soprattutto quando è diretto dal regista che lo ha “creato” e che, in quest’occasione, inspiegabilmente valutata come minore anche dalla critica più tradizionale, lo propone nella sua versione più “completa”. D’altra parte si tratta di essere anche in buona compagnia: leggo che Nanni Moretti (sic) ricorda Soldati a cavallo (1959) come il primo film che ha avuto modo di vedere, assieme a suo padre, e che alla domanda su quali fossero i tre più grandi registi della storia del cinema Orson Welles (niente di meno che…) avrebbe risposto “John Ford, John Ford e ancora John Ford”. Possono bastare questi testimonials per decidere di non cambiare canale?

Il film trae spunto da un fatto realmente accaduto durante la Guerra di Secessione: un colonnello nordista “taglia” tutto il territorio confederato per penetrarvi nel mezzo e per sabotare un importante snodo ferroviario delle retrovie sudiste. John Wayne interpreta quel colonnello alla perfezione, ma non solo per il fatto che ne ritrae i lineamenti nel modo più verosimile di una compiuta e riuscita retorica made in U.S.A.; questa è la consueta “sovrastruttura”, come sempre in John Ford. Quello che conta è “sotto traccia”: è, cioè, in un sorprendente e ripetuto gesto critico, che, pur enfatizzando un militarismo mai rinnegato, prende a bersaglio gli orrori del conflitto fratricida ed esalta una sensibilità ed un senso del dovere senza “patina”, perché sostenuti, e resi “tragici”, da ragioni umanissime e insospettabili.

Non c’è soltanto l’epica, tuttavia; c’è anche la commedia, rilanciata dalla complicità di William Holden (nelle parti del Maggiore Kendall) e Constance Towers (nei panni di Miss Hannah Hunter), come di alcune impagabili figure comprimarie (ad es. quella del Sergente Maggiore Kirby), in una fusione di tempi e di ritmi che, lungi dal contraddire il tono e il filo della narrazione, rende Wayne ancor più verosimile. Oltre a tutto questo, però, c’è soprattutto l’assoluta maestria di Ford: la carica sudista a Newton, specialmente, dovrebbe essere vista e rivista…

Un ricordo di John Ford, di Leonardo Locatelli

Tutto John Ford in 40 secondi (su Radio3)

Un documentario su John Ford (con John Wayne)

Allan Arkush su John Ford

La scheda su Ford (da www.scaruffi.it)

 

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È un capolavoro di Orson Welles, del 1942. Basterebbe questo per descriverlo. Eppure è una descrizione che rischia di essere tanto precisa e significativa quanto ingannevole ed insufficiente.

In primo luogo il pubblico di oggi se ne ricorda poco. Così come si ricorda poco del libro da cui Welles ha preso spunto per la sua sceneggiatura, I magnifici Amberson (1918) di Booth Tarkington. In Italia questo splendido romanzo, vincitore del Pulitzer, ha trovato spazio in un’edizione pubblicata da Fandango (2005) e ormai già rara. Edoardo Nesi ne parla e riparla, anche nel fortunato Storie della mia gente, fresco vincitore, quest’anno, del Premio Strega; chissà che i lettori più sensibili sfruttino il libro di Nesi come un vero ipertesto – è per questo che quel libro vale, del resto – e vadano a scovare quanto di interessante si può scoprire nelle citazioni che racchiude, compresi I magnifici Amberson.

In secondo luogo si sarebbe tentati di ricordare L’orgoglio degli Amberson solo come un’operazione ambiziosa e sfortunata. Welles lo girò quasi integralmente, ma poi, a quanto pare, la fretta dei produttori fu tale da spingerli a commissionarne il montaggio ad altre mani. Come biasimarli, il giovanissimo talento era già in Brasile per girare un documentario (Its’ all true, rimasto, anche, incompleto). Sempre Nesi ci ricorda che Welles ne rimase quasi mortalmente ferito e che ebbe il coraggio di vedere il film solo molti anni addietro, piangendo per lo sconforto. Tuttavia si tratta ancora e sempre di un grande film, nonostante l’insuccesso al botteghino; anzi, probabilmente le mani diverse lo hanno reso più commestibile di quanto la sfrenata onnipotenza di Welles avrebbe potuto fare. Da questo punto di vista, forse, la pellicola è la dimostrazione che talvolta anche il genio necessita di essere educato.

In terzo luogo la pellicola in questione è una sorta di passepartout, per capire Welles, ma anche per capire l’immenso Citizen Kane, che era stato proiettato solo l’anno prima. I due film non sono diversi, e gli Amberson lo testimoniano con forza, non soltanto per la presenza di Joseph Cotten, ora nei panni dell’“inventore” e “costruttore” di automobili Eugene Morgan.

C’è uno sfondo, anche qui tutto americano: il declino di una grande ed opulenta famiglia del Sud, gli Amberson per l’appunto, nel momento dell’irresistibile avanzata dell’età industriale e dei mutamenti sociali che essa ha comportato.

C’è anche qui una storia tutta wellesiana: un’infanzia che si radica in sé stessa e che resiste alle evoluzioni della vita, dominandola integralmente e drammaticamente; una sola frase, pronunciata da George Minafer Amberson, l’ultimo rampollo della dinastia degli Amberson, interpretato da Tim Holt, esprime la radice di una maledizione che è il cuore della vicenda e che non è soltanto lo slogan storico di una classe arrogante e destinata ad essere superata: “L’unico vantaggio di essere qualcuno dovrebbe essere quello di fare il proprio comodo”.

E c’è anche qui, infine, un metodo, un approccio al cinema o, meglio, alla tecnica cinematografica anche e sempre tipicamente wellesiano: la trama è secondaria e il cinema, propriamente, è lo strumento di un exemplum, la cui grandezza lo supera e lo scuote, e al cui servizio cooperano sempre sinergicamente la voce del regista-narratore-dio, la forza della fotografia e dei chiaroscuri, l’alternarsi dei punti vista. Welles non realizza, in poche parole, la tragedia classica, ma è un vero maestro della letteratura apologetica, e qui sta, ancora una volta, la sua effettiva grandezza. Rispetto a Citizen Kane, l’epilogo, proprio perché costruito da altri, rende maggiormente palese il messaggio, in fondo così semplice.

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