Mettetevi nei panni di un professore di diritto internazionale molto noto, che insegna in un ateneo prestigioso, è un esperto di crimini di guerra e genocidi, e patrocina come avvocato in processi dalla risonanza globale. Immaginate, allora, di essere anche invitato a tenere una conferenza a Leopoli, nel cuore della fascia di terra storicamente più tormentata e insanguinata della Mitteleuropa; e di realizzare improvvisamente che nell’Università di quella città, in cui era nato vostro nonno, si è intrecciato il destino di due grandi protagonisti del diritto del Novecento, Hersch Lauterpacht e Raphael Lemkin, le cui idee hanno condizionato buona parte dei vostri studi. Questo è ciò che è accaduto a Philippe Sands. E L’occasione è stata irripetibile, soprattutto per la possibilità di intrecciare pubblico e privato: di cogliere le interferenze tra la storia “grande”, del secondo conflitto mondiale, della Shoah e del processo di Norimberga, e le storie “piccole”, dei due famosi internazionalisti come del nonno Leon Buchholz, della nonna Rita e delle loro due famiglie. I viaggi di Sands, dunque, sono più di uno, e sono tutti appassionati e filologicamente minuziosi. C’è quello del giurista, che sul campo della genesi della giustizia penale internazionale contrappone Lauterpacht e Lemkin, in modo molto suggestivo, sul crinale del confronto tra chi vuole garantire i diritti dell’individuo e chi intende salvare l’esistenza dei gruppi. C’è poi il viaggio sentimentale nei segreti e nei silenzi di famiglia, sulle orme dell’ebreo errante, in una reticenza che si è alimentata alla tragedia dell’Olocausto, ma che si nasconde anche nell’intimità delle sensibilità più personali. C’è infine la discesa negli inferi, nella psicologia e nella caduta di nazisti (Hans Frank e Otto von Wächter) che hanno operato negli stessi luoghi dei protagonisti, e nell’angosciosa memoria dei loro figli, tuttora impegnati a fare i conti con le incancellabili colpe dei padri.

Finalmente un giurista è riuscito a provare che si può fare Law & History in modo convincente e divulgativo. Dal punto di vista editoriale non c’è motivo di sorprendersi, soprattutto per il genere adottato: la non fiction funziona molto bene da tempo, e la tipologia dei percorsi proposti al lettore è già collaudata. Per intendersi, questo libro è una sorta di cocktail fascinoso: un pizzico di Un’eredità di avorio e ambra, di de Waal; e un pizzico di Paesaggi contaminati, di Pollack; con l’aggiunta – notevole – di un po’ di diritto. La circostanza che East West Street sia stato pubblicato, da poco, anche nel nostro Paese – pur con un titolo quanto meno discutibile, se non sbagliato… – potrebbe rappresentare una sollecitazione più che buona affinché qualche studioso italiano dotato di motivazioni e di meticolosità (e di facilità di penna) analoghe a quelle di Sands segua la stessa strada con altrettanto successo. Non si tratta, si badi bene, di sedurre il lettore, rinunciando al carattere geometrico di alcune acquisizioni teoriche. Gli snodi e le opzioni cruciali che alla fine del secondo conflitto mondiale hanno portato all’affermazione della punibilità internazionale dei crimini contro l’umanità e del genocidio sono affrontati con puntualità, come con altrettanta puntigliosità ne è discussa la genesi. Si tratta, semplicemente, di risvegliare la consapevolezza che il diritto è cosa viva, che è esso stesso storia e carne della società. Se si vogliono cercare dei difetti – e commentavo proprio questo profilo con un collega – sorprende, nella rievocazione dell’orrore della strategia nazista e dei suoi prodromi, anche giuridici, l’assenza di qualsiasi riferimento allo scivolamento progressivo del diritto tedesco e dei suoi protagonisti (e di Carl Schmitt, in particolare). Forse, inoltre, anche il confronto tra Lauterpacht e Lemkin è stressato un po’ troppo: del secondo, del resto, non è facile ricostruire il percorso, per la carenza di grandi riscontri e testimonianze, e l’Autore, poi, parteggia quasi dichiaratamente per il primo (his legal hero), figura più tecnica, più affidabile e istituzionale. Ma tutto si tiene molto bene, perché in un libro di questo tipo la partecipazione di chi scrive è un ingrediente indispensabile.

Recensioni (di Lisa Appignanesi; di Christopher R. Browning; di Robert Gerwarth; di Bernard-Henri Lévi; di Mark Mazower)

Un’intervista all’Autore e una conversazione

What Our Fathers Did. A Nazi Legacy (2015): il documentario girato da Sands, con i figli di Frank e von Wächter

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Gli Alleati risalgono l’Italia in modo irresistibile e il colonnello Martin von Bora, ex ufficiale dell’Abwehr, lascia Roma: deve raggiungere il suo nuovo comando sugli Appennini. Siamo nel giugno del 1944, la Wehrmacht sta cercando di assestarsi in prossimità della Linea Gotica. Bora, però, viene bloccato lungo il percorso, perché per lui gli ordini sembrano improvvisamente cambiati. Il suo passato lo richiama in sevizio. Senza che le SS lo sappiano, deve fermarsi a Faracruci, un piccolo paese sul massiccio del Gran Sasso, per tentare di recuperare un carteggio di importanza fondamentale, quello tra Mussolini e Churchill. Durante la prigionia di Campo Imperatore, l’ex Duce lo avrebbe consegnato in gran segreto a Luigi Borgonovo, un oppositore del regime confinato da anni nel remoto borgo abruzzese. Bora ha pochi giorni, perché non può permettersi che la sua missione venga vanificata dagli americani, dai partigiani o dallo stesso esercito tedesco. Ha capito, infatti, che anche nelle alte sfere dei comandi berlinesi si sta giocando una partita complessa; e lui, in fondo, sa da che parte stare. Tuttavia Borgonovo non vuole rivelare il suo segreto, e a complicare il tutto ci si mette anche un misterioso omicidio: nella piazza di Faracruci viene ritrovato il corpo morto di un uomo sconosciuto. Dal paese, nel frattempo, sono fuggiti anche i Carabinieri. Bora, unico ufficiale presente, si sente quasi costretto ad indagare, con la speranza di essere aiutato, in ciò, da Borgonovo, con cui vuole entrare in confidenza. Si apre in tal modo un giallo nel giallo, un mistero le cui radici affondano nel primo conflitto mondiale e negli intrighi più contorti della sparuta comunità locale, dei suoi notabili e dei poveri contadini che da sempre lavorano per loro. La detective story si articola ora per ora nel microcosmo di Faracruci, ma sullo sfondo delle grandi manovre militari e delle sorti fatali dell’Italia e della Germania.

La Pastor riesce sempre a confezionare storie interessanti e suggestive. Non c’è dubbio che il perno capace di farle tutte ruotare nella direzione giusta sia sempre il personaggio di Martin von Bora: uomo di nobile lignaggio, colto, intelligente, inossidabile. Il fatto che militi come braccio armato della Germania nazista contribuisce ad esaltarne, per contrasto, il fascino: non può non servire la sua Heimat, ma al contempo sente di doverlo fare negli unici modi che l’onore e la cultura gli suggeriscono. L’orrore lo ha percepito distintamente, ha attraversato la sua vita e la sua famiglia. E anche in questa storia il dissidio emerge in modo netto, tanto più che la missione segreta che gli è stata affidata proviene, con tutta probabilità, da quelle gerarchie che, avvertendo l’ormai prossima disfatta del popolo tedesco, cercano di procurarsi con ogni mezzo gli strumenti per una possibile trattativa con i futuri vincitori. Da questo punto di vista, Il morto in piazza andrebbe letto alternando le sue pagine alla visione di Operazione Valchiria. Sennonché sullo schermo irrompe anche il valore aggiunto del giallo, che, per rimanere sul piano cinematografico, sarebbe stato bello veder girato da Carlo Lizzani. Come sarebbe stato bello saperlo sceneggiato da Silone, perché il grumo che lo strano e inflessibile detective germanico si trova a dipanare è condito delle amare e invincibili pietanze della povertà, dell’interesse e del risentimento. Così collocato, Faracruci è un piccolo e simbolico laboratorio di un’Italia perennemente intricata e indifferente: accade di tutto ai suoi confini, ma la sua vita è sconvolta soltanto dalle vergogne quasi macchiettistiche e melodrammatiche della peggiore e immobile provincia. Ma non è soltanto per questo che le indagini di Bora sono avvolte come da una bolla, che il ritmo del romanzo è lento, che il tempo sembra quasi fermo, che le ore e le notti, sospese, scandiscono un’azione apparentemente estranea al teatro di guerra. Bora sta vivendo la fine di un’epoca e la sua creatrice non poteva scegliere una malinconia più accattivante.

Il sito dell’Autrice

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Bruno Arcieri, colonnello dei servizi segreti, è ufficialmente in pensione. Dopo la sua ultima avventura, che lo ha visto rischiare il tutto per tutto, si è stabilito a Firenze e ha aperto una trattoria, facendosi aiutare dai giovani che aveva già conosciuto prima di chiudere i conti con il passato (v. Il ritorno del colonnello Arcieri). O, quanto meno, prima di averci provato. Perché se da un lato può immaginare davvero di cominciare una nuova vita, accanto alla bella Marie, dall’altro viene presto costretto a riattivarsi, ad assaggiare la concitazione di nuove prove. Angela, una delle sue giovani cuoche, si è messa nei guai, e nessuno ne capisce le ragioni; oltre a ciò, Nelli, anziana nobildonna e amica fedele, gli chiede di fare alcune indagini, per verificare se sia proprio vero che Antonio Arnai, padre di Nicoletta, è scomparso a Milano, nel terribile attentato di Piazza Fontana, avvenuto qualche giorno prima. I fronti, dunque, sono due, e Arcieri è presto coinvolto in un susseguirsi di spostamenti, inseguimenti e cambi di scena: per un verso deve fronteggiare a viso aperto le ansie delle nuove generazioni e i pericoli cui sono esposte, che, tuttavia, lo preoccupano e lo affascinano allo stesso tempo; per altro verso deve rituffarsi in un mondo ambiguo e pericoloso, che credeva superato. Anche l’età comincia a farsi sentire. Vecchie spie, lontani ricordi, un gruppo di musicisti capelloni, un anziano faccendiere, una matrona spietata, una valigia piena di misteriosi documenti, un conclusivo colpo di scena: a Gori bastano pochi ingredienti per rituffare il suo eroe nella mischia, per confezionare un apparente lieto fine e per lanciarlo subito verso una missione ancora tutta da scrivere.

Non è tempo di morire è un romanzo di transizione; e forse – non ci sarebbe nulla di male – è anche un libro un po’ “furbo”. L’Autore aveva bisogno di capire se il fortunato personaggio sarebbe stato in grado di reggere ancora la tensione, di “tornare”, cioè, un’altra volta. E Bruno Arcieri, certo, ha risposto con un colpo di reni, testando il suo fisico e la sua caparbietà, e riscoprendo il profondo senso dell’onore che gli impone di andare fino in fondo, al di là di ogni stanchezza o nostalgia. Ma la storia – quella che ogni volta tutti i fans di Gori si aspettano, da Nero di maggio in poi – ha ancora da venire; ci viene prospettata, infatti, solo nel finale, come antipasto del prossimo volume. C’è da dire, però, che l’astuzia dell’Autore – o la strategia dell’editore… – termina qui. L’impressione, cioè, è che la transizione non sia stata forzata, ma sia, piuttosto, la conseguenza del più tipico, e conclamato, processo di simbiosi tra lo scrittore e la sua creatura. È come se i due si fossero presi ancora del tempo per guardarsi negli occhi e sciogliere alcuni interrogativi fondamentali (o fondanti). Ora che tutto è stato fatto e provato, e che Arcieri è morto e risorto, ed è pure invecchiato; ora che Gori ha già presentato Arcieri a Bordelli, il commissario creato da Marco Vichi, che tra l’altro compare anche nelle ultime pagine di questo romanzo (quasi l’implicita conferma di un passaggio di testimone), ci può essere spazio per continuare lo stesso ciclo? La risposta sembra affermativa, anche se a tratti, e soprattutto nello showdown che oppone l’anziano carabiniere alla vecchia Ada, ci è parso che Gori abbia voluto sperimentare il passaggio dall’Arcieri James Bond all’Arcieri detective. Ma i panni di Bruno, decisamente, sono altri, e così anche la fantasia dell’Autore si è ribellata, rimettendolo in pista a dispetto di qualsiasi credibilità anagrafica. Se la scelta sia stata giusta, lo si scoprirà presto, nella prossima e graditissima puntata.

Il sito dell’Autore

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Drago Furlan è un ispettore di provincia, in servizio a Cividale del Friuli. È da anni che non gli capita un caso di omicidio: le sue giornate trascorrono tranquille tra il tavolo dell’osteria da Tarcisio, il tavolo del suo vero ufficio e il tavolo di casa, imbandito sempre a puntino da mamma Vendramina. All’improvviso, però, un cadavere spunta fuori, da un vecchio pozzo di Montefosca, un paesino di montagna. A Furlan e al suo vice, il fido Moroder, tocca l’indagine, che si fa subito difficile, un po’ perché Drago non è proprio abituato e si lascia distrarre dalla quiete della sua terra, un po’ perché i pochi testimoni e i vaghi indizi indicano piste tra loro contraddittorie. O si tratta di un losco giro di vecchi pedofili; o c’è di mezzo qualche vecchia e terribile vicenda, che forse risale alla seconda guerra mondiale. Il morto, infatti, è un anziano tedesco, ucciso da una pallottola esplosa da una pistola molto diffusa sul fronte orientale e su quello italiano. Drago ha un certo intuito, e il suo cervello continua a macinare, ma di fatto è alle strette: così fa un viaggio a Monaco, litiga con la morosa, si dà al giardinaggio, fa lunghi giri in moto, arresta un usuraio, si prende anche una sbornia; ma non riesce proprio a trovare il bandolo della matassa. Ad un certo punto, tuttavia, una strana fortuna sembra volerlo soccorrere, anche se sarà solo la sua intelligenza, finalmente risvegliata del tutto, a chiarire ogni cosa.

