Questo è un libro curiosissimo, molto originale. Raccoglie trentotto brani in prosa, senza titolo e senza una data precisa, composti in un periodo molto lungo, dal 1928 al 1959. Si tratta di pezzi assai eterogenei: alcuni sono veri e propri racconti, altri hanno la forma del ricordo autobiografico, altri ancora paiono prove giornalistiche o stralci di reportage. Tutti, però, hanno un oggetto comune: il carattere e l’ambiente degli italiani, del Nord come del Sud, dei piccoli borghi di montagna come delle grandi città dell’arte e della cultura, della borghesia e della proprietà fondiaria come del più povero ceto contadino.

È pressoché impossibile, però, ricavare un’impressione generale o un filo rosso; anche l’interessante prefazione di Ernesto Ferrero non aiuta. Forse con Comisso il massimo che si può conseguire è il minimo risultato utile, ossia constatare una ricercata volontà, nell’autore, di rievocare determinare atmosfere, un po’ strapaesane, un po’ poetiche, un po’ malinconiche: quelle della casa di famiglia e del desco, dell’amicizia e della passione, delle piccole cose e della buona tavola. Sono anche, in un certo senso, prose del disarmo, connotate dallo sguardo irresoluto di un autore che della propria vita avrebbe voluto fare un capolavoro e che si è trovato, in seguito, alla costante ed inappagata ricerca di un ubi consistam in cui riconoscere se stesso, le proprie radici e il DNA del popolo cui sembra appartenere solo per sorte. Personalmente, non posso che segnalare due piccole gemme, davvero espressive di questa singolare personalità letteraria: il capitolo n. VII, che si potrebbe intitolare “Il bicchierino”, e il capitolo n. XXV, che dovremmo denominare “Un insolito carteggio”. La tenerezza domestica del primo e l’aura quasi mitologica del secondo costituiscono prove concrete dei due essenziali poli di attrazione di tutti i testi contenuti nel volume: della sapiente e resistente risorsa di una tenacia atavica, ma anche della necessità quasi romantica di proiettarsi in un irrazionale ideale di primitiva completezza.

Giovanni Comisso, alla fine, si conferma un rabdomante: si lascia guidare dall’intuito o, meglio, dall’istinto, dalle sensazioni che i paesaggi, i colori e le cose risvegliano, di volta in volta, nei suoi occhi, nella sua mente, nel suo corpo. Non concede mai nulla, direttamente, a riflessioni di più ampio respiro: semmai queste si stagliano soltanto sullo sfondo, in uno stato d’animo che sempre domina la scena, che formalmente occupa lo spazio di qualsiasi potenziale concetto o di qualsiasi eventuale rilievo critico, pure immediati, tuttavia, nelle sensazioni che inevitabilmente prova il lettore. È una scrittura da riscoprire, allusiva, sicuramente lontanissima da quella linearità di cui oggi si predicano le virtù. È un’intera esperienza di stile, e anche di vita, che si intravede nelle pagine di Comisso, quella di un primo Novecento che ha ostinatamente ma contraddittoriamente cercato di rinnovarsi in ambizioni destinate a rimanere comunque travolte.

Il ricordo di Goffredo Parise

Il premio Comisso

Condividi:
 

Una collezione di 264 netsuke è ciò che all’Autore rimane della storia intensa, gloriosa e anche drammatica della sua famiglia. Ripercorrerla significa seguire le tracce di una preziosissima raccolta di piccoli capolavori giapponesi, che da un certo momento in poi diventa partecipe delle tormentate vicende degli Ephrussi, dinastia di commercianti e banchieri di prim’ordine nell’Europa tra Ottocento e Novecento. Edmund de Waal, però, non si cimenta nel racconto con lo spirito claudicante del biografo principiante. Vi si immerge con il temperamento elaborato del critico e dell’artista, e non senza una certa sensibilità storica, unita ad una particolare attenzione per il costume e per la cronaca.

Seguire le orme del primo proprietario dei netsuke, Charles Ephrussi, nella Parigi degli Impressionisti, non è soltanto un modo per risvegliare la voglia di rileggere Proust: serve a capire molto dell’alta borghesia francese, dei suoi riti e dell’antisemitismo continentale, dovunque sempre strisciante. Del resto, sono gli orrori della persecuzione nazista e dell’incombente Shoah a sorprendere anche il ramo viennese della famiglia, completamente travolta assieme ai netsuke, nell’intimo del suo Palais sulla Ringstrasse, privata di ogni sua ricchezza e costretta ad un fortunoso esilio. Le peripezie di Viktor, della moglie Emmy e dei loro figli assumono un valore in tutto e per tutto simbolico, al pari del destino dei graziosi ninnoli nipponici, salvati dall’astuzia della fedele cameriera, portati dopo la guerra in Inghilterra dalla volitiva Elisabeth e poi ancora traslati nel paese del Sol Levante, dove Ignace “Iggie” Ephrussi avvia una nuova vita con il compagno Jiro.

