“Diceva Einstein: è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”: in questo modo si esprime sconsolato il giovane e talentuoso avvocato Fillioley del foro di Siracusa, chiamato, con l’illustre collega Pier Luigi Romano, a difendere in primo grado Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso, in concorso con il figlio Sebastiano, il fratello Paolo. Il punto è che il corpo del morto non si trova; eppure, le chiacchere e le convinzioni già da tempo diffuse sulle tante liti di questa famiglia contadina di Avola e sul carattere aggressivo di Salvatore conducono gli inquirenti ad una conclusione che sembra facile, comoda, naturale e incontestabile. E che tale deve rimanere, a costo di piegare la ricerca della verità e la stessa macchina giudiziaria al servizio dell’ingiustizia. Siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, in una Sicilia ancora feudale, arretrata, nella quale l’analfabetismo e la povertà dominano come tratti troppo fedeli di un territorio nel quale lo Stato e la sua giustizia sembrano sempre destinati a fallire. Tuttavia la perseveranza di alcuni difensori e di un giornalista di razza non permette che il caso finisca nel dimenticatoio, ed anche per questa drammatica vicenda i nodi, anche se tardi, arrivano al pettine.

Basterebbe la lunga recensione di Aldo Busi – che a sua volta merita un’autonoma menzione – per dire molto sulla qualità di questo libro. Non colpisce soltanto l’uso sapiente del dialetto insulare, che contribuisce a immergere il lettore in un universo così lontano e così vicino allo stesso tempo. Come è stato giustamente evidenziato, Giallo d’Avola è la prova che, in letteratura, il realismo funziona, soprattutto se veicolato da un’intenzione morale e sociale. Più che a Sciascia o a Silone, però, Di Stefano si avvicina, con questa storia vera, al Sergio Saviane de I misteri di Alleghe (correva l’anno 1953…), che pure aveva cercato di ricostruire e di districare, agli antipodi dello Stivale, una vicenda familiare e locale ugualmente oscura e macchiata da omertà, pregiudizi e, seguendo quanto recentemente dimostrato dal bel dossier di Toni Sirena, da una giustizia, anche quella volta, quanto meno claudicante. Così, le osservazioni che suscita questo giallo anomalo sfociano in un’amara considerazione. Che spesso, ora come allora, al Nord come al Sud, gli ingranaggi del nostro sistema giudiziario non sono soltanto rallentati dai difetti di qualche singola ruota, ma sono pericolosamente bloccati dalla sistematica mancanza dell’olio della ragione e della misura, l’unico capace di farli scorrere nel modo più corretto.

Recensioni (da Internazionale e da La Stamberga dei Lettori)

Un’intervista all’Autore

Condividi:
 

È da tempo che Adelphi sta ripubblicando le opere di Thomas Bernhard. Ma ogni nuova release, piccola o grande, è sempre un evento. L’impronta potente, tagliente e dissacrante del grande scrittore e drammaturgo austriaco vi è sempre riconoscibile, e naturalmente ciò consente al lettore di trarre grandi soddisfazioni. Tanto più in questa serie di quattro racconti (Goethe muore, Montaigne, Incontro, Andata a fuoco), che compendiano in forma di pillole di autentica letteratura buona parte della singolarissima esperienza bernhardiana e quindi dello stile, del tono e dei temi che la contraddistinguono.

Nel primo racconto – che nell’edizione originale palesa un’intenzione quasi sarcastica già nel suo titolo: uno “strascicato” Goethe schtirbt, anziché Goethe stirbt – Bernhard ridicolizza il grande poeta tedesco o, più precisamente, l’immagine dorata e stereotipata che di esso ha costruito la cultura popolare di lingua germanica. E così, in una dimensione temporale del tutto fantastica, lo ritrae morente, nell’atto di mobilitare e condizionare tutti i suoi più stretti adepti, e di esprimere loro un capriccio del tutto paradossale, quello di conoscere Wittgenstein. L’epilogo è tragicomico e distruttivo, poiché non solo il desiderio impossibile non potrà essere esaudito, ma si scopre che anche le ultime parole di Goethe non sono state quelle che la tradizione ha celebrato: il mito cede decisamente il passo alla coscienza di un’indifferenza davvero tombale. O di una condanna implacabile, che è quella che Bernhard non riserva soltanto al suo Paese ed alla volgarità che ne avrebbe travolto ogni autentica manifestazione intellettuale ed umana, fino all’incendio dell’esperienza nazista (così è, ad esempio, nell’ultimo racconto). Nel terzo e nel quarto racconto, infatti, il mirino di Bernhard è rivolto, come in altri casi, nei confronti dei genitori. Per i giovani protagonisti dei due brani l’unica speranza o è l’isolamento salutare nella serena meditazione filosofica della torre, in compagnia dei pensieri di Montaigne, o è un gesto, letteralmente bruciante, di liberazione da tutto ciò che può simbolicamente rappresentare l’ipocrisia di un’infanzia piccolo-borghese, “cresciuta” tra vuote ambizioni e una crudele disaffezione per tutto ciò che può essere un vero rapporto d’amore.

