Da tempo questo volume stazionava tra quelli di programmata lettura. Ma occorre affermare subito che non si tratta di un testo imperdibile. Il Mendelsohn di Estasi e terrore non è lo stesso di Un’Odissea o de Gli scomparsi. Non solo perché si tratta di una raccolta – molto varia – di articoli, recensioni e interventi pubblici o giornalistici. Il punto debole, infatti, non è la disomogeneità (il prezzo da pagare per ogni miscellanea). Né il fatto che questo Autore funziona meglio su passi decisamente più lunghi (tanto che prova egli stesso ad allungare, pure un po’ troppo, pezzi che ordinariamente, per il genere cui appartengono o per la loro naturale destinazione, dovrebbero essere, invece, più brevi). A penalizzare il libro è il forte senso di sproporzione che comunque si avverte tra gli strumenti – culturali e critici – di cui lo scrittore è dotato e la materia dei singoli approfondimenti. Lo si avverte soprattutto nella sezione centrale, di critica cinematografica, Miti in technicolor. Serve davvero la conoscenza di Aristotele e della tragedia greca per cassare film oggettivamente brutti e malriusciti come Troy o Alexander? O per discorrere di robot e AI, e introdurre efficacemente il commento di Ex Machina? Oppure, ancora, per spiegare i motivi che rendono iconico Titanic? Too much, specie per i lettori continentali, che evidentemente sono mediamente più attrezzati di quelli d’Oltreoceano, visto che, a detta dello stesso Mendelsohn, nell’Introduzione, i lettori americani hanno gradito particolarmente simili esercizi.
Una sensazione migliore si ha – salvo il medesimo limite dell’estensione (comunque eccessiva) – con i lavori della prima sezione, Miti di ieri. Eppure, pur trovandosi a tutti gli effetti nel suo, l’Autore lascia spazio a testi a tratti piatti e noiosi, o addirittura puramente informativi (come quello sulla guerra del Peloponneso, che ad ogni modo ha ovvi profili d’attualità, e di utilità, sul piano dell’interpretazione geopolitica – tuttavia, allora, è preferibile andare direttamente a Luciano Canfora; o quello sul contesto civico della tragedia classica, che è funzionale a rammentare opportunamente lo sfondo irrinunciabile su cui interpretare Eschilo, Sofocle ed Euripide – anche se in proposito opera in maniera provocatoriamente più esplicita e convincente uno degli ultimi saggi di Eva Cantarella). La terza parte di Estasi e terrore – dedicata ai Miti d’oggi – ci riconduce a casa: a proiezioni drammatiche, sia personali, sia collettive, che sono veramente care al Mendelsohn empatico e meno tecnico/didascalico, e per questo già testato e apprezzato (il Mendelsohn, cioè, alle prese con l’identità, le vittime, l’Olocausto, la Storia…). Ma, appunto, sono cose note, affatto sorprendenti o accattivanti. E anch’esse coperte, questa volta, da una patina abbastanza scialba. Nel Il manifesto di un critico, uno degli scritti di quest’ultima sezione, si invitano i censori a visioni schiette ed esigenti: a quanto, in effetti, questo stesso volume merita.
Recensioni (di A. Iannucci; di M. Masneri; di L. Rampello; di R. Righetto)







Ad 