Riesce facile capire il successo di questo libro. La scrittura è leggera e gradevole, senza essere banale; i dettagli non distraggono, anzi, rafforzano di pagina in pagina una curiosità che non può che essere crescente; le figure della famiglia Ephrussi, accompagnate da un corredo fotografico essenziale e suggestivo, suscitano vera partecipazione. Inoltre il lungo viaggio dei netsuke non corrisponde ad un esclusivo e specialistico interesse dell’Autore, che pure è un fine e riconosciuto ceramista; i netsuke vagabondi rinnovano le sorti dell’Ebreo errante e le sue tragiche peripezie, dagli shtetl dell’Ucraina alle rive del Mar Nero, da Odessa alle capitali del continente e ancora più in là. Quei netsuke non sono altro che potenti talismani, veicoli sapienti di memorie che, dopo gli orrori dell’ultimo Secolo, non si possono più cancellare.

Le parole di de Waal, alla fine, testimoniano la conquista individuale di una coscienza che deve essere collettiva: “Il problema è che (…) vivo nel secolo sbagliato per bruciare le cose. Appartengo alla generazione sbagliata per lasciar perdere. Penso ai libri di un’intera biblioteca sistemati con cura dentro casse e scatoloni. Penso a tutti i roghi appiccati da quegli altri, penso alla cancellazione sistematica delle storie, alle persone separate dai propri beni, e poi dai propri familiari, alle famiglie separate dai propri vicini di casa. E poi dal proprio paese” (p. 385). Da questo punto di vista, il regalo migliore che questa lettura può dare è la riscoperta di un tema che sarebbe stato caro a Walter Benjamin. Forse, anche nella casa di ciascuno di noi esistono dei netsuke: se ci è rimasto qualcosa della nostra famiglia e della nostra storia, anche solo qualche cartolina o un anello o un quadro o una poltrona, custodiamole con cura; perché le piccole cose hanno la forza di assorbire, di trasmettere e di illuminare esistenze intere. Distruggere o perdere queste cose, in fondo, è come ri-distruggere e ri-perdere le intelligenze che gli hanno dato significato.

Il Booktrailer

Due recensioni: Livia Manera e Mara Accettura

I netsuke dell’Autore

Condividi:
 

Il secondo è importantissimo, forse più del primo, perché preannuncia la possibilità della conferma definitiva, che non potrà che arrivare, però, solo con il terzo… Non è un indovinello: è che, quando uno scrittore coglie nel segno anche con l’opera “seconda”, c’è da essere davvero speranzosi di poter godere di prossime e soddisfacenti letture. Il palermitano Enzo Baiamonte, radiotecnico ormai pentito e investigatore per diletto, era personaggio già ampiamente promosso ne Il libro di legno, precedente e sottile avventura d’esordio. Ora si ripete e, anzi, “debutta in società”: ha il coraggio di mostrarsi in pubblico anche con la sua graziosa e riservata compagna, la sarta Rosa; ma, soprattutto, ha deciso di munirsi di un ufficiale “patentino” da detective, per imboccare la strada di una vita nuova e palpitante, oltre che (incrociamo le dita e diamolo già per certo…) di una fortunata serie letteraria.

Non è un caso che Gian Mauro Costa sia stato affiancato a Sciascia e a Camilleri. Di quest’ultimo ha assunto la disposizione “colorita” per l’uso di espressioni dialettali e il compiacimento divertito per una sicilianità bonaria e a suo modo solida e moralmente integra. Dello scrittore di Racalmuto ha mutuato il profondo interesse per l’analisi socio-culturale e per la decostruzione dei modelli, delle prassi e delle abitudini su cui si sono costruiti e vicendevolmente rafforzati degrado civile e malavita mafiosa. Questi sono anche i due poli attorno ai quali ruota la nuova avventura di Baiamonte, che un po’ suo malgrado, un po’ per la singolare ed ostinata umanità che lo contraddistingue, si trova ad organizzare le “luminarie” di una sagra rionale gestita dai boss locali e, nel contempo, a ricostruire le strane ed allucinate vicende di un giovane garzone disadattato. Le due strade, naturalmente, si incontreranno, tra le stucchevoli (ma sofisticate ed allusive) canzoni neomelodiche della festa di piazza, le “ammazzatine” dei clan e i traffici di droga, le tombe del cimitero cittadino e i conti (da saldare) di una vecchia e drammatica rapina…

Come sempre, comunque, ciò che rende valida una figura alla Baiamonte non è una trama od un soggetto; Baiamonte piace, e non può che essere così, perché, in tutta la sua “splendida” mezza età, legge fumetti, gioca a carte con gli amici, ascolta musica beat ed è un “giovanotto” inguaribilmente scanzonato. Difficile non affezionarsi.

Un approfondimento sull’Autore

Condividi:
 

Time is on my side (Yes it is) (The Rolling Stones)

Condividi:
© 2017 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha