In una Milano fredda e sferzata dal vento, Carlo Monterossi, noto autore televisivo di talk show tanto trash quanto di successo, viene coinvolto in una brutta storia. Un venditore di auto di lusso e un’accompagnatrice di alto bordo sono stati uccisi, freddati dai proiettili di una stessa pistola. La seconda è stata anche torturata. Il vice-sovrintendente Ghezzi, per caso, si è quasi imbattuto nell’assassino, ma gli è andata male. Ora Carlo è preso da una rabbia invincibile: aveva conosciuto la donna – si faceva chiamare Anna – e non riesce a perdonarsi di non essere riuscito a intravedere il pericolo mortale che l’ha travolta. Cominciano le indagini, dunque, su tutti i fronti. Si muove la polizia, sia ufficialmente, con la squadra del sovrintendente Carella, sia ufficiosamente, con un Ghezzi quanto mai determinato. Si muove però anche Carlo, con l’amico Oscar, enigmatico factotum metropolitano. Il punto è che gli indizi sono pochissimi e che il killer è ancora a piede libero. Quel che è certo è che sta cercando un fantomatico “tesoro”, qualcosa che Anna custodiva, forse per lui. Le strade, così, sembrano condurre tutti gli investigatori verso la figura di un rapinatore tuttora latitante, vecchia fiamma della giovane uccisa. È lui il colpevole? Naturalmente le strade della polizia e quelle di Monterossi si incrociano subito e finiscono per convergere, almeno in parte. Almeno fino a quando il caso sembrerà risolto. Poi spetterà proprio a Carlo, tra suggestioni letterarie e frequentazioni (sic) cimiteriali, a scoprire gli ultimi segreti e agire di conseguenza.

Carlo Monterossi è una proiezione narrativa dell’Autore. I due fanno lo stesso mestiere, e la sensazione è che al secondo piacerebbe davvero vestire i panni del primo. Soprattutto, però, Monterossi è un personaggio ben riuscito, felicemente ammiccante: fa un lavoro che gli permette di vivere comodamente; è un uomo affascinante; ha un’agente che ci si immagina come un incrocio tra Giusy Ferré e Mara Maionchi; è coccolato dalle attenzioni culinarie della portinaia straniera che tutti vorrebbero avere; e si scopre saltuariamente detective non per passione o per affezione, ma per un insopprimibile istinto morale, che lo porta sempre, come per forza di gravità, a scegliere la via più complicata e ad andare fino in fondo. Robecchi, poi, scrive in modo efficace, possiede i ferri del mestiere e conosce i trucchi del genere. Le virtù del romanzo, dunque, sono tutte qui. Il punto è che, talvolta, queste virtù possono essere anche viziose. Perché quando i fattori di forza sono così evidenti, allora tutto rischia di sapere un po’ troppo di costruito. Specialmente quando di ingredienti giusti ce ne sono a bizzeffe. Sia chiaro che il libro è piacevolissimo e che questa terza avventura di Monterossi non è da meno delle precedenti. Quindi l’occasione è più che buona per constatare, ancora una volta, che nell’attuale e variegato mondo del noir italiano “nulla si crea e nulla si distrugge”, e che è difficile, pertanto, distinguere la ricorrenza puntuale, ma armoniosa, di veri e propri tòpoi dal peso specifico della riproducibilità tecnica, paradigma assoluto al quale l’opera d’arte finisce comunque per obbedire, da molto tempo ormai, anche in questo settore.

Recensioni (di Pietro Cheli; di Antonio D’Orrico; di Anna Girardi; di Sergio Pent)

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In un campeggio del sud della Francia viene trovato il corpo di una giovane turista olandese, orrendamente sfigurata. Nel frattempo, non lontano, scompaiono un tassista e un’altra cittadina dei Paesi Bassi. Il primo caso sembra irrisolvibile; sul secondo indaga una squadra della polizia di Perpignan, di cui fa parte anche l’ispettore Sebag. Una moglie bellissima, due figli adolescenti, una casa con piscina e un comodo, e ordinario, servizio da sbirro: perché incaponirsi, in piena estate, su un delitto extra-giurisdizione e su una vicenda che potrebbe essere soltanto la storia della fuga di due amanti? Il fatto è che un’altra ragazza, sempre olandese, subisce una misteriosa aggressione; e qualcuno pensa che i tre eventi siano tutti collegati. Per complicare le cose arrivano al commissariato strani messaggi, scritti dal colpevole in persona e diretti – inspiegabilmente – proprio a Sebag. Si apre la caccia, quindi, e l’ispettore, con la famiglia tutta in vacanza, comincia a seguire il suo intuito, spalleggiato dai colleghi di sempre. La vicenda si sbroglia passo dopo passo, senza grandi sorprese, salva la coda finale, che impegna gli inquirenti in una corsa contro il tempo.

