La fossa dei lupi si può acquistare e leggere solo per estrema curiosità. Il soggetto, infatti, è potenzialmente stimolante. Ma le attese vanno moderate con cura, attivando sin dal principio un sano senso delle proporzioni. Visto che Ben Pastor – la giallista che Sellerio ha fatto apprezzare con la pubblicazione delle indagini e avventure di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale: personaggio non ignoto a queste pagine – si confronta, addirittura, con un esperimento dichiaratamente impossibile: scrivere la continuazione dei Promessi sposi. Appare subito chiaro, in realtà, che l’Autrice non vuole – né potrebbe, del resto – riprendere il filo del potente affresco manzoniano. Il suo è solo un nuovo sforzo di fedele ambientazione storica, alla ricerca di un ulteriore eroe letterario (dopo Bora, infatti, la Pastor si è cimentata con la caratterizzazione di altri detective: il romano Elio Sparziano, direttamente dal IV secolo d.C.; e la coppia Meisl-Heida, un medico e un ufficiale che operano nella Praga del 1914). Qui è la volta di Diego Antonio de Olivares, giovane nobiluomo di lignaggio spagnolo e luogotenente di giustizia nella Milano del 1631. Il quale è incaricato nientemeno che delle indagini sulla morte improvvisa di Bernardino Visconti, il famoso Innominato, da ultimo assassinato con un colpo di calibro in un agguato notturno lungo un impervio sentiero della montagna lecchese.

Che dire di questa sperimentazione seicentesca? Sul piano del giallo, purtroppo, c’è poco da valutare. La trama è lenta e un po’ leziosa, e la soluzione è tutt’altro che misteriosa. Inoltre, le figure dei Promessi sposi – da Renzo a Lucia, da Agnese a Don Abbondio, dal defunto don Rodrigo alla monaca di Monza – ri-compaiono in una versione quasi macchiettistica, secondo lineamenti che da semplici si fanno un po’ troppo semplicistici. Vero è che l’Autrice lascia trasparire qualche personale antipatia, personalizzando l’universo del Manzoni in maniera talvolta un po’ comica, e in fondo paradossalmente gradevole. Tuttavia queste nuances non sono risolutive. Il tutto, poi, contrasta fin troppo con il profilo, viceversa convincente, di Olivares, per il quale – promesso e aspirante gesuita, ma in via di progressivo pentimento, specie mercé lo spirito e le grazie della bella, indipendente e curiosa Donna Polissena – non si può non provare simpatia. Con ciò occorre, dunque, concludere che, se l’omaggio a Manzoni – della cui sincerità, certo, non si dubita – non risulta riuscito, lo studio della scena e della cultura milanesi del tempo e la strutturazione di un futuro, credibile, protagonista per prossime, autentiche, e originali, imprese riescono prospetticamente promettenti. Anche perché ne La fossa dei lupi non si assiste solo alla nascita di un investigatore intelligente e smaliziato, ma ci si diverte abbandonandosi alla incerta fluttuazione dei suoi pensieri, dei suoi dubbi morali, del suo senso di giustizia. In altre parole, della sua formazione di uomo adulto, autonomo e responsabile. Che, come bene intuisce la Pastor, solo una spiazzante e intelligente educazione sentimentale può correttamente alimentare.

