Prati. Roma. Ovunque crediamo nell’imperturbabilità del passato (da doppiozero.com)

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Ottavio Tondi è un lettore. Anche se le ambizioni paterne lo avrebbero voluto commercialista, non ha mai fatto altro nella vita. È per questo che è diventato il Lettore, l’onnivoro ghost reader di una delle più importanti case editrici italiane. È accaduto per caso, quando un direttore editoriale lo ha visto e iniziato, a questo come ad altri piaceri. La sua esistenza, tuttavia, tanto anonima e fragile, quasi assente, è destinata a conoscere nel frattempo un’improvvisa e curiosa notorietà, quella che il grande pubblico gli ha tributato come misterioso scopritore di un bestseller. Ma Tondi pare comunque abbandonato a una sorte rovinosa, vittima designata dell’umore e dell’ignoranza della gente, dell’amore più cinico, della violenza urbana. Ormai anche la lettura sembra lasciarlo, quando interviene, all’improvviso, Mario Esquilino, il poeta del quale era stato severo censore. L’amico sopravvenuto gli svela l’esistenza di Panorama, un social “modello Panopticon”, in cui tutti sono tenuti a proiettare on line qualche immagine della propria vita. L’immersione in questa realtà parallela ha una funzione taumaturgica e Tondi si riprende. A un certo punto conosce anche Ligeia Tissot, la strana e affascinante ragazza che lo segue sulla rete, e che lo porta per la prima volta a esprimere i suoi enigmatici pensieri e a scriverle, alla ricerca di un contatto che non avviene mai. Il piano non può che tornare inesorabilmente inclinato e l’ennesima sciagura spinge il protagonista agli ultimi e definitivi atti della sua follia e della sua vita.

In questo breve romanzo Tommaso Pincio riesce a fare più cose: a scherzare con alcuni amici e noti scrittori, tanto da renderli personaggi della trama; a prendere la letteratura sul serio, dimostrandone sia il fascino sia la natura estremamente sensibile e vorace; a ironizzare sul mercato del “consumo del libro” e sulla sua fatua crudeltà; a restituire Roma al suo ruolo di perfetto e malinconico palcoscenico narrativo; a parlare del lato più ambiguo e delicato dei più grandi e ingenui sentimenti; a rovesciare i più tipici e negativi stereotipi sui social, presentandoli viceversa come meri e spietati esaltatori di tutte le nostre ossessioni, pubbliche o private; a confezionare più racconti all’interno dello stesso romanzo; a dare, infine, un bel saggio di creatività artisticamente colta, di un linguaggio, cioè, che scorre felicemente senza concedere nulla alle diffuse tentazioni del semplicismo spinto. Non è frequente trovare in libreria letture così felicemente polivalenti. Certo, quella di Ottavio Tondi non è una bella storia, icona perfetta di ciò che l’abusato Bauman definirebbe come il possibile prototipo metropolitano del fallimento liquido. Come tale, non si può dire che sia una vicenda completamente originale. Si tratta, però, sicuramente, di un apprezzabile esempio di come la letteratura abbia sempre un suo “doppio”, al pari di ciò che accade alla coscienza, che pure si illude, ripetutamente, o di poterlo dominare o di riuscire ad assopirlo. Sul romanzo di Pincio aleggia esplicitamente l’aura di Edgar Allan Poe, i cui racconti partecipano attivamente alla trama. La prima impressione, al termine della lettura, è che Tondi incarni un Dorian Gray “alla rovescia”, perché è la sua debole umanità che fa da “ritratto” alle azioni del mondo che lo circonda, finendo per abbrutirsi e per estraniarsi nel modo più definitivo.

Recensioni (di Cristò, di Michele Fiano e Marilù Oliva, di Paolo Melissi, di Piersandro Pallavicini, di Giacomo Giossi, di Francesca Fiorletta, di Luca Romano, di Daniele Lamuraglia, di Luigi Mascheroni, di Renato Barilli, di Paolo Bianchi, di Goffredo Fofi, di Emanuele Trevi)

Il primo capitolo del romanzo

Il sito dell’Autore

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There’s too many others that know what I mean / And that’s why I got to live without it (Grand Funk Railroad)

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Independentismo: Cataluña y la Unión Europea (da elpais.com)

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La carriera di Philip Roth iniziò in un bar (da ilsole24ore.com)

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La bestia feroce che ride (da nazioneindiana.com)

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Chi sono i poveri, cos’è la povertà (da left.it)

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La pazienza è sovversiva (da internazionale.it)