Flavio Santi è un (ottimo) poeta prestato alla narrativa e questo libro è il suo primo giallo. Di questo colore, però, a dire il vero, nel romanzo c’è poco, tanto che il mistero da risolvere è che cosa ha indotto l’Autore a cimentarsi con una prova per lui del tutto inusuale. Il risultato, per certi versi, è piacevole; Furlan, soprattutto, è un personaggio riuscito. E, a lettura finita, viene anche voglia di conoscere meglio il Friuli e le sue tradizioni culinarie. Ma la storia è un po’ fragile e le digressioni di contesto si rivelano o troppo lunghe o poco utili. Probabilmente Santi ha bisogno di far circolare Furlan ancora un po’ e di fargli riprendere effettivamente il possesso di tutte le sue capacità investigative. Lo aspetteremo fiduciosi, alle prese con il prossimo barbecue domenicale e in compagnia del suo porcellino Tito (eh sì, proprio così…) e della sua fresca e genuina fidanzata (una vera e propria “Perla” del Nordest). Resta, comunque, una questione interessante. Perché a questo romanzo, in verità, gli ingredienti giusti non mancano: c’è un ispettore simpatico; c’è un territorio altrettanto ammiccante; e c’è un passato che forma ancora parte dolorosa della nostra memoria. La primavera tarda ad arrivare, tuttavia, è l’ultima manifestazione di una tendenza più ampia e ricorrente, che sembra spingere volutamente in prima linea prodotti narrativi di un certo tipo: anziché puntare sulla bontà del racconto e delle parole che lo esprimono – ciò richiederebbe, forse, troppa fiducia nella capacità di masticazione dei lettori? – si vuole suscitare subito empatia e immedesimazione; come se bastasse il fascino di un marchio slow food a garantire la sostanza del gusto… Come se, usando un’altra immagine, si utilizzasse il Montalbano televisivo per inventare quello letterario. Siamo certi che ci piacerebbe?

Recensioni (di Annamaria Trevale; di Paolo Medeossi; di Davide Brullo)

L’Autore racconta il suo romanzo

Un po’ di poesie di Flavio Santi (da leparoleelecose.it e da poetarumsilva.com)

I crimini di Avasinis: una ricostruzione e un piccolo documentario

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Trovato morto nella camera del suo albergo a Estoril, in Portogallo, Alexandre Alekhine, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, è scomparso il 24 marzo 1946, alla vigilia di una partita che, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, avrebbe potuto riconsacrarne il valore. Molti indizi – e anche il referto medico – hanno sempre fatto pensare a un decesso naturale, frutto dell’alcol e di un’alimentazione sregolata. Ma è davvero andata così? L’io narrante non ne è convinto e prova così a indagare e a rievocare gli ultimi giorni dello scacchista russo. Forse qualcuno voleva ucciderlo: sono tante, infatti, le ombre che che si allungano su questa vicenda. Strani personaggi, da un lato, sembrano accusarlo di complicità con il Terzo Reich, poiché, pur di continuare a giocare, aveva militato anche sotto quelle terribili insegne, trovando protezione in un potente gerarca. Con tutta probabilità, poi, anche il regime staliniano vuole sbarazzarsene, sia perché rappresenta la figura del perfetto controrivoluzionario e traditore sia perché la sua grande abilità potrebbe effettivamente sconfiggere la maestria del giovane sfidante Botvinnik, orgoglio della scuola scacchistica sovietica e nuova arma di una guerra, quella fredda, ormai alle porte. Dove sta la verità? Forse è stata la polizia segreta del governo portoghese a orchestrare ogni cosa o forse, semplicemente, si è trattato di un ultimo regolamento di conti tra un uomo di genio e i tanti demoni che ne hanno sempre tormentato l’esistenza.

Maurensig torna al genere di racconto – e all’editore – che lo aveva visto debuttare e diventare subito famoso, con La variante di Lüneburg. Da questo punto di vista Teoria delle ombre poteva considerarsi ad alto rischio di remake; e forse una certa atmosfera di quel bel libro si riconosce pure qui, anche se quest’ultimo romanzo riflette l’esperienza di scrittura – e di ricerca introspettiva – che aveva dato vita a L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy. Maurensig non aveva mai lasciato gli scacchi. Dopo la parentesi (peraltro fortunata) di Canone inverso, si era cimentato anche ne L’ultima traversa, dimostrando di voler riprendere un discorso che, tuttavia, non gli è più riuscito particolarmente facile (né altrettanto felice). Probabilmente ciò era dovuto al fatto che la magia di questo gioco e dei suoi carismatici pezzi attira da sempre, su di sé, un alone di grandi potenzialità narrative, pari forse alla ricchezza e alla molteplicità delle mosse e delle combinazioni che sono possibili solo sulla scacchiera. Per riuscire veramente bene, quindi, occorre andare a grande profondità, un po’ come aveva fatto Stefan Zweig, e un po’ come aveva cercato di fare, da ultimo, Fabio Stassi. Se questo è vero, si può affermare che il bello di Teoria delle ombre non è nell’intreccio quasi spionistico. La virtù del libro è nell’abbandono, nel gesto, cioè, che l’Autore vuole compiere allorché decide – nel lungo intermezzo che copre quasi tutto il volume – di far scorrere, direttamente, la storia di una deriva: quella di un’individualità travolta dagli eventi e dai rapporti con gli altri, ma aggrappata fino alla fine all’unica dimensione che ne ha consentito la sopravvivenza, in un luogo – ai molti inaccessibile – in cui Bene e Male, per come li conosciamo, non hanno più alcun significato.