È sempre estremo Bernhard, già nell’insistenza ossessiva del suo periodare, in un apparente e continuo parlare solo verso se stesso, come se tutti i suoi personaggi fossero voci di un disorientante teatro delle marionette, mosse dalla stessa mano in un meccanismo del tutto autoreferenziale. Ma la follia che sembra animare quei personaggi, il più delle volte, non è la follia di determinati tipi umani o del loro stesso Autore; è un esercizio di razionalità assoluta, di sconvolgente lucidità autoanalitica, di un’emotività pensante che sembra follia soltanto perché, in verità, è la realtà che la circonda ad esserlo propriamente e a ribaltare su pochi, sfortunati e soli, l’immagine della degenerazione dei molti. È così che la voce di Bernhard si fa critica feroce nei confronti della società, delle finzioni che ne perpetuano gli idoli e della sua strutturale incapacità di elevarsi al di sopra di se stessa e, come tale, di comprendere realmente la ricchezza interiore di ciascun individuo e il tesoro di autenticità e di consapevolezza che la vera cultura può trasmettere. Questa voce, forse, è destinata ad essere sempre pertinente e ad infonderci un pessimismo cosciente e terribilmente convincente; eppure proprio questa voce è ciò che di più indispensabile si possa immaginare per preservare in ciascuno di noi una sia pur minima luce di confortante ragione

“Goethe schtirbt”: in lingua originale, in italiano, in inglese

Recensioni: di Goffredo Fofi, Luigi Forti, Riccardo De Gennaro, Paolo Mauri, Massimiliano Parente, Giorgio Montefoschi

Su Bernhard: Bernhardiana, Thomas Bernhard Gesellschaft, Thomas Bernhard in English

Un ricordo di Thomas Bernhard (di Daniele Benati)

Un’opera teatrale di Bernhard: Minetti. Ritratto di un artista da vecchio (produzione del Teatro stabile di Bolzano, 1983-1984)

Una classifica tutta personale: che cosa (e quanto) mi piace di Bernhard?

  1. Il soccombente (Adelphi)
  2. Correzione (Einaudi)
  3. Perturbamento (Adelphi)
  4. Antichi maestri (Adelphi)
  5. Gelo (Einaudi)
  6. Cemento (SE)
  7. Il nipote di Wittgenstein (Adelphi)
Condividi:
 

Dopo aver letto, diversi anni fa, Difesa dell’intolleranza (2002), mi sono quasi affezionato all’urticante inattualità (intesa, però, in senso tecnico) di questo singolare pensatore sloveno, che si dice ancora seguace di Lenin e che cerca di riproporre il comunismo sul piano dello scenario globale. Del resto, con un look da vero guru e con una fama da popstar della filosofia e della sociologia, Žižek ha conquistato schiere di ammiratori sempre più numerosi ed è diventato anche l’oggetto di indagini scientifiche vere e proprie: esiste, addirittura, un International Journal of Žižek Studies. Eppure, spogliato delle soluzioni o degli orizzonti che propone come unica via d’uscita e che abbracciano talvolta l’adesione a quella che, con Alain Badiou, definisce Idea Eterna della Giustizia Rivoluzionaria, lo sguardo di Žižek, che si cimenta anche con la psicanalisi e con la critica cinematografica, ci mette sempre di fronte, in modo tanto acuto quanto impietoso, alla ineludibile presa d’atto delle moltissime contraddizioni del nostro tempo e della società in cui viviamo.

Benvenuti in tempi interessanti è il motto che l’Autore riprende da un augurio cinese e che rivolge, ironicamente, a tutti quegli intellettuali, apparentemente radicali, che preconizzano sviluppi catastrofici e che, in verità, non desiderano altro che giustificare la loro elevata vocazione a fronte di una realtà nella quale si trovano perfettamente a proprio agio. Ma è proprio questa realtà che Žižek vuole prendere di mira, invitandoci a sottoporla sempre ad una dura critica, svelandone la natura alienante e barbarica, in un gesto di riaffermazione decisa dell’uso pubblico della ragione.

Sono poche le cose che resistono alle argomentazioni di Žižek. L’ideologia economica – sostiene – è diventata egemonica, in ogni ambito, anche laddove si ritiene di delimitarla o di razionalizzarla: ogni sforzo in tal senso, infatti, ne tradisce il successo e il consolidamento (interessanti, ad esempio, le osservazioni sul cloud computing, come fenomeno di estrema privatizzazione del general intellect, o sul cd. “capitalismo naturale”, forma raffinata di conquista delle sensibilità individuali mediante la creazione di preziosi prodotti “ecologici”). Paradossalmente, oggi, ad essere rivoluzionario, e quindi tanto più appetibile, è il capitalismo stesso, all’atto del suo innegabile trionfo. Trasformazioni sociali radicali sembrano del tutto impossibili; tuttavia, per Žižek, occorre insistere nel rinnovamento dello sforzo profondo al cambiamento e nel riconoscimento, nuovamente, dell’attualità di una chiave di lettura dichiaratamente comunista.

