fotoPalermo, 1937. La Corte d’assise è chiamata a giudicare “un uomo che aveva ucciso tre persone in un breve giro di ore”: nell’ordine, “la moglie dell’assassino; l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento”. Quest’ultimo era un notissimo avvocato, presidente dell’Unione Provinciale Fascista Artisti e Professionisti, pezzo grosso del partito, dunque, ma anche influente amministratore delle cose pubbliche locali. I fatti, peraltro, sono chiari, e i legali dell’imputato non chiedono neanche la perizia psichiatrica. L’opinione pubblica, poi, sembra schierata a favore di un solo esito, da tutti percepito come giusto e inevitabile: la condanna a morte, reintrodotta dal Codice Rocco del 1930 anche per alcuni gravi reati comuni; per continuare, cioè, a dormire “con le porte aperte”, come vuole la “suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia”. Però, nonostante i messaggi allusivi e trasversali ricevuti in tal senso anche per bocca del procuratore generale, il giudice a latere nutre forti dubbi. La pena capitale non lo convince, e le perplessità aumentano anche per le sollecitazioni e le letture che egli finisce per condividere con uno dei giurati. Lo scrupolo vincerà la battaglia, ma non la guerra, che, alla fine, riporterà tutto – compreso il “piccolo giudice” – ad una sconsolante e umana proporzione.

Il segreto di Sciascia, della sua grandezza, non è facilmente afferrabile. D’altra parte è un segreto, che tale deve restare, fascinoso. Si nasconde sempre nella lingua, nell’uso accorto dell’italiano scritto e cólto, alla maniera dei grandi siciliani del Novecento: Brancati, Consolo, Bufalino… La disciplina dello stile e della parola ne è il fortino, ma anche la chiave, complicatissima e allusiva, veicolare e pur sostanziale, in un’unica soluzione espressiva. Questa disciplina segue e corrisponde ad un rigore tutto interiore. La letteratura e la morale, così, dialogano in un contrappunto che non si può mai interrompere; soprattutto, in un flusso, cui la coscienza – individuale, sociale, civile e politica – deve alimentarsi, per affrontare le astuzie apparentemente invincibili del malaffare e del potere che gli si asservisce quasi inesorabilmente. Il problema ha una dimensione filosofica, totalizzante, non si risolve soltanto nella critica al sistema mafioso o al fascismo (al quale, in questo libro, Sciascia dedica alcuni passaggi memorabili: v. specialmente alle pp. 71-73). E non si rivolge neppure alla sola pena di morte, la cui barbarie, tornata anche di recente all’attenzione delle cronache, viene denunciata con rara e sensibile acutezza europea, ben al di là di quanto ci è stato consegnato in tempi recenti dai più illuminati interpreti d’oltreoceano. Quel problema – che trova un suo naturale spazio d’elezione nel foro interno di ciascuno – ha anche un protagonista e un luogo istituzionali, che vengono introdotti subito anche dalla citazione che avvia Porte aperte, presa di peso dai famosi Soliloqui di Salvatore Satta: “il processo si pone con una sua propria autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario di imperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando, trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo ‘momento eterno’”. Viene coinvolto, in tal modo, il giudice, con il suo ruolo, il suo carattere (in tutto e per tutto) decisivo, e quindi con la sua esemplarità, vera ragione dell’interesse ricorrente, per Sciascia, nei confronti della funzione giurisdizionale e dei i suoi abissi, come già dimostrato nella bellissima introduzione alla manzoniana Storia della colonna infame.

Dal romanzo passo al film, pluripremiato, che ne aveva tratto Gianni Amelio, con un maturo Gian Maria Volonté (in grande spolvero) nei panni del giudice dubbioso. La curiosità è soddisfatta, perché si tratta di un’ottima prova: nella fotografia, nelle luci, nella scelta di un generale clima di disfacimento che forse ben si addice all’esigenza – che sicuramente sentivano il regista e gli sceneggiatori – di ricostruire un’ambientazione storica e sociale adeguata, ma anche di renderla immagine di un Paese ripetutamente sotto scacco (ancora non resisto alla tentazione di paragonare le dimensioni dell’ufficio dell’avvocato ucciso a quelle dello studio dell’imprenditore Nottola, ne Le mani sulla città di Francesco Rosi…). Nel lavoro di Amelio, però, la grandezza di Sciascia quasi scompare, perché il suo segreto è scopertamente sciolto in direzioni ben precise, di critica culturale e politica, al di qua, per così dire, del profilo esistenziale che l’opera letteraria voleva mettere al centro della scena. In quella cinematografica, infatti, le parti si invertono: non sono le cose e le persone a cooperare a favore dello sviluppo del tema; è il tema ad adattarsi alle esigenze di certi contesti e di certe figure, allo scopo, dominante, di dire molto sulla situazione e sul clima di un determinato periodo o di un determinato modello sociale, e per dire (anche) dell’altro (ma) soltanto in chiave di resistente posizione intellettuale. Il che, per intendersi, non è di poco momento, visto che, forse, la strada indicata da Sciascia è ancora troppo complessa.