Recensioni (di Bruno Quaranta, Maurizio Crippa, Annarita Briganti, Paolo Mauri, Nicola Vacca, Lidia Lombardi, Michele Meloni Tessitori, Carlo Macchitelli, Nicolò Di Girolamo)

Paolo Maurensig a Fahrenheit e alla Radiotelevisione svizzera

Un’intervista all’Autore

Il sito di Maurensig

Per i più appassionati… le partite di Alekhine

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Un eccentrico collezionista d’armi di Trieste muore in un misterioso incendio, scoppiato nel suo magazzino. Si salvano molti appunti, oscuri e disordinati; altri vanno irrimediabilmente distrutti. Luisa Brooks è colei che è stata incaricata dalle istituzioni locali di curare il museo che il defunto avrebbe sempre voluto realizzare in nome della Pace: sala dopo sala, arma dopo arma, la giovane curatrice ricostruisce la vita, i ricordi e gli enigmi di una figura apparentemente inafferrabile. Ma nel frattempo Luisa – di famiglia ebraica e di padre afroamericano – racconta anche la sua storia, quella dei suoi cari, dei loro amori, grandi e sfortunati, e di una città spazzata via dalle guerre, dal vento e dagli orrori dell’occupazione nazifascista, del collaborazionismo e dei conflitti interetnici. Quello strano collezionista, del resto, li ha vissuti quei drammatici giorni: le spiate, le deportazioni, gli indicibili affari degli aguzzini e di molti benestanti. Soprattutto, pare che quel singolare individuo, avvinto da un’irrefrenabile mania polemologica, si sia spinto nel ventre più tenebroso della Risiera di San Sabba e vi abbia visto, e copiato, scritte che avrebbero dovuto essere cancellate per sempre e che alla fine sono andate disperse anche nel rogo che lo ha ucciso. “Non luogo a procedere”, dunque, perché ogni traccia è scomparsa; e non ci sarà giustizia, né per il defunto, né per il fumo  grigio del campo di sterminio.

L’ispirazione di Magris viene da una storia vera, quella dell’enigmatico Diego de Henriquez, che qui, però, è reinventata e sezionata nei suoi minimi e ossessivi dettagli, per essere così sovrapposta a quella di Luisa, punto di convergenza drammatica tra due delle più grandi epopee di persecuzione e discriminazione, quella dello schiavismo e quella antisemita. Per il collezionista, come per Luisa, e per la madre di lei, la vita ha senso solo se vissuta in funzione della verità: che l’uno non concepisce se non nell’affermazione della dimensione ontologica della guerra, come ragione cosmica; e che le altre sentono di dover cercare ostinatamente e di poter, tuttavia, superare soltanto nella disperata realizzazione di un sogno d’amore, destinato ad essere travolto dall’incombente violenza delle cose e della Storia. Magris, come sempre, è autore di grandi libri, che sono tali perché sapientemente e pazientemente forgiati da un archeologo delle parole, delle passioni e della Kultur che le permea entrambe. Qui sta il punto di forza di Non luogo a procedere; nel suo essere tecnicamente impeccabile, studiato, quasi fino alla perfezione. Ciò detto, si deve anche riconoscere che – nella sostanza – Magris non ci offre niente di particolarmente nuovo: l’estrema importanza della filologia dell’orrore è un dato acquisito sin dal terribile e illuminante saggio di Klemperer; la tipica e ricorrente situazione narrativa della vittima della Shoah, tradita in primo luogo da chi le è più vicino, sembra quasi presa da Partir, revenir di Lelouch; e dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, alla fine, sappiamo sin dalla notte dei tempi, così come ci appare ancor più confermata l’impressione che in Magris – memore, in questo, della lezione di Burckhardt – sia sempre possibile dare alle vicende degli uomini un significato universale e, per ciò solo, morale. Dopodiché al romanzo italiano contemporaneo, e allo scandalo dell’Olocausto nazionale, mancava una rappresentazione posseduta e allucinata come questa: è qui, forse, che va individuato il merito che può rendere questo libro meritevole e appetibile.