Non è un libro nuovo; è stato pubblicato in Italia nel 2012, quando veniva lanciato come l’ottimo esordio di un nuovo “maestro” del poliziesco francese. Bisogna ammettere che nel romanzo sono tante le cose che funzionano, a partire dalla buona caratterizzazione del protagonista, che convince subito, con la sua crisi di mezza età, e dall’ottima scelta dello scenario, un caldo, profumato e accogliente meridione francese. Altri aspetti, però, sono meno riusciti, e non sono secondari. L’omicida del campeggio e il rapitore-killer corrispondono un po’ troppo al cliché dello psicopatico cresciuto in famiglia; e la dinamica tra la paziente metodica del commissariato di provincia e la pretenziosa sicumera del funzionario della polizia centrale è altrettanto scontata. Sanno di già visto anche l’espediente che si nasconde dietro il titolo (tra il colpevole e Sebag, chi è il gatto e chi il topo?) e l’idea della filastrocca come traccia del disegno criminoso (v. Io non ho sonno di Dario Argento). Le pagine, allora, passano, lentamente, è un po’ noiosamente (alla fine il titolo si rivela davvero azzeccato…), e all’improvviso ci si scopre più interessati a capire se la vita affettiva di Sebag nasconde davvero qualcosa di imprevedibile o a immaginare se scegliere i Pirenei come meta della prossima estate.

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Bruno Arcieri, colonnello dei servizi segreti, è ufficialmente in pensione. Dopo la sua ultima avventura, che lo ha visto rischiare il tutto per tutto, si è stabilito a Firenze e ha aperto una trattoria, facendosi aiutare dai giovani che aveva già conosciuto prima di chiudere i conti con il passato (v. Il ritorno del colonnello Arcieri). O, quanto meno, prima di averci provato. Perché se da un lato può immaginare davvero di cominciare una nuova vita, accanto alla bella Marie, dall’altro viene presto costretto a riattivarsi, ad assaggiare la concitazione di nuove prove. Angela, una delle sue giovani cuoche, si è messa nei guai, e nessuno ne capisce le ragioni; oltre a ciò, Nelli, anziana nobildonna e amica fedele, gli chiede di fare alcune indagini, per verificare se sia proprio vero che Antonio Arnai, padre di Nicoletta, è scomparso a Milano, nel terribile attentato di Piazza Fontana, avvenuto qualche giorno prima. I fronti, dunque, sono due, e Arcieri è presto coinvolto in un susseguirsi di spostamenti, inseguimenti e cambi di scena: per un verso deve fronteggiare a viso aperto le ansie delle nuove generazioni e i pericoli cui sono esposte, che, tuttavia, lo preoccupano e lo affascinano allo stesso tempo; per altro verso deve rituffarsi in un mondo ambiguo e pericoloso, che credeva superato. Anche l’età comincia a farsi sentire. Vecchie spie, lontani ricordi, un gruppo di musicisti capelloni, un anziano faccendiere, una matrona spietata, una valigia piena di misteriosi documenti, un conclusivo colpo di scena: a Gori bastano pochi ingredienti per rituffare il suo eroe nella mischia, per confezionare un apparente lieto fine e per lanciarlo subito verso una missione ancora tutta da scrivere.

Non è tempo di morire è un romanzo di transizione; e forse – non ci sarebbe nulla di male – è anche un libro un po’ “furbo”. L’Autore aveva bisogno di capire se il fortunato personaggio sarebbe stato in grado di reggere ancora la tensione, di “tornare”, cioè, un’altra volta. E Bruno Arcieri, certo, ha risposto con un colpo di reni, testando il suo fisico e la sua caparbietà, e riscoprendo il profondo senso dell’onore che gli impone di andare fino in fondo, al di là di ogni stanchezza o nostalgia. Ma la storia – quella che ogni volta tutti i fans di Gori si aspettano, da Nero di maggio in poi – ha ancora da venire; ci viene prospettata, infatti, solo nel finale, come antipasto del prossimo volume. C’è da dire, però, che l’astuzia dell’Autore – o la strategia dell’editore… – termina qui. L’impressione, cioè, è che la transizione non sia stata forzata, ma sia, piuttosto, la conseguenza del più tipico, e conclamato, processo di simbiosi tra lo scrittore e la sua creatura. È come se i due si fossero presi ancora del tempo per guardarsi negli occhi e sciogliere alcuni interrogativi fondamentali (o fondanti). Ora che tutto è stato fatto e provato, e che Arcieri è morto e risorto, ed è pure invecchiato; ora che Gori ha già presentato Arcieri a Bordelli, il commissario creato da Marco Vichi, che tra l’altro compare anche nelle ultime pagine di questo romanzo (quasi l’implicita conferma di un passaggio di testimone), ci può essere spazio per continuare lo stesso ciclo? La risposta sembra affermativa, anche se a tratti, e soprattutto nello showdown che oppone l’anziano carabiniere alla vecchia Ada, ci è parso che Gori abbia voluto sperimentare il passaggio dall’Arcieri James Bond all’Arcieri detective. Ma i panni di Bruno, decisamente, sono altri, e così anche la fantasia dell’Autore si è ribellata, rimettendolo in pista a dispetto di qualsiasi credibilità anagrafica. Se la scelta sia stata giusta, lo si scoprirà presto, nella prossima e graditissima puntata.