Un’intervista all’Autrice

Il romanzo in forma di audiolibro

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La signora Janina vive sola in una piccola casa di un villaggio di montagna, non lontano da Kłodzko, al confine tra Polonia e Repubblica Ceca. Ha qualche acciacco, ma è comunque molto attiva. È appassionata di astrologia. D’inverno sorveglia e custodisce alcune abitazioni, utilizzate come seconde case. Insegna anche un po’ di inglese in una scuola vicina e di sera aiuta un suo vecchio alunno, Dyzio, a tradurre alcuni versi di William Blake. Lo scenario può sembrare quieto, e rasserenato, tanto più, dalla costante presenza della Natura. Tuttavia la storia comincia con un evento tragico: il rinvenimento di un cadavere, quello di un vicino di Janina, da lei chiamato Piede Grande. Di lì a poco tocca anche al Comandante della polizia locale, trovato morto in un pozzo. Per quanto Janina cerchi di convincere gli inquirenti che sono stati gli animali i veri autori dei delitti – si sarebbero vendicati delle violenze commesse dai deceduti – le indagini non riescono a condurre ad alcun risultato. Intanto, mentre le stagioni si accavallano, altre persone muoiono ancora, misteriosamente. E Janina – che nel frattempo vive pure un’inattesa avventura… – diventa la prima sospettata. Le vittime, infatti, erano tutte cacciatori, una categoria contro cui proprio la stessa protagonista, che a tutti pare sempre più eccentrica, comincia ad assumere clamorosi e pubblici atteggiamenti ostili. È il perfetto capro espiatorio di una comunità interamente corrotta? O c’è qualcosa di più complicato da scoprire?

Questo romanzo – uno di quelli più famosi della scrittrice vincitrice del Nobel 2018 – si presta a molteplici letture. Lo si può considerare, a suo modo, un manifesto delle concezioni animaliste, che pure, tuttavia, sono portate all’estremo. Tanto che si può immaginare che, almeno in parte, l’Autrice abbia voluto giocare su due piani, mettendo in scena una parabola simile a quella che potrebbe suggerire la nota vicenda di Unabomber. Anche se il finale è diverso, visto che (senza anticipare nulla…) c’è qualcuno che si prende carico, e positivamente, del destino personale della signora Janina. Perché è personaggio che non può non suscitare empatia (non la vedremmo male a prendere un tè con la portinaia de L’eleganza del riccio). In fondo è dura comprendere da che parte stia Tokarczuk. Tanto più che, a rovesciare ulteriormente la prospettiva, è il titolo stesso del libro. “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”, infatti, è un verso di Blake. È dato senz’altro coerente con qualcosa di cui si racconta nel testo. Però è indubitabile che esso allude direttamente alla grande pericolosità delle determinazioni che si alimentano ai pensieri più profondi… e dunque alla vertigine che questi possono produrre quando diventano ossessioni. E ciò anche quando portano alla luce le contraddizioni e la povertà di molte istituzioni sociali. Il punto è che con i romanzi di questa abilissima narratrice ci si deve semplicemente liberare di ogni ricerca soggettiva di senso. L’Autrice ci conduce, parola per parola, nella sfida irriducibile della realtà e dell’esistenza, che possono insegnarci qualcosa soltanto se abbracciate in tutta la loro complessità.

Recensioni (di S. Ciavolella; di G. Maurovich; di M. Piccone)

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Dopo aver letto La ricreazione è finita riesce spontaneo rileggere Mistero al cubo. Se il primo ha finalmente riaperto un po’ di dibattito sui campus novel, non c’è dubbio che il secondo rappresenta una delle tante, possibili e riuscite sperimentazioni del genere. Che va visto in tutte le sue potenzialità, dai classici di David Lodge al pionieristico Quando studiavamo in America di Beppi Chiuppani. Fino al lascito alluvionale (e in verità inclassificabile) de La tredicesima cattedra di Franco Cordero. Mistero al cubo è un tassello importante di questa esperienza. È del 2019, è un giallo e – salvo un interessante punto di contatto sugli anni di piombo – è completamente diverso dal romanzo di Dario Ferrari. Non solo perché il suo Autore – che si cela dietro uno pseudonimo – è un collettivo di tre scrittori; o perché si tratta di una storia costituita direttamente dalla successione delle singole voci dei suoi personaggi. Mistero al cubo è diverso perché l’università e il suo essere forte immagine della società di riferimento sono più nettamente al centro della narrazione. Tutto ruota attorno al decesso del Prof. De Vitis, un ordinario di diritto penale comparato dell’Università della Calabria, trovato morto, integralmente nudo, nel suo ufficio all’interno di uno dei “cubi” del campus di Arcavacata. La scoperta la fa Edoardo Sansinato, il collaboratore più giovane, prototipo del tipico precario accademico e prima voce a farsi sentire nel racconto. Poi, a seguire, parlano anche gli altri: Umberto Gironda, il commissario incaricato delle indagini, colpito da qualche turbamento personale e familiare; Giusy Varrà, la laureata spigliata e disinibita, e un po’ senza scrupoli, che ambisce al dottorato e ha più di una doppia vita; Gianfranco Ferretti, il tesista anarchico e fuori corso, sospetto perfetto per la mentalità più stereotipata; Giulio Badiani, l’allievo anziano, tanto formato e rispettato, quanto frustrato dalla lunga attesa dell’ordinariato; Angela Musso, il p.m. che segue la vicenda, anch’essa (per così dire) un po’ turbata è un po’ alla ricerca; lo stesso Lorenzo De Vitis, il docente deceduto, che passo dopo passo rivela qualcosa di sé; e infine Nadia Gironda, figlia del commissario e amica di Giusy. 