A tal proposito sono notevoli i punti, siano o meno condivisibili, in cui si cerca di ripercorrere, con intelligenza, le ragioni del fallimento del socialismo reale e di spiegare, in particolare, l’approccio di Lenin e il suo confronto con quello di Stalin (pp. 53 ss.); ma lo sono anche quelli in cui si dimostra che un fallimento di un’esperienza non significa necessariamente la fine di ogni tentativo e che si dovrebbe, così, riproporre, continuativamente, lo “spirito egualitario mantenuto vivo nell’arco di migliaia di anni di rivolte e sogni utopici” (91 ss.). Non mancano, però, nel testo, anche un capitolo interessantissimo sulla Cina “capitalista” (pp. 63 ss.) ed uno, non meno godibile, sullo scontro tra cultura occidentale e cultura islamica (pp. 107 ss.).

Nella chiusa Žižek chiarisce inequivocabilmente i termini della sua proposta, che ambisce a sostituire, in un movimento antagonista, un framework dominante con un altro (p. 128): “Comunismo oggi non è il nome di una soluzione, ma il nome di un problema: il problema dei commons in tutte le sue dimensioni – i commons nella natura come sostanza della nostra vita, il problema dei nostri commons biogenetici, il problema dei nostri commons culturali (‘la proprietà intellettuale’) e, ultimo ma non meno importante, il problema dei commons quale spazio universale di umanità da cui nessuno dovrebbe essere escluso. Qualunque sia la soluzione, dovrà risolvere questo problema”. Si può anche non stare con Žižek; ma, certamente, non lo si può ignorare. Per chiunque voglia affrontare le grandi questioni del presente e del futuro, è Žižek a costituire un problema.

Pillole di Žižek… su Internazionale

Condividi:
 

“La civiltà contemporanea ripone tutta la fiducia nelle soluzioni pratiche e mette, anche senza dichiararlo, fra parentesi tutto quello che minaccia il proprio ottimismo. Eppure tutto l’orrore non è solo un difetto di funzionamento, ma il rovescio di quello che la civiltà odierna ammira con tanto entusiasmo” (p. 56).

Questo è, in estrema sintesi, il messaggio che Földényi vuole veicolare in questo piccolo esperimento pedagogico. Lo definisco così, poiché non è un saggio su Hegel in Dostoevskij; poiché è un lavoro che intende dimostrare e trasmettere qualcosa; e poiché muove, con una finalità ben precisa, da un intreccio argomentato di storia e di finzione, dall’immagine, cioè, quasi teatrale di Dostoevskij condannato in Siberia (fatto reale) e sorpreso a piangere durante la lettura di alcuni passaggi delle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel (fatto immaginato). Una simile rappresentazione consente all’Autore ungherese di dipingere in modo pressoché indimenticabile un’idea molto forte, a sintesi delle evoluzioni più profonde del pensiero occidentale. Come se ci trovassimo di fronte ad un’icona.

Che cosa fa piangere Dostoevskij? L’affermazione di Hegel sulla Siberia, considerata “fuori dalla storia”, alla stessa stregua dell’Africa, misteriosa e incomprensibile. Eppure, il sentirsi completamente trascurato dalla visione razionalistica propugnata dal filosofo tedesco e dalle sue sperimentazioni viventi e progressive, è l’occasione, per il grande scrittore russo, di un momento di intima comprensione. Ci sono luoghi, cioè, in cui neppure la ragione può giungere e rispetto ai quali solo il miracolo può avere un valore salvifico. Anzi, questi luoghi meritano tanto più attenzione, per ascoltare ciò che la ragione non può mai travolgere, ossia per difendere uno spazio autentico di libertà: “Non si può parlare di libertà se infinito e trascendenza si perdono dietro cose limitate. Il dio assoggettato alla razionalità non è il dio della libertà ma della politica, della conquista e della colonizzazione” (p. 31).

Le pagine oscure dell’Occidente si spiegherebbero, dunque, alla luce del processo di secolarizzazione, che eleva la ragione e le sue manifestazioni, anche istituzionali, a misura onnicomprensiva, potenzialmente onnivora e violenta. La tesi di Földényi non è nuova; ma il metodo della sua illustrazione è davvero incisivo, e assicura, ben al di là del brevissimo tempo che occorre alla lettura, intermezzi notevoli di suggestione, riflessione e approfondimento.

Un altro breve pezzo di Lázló F. Földényi (Congedo dalla cultura)

Una conversazione (in tedesco) con Lázló F. Földényi

Condividi:
© 2018 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha