Don’t go chasing waterfalls, please stick to the rivers and the lakes that you’re used to (TLC)

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Il noir di Gianni Mura non tradisce, anche se i suoi percorsi non sono per nulla usuali. Non lo erano stati neanche nel precedente Giallo su giallo, in cui aveva già fatto la sua comparsa l’originale commissario Magrite: un nome, una garanzia; ma anche una testimonianza sincera dell’amore che il noto giornalista ha sempre avuto per la Francia. In quella prima prova letteraria Mura aveva riversato tutta la sua passione per il ciclismo, per lo sport in generale e per la gastronomia: amori di cui ha sempre reso aperta confessione sulle pagine di Repubblica e nell’ambito della fortunata e deliziosa rubrica Mangia e bevi, curata assieme alla moglie Paola nel Venerdì.

La buona cucina è un filone presente anche in questa seconda avventura. Ma qui Magrite non indaga, è semplicemente in vacanza, alla ricerca di qualche momento di pace e di intimità con l’affascinante giudice Michelle Lapierre. Ischia, del resto, promette riposo e occasioni di confidenza. Ma una serie di eventi, quasi fossero raccolti dalla peggiore rassegna italiana di cronaca nera, colpisce l’immaginario del commissario e lo conduce, guidato dall’eccentrica figura di Peppe, un isolano ex galeotto, negli abissi di tanti (e troppi) delitti quotidiani.

L’Ischia di Mura, è facile accorgersene, è l’immagine del nostro Paese, contraddistinto da una bellezza unica ma anche da un clima di solitudine e di abbandono. È una sensazione di stranezza e di non-riconoscimento, che sorge naturale ogni qual volta si pensi ai reiterati malanni che colpiscono l’Italia e la “attardano” nel percorso che potrebbe portarla a condividere le sorti di tutte le nazioni civili. Le ferite di cui ci parla il racconto – quelle che, come sulla copertina, ne colorano di rosso, e senza infingimenti, tutta l’estensione – ci fanno davvero pensare alle fortissime contraddizioni e sofferenze dello Stivale, ed alla storica e reiterata povertà morale in cui finiscono sempre e tragicamente per risolversi.

Altrettanto drammatica, però, è la soluzione che il finale del romanzo sembra prefigurare, nella dialettica tra uno stupore tutto personale, che porta l’irriducibile scapolo Magrite a valorizzare i propri affetti, e un gesto disperato ed irrimediabile, quello di Peppe, che non può avere, sotto traccia, che un significato collettivo e che, tuttavia, pare troppo duro ed inaccettabile per rappresentare una via d’uscita. Forse, però, c’è un senso nascosto, che viene direttamente dall’animo dell’Autore, dal suo sentirsi straniero, come Magrite, in un’isola che non può che “coltivare” ed apprezzare soltanto saltuariamente, e dalla sua irrefrenabile voglia di continuare a descrivere le inestimabili ricchezze della terra e del cuore, siano o meno italiane.

Un omaggio a Gianni Mura (di Fabio Stassi)

Gianni Mura alle Grandi Lezioni di Giornalismo (intervista di Andrea Satta)

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Non si può certo dire che questo diario, opera di uno scrittore francese, sia un testo del tutto originale. I precedenti sono tanti ed autorevoli, e Walden di Thoreau spicca decisamente su tutti. Anche se ci sono pure Robinson Crusoe, Dersu Uzala, Walt Withman, Grey Owl… Ma non mancano Michele Strogoff, Varlam Salamov, Jünger, Nietzsche, Schopenhauer, Casanova; ed un alto numero di altri classici (pp. 30-32), come parte dell’equipaggiamento ideale di cui il perfetto eremita deve assolutamente dotarsi.

Nel bel mezzo dell’inverno siberiano, Tesson si isola in una capanna posta sulla riva dell’enorme lago Bajkal e vi passa un periodo lungo sei mesi (da febbraio a luglio), sperimentando il grande freddo, prima, e le altrettanto imponenti trasformazioni del disgelo, poi. Le sue giornate sono popolate da pensieri di diversa dimensione, da escursioni in alta quota o sessioni di pesca nel ghiaccio, dalle visite discrete di una cincia o dalle irruzioni tumultuose ma affettuose di pescatori, guardiacaccia od altra variopinta e indimenticabile umanità siberiana. Il risultato è una serie di memorie che oscillano tra la sceneggiatura documentaristica sulle suggestioni antropologiche e sociali che la taiga (e la Russia) di oggi può offrire all’osservatore continentale e la renaissance di un motivo, e di un sogno, letterario e filosofico, ormai innervato nel corpo multipolare di una certa e trasversale cultura (tutta moderna e tutta occidentale) di liberazione e di rivoluzione: “Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale. La risultante di queste conquiste conduce direttamente alla capanna” (p. 88).

