Why Information Grows?
È la domanda cui cerca di rispondere l’Autore, giovane direttore del Macro Connections Group presso il MediaLab del MIT di Boston. Prima di tutto occorre capire di che cosa si tratta. L’informazione, infatti, è nozione tecnica: identifica il modo con cui si strutturano, si correlano e si dispongono gli oggetti fisici. Si studia in termodinamica ed è una sorta di anomalo e curioso contraltare dell’entropia: paradossalmente aumentano entrambe. Il fatto è che l’uomo, che ne è esso stesso un frutto tangibile, ha una grande possibilità di influire sull’informazione, che a sua volta, per crescere, abbisogna di occasioni di solidificazione, come accade, ad esempio, nei prodotti industriali. Ma affinché ciò accada occorrono sistemi non in equilibrio e una combinazione di volta in volta efficace di conoscenza, know how e capacità di calcolo. L’uomo, creando oggetti con la propria fantasia, può cristallizzare la propria immaginazione e concentrarvi grandi quantità di informazione, sempre più complessa. Può quindi operare agglutinando informazione nel modo più vario. In questa direzione, Hidalgo si propone di capire quale rapporto vi sia tra la crescita dell’informazione e l’economia, e quali siano i fattori sociali e produttivi che possano fungere da ostacolo o da moltiplicatore di questo processo. Su tutto, in particolare, emerge il ruolo fondamentale dell’esistenza di specifiche reti di persone, senza le quali conoscenza, know how e capacità di calcolo non riuscirebbero a trovare una sintesi puntuale e funzionante. È così che, in economia come nel mondo degli atomi, l’ordine fisico prospera in modo sensibilmente differenziato, soprattutto nei luoghi in cui l’informazione meglio può concentrarsi e moltiplicarsi.

Questo saggio va letto perché: offre una chiave di lettura molto originale sulle dinamiche dello sviluppo e su frontiere epistemologiche che forse abbatteremo molto presto; passa dalle scienze dure alle scienze sociali senza soluzione di continuità e in modo suggestivo; dimostra di per sé l’importanza di un approccio metodologico integrato all’analisi del presente e del futuro dell’esperienza umana; è scritto come un romanzo, ma senza incorrere in facili semplificazioni; guida il lettore passo dopo passo, accompagnandolo con rapide e limpide riepilogazioni al termine di ogni capitolo; prova ancora una volta che si può coniugare divulgazione e rigore scientifico senza imbarazzanti effetti collaterali. Dopodiché L’evoluzione dell’ordine è anche un piccolo modello per gli studiosi di ogni disciplina: non ha paura di fare teoria; non si abbandona a ipotesi fantasiose, ma sente sempre il bisogno di suffragare le proprie tesi con elementi verificabili; domina lo specialismo senza temere di rinunciarvi e di alzare, in questo modo, lo sguardo a un livello superiore; non pecca di autoreferenzialità; è un luogo in cui coltivare una prospettiva dichiaratamente obliqua e sperimentare l’esistenza e la praticabilità di traiettorie inusuali. Quanto al significato dell’interpretazione proposta, è difficile dire se si tratti di un nuovo antropomorfismo, rovesciato, o se si tratti, invece, di una forma sofisticata di darwinismo 2.0, oppure, ancora, se – senza prendervi espressamente posizione – ci si trovi di fronte, materialmente, ad un perfetto terreno di coltura per visioni postumaniste di varia estrazione. La sensazione – ed è una sensazione positiva… – è che Hidalgo non intenda dirci che cosa dobbiamo fare, ma voglia solo illuminare di una luce differente il maggior studio delle interazioni e delle continuità tra uomo e natura. Gli orizzonti di senso e le scelte sono riservate ad un altro piano.