Recensioni (di Corrado Stajano, Lorenzo Mondo, Renato Minore, Paolo Petroni, Renato Barilli, Giuseppe Fantasia, Antonio Saccà, Giuseppe Marchetti, Claudio Cossu, Paolo Perazzolo, Fulvio Paloscia, Edoardo Pisani, Silvia Ferrari, Alessandro Mezzena Lona)

L’Autore a Fahrenheit

Magris alla Normale di Pisa

Il Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”

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Qualche tempo fa ho letto sulla rivista Internazionale (18/24 ottobre 2013) un articolo di Jonathan Franzen, dedicato a Karl Kraus. Era un estratto, in verità, di un lavoro più ampio, The Kraus Project, di cui si possono facilmente consultare belle recensioni su molti autorevoli quotidiani (v., tra l’altro, sul New York Times o sul Guardian). L’Autore è Kraus stesso, riproposto in alcuni dei suoi pezzi migliori; Franzen è presente in qualità di glossatore-attualizzatore dei testi. Da pochi giorni ne ho acquistato l’edizione italiana, pubblicata da Einaudi. A pag. 227, in chiusura, Franzen riporta una famosa e discussa poesia di Kraus (Man fragt nicht – Non si chieda), testimonianza della paralisi quasi assoluta che aveva colpito il grande critico austriaco – di cui in tanti attendevano la reazione – di fronte alla drammatica ascesa del Nazismo:

Non si chieda cosa ho fatto in tutto questo tempo.
Resterei muto;
e non direi perché.
E c’è un silenzio da far esplodere la terra.
Neanche una parola che abbia colpito;
si parla solamente nel sonno.
E si sogna di un sole che rideva.
Svanisce;
il dopo non ha più importanza.
La parola si è spenta, quando quel tempo si è svegliato.

(Pubblicata in “Die Fackel”, n. 888, ottobre 1933 – trad. v. testo originale)

Alla poesia segue, sempre per volontà di Franzen, una nota esplicativa di Daniel Kehlmann, tanto sintetica quanto puntuale. E tuttavia ho avvertito un moto di insoddisfazione, e mi sono quasi pentito di aver comprato questo volume. Mi sono subito ricordato, ad esempio, del fatto che, in Italia, per capire Kraus, ci possono essere ben altri e potenti strumenti per ogni più utile approfondimento. E che questa sorta di divulgazione-mediazione pop non è altro che un modo incosciente di perpetuare uno sfregio alla memoria di una delle figure più colte e complesse del suo tempo. Ma mi sono accorto, soprattutto, che nella nota di Kehlmann manca qualcosa: l’immediata spiegazione che della poesia aveva dato Bertolt Brecht, qui citato, invece, soltanto incidentalmente, come semplice estimatore di quel testo. Eppure, dopo la lettura di Man fragt nicht, Brecht aveva pubblicato a sua volta, a stretto giro, un altro famoso componimento, di per sé risolutivo, consegnando alla letteratura continentale un dialogo a distanza ancora illuminante e, quindi, imperdibile:

Una volta che il Terzo Reich fu fondato
Dal critico venne solo un breve messaggio.
In una poesia di dieci righe
Si levò la sua voce unicamente per denunciare
Che essa non era sufficiente.

Una volta che l’orrore ha raggiunto una certa dimensione
Non c’è esempio che tenga.
I crimini si moltiplicano
E le grida di dolore cessano.
I delitti vengono spudoratamente commessi sulle strade
E se ne fregano altamente della descrizione.

A colui che viene impiccato
La parola rimane in gola.
Si diffonde il silenzio e da lontano
Esso viene scambiato per giustificazione.
La vittoria della violenza
Sembra completa.

Solo i corpi mutilati
Denunciano che i criminali hanno infierito.
Solo nelle abitazioni rese deserte è ancora il silenzio
A denunciare i crimini.

È la lotta dunque terminata?
Possono essere dimenticati i crimini?
Possono i trucidati essere sepolti e i testimoni imbavagliati?
Può trionfare l’ingiustizia, nonostante sia ingiustizia?
I crimini possono essere dimenticati.
I trucidati sepolti e i testimoni imbavagliati.
L’ingiustizia può trionfare, nonostante sia ingiustizia.
L’oppressione si mette a tavola e agguanta il pasto
Con mani insanguinate.
Ma coloro che portano il pasto
Non dimenticano il peso del pane; e la loro fame fa buchi ancora
Quando la parola fame viene vietata.

Chi ha parlato di fame viene steso.
Chi ha gridato contro l’oppressione giace imbavagliato.
Ma coloro che devono pagare i tributi non dimenticano lo strozzino.
Ma gli oppressi non dimenticano il piede che sta loro sulla nuca.
Prima che la violenza abbia raggiunto il suo massimo grado
Ricomincia la resistenza.

