Quel piccoloborghese di Maigret (da nazioneindiana.com)

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La voce che dà corpo alle poesie di questa raccolta disegna i pensieri di un uomo, pensieri che provengono dalla sua vita e che, però, si soffermano sulla vita in generale, e sul mondo. È un uomo anziano, che sa di essere solo, e che percepisce e soppesa: i suoni del mattino, le sagome nere delle montagne, il potere intrinseco delle parole, le aggressioni del vociare televisivo, il passare degli anni e delle stagioni… Le sue frasi sono pacate, tristi e felici allo stesso tempo, e talvolta ironiche. Di fronte a tutto ciò che incontra, l’uomo alterna riflessioni amare, qualche sorriso e ricordi lontani, quasi cercando momenti di sollievo – un resiliente sollievo – nell’eco di grandi poeti e nell’elogio di ciò che è più piccolo, più laterale, meno appariscente; o più fisiologico, come sono i costumi di un tempo, oggi perduti, o la pura natura delle cose, la più semplice e spontanea. Sembra che tra certe cose e certi costumi vi sia un nesso, uno snodo in cui si custodiscono la verità e l’onestà, una forza che si anima per contrasto: “Mentre i potenti pensano gli affari / (da farsi in altre sedi, non vicino a noi), l’uomo considera il vecchio pentolino / e più lo guarda più lodando ammira” (p. 47). I migliori compagni di quest’uomo, alla fine, non sono gli altri uomini, sono gli animali, la cui sofferenza lo fa star male. Non lo attirano soltanto le creature più domestiche o consuete, il merlo Cantovivo, ad esempio, o il cane incontrato a passeggio in città. Anche un verme gli suscita empatia. E così la betulla, il ciliegio, i vegetali dell’orto, il biancospino, un pino, il tarassaco, un pesco, l’albero di natale. 

Come suggerisce la chiusa della prefazione che introduce questo libro, il mondo descritto da Daniele Gorret è quello migliore che esisterebbe se gli uomini avessero compiuto, à la Borges, un adeguato “abuso di letteratura”. Ciò significa, innanzitutto, che l’Autore di questa silloge – che di letteratura vive per lungo, costante e disciplinato esercizio: ne ha senz’altro “abusato” – è dotato di una speciale ipersensibilità. È una capacità che lo mette facilmente a contatto con la realtà. Che gli consente, come è proprio di un sacerdote di un culto, di sintonizzarsi meglio di chiunque altro con l’essenziale, e di indicare una strada, una via da percorrere per un’esistenza buona. Tanto che a primavera, verso pasqua, pensa di risorgere, nel senso che “gli è lecito sperare: in sogno di tentare / cambio di specie per una notte o due; / farsi albero o fiore o addirittura / ape che impollina, rondine che vola” (p. 21). Si può anche affermare che Gorret è poeta per eccellenza. Il suo verso, per nulla scontato, conduce a un pacato disorientamento, intimo ma quasi filosofico, premessa creativa di interrogazioni profonde come di intuizioni consolatorie. È tanto più vero quanto semplici e ordinarie sono le immagini evocate. Al poeta, d’altra parte, come ricordava anche Orazio, difficile est proprie communia dicere. Ebbene, in Gorret non si avverte alcuna difficoltà. E questa è davvero una bella scoperta.

L’Autore a Il posto delle parole

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La nostra scienza è stata chiamata troppe volte alla sbarra e in Tv… (da ildubbio.news)

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Cani di Dio e spari nel buio: una conversazione con Carlo Ginzburg (da labalenabianca.com)

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Ci troviamo nel bel mezzo della famigerata contea di Yoknapatawpha. Lucas Beauchamp è stato colto con una pistola fumante in pugno, a pochi metri dal corpo morto di Vinson Gowrie. È stato preso miracolosamente in custodia e ora si trova in cella, nella prigione che sta sulla piazza della città. Ma ormai tutti si aspettano che i Gowrie – come gli altri del Quarto Distretto – si preparino presto al linciaggio di Lucas, il negro che ha sparato alle spalle di un bianco. Se lo immagina anche Chick Mallison, che ha sedici anni, è ancora un ragazzo, eppure sa bene che cosa sta per accadere. E sa perché Lucas rischia davvero: perché i Gowrie e la loro gente non scherzano; e soprattutto perché Lucas non si è mai comportato come un negro. È sempre stato troppo fiero, quasi altezzoso. È per questo motivo che lo vuole vedere e che accompagna lo zio Gavin, procuratore della Contea, fin dietro le sbarre. Dove Lucas, sorprendentemente, gli affida una missione segreta, quella di riesumare il corpo di Vinson Gowrie. Nella bara, infatti, si nasconde il segreto di quanto accaduto e non c’è tempo da perdere. In una vorticosa avventura, che si svolge tra un sabato notte e il lunedì successivo, Chick diventa improvvisamente e coscientemente adulto, con la complicità di Aleck Sander, un ragazzo di colore che è al servizio della sua famiglia, e dell’anziana e indomita signorina Habersham. Nel frattempo, ovviamente, con l’aiuto di un astuto e smaliziato sceriffo, anche la verità verrà a galla.

Faulkner – che in questo libro, un vero capolavoro, attinge a tutto il repertorio della sua prosa strabordante e inarrestabile – non produce semplicemente un tipico romanzo di formazione. Né si limita ad anticipare temi e situazioni che si ritroveranno nel Buio oltre la siepe di Harper Lee. Il grande scrittore ricorre all’espediente del giallo per calarci nel cuore oscuro del razzismo e per affidare ai ragionamenti rapsodici dello zio Gavin le sue più intime, e controverse, convinzioni: sulla necessità che i problemi del Sud con le persone di colore vengano risolti innanzitutto dalla gente del Sud; e sul fatto che si tratti di una questione eminentemente morale, insuscettibile di essere superata per il tramite di imposizioni dall’esterno. Ciò che più colpisce è che nel ragionamento di Faulkner il sedimento delle virtù più autenticamente americane viene collocato nella paziente resistenza e nell’attaccamento fedele, originario, delle persone di colore alla terra; a quei luoghi interni in cui sarebbe possibile sfuggire al vizio nazionale per la “mediocrità” (così nel testo) di una cultura vacua e consumistica e, dunque, confederarsi tra bianchi e neri, per un’alleanza che si potrebbe definire etica e costituente allo stesso tempo. Se è vero che tratti di questa prospettiva si prestano a interpretazioni ambigue, bisognose quanto meno di una forte storicizzazione (il romanzo è del 1948), non si può dubitare, neppure oggi, dell’immediatezza e dell’efficacia dell’insegnamento che lo zio Gavin cerca di veicolare a Chick con una certa insistenza: “Certe cose devi sempre essere incapace di tollerarle. Certe cose non devi mai smettere di rifiutarti di tollerarle. L’ingiustizia e l’oltraggio e il disonore e la vergogna”.

Recensioni (di A. Carrera; di G. Fofi; di D. Mosca; di A. Salvatore)

Intruder in the dust (il film del 1949)

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La storia assurda della censura dei libri di Roald Dahl (da esquire.com)

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