L’Autore presenta la sua lettura

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In piena Guerra Fredda un matematico di fama mondiale racconta in prima persona la sua partecipazione a un misterioso progetto di ricerca del Governo degli Stati Uniti, un tempo segreto, dandone così la sua particolare versione. Il progetto aveva un nome in codice: la Voce del Padrone. Tutto era nato in modo un po’ rocambolesco. Ma l’ondata neutrinica che aveva investito il pianeta a più riprese, e che alcuni osservatori avevano registrato, non era un caso: forse era una lettera, un messaggio inviato da una civiltà superiore e lontana. Come decifrarlo? Nel bel mezzo del deserto, in una vecchia base costruita per sostenere un attacco nucleare, era stata allestita una task force di esperti. Dopo una prima fase, nel gruppo più ristretto veniva chiamato anche il protagonista, che rievoca, ora, a mente lucida, i tanti tentativi e le molteplici e grandi tesi che sono state avanzate e discusse dai diversi team di lavoro. Il suo è un racconto affascinante, sempre sospeso tra fisica, chimica, biologia, filosofia… Ma è anche la storia, tortuosa, del fallimento di un’impresa quasi impossibile. Il brillante matematico, anzi, ci confessa che tutti quegli sforzi – e tutte quelle menti – si erano rivelati pressoché inutili. Non c’entrava soltanto il limite intrinseco della scienza terrestre; c’entrava qualcosa di più grave. Era la posta in gioco ad aver paralizzato ogni possibile ragionamento: perché gli uomini, sulla Terra, si aspettano sempre che dalla scoperta di una forma più avanzata di conoscenza si possano trarre soprattutto, e forse soltanto, i vantaggi più temibili e distruttivi. Anche loro, di fronte alla Voce del Padrone, si erano comportati come “formiche”, che, trovato “un filosofo morto sul loro cammino”, ne hanno comunque ricavato un superficiale “beneficio”. Probabilmente però – così conclude il matematico – l’intelligenza cosmica che ha escogitato l’indecifrabile missiva aveva calcolato anche questo; e l’esito fallimentare si è trasformato in tal modo in una insospettata fonte di speranza.

È il primo libro di Lem che leggo, su consiglio – azzeccato – di un amico scrittore. C’è da restarne, a dir poco, frastornati: perché sembra davvero il resoconto autobiografico di uno scienziato; e perché il tema fantascientifico è quasi azzerato, dal momento che si tratta di un lungo monologo sulla scienza vera e propria, concepito con estrema cognizione di causa. Il bello è qui, non certo nella collocazione, quasi banale, dell’opera e del suo significato corticale: scritto nel 1968, ha come obiettivo immediato l’assurda escalation agli armamenti da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica, un processo capace di asservire ogni conoscenza, e forse anche ogni logica, ai suoi scopi potenzialmente esiziali. Ma la fiction messa a punto da Lem è troppo articolata per fermarsi alla contingenza storica. Il libro discute soprattutto del (difficile, scivolosissimo) confine tra scienza e cultura, dei loro reciproci condizionamenti, forse paralizzanti, e del fattore, la politica, che li combina e ricombina in varianti di volta in volta (troppo) prevedibili. Se ciò è vero, si può accedere veramente alla natura e ai suoi segreti? La lunga e avvincente avventura dei tentativi di decifrare la Voce del Padrone – sempre che fosse sul serio un messaggio extraterrestre… – è la risposta che Lem cerca di fornire, rappresentandoci un circuito chiuso, una sorta di inestricabile e ineliminabile circolo ermeneutico, una condizione super-esistenziale di inganno sistematico, propria degli scienziati, certo, ma anche di tutti gli uomini. Quella di Lem, però, non sembra una mera e sconsolata raffigurazione di una condizione irrimediabile: non può esserlo, non potrà mai ambire all’immagine della verità. C’è un tono, piuttosto, specie nel finale, da sofisticata operetta morale, nella quale l’interlocuzione con un orizzonte scientifico e tecnologico superiore, sia o meno esistente, non ha lo scopo di tratteggiare la disponibilità di nuovi mondi, in ipotesi preclusa dalla pochezza dei riferimenti umani, ma gioca il ruolo di alterità critica, qui ed ora; di un confronto indispensabile, cioè, che per ciò solo può garantire fiducia in un futuro (migliore) che proprio così ci è reso afferrabile, curiosamente, e quindi anche a prescinderne.

Recensioni (da IlFoglio.it; da emilianodimarco.wordpress.com; da zlobone.com)

Un sito interamente dedicato a Lem

Le opere di Lem

Golem XIV a Torre del Greco (su Lem e Leopardi) (di Beppi Chiuppani)

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Terzo della “trilogia dello spazio”, che ha come protagonista il dottor Ransom, filologo di Cambridge, That Hideous Strenght sviluppa una trama che questa volta si svolge tutta sulla terra, in Inghilterra, nella piccola (e immaginaria) città universitaria di Edgestowe e nei suoi immediati dintorni. Le forze celesti, tuttavia, non stanno a guardare; e ciò perché il pericolo è grande. Infatti, con la complicità di alcuni professori “progressisti”, un fantomatico N.I.C.E. (National Institute for Co-ordinated Experiments) si sta per impadronire dell’antico bosco di Bragdon, proprietà del Bracton College. L’oscuro disegno, in principio, è quasi imperscrutabile e il giovane e ambizioso Mark Studdock, nuovo sociologo del Bracton, si lascia facilmente irretire nel quartier generale del N.I.C.E., nella vicina Belbury, dove si mette a disposizione di un eccentrico e misterioso gruppo di comando, capitanato dal vice-direttore Wither. Nel frattempo, però, Jane, la moglie di Studdock – che Wither vorrebbe a Belbury per poterne sfruttare le innate capacità predittive – trova ricovero a St. Anne, in una strana dimora, nella quale convergono, come a “corte”, tutti gli alleati di Ransom, ivi compreso un grande e docile orso chiamato Mr. Bultitude. Il filologo, reduce dai suoi viaggi interplanetari, è perfettamente cosciente della gravità della battaglia che si va preparando e dell’importanza della posta in gioco: il piano del N.I.C.E. è chiaro, c’è un’orribile e temibile forza che lo muove e che si propone di minacciare definitivamente quello che resta di un antico ordine naturale, muovendo da Edgestowe, instaurandovi un regime di polizia e trasformando tecnologicamente gli uomini in meri strumenti di una nuova religione scientista. Fortunatamente, l’alleato che il perfido Wither cerca nel bosco di Bragdon si risveglia prima di essere scoperto e si presenta, quasi provvidenzialmente, al cospetto di Ransom: dopo secoli di sonno, Merlino è tornato e, grazie alla sua intermediazione, la potenza di Maleldil si manifesterà con tutta la sua forza e non lascerà alcuno scampo ai suoi sventurati avversari.

Pubblicato nel 1945, e subito recensito da Orwell, questo romanzo offre un gradevolissimo spaccato della missione letteraria di Lewis: modernità, disincanto e fede nella scienza hanno convertito l’uomo e la sua visione del mondo, dandogli l’illusione di averlo consegnato a se stesso e per ciò solo liberato; ma la perdita di una prospettiva cosmologica può essere fatale e preludere al dominio irresponsabile di pulsioni tanto incontrollabili quanto apparentemente razionali. Occorre, dunque, tornare al mito, che può essere, in questa cornice, anche un fedele alleato della religione, nella comune finalità di rammentare all’uomo quanto la sua vita possa essere realmente apprezzata se non nella piena accettazione di un limite foriero di gioia e semplicità. In That Hideous Strenght – il cui sottotitolo spiega ogni cosa: “una favola per adulti” – il messaggio è quasi più efficace che nelle Cronache di Narnia; e forse, qui, addirittura, Lewis si rivela, per un attimo, più diretto di Tolkien e di molti altri Inklings. In primo luogo, infatti, ci sono passaggi, dal tenore scopertamente pedagogico, in cui la visione di Lewis si fa particolarmente esplicita, e non solo per gli insegnamenti di cui i personaggi si fanno testimoni, ma anche per il modo assai felice con cui questi se ne fanno portavoce dal punto di vista antropologico. In secondo luogo, è l’ironia a farla da padrone, in un susseguirsi di scene, talvolta esilaranti, nelle quali la pochezza – certamente spirituale, ma non solo… – dei cattivi e delle loro schiere viene messa totalmente alla berlina: come se l’Autore avesse voluto rappresentare, ridicolizzandola, l’estrema debolezza dei poteri cui l’umanità rischia di mettersi al servizio; poteri che sono, viceversa, tremendi solo per i danni che possono causare all’umanità stessa e alla terra che li ospita. Si può restare sorpresi dal tratto talvolta misogino e conservatore dell’universo lewisiano. E non è una mera impressione. Ciononostante il racconto dello scrittore britannico, gustoso e divertente come pochi, trasmette ancora intuizioni che fanno riflettere e che, anche a più di mezzo secolo di distanza, nascondono pillole di saggezza.