Quando il critico si è scusato
Perché la sua voce non ce la faceva
Fu il silenzio a proporsi davanti al tavolo del giudice
Levò il velo dalla faccia e
Si fece riconoscere come testimone.

(“Sul significato della poesia di dieci righe pubblicata sul numero 888 della Fackel, ottobre 1933”, aprile 1934 – v. testo originale)

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Ci sono libri-antipasto, libri-primo piatto, libri-secondo piatto, libri-frutta e libri-dessert. Ma ci sono anche libri particolarmente nutrienti, che valgono come un pasto intero, e libri che possono fungere da spensierato aperitivo. Povero cuor di donna appartiene a quest’ultima categoria, da assumere prima delle abbuffate estive, per solleticare l’appetito e per anticipare tutti i più classici sapori del giallo italiano. Gli ingredienti del cocktail, infatti, sono misurati a puntino: un’ambientazione intrigante (la città di Roma, in un caldo luglio 1947), un cadavere privo di identità (un misterioso corpo di donna, ritrovato lungo l’Appia Antica), un commissario stanco e smagrito, provato dalla storia e dagli accidenti della vita (l’umanissimo e fragile Achille De Santis), un intrigo da spy story (nel quale non mancano ex nazisti in fuga e partigiani coraggiosi).

Il “povero cuor” del titolo non è di una donna soltanto, ma si può intuire, come una luce di coscienza e di maturità, in molte delle figure femminili del libro: nella donna assassinata, nella prostituta Teresa, nella moglie di De Santis. Di fronte a queste silenziose protagoniste, tutti i personaggi maschili appiattiscono in un paradigma negativo che può differenziarsi caso per caso, ma che è sempre presente e muta solo di gradazione, lambendo anche i profili astrattamente più positivi. Donne e uomini si ricompongono simbolicamente nel finale, in un rinnovato legame d’amore e di tenerezza tra l’esausto investigatore e la sua piccola famiglia. Anche il registro linguistico è accattivante; ricorda il più complesso e famoso esperimento del “pasticciaccio” di Gadda, senza tuttavia ripeterne l’insistente esasperazione. Ne sortisce un romanesco meticcio, che ben si addice ai contorni polverosi e afosi di un’Urbe colpita dalla miseria del dopoguerra e ritratta in tinta espressamente neorealista. Una curiosità: nella collana di cui fa parte il libro (il rosa e il nero), due titoli portano un nome (Elvira) ed un cognome (Seminara) che si ritrovano, separati, anche nella trama di questo giallo; forse che si tratta di un omaggio ad un’altra collega della stessa squadra? Ci piace pensarlo, perché anche la letteratura, e non solo la società civile, ha bisogno di positivi gesti di sorellanza creativa.

Le prime pagine del romanzo

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L’11 agosto 1928, in vista del decimo anniversario della fondazione della Repubblica di Weimar, Ernst Cassirer, il grande studioso dell’Illuminismo, pronunciava ad Amburgo il discorso ora riproposto in questo piccolo volume. È un gustoso assaggio della complessa lezione dell’importante filosofo. Il breve contributo si sforza di dimostrare che le conquiste storicamente raggiunte durante la Rivoluzione francese con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 non solo fanno parte del patrimonio culturale tedesco, ma ne traggono una fondamentale ispirazione.

Cassirer, in particolare, torna con Georg Jellinek sul principio dell’inalienabilità dei diritti individuali e sulla sua affermazione da parte di Leibniz. In poche pagine prende corpo un suggestivo affresco – di contatti, influenze e rivisitazioni – che, da Wolff a Blackstone, dalle Declarations of Rights americane al progetto presentato da La Fayette all’Assemblea Nazionale di Francia, giungono fino a Kant, traducendosi in una “fede razionale nell’idea stessa di Costituzione repubblicana”. L’esigenza dei diritti inalienabili viene così illustrata come prodotto di trasformazioni ed accadimenti che l’hanno definitivamente proiettata dal campo dell’essere a quello del dover essere, in quanto, proprio grazie all’indispensabile mediazione epistemologica del professore di Königsberg, “al posto del fatto storico” è subentrato “un imperativo etico” mai più rinunciabile. Come se Cassirer volesse convincere il suo popolo che, nonostante il momento di smarrimento cui esso stava andando rapidamente incontro, le conquiste costituzionali non potevano essere ritrattate, perché perfettamente integrate nelle radici della migliore scienza germanica, da Leibniz, per l’appunto, fino a Kant.