La storia – che si dipana a cavallo delle festività natalizie del 2018 – non può essere integralmente svelata, si rischia lo spoiler. Ma è sufficiente dire che nell’avvicendarsi delle versioni dei singoli si avvertono distintamente molteplici ingredienti: la specifica caratterizzazione, assai realistica, di alcune figure accademiche; il legame, ben tracciato, tra una certa idea (tramontata) di università e il sogno di riscatto (anch’esso frustrato) di un intero territorio (come testimoniato dall’esplicita ispirazione al magnetico libro di Renato Nisticò: lettura obbligata e opera di un vero poeta); un sentimento – reso altrettanto efficacemente – di diffuso, trasversale e intergenerazionale, sfarinamento, nelle convinzioni individuali come nei legami intersoggettivi e nei ruoli istituzionali; l’espediente, riuscito, di collocare la soluzione del caso in una sorta di beffa ultimativa del sistema, a suggello ironico, ma amaro, di un’orizzonte ormai definitivamente ripiegato su se stesso e dunque improduttivo. Mistero al cubo si lascia apprezzare anche per un altro profilo. È l’ennesima prova di una grande tradizione letteraria, quella calabrese, che in anni recenti, da Carmine Abate a Domenico Dara, da Ettore Castagna a Gioacchino Criaco e (al meno conosciuto, ma talentuoso) Salvatore Conaci (per citarne soltanto alcuni…) sta conferendo al patrimonio nazionale ottime prove di scrittura e vitalità, emotiva e socio-culturale. In proposito devo ringraziare i colleghi e amici nativi, che da tempo mi sollecitano a scoprire l’energia di un intero giacimento territoriale. Quando posso, dunque, do piena fiducia cartacea a questo invito. Prima o poi, però, dovrò seguire le orme di Giuseppe Berto, che da veneto ha saputo trovare nella natura della Calabria un inaspettato e prolifico centro di gravità. Giuridicamente, del resto, lo è già, e finalmente, dopo qualche anno di pausa, la felice consuetudine del convegno di Copanello torna a farsi viva.

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Alessandro Nicoli (Nicòli e non Nícoli, come è spesso costretto a ricordare) è un ex giornalista e vive a Venezia. Durante una gita in barca con Marina, sua morosa, approda casualmente a San Giacomo in Paludo, dove, quasi spinto da un amaro ricordo del passato, fa dei ritrovamenti un po’ strani: una moneta d’oro inglese, dell’inizio dell’Ottocento; un teschio apparentemente antico; una piccola testa scolpita nella pietra. Mentre prova a capirci qualcosa, gli eventi lo investono con tutta la loro forza. Proprio a San Giacomo, infatti, la polizia trova il cadavere di un frate, morto annegato in una cavità posta al di sotto del luogo in cui Nicoli ha scoperto il teschio misterioso. Reperto, quest’ultimo, che presto si sa essere tutt’altro che antico, visto che si tratta dei resti di una giovane ragazza lombarda. La stampa locale, speculando sulle coincidenze, gioca a gettare l’ombra del sospetto su Nicoli, che nel frattempo, però, si lancia in un’indagine parallela, spingendosi sull’isola di San Giorgio, nel cui monastero si trova l’ordine cui apparteneva il frate defunto. È lì che riesce a recuperare un libro, appartenuto al religioso; un’opera del controverso padre Ernetti, il discusso inventore del fantomatico cronovisore, una sorta di macchina del tempo. Il groviglio sembra inestricabile e vede Nicoli muoversi, come un’equilibrista, sulle tracce della vita veneziana di George Byron e degli enigmi della famosa Hypnerotomachia Poliphilj, tra la decifrazione di strani appunti segreti, l’interpretazione di iscrizioni altrettanto singolari e le minacce violente di alcuni giovinastri sconosciuti, che lo costringono a rifugiarsi a Roma per qualche giorno. Se il giallo pare, infine, risolversi grazie all’attenta azione delle forze dell’ordine, l’avventura personale del protagonista rivela l’esistenza di una dimensione particolare, che gli consente, novello Polifilo, di fare chiarezza anche sulle sue croniche insicurezze affettive.