Recensioni (di Roberto Persico; di Gianfranco Franchi; di Andrea Monda)

Il romanzo in lingua originale

Un sito (italiano) tutto dedicato a Lewis

La CSLewis Foundation

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Edgardo è un giovane copista dell’abbazia di Bobbio e si lascia persuadere dal confratello Ademaro che la soluzione alla sua crescente miopia possa nascondersi nelle virtù di alcune misteriose pietre, lapides ad legendum, di cui narrano i mercanti di Venezia. Si recano entrambi in laguna, ospiti del convento di San Giorgio, nella speranza di trovare una risposta ai loro interrogativi in qualche misterioso trattato proveniente dall’Oriente. Ma la città è allarmata da una serie di inquietanti omicidi: gli occhi delle vittime – che provengono tutte dal mondo dei mastri vetrai, i “fiolari” – vengono sostituiti da bulbi artificiali. Edgardo, però, non si lascia condizionare e comincia la sua ricerca, anche se si trova ben presto al centro delle strane trame del mercante Karamago e della risoluta concorrenza tra il collerico mastro Segrado e i suoi più acerrimi competitori. Segrado, infatti, vuole realizzare un vetro purissimo, aiutato dalla fedelissima schiava Kallis, ma sono tante le persone che desiderano conoscerne i segreti di fabbrica. Edgardo, che intanto, nello scriptorium di San Giorgio, ha scovato un libro scritto in arabo, pieno di allusioni alle strane pietre vitree che lo potrebbero aiutare, accende la miccia dello scontro definitivo, tra delazioni, sospetti, linciaggi e improvvise e travolgenti passioni. Come in ogni più classica trama da romanzo giallo, il colpevole non è mai la figura più scontata e il gran finale, una vera e propria resa dei conti, ha, per Edgardo, il sapore di una triplice iniziazione: ad una vita finalmente adulta, al lato oscuro del sapere, alle più forti delusioni del cuore.

Il nome della rosa lo ha scritto Umberto Eco, un bel po’ di anni fa: la debolezza de La pietra per gli occhi è questa. Nonostante si tratti di una storia diversa, sono tanti, forse troppi, i punti di contatto, le coincidenze, le suggestioni convergenti; e il modello rimane ancora insuperabile. Il resto, invece, funziona molto bene, tanto che il libro merita veramente una lettura. La Venezia fangosa, umida e sporca – e sconosciuta – dei secoli in cui era ancora un arcipelago e si stava preparando a dominare il mare e la terraferma; la vivacità del porto di Rialto, allora in febbrile espansione; i nomi originari di piccole isole un tempo abitate e oggi scomparse; l’abilità e la curiosità di artigiani tenaci, autentici pionieri della produzione dei più antichi occhiali; le intuizioni e le sperimentazioni del grande scienziato arabo Alhazen; la violenta determinazione di una popolazione costantemente divisa in fazioni; il fascino straordinario di palazzi e costruzioni destinati a diventare patrimonio dell’umanità: Tiraboschi vi si orienta – e ci guida – con perizia e passione, come tra i canneti e le atmosfere limacciose della brughiera e della foresta medievali della serie di Fratello Cadfael. In poche parole, ciò che è pregevole, in questo giallo storico, non è il giallo, ma la storia, lo sguardo che l’Autore ci consente di dare ad un tempo tanto lontano e ad un’ambientazione eternamente carica di segreti e di miracoli.