L’introduzione di Renato Pettoello, traduttore e curatore di questa edizione, evidenzia con  puntualità il formale silenzio dell’Autore di fronte all’imminente crisi della Repubblica, a testimonianza ulteriore della fiducia quasi ingenua che, pur di fronte all’erompere oscuro di pulsioni politiche di impronta mitica, un’intera classe intellettuale nutriva nei confronti della forza della ragione e della Bildung nazionale. Forse, a ben vedere, quell’ingenuità era ancor più disarmante, poiché, come aveva colto Thomas Mann, proprio gli sviluppi romantici e post-kantiani della meditazione sui rapporti tra storia e verità si erano rivelati inclini a giustificare, troppo facilmente, radicali rovesciamenti di prospettiva. Ma non possiamo dimenticare che la reticenza di Cassirer è anche una forma di resistenza estrema, specialmente da parte di chi ha definito Hitler come “pubblico negromante” e di chi, anche dopo gli orrori del Nazismo, nell’opera postuma dell’esilio (The Mith of the State – 1946), ha continuato a condannare all’oblio quell’esperienza, e ciò per gli stessi incrollabili motivi che animavano il tono del discorso del 1928. In esso, Cassirer – che era ebreo e che, primo della sua stirpe, aveva raggiunto la carica di rettore di un’università in Germania – ci ripropone tutta la perdurante persuasività di un intero universo di valori, di una rete di riferimenti e di convincimenti che sono stati sempre discussi in tutte le fasi dell’evoluzione dello Stato democratico e delle sue più importanti dottrine. Come tali, essi meritano di essere oggetto di una costante meditazione.

Ernst Cassirer im Internet

L’ultimo Cassirer, o la filosofia tra le rovine del mondo

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Per un thriller nel quale c’è un commissario che sa anche cucinare si può dire, in generale, che gli ingredienti sono buoni e che lo è anche la mano, salvo che nell’impasto sono scivolate cose che propriamente non ci dovrebbero mai stare e di cui non ci si può non accorgere. Refusi a parte (ve n’è più di uno, purtroppo, e ciò anche a non voler considerare la vistosa mancanza che si riscontra nell’indice…), il passaggio della narrazione dalla classica fase delle difficoltà delle indagini all’immancabile fase della scoperta dell’identità del “cattivo” è fin troppo rapido. Infatti, pur rispondendo ad uno schema consolidato – quello del “tutto sembra finito, ma è tutto così semplice da non poter essere veramente finito” – ciò indebolisce la riflessione e le impressioni forti che l’Autore vorrebbe condividere, trascinandole nel finale (tutto sommato) banalizzante di una tipologia di intreccio un po’ consumata.

Nella Marca Trevigiana agisce un killer seriale, che rapisce giovani donne ed effettua su di esse esperimenti inconfessabili. Roberto Serra, lo “straniero”, un poliziotto immerso nei tormenti psico-fisici di un passato di dolore e di talento, viene presto condotto sulla pista giusta, grazie alla tenacia di Francesca, una giovanissima e trasgressiva ragazza, che assomiglia molto alla Lisbeth Salander dei romanzi di Stieg Larsson e che non si capacita della scomparsa della sua compagna. La caccia all’uomo diventa una lotta contro il tempo, specialmente quando il commissario – tra fantasmi privati, cedimenti nervosi e tentazioni irresistibili – assiste tragicamente alla morte di Francesca, riscopre se stesso tra le braccia di Susana e, dopo aver catturato la mente diabolica che ha seminato il terrore, si lancia alla ricerca del terribile complice che è ancora vivo e che rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’ultima vittima e di altri importanti protagonisti. Il lieto fine è assicurato e Serra riesce a rappacificarsi con la sua bella Alice, anche se sul campo rimangono molti feriti, e il gioioso e vitale paesaggio della Pedemontana veneta sembra ripiombare nell’indifferenza da cui, in definitiva, non pare essersi svegliato neanche di fronte alle tremende ricerche eugenetiche di un novello Dr. Mengele.

Se l’intenzione del romanzo è risvegliare molte coscienze dai rischi della xenofobia, allora è del tutto proporzionale il nesso con lo shock che ancora può dare l’esistenza di folli disegni sul perfezionamento della razza in un contesto in cui un facile perbenismo nemmeno se li immagina. Come si è anticipato, però, alcuni snodi della trama sono veloci, e questo rischia di rendere assai poco verosimile un racconto che, viceversa, meriterebbe senz’altro di essere lodato, anche per la scelta dei luoghi. Pasini, di suo, è un validissimo scrittore. Gli attori che la sua penna dirige sulla scena sono tutti all’altezza. Ciascuno, dal ruolo protagonista ai ruoli comprimari, è dotato di una convincente caratterizzazione, ed è tale anche quella del commissario Serra. In proposito, al termine del libro, l’Autore dichiara: “Roberto ha già ricominciato a sussurrarmi all’orecchio. E prima o poi lo ascolterò”. Speriamo che accada presto e che ci sia dato, così, di vedere nuovamente all’opera il poliziotto e la sua pericolosa Danza (i lettori possono capire…) nel quadro di una tela meglio ispirata.

La “prima” del libro

Una recensione (di Carlo Vanin)

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