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Dee Je-dijeh è un giovane giudice, di fresca nomina. Deve salutare i suoi amici e abbandonare la capitale imperiale per recarsi nel Sud, a Peng-lai, grande e importante città portuale dello Shantung. Sarà la sede del suo primo incarico, e lì dovrà cominciare con la prova più difficile e rischiosa: smascherare l’assassino del suo più esperto predecessore, morto avvelenato nella biblioteca. Lo accompagna il fedele Hoong e, lungo il tragitto, dà prova di coraggio e destrezza, guadagnandosi il sodalizio di Ma Joong e Chiao Tai, scaltri avventurieri raminghi. La squadra si è formata, dunque, e Dee può insediarsi ufficialmente nei quartieri del tribunale. La sfida si rivela subito grande e ingarbugliata: il vecchio cancelliere Tang nasconde sicuramente qualcosa; l’impiegato Fan è scomparso; l’appartamento privato del magistrato sembra ancora occupato dal fantasma del giudice ucciso. Come se non bastasse, Koo Meng-pin, un ricco armatore, denuncia la scomparsa della moglie, la figlia dell’eccentrico e facoltoso dottor Tsao. Cominciano le indagini, a 360 gradi, e cominciano anche a spuntare nuovi cadaveri e figure ancor più misteriose e ambigue, come quella dell’efficiente Kim Sang, amministratore di Koo, e del colto e indisciplinato Po Kai, amministratore del concorrente Yee Pen. Dee comprende che gli intrighi devono essere tanti e che ad essi non sono estranei pure il tempio buddhista e gli strani traffici del porto. La ricerca pertanto continua, tra le varie scorribande notturne di Ma Joong e Chiao Tai, che, come il giudice, rischiano la vita in veri e propri agguati. Dee, però, confuciano di stretta ma magnanima osservanza, non si dà per vinto e, nel momento in cui la soluzione sembra sfuggirgli, viene soccorso da un’intuizione improvvisa, che sembra giungergli dalla grande tradizione della più antica criminalistica cinese. Il caso viene quindi risolto, e brillantemente, con un finale del tutto a sorpresa, nel quale le abilità di cui è dotato aiutano il giovane giudice a spiegare ogni cosa e a scoprire un’amara verità.

I tantissimi “casi” di questo giudice – realmente esistito – della dinastia Tang (VII-VIII sec. d.C.) sono il frutto della fantasia, della curiosità e della passione di un diplomatico olandese, che sin dagli studi universitari si era totalmente immerso nella conoscenza dell’Estremo Oriente. Ci si può sorprendere che le vicende di Dee non siano oggi ricordate, in Europa, alla stessa stregua delle storie di Poirot: ne hanno tutti i tipici ingredienti e hanno anche il pregio di essere più movimentate. Sappiamo, in verità, che la prolifica serie del giudice Dee – oggi riproposta sistematicamente da un editore assai meritevole – attirava le simpatie manifeste di Agata Christie, e i motivi sono presto detti. Da un lato, Van Gulik riesce a rievocare con gusto un’età e una civiltà lontanissime, attingendo ad una letteratura insospettabile e altrettanto fertile, oltre che ben più longeva della giallistica occidentale. Allo stesso tempo, tuttavia, il suo campione, pur essendo cinese, si muove come il Dupin di Allan Poe e ha “scatti” deduttivi da vero Sherlock, nel complesso di una trama articolatissima, che talvolta è venata, in modo molto originale, da tinte hardboiled e da uno spiccato senso del divertimento. Dee, quindi, appartiene ad un cosmo dichiaratamente diverso dal nostro, ma che del nostro pare condividere moltissimi aspetti. Si ha l’impressione, così, che van Gulik possa non solo appassionare gli amanti del poliziesco: la coltivazione di questo genere, anzi, sembra quasi l’escamotage di una maliziosa e accattivante operazione di mediazione culturale. Non è un caso che lo stesso scrittore sveli nel Postscriptum che ha cercato di fondere assieme molti elementi diversi della cultura orientale, cimentandosi direttamente anche con lo stile figurativo dell’epoca Ming e con la storia del teatro cinese. La sua è una volontà rappresentativa che si spinge ben oltre i confini dell’enigma investigativo. La Cina – è questo che vuol farci capire il prolifico Autore – è un serbatoio di tesori che l’Occidente può comprendere perfettamente e nel quale può anche cercare di ritrovarsi, a patto di riscoprire nella pazienza della sua migliore razionalità un primo ed essenziale canale di comunicazione.

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Perché Napoli non è Londra, spiegato col colera (da ilpost.it)

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