Una recensione (di Sergio Pent)

Un’intervista all’Autore

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Nell’agile pamphlet sono raccolti, a mo’ di capitoli, cinque diversi saggi. Il primo è quello più lungo, ed è anche il più rilevante, rispetto al quale gli altri possono essere considerati come approfondimenti di punti specifici. In esso si discutono alcuni profili di crisi della filosofia, comuni, del resto, ad altri ambiti del sapere o, precisamente, della sua dimensione accademica: l’aumento dei “pensatori” nella società industrializzata e di massa, e con essa l’aumento delle produzioni scientifiche e, pertanto, del materiale da conoscere e dominare intellettualmente; il conseguente prodursi di una trasversale istanza di specialismo e di professionismo, che rendono il filosofo un artigiano, “un normale ricercatore che controlla un’area di studio circoscritta e si propone di contribuire ad essa”; le connesse difficoltà di comunicazione dei risultati o degli orizzonti delle ricerche nei confronti di altre discipline e del pubblico colto in generale, con naturale diminuzione dell’influenza culturale del pensiero filosofico e con ulteriore perdita di legittimazione dell’intero settore. Esiste un modo per evitare questa sorta di impressione sul duro presunto tramonto degli studi filosofici (ma, si potrebbe dire, di quelli umanistici in generale?). Per Marconi la chiave di volta è fatta di diversi profili teorici e di altrettante azioni da intraprendere all’interno della comunità scientifica di riferimento. Di che cosa si tratta?

Anche se i ragionamenti di Marconi – che complessivamente sembrano animati da un sano buon senso – si muovono sul crinale di dibattiti interni al discorso filosofico (e soprattutto della dialettica, sempre vivace, tra filosofia analitica, ermeneutica e storia della filosofia), alcune delle indicazioni che emergono nel libro possono essere utili per un proficuo esame di coscienza da parte di tutti gli accademici. Cerco di riassumerle, in parte generalizzandole, in parte traducendone il tenore anche per i professionisti delle social sciences: 1- alla scarsa conoscenza pubblica di determinate ricerche si può rimediare con la buona divulgazione scientifica, che non necessariamente è nemica della serietà degli argomenti; 2- le rivendicate specificità di alcuni approcci metodologici possono essere smussate nella comune reciproca accettazione del valore obiettivo di molte delle rispettive indagini; 3- il rigore dell’attitudine specialistica è carico di implicazioni positive e non rinunciabili, ma lo specialista deve conservare anche dimestichezza con uno sguardo sintetico, non può smettere di discutere i presupposti delle sue convinzioni, né può dimenticare che esiste una domanda sociale nei suoi confronti; 4- posto il rigetto di qualsiasi tentazione qoeletica (“in passato è già stato detto tutto…”), la considerazione storica dei problemi e dei temi oggetto dello studio è, quanto meno, un formidabile serbatoio di esperienze, di ragionamenti, di tecniche, che, al di la della loro eventuale attualità, fungono da irrinunciabile palestra per ogni ricercatore. Al netto delle tante precisazioni con cui l’Autore accompagna e contestualizza queste ammonizioni, si può ben dire che ce n’è per tutti; ovviamente anche per i giuristi…

Recensioni (di Elisa Caldarola, di Leonardo Caffo, di Alfredo Vernazzani, di Pierluigi Fagan, di Federico Vercellone, di Guido Vitiello)

L’Autore a Fahrenheit

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

Il sito dell’Autore

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Premessa d’obbligo: anche l’Autore è cosciente del rischio che la sua ricostruzione venga travolta nel turbine del puro intrattenimento e delle tante ipotesi alla Voyager. Tuttavia, è evidente “che se non si vuole bloccare il progresso delle conoscenze una tesi non può essere rifiutata in quanto già ‘screditata’, se emergono argomenti nuovi a suo sostegno” (p. XI). Ma di quale tesi si tratta? 1. Che l’America è stata scoperta prima di Colombo. 2. Che ciò è dimostrabile attraverso un viaggio nella storia della geografia matematica e nella contingenza del collasso culturale che nel II secolo a. C. ha spazzato via dal Vecchio Mondo la consapevolezza e la diffusione delle scoperte scientifiche dell’età ellenistica. 3. Che la revisione sulle convinzioni finora dominanti sui possibili contatti transoceanici prima del 1492 e sul modo con cui circolano idee, dottrine ed invenzioni può contribuire anche alla critica di una concezione ancora altrettanto maggioritaria: quella che presuppone che, sulla Terra, le civiltà si siano evolute separatamente, nel rispetto di universali leggi biologiche e di invariabili itinerari sociali.

L’argomentazione di Russo – sempre chiara e interessante – parte proprio da quest’ultimo aspetto, per segnare, cioè, il campo nel quale collocare la rilevanza dei profili strettamente matematici che vanno a costituire il nucleo centrale del volume. Questo è dedicato ad illustrare le ragioni per le quali Tolomeo, diversamente da Eratostene, ha rimpicciolito le dimensioni del nostro pianeta. Per effettuare questo tipo di calcolo, infatti, era necessario avere alcuni punti di riferimento e verificarne le coordinate. Ma in ciò Tolomeo ha errato, finendo per collocare l’estremità allora conosciuta dell’ecumene alla latitudine in cui si trovano le isole Canarie ed ingenerando così la diffusione dell’idea secondo cui proprio quello era il limite delle esplorazioni compiute fino a quel momento. In verità, secondo le fondamentali acquisizioni di Eratostene e di Ipparco, quel limite doveva collocarsi alla latitudine in ci si trovano le Piccole Antille, nell’odierno Mar dei Caraibi; e quello, del resto, non poteva che essere il luogo in cui si trovavano le tanto famigerate e mitiche Isole Fortunate, di cui molte fonti antiche parlano e di cui non si può escludere la scoperta da parte dei grandi navigatori fenici e cartaginesi.

Il ragionamento che Russo conduce – e che viene accompagnato da illustrazioni molto efficaci, curate da Francesca Romana Capone – è puntuale e rigoroso ed è pertanto un’ottima fonte di nutrimento. La cosa più affascinante è trovarsi a constatare il sorprendente stato di avanzamento delle conoscenze scientifiche durante l’età ellenistica, ma anche l’altrettanto stupefacente facilità con cui, nel giro di pochi anni, quel patrimonio è svanito a causa degli sviluppi politici, sociali e culturali della romanizzazione del Mediterraneo e della chiusura che ad essa è seguita. È anche notevole cogliere la suggestione che, ad un certo punto, l’Autore lancia al pubblico italiano: perché il declino epocale che il Vecchio Mondo ha conosciuto in quella lontana occasione può leggersi come una delle radici prime della perdita del carattere unitario della conoscenza umana, e così della tradizionalissima tendenza peninsulare a concentrare prevalentemente la formazione del cittadino nell’approfondimento delle discipline umanistiche anziché nella stretta compenetrazione che esse devono sempre avere con quelle che oggi si ascrivono all’ambito delle scienze dure. Infine non lascia indifferenti vedere, ancora una volta, che il progresso e la sua lettura necessariamente lineare sono frutto di presupposizioni ideologiche superate: giacché è sempre troppo facile perdere la memoria, tornare indietro e imboccare ex novo binari che qualche altro saggio e accorto antenato aveva già percorso. Il libro di Russo è l’ennesima conferma del famoso detto di Bernardo di Chartres: siamo veramente come nani sulle spalle di giganti.

Recensioni (di Claudio Giunta, Carlo Rovelli, Pietro Greco, Luciano Bossina)

L’Autore a Radio3

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Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).

Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

Recensioni (di Fulvio Ervas, Luigi Mascheroni, Alberto Manguel, Nathaniel Philbrick, Rachel Cooke, Doug Johnstone, Jonathan Mirsky)

Il blog dell’Autore

Riascoltare (in formato audiolibro) e rivedere (nel kolossal di John Huston) Moby Dick

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Talvolta accade che non si entri in libreria “a colpo sicuro” e che, originariamente convinti di acquistare comunque qualcosa nei confini di una certa materia o di un certo genere, si finisca per non trovare quella cosa ed afferrare il primo titolo capace di evocare una qualche suggestione positiva, giusto per evitare che la delusione abbia il sopravvento. Anche L’occhio di Galileo ha seguito questa sorte: la mano lo ha agguantato rapidamente, d’istinto, semplicemente perché il riferimento al grande scienziato ha risuscitato il piacere, fresco e leggero, ma non banale, di una lettura fatta qualche anno fa (si trattava de Le galline pavàne di Galileo di Gian Paolo Prandstraller).

Il libro dell’astrofisico Luminet, però, non ha come protagonista Galileo (che pure compare nella copertina). Il personaggio principale è Johannes Kepler (1571-1630), Giovanni Keplero, uno degli altri “Costruttori del cielo”, ossia uno dei grandi scienziati – oltre a Galileo e Keplero, anche Copernico, Tyco Brahe e Newton – cui l’Autore francese ha deciso di dedicare l’omonimo ciclo di profili biografici, ora in corso di traduzione italiana con il sostegno del Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche. La sorpresa non indispettisce, poiché, salvo qualche iniziale ed evidente difficoltà di “decollo” narrativo, questo gradevole romanzo storico tratteggia un affascinante ritratto del famoso mathematicus imperiale, della sua vita e del suo carattere, delle sue ricerche e delle sue opere, della sua famiglia e dei suoi diversi interlocutori politici. Può valere anche come un godibile ripasso di fisica e di geografia astronomica, tanto per ricordarsi, ad esempio, come e perché sono così importanti le leggi di Keplero, e quali siano le acquisizioni che esse hanno consentito rispetto alle tesi di Copernico, Brahe e Galileo.

La storia di Keplero è tutta abilmente orchestrata dallo scrittore francese. L’espediente di individuare l’io narrante nella figura di John Askew, un immaginario diplomatico inglese, consente di avere l’occasione per descrivere la cornice storica e di evidenziare come il progresso delle scienze sia sempre stato al centro di snodi e di interessi politici ed economici di primaria importanza, oltre che di grandi conflitti religiosi. Proprio a quest’ultimo riguardo, poi, è altrettanto riuscito il modo, indiretto ma insistito, con cui si cerca di raffigurare quali e quanti siano stati i condizionamenti che le autorità confessionali del tempo hanno potuto esprimere nei confronti del dialogo accademico e dei suoi maestri. Tuttavia, ciò che meglio può coinvolgere il lettore è la sovrapposizione costante tra le traversie familiari di Keplero (che, come Galileo, viveva davvero in tempi difficili…) e lo sviluppo di un itinerario spirituale mai domo: di sperimentazione, di confronto e di riflessione parimenti continui, di insolita tenacia intellettuale e morale, di vocazione pura e destinata a compiersi in un tenace disegno di studio, sempre ed ancora rinnovato, dalle “fondamenta” dei lavori giovanili all’ambiziosissima Harmonices Mundi, capace di spaziare sino alla musica.

È questo, d’altra parte, il precipitato della lettura: è l’idea che il metodo scientifico possa serbare sempre ed ancora grandissime scoperte, a condizione che si voglia raccogliere il “testimone”, che si voglia, cioè, seguire la passione, il rigore, la pazienza, ma anche la curiosità e la creatività che la ricerca richiede a tutti i suoi adepti. L’immagine che chiude il romanzo – quella di John Askew, che, dopo aver raccontato tutta la storia al piccolo Isaac Newton, gli regala il bastone che era di Keplero e, prima di lui, di Brahe – è molto di più che una mera invenzione letteraria.

Pillole di storia dell’astronomia

Un carteggio accademico tra ‘500 e ‘600…

Harmonices Mundi di Keplero

Jean-Pierre Luminet al Festival della Scienza

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cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

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