Se si raffrontano i motivi che emergono in questo libro con quelli, parzialmente sovrapponibili, di altre e recenti letture (quali Pecoranera, La tigre o Sulla Transiberiana; ma v. anche l’ultimissima fatica di Mauro Buffa, sulla linea ferroviaria transmongolica), sono queste a riuscire in qualche modo vincitrici: nonostante Tesson abbia sicuramente vissuto un’esperienza reale, il suo racconto è sempre rarefatto e ricercato, come capita spesso a molti reportage d’Oltralpe. Tuttavia, se si assume un punto di vista assoluto, Nelle foreste siberiane è il testo migliore che si possa compulsare davanti ai primi fuochi del caminetto invernale, provando un concentrato di emozioni tanto note e decantate quanto (troppo) facilmente omologabili tra le mode di determinate stagioni intellettuali (e non soltanto metereologiche). Come si suol dire, però, una domanda sorge spontanea: è proprio un caso che, di questi tempi di crisi, il fiuto per la steppa tenda a trovare nuove ragioni di affermazione?

Una recensione (di Fulvio Ervas)

6 mois de cabane au Baikal (il documentario girato dall’Autore)

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In questo insolito thriller nordico la sfida cui allude l’enigma del titolo si sdoppia: scoprire le ragioni della morte di Gaston Lund, un famoso professore danese ritrovato morto in uno sperduto isolotto di un fiordo islandese; decifrare il rompicapo che alla fine dell’Ottocento un giovane studioso ha costruito prendendo spunto dal Codex Flateyensis, un corposo libro in pergamena composto tra il 1387 e il 1394, complessa raccolta di saghe che prende il nome dall’isola (Flatey) in cui si snoda la trama del romanzo.

Kjartan è un neo-avvocato che il prefetto del Breiðafjörður ha spedito a Flatey per alcuni rilevamenti di carattere fondiario. Ma ciò che deve risolvere non è una questione burocratica, bensì lo strano caso del cadavere del noto esperto straniero, ritrovato tra gli scogli di Ketilsey da una locale famiglia di pescatori. È un caso difficile: non è inaspettato solo per lui; lo è anche per la piccolissima comunità dell’isola, popolata, tuttavia, da figure carismatiche ed enigmatiche, come quella del sacrestano, Þormóður il Corvo. Sia pur spalleggiato da Grímur, ufficiale del distretto, e da Högni, maestro di scuola, Kjartan entra ben presto in difficoltà, e quando si scopre l’identità del defunto le cose peggiorano ed entrano in scena nuovi e ambigui personaggi, che “generano” ulteriori e drammatici eventi, e che mettono nei guai lo stesso Kjartan, con il suo oscuro passato, e Johanna, il medico del villaggio ma, al contempo, la figlia di un celebre collega del povero Gaston Lund: entrambi, infatti, erano tra i massimi esperti del Codex Flateyensis… A complicare le cose, del resto, c’è anche il segreto dell’enigma “letterario” prodotto sulla base delle saghe islandesi: anche di questo Kjartan capisce poco, ma, come avviene per il lettore, le rivelazioni progressive (paragrafo per paragrafo) delle 39 domande in cui si snoda l’arcano gli consentiranno, se non di risolvere gli altri misteri, di fare i conti con le dure esperienze della sua giovinezza, ritrovare se stesso e intravedere la possibilità di un futuro più solido e felice.

È un libro che, nonostante le apparenze, si dimostra particolarmente raffinato: è una sensazione che si prova spesso di fronte alla letteratura nordica contemporanea, ed anche in quella di genere; perché anche nei thriller scandinavi sono tante le cose originali, quindi un po’ lontane dai gusti più collaudati, continentali o anglosassoni che siano… e ciò è sempre e soltanto positivo. Questa volta il quid pluris del testo non si apprezza soltanto nell’abilità con cui l’Autore intreccia la duplice ricerca, quella investigativa e quella filologica. Il punto è che Ingólfsson torna alla durezza, alla bellezza e all’essenzialità del più tipico paesaggio islandese per ricordare – in primo luogo, certo, alla sua gente – che la relazione tra i grandi miti di una storia nazionale e il tempo presente è questione di equilibrio e di metabolizzazione, diremmo di maturazione. È un processo che non porta alla cancellazione o, viceversa, alla mitizzazione delle radici, ma ad esaltarne i valori forti e a nutrire gli animi di una comunità che deve affrontare lo smarrimento e le opportunità della società contemporanea, e che può farlo soltanto restando unita. Il pericolo maggiore, infatti, è l’autismo culturale, che genera fatalismo ed indifferenza: la semplice e naturale soluzione dell’enigma investigativo (per gli appassionati del giallo, forse, deludente) trova, così, una lineare spiegazione.

Uno sguardo nel Codex Flateyensis

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Ed è una realtà tutta mia e una strana atmosfera pervade la mente di sera (Amalia Grè)

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