La morte come pena in Leonardo Sciascia (un convegno, da Radio Radicale)

Porte aperte, dal romanzo di Sciascia al film di Gianni Amelio (di Giuseppe Panella)

Sciascia on screen, tra pamphlet e thriller. Due riletture postume: Porte aperte e Una storia semplice (di Alessandro Marini)

Il sito degli Amici di Leonardo Sciascia

La Fondazione Leonardo Sciascia

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“Diceva Einstein: è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”: in questo modo si esprime sconsolato il giovane e talentuoso avvocato Fillioley del foro di Siracusa, chiamato, con l’illustre collega Pier Luigi Romano, a difendere in primo grado Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso, in concorso con il figlio Sebastiano, il fratello Paolo. Il punto è che il corpo del morto non si trova; eppure, le chiacchere e le convinzioni già da tempo diffuse sulle tante liti di questa famiglia contadina di Avola e sul carattere aggressivo di Salvatore conducono gli inquirenti ad una conclusione che sembra facile, comoda, naturale e incontestabile. E che tale deve rimanere, a costo di piegare la ricerca della verità e la stessa macchina giudiziaria al servizio dell’ingiustizia. Siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, in una Sicilia ancora feudale, arretrata, nella quale l’analfabetismo e la povertà dominano come tratti troppo fedeli di un territorio nel quale lo Stato e la sua giustizia sembrano sempre destinati a fallire. Tuttavia la perseveranza di alcuni difensori e di un giornalista di razza non permette che il caso finisca nel dimenticatoio, ed anche per questa drammatica vicenda i nodi, anche se tardi, arrivano al pettine.

Basterebbe la lunga recensione di Aldo Busi – che a sua volta merita un’autonoma menzione – per dire molto sulla qualità di questo libro. Non colpisce soltanto l’uso sapiente del dialetto insulare, che contribuisce a immergere il lettore in un universo così lontano e così vicino allo stesso tempo. Come è stato giustamente evidenziato, Giallo d’Avola è la prova che, in letteratura, il realismo funziona, soprattutto se veicolato da un’intenzione morale e sociale. Più che a Sciascia o a Silone, però, Di Stefano si avvicina, con questa storia vera, al Sergio Saviane de I misteri di Alleghe (correva l’anno 1953…), che pure aveva cercato di ricostruire e di districare, agli antipodi dello Stivale, una vicenda familiare e locale ugualmente oscura e macchiata da omertà, pregiudizi e, seguendo quanto recentemente dimostrato dal bel dossier di Toni Sirena, da una giustizia, anche quella volta, quanto meno claudicante. Così, le osservazioni che suscita questo giallo anomalo sfociano in un’amara considerazione. Che spesso, ora come allora, al Nord come al Sud, gli ingranaggi del nostro sistema giudiziario non sono soltanto rallentati dai difetti di qualche singola ruota, ma sono pericolosamente bloccati dalla sistematica mancanza dell’olio della ragione e della misura, l’unico capace di farli scorrere nel modo più corretto.

Recensioni (da Internazionale e da La Stamberga dei Lettori)

Un’intervista all’Autore

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Il secondo è importantissimo, forse più del primo, perché preannuncia la possibilità della conferma definitiva, che non potrà che arrivare, però, solo con il terzo… Non è un indovinello: è che, quando uno scrittore coglie nel segno anche con l’opera “seconda”, c’è da essere davvero speranzosi di poter godere di prossime e soddisfacenti letture. Il palermitano Enzo Baiamonte, radiotecnico ormai pentito e investigatore per diletto, era personaggio già ampiamente promosso ne Il libro di legno, precedente e sottile avventura d’esordio. Ora si ripete e, anzi, “debutta in società”: ha il coraggio di mostrarsi in pubblico anche con la sua graziosa e riservata compagna, la sarta Rosa; ma, soprattutto, ha deciso di munirsi di un ufficiale “patentino” da detective, per imboccare la strada di una vita nuova e palpitante, oltre che (incrociamo le dita e diamolo già per certo…) di una fortunata serie letteraria.

Non è un caso che Gian Mauro Costa sia stato affiancato a Sciascia e a Camilleri. Di quest’ultimo ha assunto la disposizione “colorita” per l’uso di espressioni dialettali e il compiacimento divertito per una sicilianità bonaria e a suo modo solida e moralmente integra. Dello scrittore di Racalmuto ha mutuato il profondo interesse per l’analisi socio-culturale e per la decostruzione dei modelli, delle prassi e delle abitudini su cui si sono costruiti e vicendevolmente rafforzati degrado civile e malavita mafiosa. Questi sono anche i due poli attorno ai quali ruota la nuova avventura di Baiamonte, che un po’ suo malgrado, un po’ per la singolare ed ostinata umanità che lo contraddistingue, si trova ad organizzare le “luminarie” di una sagra rionale gestita dai boss locali e, nel contempo, a ricostruire le strane ed allucinate vicende di un giovane garzone disadattato. Le due strade, naturalmente, si incontreranno, tra le stucchevoli (ma sofisticate ed allusive) canzoni neomelodiche della festa di piazza, le “ammazzatine” dei clan e i traffici di droga, le tombe del cimitero cittadino e i conti (da saldare) di una vecchia e drammatica rapina…

Come sempre, comunque, ciò che rende valida una figura alla Baiamonte non è una trama od un soggetto; Baiamonte piace, e non può che essere così, perché, in tutta la sua “splendida” mezza età, legge fumetti, gioca a carte con gli amici, ascolta musica beat ed è un “giovanotto” inguaribilmente scanzonato. Difficile non affezionarsi.

Un approfondimento sull’Autore

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