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Marco Buratti, detto l’Alligatore, è un ex galeotto e un investigatore senza licenza, ed è alla fonda in quel di Cagliari. Sta scappando dal ricordo dell’ultima tragedia cui gli è capitato di assistere, la morte della compagna di Beniamino Rossini, spietato gangster gentiluomo e alleato di tante avventure e di altrettante faide criminali. È tempo, però, per un nuovo incarico, davvero insolito: scoprire quale sia stata la fine di Guido Di Lello, un ricercatore universitario che si era invaghito della ricchissima Oriana Pozzi Vitali, diventandone l’amante segreto. Le ricerche riportano Buratti nella sua Padova, assistito dal “collega” Max La Memoria, e presto il quadro si manifesta nel suo colore più sinistro: il mistero Di Lello è opera di Giacomo Pellegrini, il “re di cuori”, lo spietato assassino che ora si è apparentemente ripulito come riverito proprietario di un rinomato ristorante e che, tuttavia, non ha rinunciato ad esercitare le sue doti più diaboliche. Buratti contro Pellegrini, dunque: i due si fronteggiano a viso aperto, fino ad una conclusione che non ha nulla di realmente definitivo e che promette nuove puntate.

Nell’ampia produzione di Carlotto, i due personaggi per eccellenza sono Marco Buratti e Giorgio Pellegrini: il primo è diventato famoso con La verità dell’Alligatore; il secondo ha gelato gli animi di moltissimi lettori, non solo italiani, dapprima in Arrivederci amore, ciao (noir affilatissimo che si è guadagnato anche gli onori del grande schermo), poi in Alla fine di un giorno noioso. Ora tornano entrambi alla ribalta, in un romanzo, però, che, diversamente dai precedenti, non ha nulla di particolare o di avvincente. Forse non si tratta neanche di un romanzo; anzi, sembra decisamente lo studio per qualcosa che l’Autore non ha ancora pensato e che sta meditando di riproporre al suo pubblico dopo tanto tempo. La banda degli amanti, infatti, non è altro che un esercizio, per riprendere confidenza con i campioni e con i luoghi preferiti, che ci vengono ripresentati in tutti i loro consueti caratteri, come se provenissero da un fumetto di successo, accantonato per un po’ di tempo e pronto a nuove “strisce”. L’Alligatore e Pellegrini, così, sono quasi prevedibili: oggi assomigliano di più a ciò che i loro tanti ammiratori si aspettano anziché agli originali. Ma non c’è dubbio che la combinazione può reggere, anche perché si sostiene nella contrapposizione romantica tra l’eroe, il fuorilegge condannato ingustamente e dotato di un cuore (un po’ l’alter ego dell’Autore), e l’antierore, il malvagio privo di onore (e il connivente di tutte le nostre paure e fragilità, e dei tanti mali da cui è fiaccato il tessuto sociale). C’è solo da attendere il prossimo libro, allora, come se fosse il primo episodio della serie tv che un trailer ammiccante ci fa tanto desiderare; e c’è anche da sperare che, risciacquando i panni in Bacchiglione, lo stesso Carlotto ritrovi piena confidenza con la verve che da fuggiasco lo aveva trasformato in ottimo scrittore.

Carlotto racconta il ritorno dell’Alligatore

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Edgardo è un giovane copista dell’abbazia di Bobbio e si lascia persuadere dal confratello Ademaro che la soluzione alla sua crescente miopia possa nascondersi nelle virtù di alcune misteriose pietre, lapides ad legendum, di cui narrano i mercanti di Venezia. Si recano entrambi in laguna, ospiti del convento di San Giorgio, nella speranza di trovare una risposta ai loro interrogativi in qualche misterioso trattato proveniente dall’Oriente. Ma la città è allarmata da una serie di inquietanti omicidi: gli occhi delle vittime – che provengono tutte dal mondo dei mastri vetrai, i “fiolari” – vengono sostituiti da bulbi artificiali. Edgardo, però, non si lascia condizionare e comincia la sua ricerca, anche se si trova ben presto al centro delle strane trame del mercante Karamago e della risoluta concorrenza tra il collerico mastro Segrado e i suoi più acerrimi competitori. Segrado, infatti, vuole realizzare un vetro purissimo, aiutato dalla fedelissima schiava Kallis, ma sono tante le persone che desiderano conoscerne i segreti di fabbrica. Edgardo, che intanto, nello scriptorium di San Giorgio, ha scovato un libro scritto in arabo, pieno di allusioni alle strane pietre vitree che lo potrebbero aiutare, accende la miccia dello scontro definitivo, tra delazioni, sospetti, linciaggi e improvvise e travolgenti passioni. Come in ogni più classica trama da romanzo giallo, il colpevole non è mai la figura più scontata e il gran finale, una vera e propria resa dei conti, ha, per Edgardo, il sapore di una triplice iniziazione: ad una vita finalmente adulta, al lato oscuro del sapere, alle più forti delusioni del cuore.

Il nome della rosa lo ha scritto Umberto Eco, un bel po’ di anni fa: la debolezza de La pietra per gli occhi è questa. Nonostante si tratti di una storia diversa, sono tanti, forse troppi, i punti di contatto, le coincidenze, le suggestioni convergenti; e il modello rimane ancora insuperabile. Il resto, invece, funziona molto bene, tanto che il libro merita veramente una lettura. La Venezia fangosa, umida e sporca – e sconosciuta – dei secoli in cui era ancora un arcipelago e si stava preparando a dominare il mare e la terraferma; la vivacità del porto di Rialto, allora in febbrile espansione; i nomi originari di piccole isole un tempo abitate e oggi scomparse; l’abilità e la curiosità di artigiani tenaci, autentici pionieri della produzione dei più antichi occhiali; le intuizioni e le sperimentazioni del grande scienziato arabo Alhazen; la violenta determinazione di una popolazione costantemente divisa in fazioni; il fascino straordinario di palazzi e costruzioni destinati a diventare patrimonio dell’umanità: Tiraboschi vi si orienta – e ci guida – con perizia e passione, come tra i canneti e le atmosfere limacciose della brughiera e della foresta medievali della serie di Fratello Cadfael. In poche parole, ciò che è pregevole, in questo giallo storico, non è il giallo, ma la storia, lo sguardo che l’Autore ci consente di dare ad un tempo tanto lontano e ad un’ambientazione eternamente carica di segreti e di miracoli.

Una recensione (di Sergio Pent)

Un’intervista all’Autore

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Il titolo allude ad una pista da sci particolarmente bella in quel di Champoluc, Val d’Ayas. Ma il nero non è soltanto il noto segno distintivo del grado di difficoltà del tracciato. Accanto alla pista, in una delle scorciatoie che sono percorse dai gatti delle nevi, viene ritrovato il corpo di un uomo. La pista nera, così, è anche quella di una morte violenta e misteriosa, che, suo malgrado, il vicequestore incaricato delle indagini, Rocco Schiavone, deve ricostruire. Suo malgrado, si: perché Rocco è stato spedito ad Aosta per punizione; perché è svogliato e demotivato; perché, a dirla tutta, non è uno stinco di santo; e perché è tormentato da un passato enigmatico che continua ancora ad occupare tutto il suo presente, e che all’improvviso comprende anche il lettore, in modo disarmante, solo alla fine. Eppure, questo romanissimo poliziotto – che finisce per trascinare nelle sue losche e pericolose abitudini anche un suo giovane e brillante sottoposto – comincia a muoversi sfrontato sulla neve, inzuppando le sue Clarks e assommando indizi su indizi, tra intuizioni non comuni e metodi decisamente anticonvenzionali. La soluzione del caso gli riesce quasi naturale, nel contesto di un plot forse troppo lineare, ma classicissimo e di certa soddisfazione.  

Il romanzo non è nuovo; ha un anno ormai. Avevo perso l’attimo e, data la stagionalità dell’ambientazione, non potevo che attendere un successivo inverno. Ho pazientato fino alle prime nevi e, fortunatamente, non sono rimasto deluso. Schiavone, infatti, è un personaggio che regge e che, pertanto, merita futuri episodi, anche per fargli avere il tempo di spiegare meglio la sua vita precedente e per dargli ulteriori possibilità di riscatto in quella futura. È sempre un’anima in pena, in bilico, cioè, tra opzioni inconciliabili, tra pensieri che non si accordano, tra un male al quale gli piace abbandonarsi e un bene che tuttavia avverte come una normale ma frustrante inclinazione. E poi è un bel mix di fascino, durezza e simpatia, doti che Manzini riesce a sfruttare anche per regalare sprazzi di facile e genuina comicità. È molto interessante, poi, l’idea con cui l’Autore costruisce la sua creatura, operazione in cui si risolve tutto il libro, e che si comprende veramente solamente nell’epilogo, quando lo strano rapporto con la figura della moglie Marina viene totalmente a galla. Manzini è uno sceneggiatore, dunque un piccolo sospetto sorge di per sé: e se questa fosse una sorta di “prova-Montalbano”? Sia chiaro, preferisco sempre un buon libro alla fiction di RaiUno, però devo proprio dire che una riduzione televisiva non sarebbe proprio male…   

Recensioni (di Bruno Quaranta, Luca Terzolo, Anna Quatraro)

Una breve intervista all’Autore

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Milano d’autunno è sempre carica di suggestioni, e anche di sorprese. Durante un blitz convegnistico alla Statale, nel bellissimo chiostro della Ca’ Granda un collega mi parla di Carlo Castellaneta e del suo Notti e nebbie. Poco dopo, come risultato di una rapida visita al Libraccio più vicino, un altro amico mi regala il volume che raccoglie in economica i tre romanzi di Colaprico e Valpreda. Castellaneta ci lascia tutti sul posto il giorno successivo (!), dunque l’ordinazione è un omaggio obbligato, ma ci vuole tempo. Passa così una settimana, e intanto la prima influenza della stagione ci mette del suo. Sicché afferro questo libro giallo (di forma e di sostanza) e mi abbandono alle consolazioni dell’improvvisa chance di lettura supplementare.

Avevo già apprezzato le abilità stilistiche del giornalista di Repubblica, ma l’accoppiata con il noto anarchico – per capirsi, quello che era stato processato, e poi assolto, per la strage di piazza Fontana – è interessante. E lo è, precisamente, in questa edizione Feltrinelli, che raccoglie in unico volume i tre pezzi scritti quando Valpreda era ancora in vita, pubblicati autonomamente per Tropea tra il 2001 e il 2002. Il maresciallo Binda, infatti, indaga anche in altri romanzi (in larga parte “farina del sacco”, di per sé munifico, del solo Colaprico: L’estate del mundial e La quinta stagione), ma sono i primi – Quattro gocce d’acqua piovana, La nevicata dell’85, La primavera dei maimorti – a battezzarlo e a farlo evolvere, dandogli la fisionomia inconfondibile del bonario e sveglio “anarcocarabiniere” lombardo, cui non difetta il passo del detective metropolitano.  

Al suo debutto, Binda è un ex maresciallo che ricorda uno dei casi più difficili della sua carriera, l’omicidio del Prof. Gariboldi, rimasto per lungo tempo insoluto ma infine sbrogliato proprio sulla base di una nuova intuizione del carabiniere in pensione, “piovuta” direttamente dal cielo. Questo Binda è un personaggio ancora un po’ malinconico, proteso verso una Milano che fu, moralmente solido e tutto “casa e strada”. È un investigatore acuto, che si muove alla Maigret, ma che anche i suoi Autori immaginano parzialmente ignaro di una verità che si nasconde in un epilogo sorprendente. Ne La nevicata dell’85, tuttavia, Binda, seppur a riposo, si taglia i baffi, conosce una nuova giovinezza e riscopre la passione, supera così il dolore per la scomparsa della moglie e si aggira nel cimitero del quartiere di Baggio, per capire quale possa essere la ragione che ha determinato la morte apparentemente accidentale di alcuni anziani signori. Binda, ora, ha le movenze del Duca Lamberti di Scerbanenco, e forse anche di Marlowe: come il principe dell’hardboiled americano si destreggia tra pericolose e indecifrabili figure femminili. Il finale di questa seconda indagine, però, è orchestrato secondo un copione classico, che ricorda un po’ Nero Wolfe e un po’ Hercule Poirot. La mutazione decisiva è in quello che Colaprico definisce come il libro migliore, ossia nel terzo racconto: che è focalizzato attorno alla figura del Binda giovane brigadiere, addestratosi assieme ai corpi speciali e spedito in incognito a San Vittore, in carcere, per comprendere il mistero di una catena di morti che lo costringerà a ripercorrere le strade di un traffico abietto e, con esso, i momenti più duri e ambigui della fine del secondo conflitto mondiale. L’ambientazione è quella delle contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta, e Binda, anche se continua a pensare in dialetto, potrebbe tranquillamente assumere le fattezze di un risoluto Franco Nero.

Ciò può senz’altro bastare per invogliare anche i più scettici. Nonostante i tanti riferimenti alla tradizionale letteratura poliziesca, espliciti o impliciti, Binda sintetizza perfettamente i canoni ricorrenti del noir all’italiana. Ma resta ancora inevaso il più spontaneo degli interrogativi: e Valpreda? Occorre dire che la presenza di questo singolarissimo testimone, qui nei panni dello scrittore, si avvertono in tanti dettagli: nelle descrizioni di certi luoghi meneghini, nel richiamo a sedi e riferimenti ideali del movimento anarchico italiano, nella persona dell’ex rapinatore Loris, nella ricostruzione della routine carceraria e dei suoi molti e angosciosi disagi, in qualche rapida, ma chiara, allusione ad uno dei periodi più delicati e oscuri della Repubblica… Un valore per nulla tangenziale, poi, ha la Nota dell’autore superstite, che Colaprico dedica, prima di ogni romanzo, al suo curioso compagno di scrittura e all’amicizia che ha finito per avvicinarli sempre di più. Ad ogni modo, grazie a Le indagini del commissario Binda si ricompone con tratto vivace e consapevole uno spicchio importante della storia sociale dello Stivale.

Una bella recensione a La primavera dei maimorti (di Matteo Collura)

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Questo romanzo è l’esordio narrativo di un noto consigliere di Stato, un giudice amministrativo assai impegnato: come fautore di importanti orientamenti interpretativi; come studioso del diritto amministrativo sostanziale e processuale; come animatore di percorsi formativi di successo, assai frequentati dai giovani che si propongono di accedere alla magistratura. È del tutto naturale, quindi, che la fonte d’ispirazione di questo noir sia il mondo della giustizia, con tutte le sue insidie, e specialmente con tutti i dubbi e i problemi che ogni giudice incontra nella sua esperienza quotidiana. E magari anche con la gustosa aneddotica che circonda da sempre tutto l’ambiente, a partire dalla celebre domanda che ogni collegio si porrebbe al principio della camera di consiglio: Ci è u ftiènt? (p. 55).

Il colore del vetro si dipana nel sovrapporsi di due diverse vicende. Quella di Maurizio Salinaro, detto “Cristo” per l’espressione del suo viso barbuto, giudice penale presso il Tribunale di Milano. Il suo equilibro ha già subito una forte scossa, in particolare allorché, in un recente passato, si è trovato ad affrontare una questione che lo ha profondamente turbato. Ora sente di essere incappato in un imperdonabile errore, che rischia di aver consegnato alla cella un innocente. L’occasione lo mette fortemente in crisi, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista personale ed affettivo. Ad essere in crisi, però, è anche l’altro protagonista: Nicola Morgese. Maurizio lo aveva incrociato in un momento decisivo della sua vita. Ora Nicola, che è separato e ha perso la possibilità di restare con i suoi due figli, ambisce a costruirsi una vita diversa, sul crinale di una traiettoria che è sospesa tra un presente non del tutto chiaro e un futuro di nuova e insperata passione per la bella Giovanna e per il mondo semplice da cui essa proviene. Le due vicende tendono lentamente a convergere, fino ad una rivelazione che si lascia intuire passo dopo passo e che, tuttavia, non rappresenta il vero colpo di scena, che l’Autore consegna soltanto alle ultimissime pagine del libro.

Il titolo sintetizza bene ciò che Caringella vuole proporre all’attenzione dei lettori: “Se un giudice sceglie il vetro o il colore sbagliato la verità diventa inafferrabile” (p. 114). Salinaro lo prova sulla sua pelle e lo comunica efficacemente; soprattutto, riesce a farci capire il peso che può gravare sulle spalle di chi esercita determinate funzioni. Ma non si tratta di un filone nuovo: sulla stessa strada, non molto tempo addietro, si è indirizzato anche Giorgio Fontana, in Per legge superiore, con la creazione del p.m. Doni, anch’esso immaginato tra i corridoi del Palazzo di Giustizia meneghino. A differenza di Salinaro, però, Doni è più anziano e pone rimedio ai dilemmi che lo attanagliano proiettandosi al di fuori della propria storia personale. Salinaro e Morgese, invece, sono fagocitati dall’assolutezza delle proprie scelte e da un senso di insopprimibile frustrazione. Caringella, forse, intende dirci qualcosa che non coincide con ciò che vuole dirci Fontana. E il romanzo, come si diceva, non ha un lieto fine.

Quest’ultimo aspetto è l’elemento migliore de Il colore del vetro, perché costituisce l’approdo chiarificatore per la crescente tensione drammatica delle biografie dei due protagonisti, che all’inizio si fa strada tra le pagine quasi timidamente. Dapprima, infatti, si è avvolti da uno stile e da un linguaggio piani e sereni, che lasciano quasi presagire una nostalgica e romantica adesione alle ragioni, pur contraddittorie, di Nicola e di Maurizio. Poi, all’improvviso, la tensione si fa evidente, fino ad esplodere in un epilogo inequivocabilmente tragico e rivelatore. Lo smarrimento che possiamo avvertire dopo la lettura è l’anticamera ideale per conclusioni che ciascuno può facilmente trarre. La giustizia non è mai insensibile alla vita, così come la seconda può essere influenzata dalla prima. Anche l’uomo di legge, pertanto, è innanzitutto un uomo, e prendere le misure con questo comune destino non è meno difficile che scegliere il colore della lente con cui giudicare un colpevole.

Un’intervista all’Autore

Recensioni (di Giuseppe Di Stefano e di Domenico Mutino)

In “sottofondo”… Pink Moon, di Nick Drake, e Neanche un minuto di non amore, di Lucio Battisti

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Storpiando un adagio reso noto da un vecchio slogan pubblicitario, dovremmo sempre ripetere: “di noir francese ce n’è uno, come lui non c’è nessuno”. Onore al merito, dunque, ai libri di Varenne, grande esponente di un genere glorioso e di una scuola, quella d’Oltralpe, che da Héléna a Izzo ha generato una tradizione di grandi suggestioni e di grandi successi. Tuttavia, L’arena dei perdenti non convince come Sezione Suicidi, e ciò anche se si tratta di un libro più intimo e profondo, forse più importante, sia per l’Autore (che nella nota conclusiva rivela di essersi ispirato ai racconti del padre), sia per il panorama letterario francese (che torna a confrontarsi drammaticamente con i temi del colonialismo, della guerra d’Algeria, del reducismo che per lungo tempo si è incistato nei ranghi della società civile e della politica transalpine, condizionando esistenze individuali e mitologie collettive).

La storia ha due momenti. La prima parte è fatta del sovrapporsi di due vicende, apparentemente prive di collegamento. Da un lato – ci troviamo nel 2009 – assistiamo al processo di rapida degradazione e corruzione di un poliziotto boxeur, George Crozat, che dapprima cede alle lusinghe di un guadagno facile e si rende strumento di una ripetuta azione criminale, quindi ha un disperato sussulto d’orgoglio che, però, lo conduce quasi all’autodistruzione. Dall’altro siamo guidati nel passato dell’occupazione militare francese dell’Algeria, tra il 1957 e il 1959, e delle tante violenze che le forze speciali compiono nei confronti di tutti coloro che siano sospetti fiancheggiatori dei movimenti di liberazione nazionale: in questo quadro abbiamo modo di assistere all’esperienza, sempre degradante e durissima, cui il giovane Pascal Verini, di famiglia di stretta militanza comunista, viene sottoposto nel suo periodo di ferma presso uno dei molti campi di prigionia e di tortura.

C’è un punto di contatto tra George e Pascal, ed è la figura dell’algerino Rachid, alias Bendjema, che è, di fatto, il detonatore della seconda parte. L’anziano ribelle è uomo dalla duplice identità, il sopravvissuto di una guerra storica che, rimasto impigliato in una dolorosa sete di vendetta e di sopravvivenza al contempo, fa interagire i destini degli altri due personaggi e li conduce a rendersi strumento di una resa dei conti complessiva, che possa scacciare le paure del presente e i fantasmi del passato. Ciascuno a suo modo, nella finale concentrazione di sofferenza in cui si riconoscono, George e Pascal riescono a farsi strada nell’oscurità ed abbandonano Rachid-Bendjema all’unico ruolo che gli resta, quello del combattente ormai malato, che torna nel suo paese per morire dove già avrebbe potuto, dietro un sipario che ci rivela senza appello l’impossibilità di riportare all’indietro le lancette del tempo ormai perduto.

Il fatto che L’arena dei perdenti non risulti del tutto vincente (nonostante i tanti premi di cui è stato insignito) non lo si deve al titolo posticcio (l’originale è Fakirs). Forse è la mescolanza di profili sin troppo diversi a nuocere ad un romanzo che, in verità, ne racchiude due, quello di George, l’ottimo ed attuale interprete del più tipico e “dannato” poliziotto noir, e quello di Pascal, alter ego della figura paterna e di un’esperienza nazionale che non ha ancora superato i traumi di un colonialismo brutale. Il primo romanzo è pressoché perfetto, e la descrizione degli incontri di boxe cui si sottopone Crozat, quello con Gabin e quello con Esperanza, ricorda da vicino il passo narrativo di London, Hemingway e Mailer, supremi estimatori della nobile arte. Il secondo, invece, è troppo sentito, troppo personale, dai contorni troppo sbiaditi ed irrisolti, come se l’Autore lo avesse scritto con la vista offuscata da lacrime ancora troppo calde. Anche questo, comunque, è il noir, e l’onestà di scrittura di cui si dimostra capace Varenne vale pur sempre il prezzo di copertina.

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Con un titolo preso da un celeberrimo album dei Pink Floyd, e precisamente dall’ipnotica Brain Damage, compare sulla scena la prima indagine del commissario Ofelio Guerini, che però non ha nulla a che spartire con la musica degli anni Settanta, se non la collocazione temporale della storia in cui debutta. Ci troviamo, infatti, tra il 1972 e il 1973, in una Milano che si sta trasformando rapidamente e che è attraversata dall’agonismo politico delle lotte studentesche e degli scontri di strada tra movimenti rossi e gruppi neri. Eppure, il titolo di questo romanzo, in apparenza così strano e quasi posticcio, alla fine pare addirittura azzeccato, perché racconta di uno shock mentale e fisico, lo stesso che il suo protagonista deve affrontare.

Guerini ha ormai una certa età e, pur avendo combattuto per la Resistenza, non riconosce nella violenza che lo circonda un particolare significato storico. È ancora vicino agli ideali del suo vecchio partito, ma è forse è cambiato, come pare esserlo anche il partito, e sembra ormai evoluto in una dimensione piccolo-borghese, destinata a convivere con persistenti e silenziose inquietudini. Tuttavia, la morte di un anziano ed oscuro militante comunista, custode di un campo di baseball, attira la sua attenzione, e la ricerca della verità – un affare, per lui, sempre artigianale e domestico – lo mette ben presto a contatto, complice il caso, con figure terribili e spietate, di fronte alle quali rischia di perdere ogni certezza ed anche la sua stessa vita. Ecco, quindi, il dark side of the moon, che non è soltanto quella che si palesa nell’esistenza vuota e crudele del giovane neofascista Stefano Valle e del suo fedele “scherano” Cesare Amaranto, ma è anche quella che si nasconde nella rabbia irrefrenabile ed incontrollabile dell’anziano poliziotto. Si può continuare a “resistere” senza violenza? È proprio vero che tutto è cambiato? Ogni determinazione, anche quella più salda, è destinata a sperimentare confini drammaticamente labili.

Per coloro che abbiano apprezzato Giuseppe Genna – in particolare Nel nome di Ishmael o Catrame o Non toccare la pelle del drago o, ancora, Le testeIl lato oscuro della luna potrà dire poco, poiché con le storiacce e con le trame forti dell’ispettore Lopez questo libro ha in comune soltanto l’ambientazione milanese e il rincorrersi, peraltro riuscito, di strade, piazze, vicoli e palazzi, omaggio ad una metropoli che, in questo modo, prende facilmente le sembianze di un teatro perfetto. Neanche ai personaggi di Gianni Biondillo può accostarsi Guerini: da un lato, certo, la sua malinconia è anche quella dell’ispettore Ferraro; dall’altro, c’è qualcosa di ulteriormente irrisolto, che alla prima impressione di un’evidente stecca finisce per far prevalere la sensazione di una disarmonia ricercata con intelligenza, ma non ancora pienamente realizzata. Forse, nonostante la buonissima intuizione del cortocircuito psicologico in cui incorre Guerini, Goldstein Bolocan non è riuscito a scegliere: avrebbe potuto dare alla sua storia e al suo eroe una connotazione più decisa, e il materiale non mancava (dalle suggestioni sportive agli intrecci politici-partitici; dal tema culturale ed istituzionale a quello più schiettamente intimistico). In conclusione, il grasso e impacciato commissario è un po’ come il suo Autore: il mestiere non gli difetta, ma deve ancora fare i conti con il lato oscuro di una tensione narrativa che sta per sbocciare e che, allo stato, si fa nervosamente attendere.

Uno spezzone del libro da… La Gazzetta dello Sport!

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