Alberto Toso Fei è un noto divulgatore della storia e delle curiosità veneziani. Questo è il suo primo romanzo, e dai numerosi ringraziamenti e crediti posti in appendice si comprende che ci troviamo di fronte al frutto di un esercizio che l’Autore ha cercato di fare sulle orme di narratori ben più esperti. Del resto, chi cercasse ne Il piede destro di Byron un intreccio misteryveramente originale resterebbe deluso: è un pastiche di tanti riferimenti classici del genere, ed è senz’altro salvato dalla riuscita assimilazione tra l’eroe della storia raccontata da Toso Fei e il Polifilo del capolavoro stampato nel 1499 da Aldo Manuzio. Ma ciò che in questo libro merita di essere enfatizzato sta altrove, in un aspetto che lo rende prova di un approccio editoriale che può avere significato e successo innanzitutto presso il grande pubblico. Perché, a ben vedere, le peripezie di Alessandro Nicoli forniscono al suo Autore la scusa per ri-visitare Venezia assieme al lettore, con l’obiettivo di suscitare una duplice dinamica, di immedesimazione e di esplorazione. Meglio: di suscitare questa dinamica nel turista, più che nel lettore, e di trasformare, così, un romanzo in un simpatico bedeker alternativo, facile a ogni palato. E pure di portare chi lo voglia a visitare la Biblioteca Marciana, il Museo Correr, la bellissima basilica dei Santi Maria, Donato e Cipriano, a Murano, etc. In altre parole, a uscire dalle condotte forzate dei tour di massa e a perdersi – ispirato, se del caso, anche da fantasiose suggestioni, ma sempre – alla ricerca del genius loci. Nonostante l’estrema distanza reciproca, Il piede destro di Byron mi ha ricordato Criptoamnesie, un racconto di Tommaso Pincio (da Pulp Roma). Tutt’altra scena, tutt’altro tono, tutt’altro senso. E tutt’altro livello. Tuttavia in quel racconto Pincio – che si muove seguendo le orme di Freud a Roma e allude al parallelo che il padre della psicoanalisi ha fatto tra la Città Eterna (riecco il genius loci…) e le stratificazioni della memoria – ci spiega che gli scrittori sono dei grandissimi imbroglioni, poiché le loro migliori invenzioni sono tanto reali quanto menzognere. Che c’è di meglio, dunque, per immergersi in un posto, che farsi trascinare dal più onirico dei percorsi?

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Ci troviamo nel bel mezzo della famigerata contea di Yoknapatawpha. Lucas Beauchamp è stato colto con una pistola fumante in pugno, a pochi metri dal corpo morto di Vinson Gowrie. È stato preso miracolosamente in custodia e ora si trova in cella, nella prigione che sta sulla piazza della città. Ma ormai tutti si aspettano che i Gowrie – come gli altri del Quarto Distretto – si preparino presto al linciaggio di Lucas, il negro che ha sparato alle spalle di un bianco. Se lo immagina anche Chick Mallison, che ha sedici anni, è ancora un ragazzo, eppure sa bene che cosa sta per accadere. E sa perché Lucas rischia davvero: perché i Gowrie e la loro gente non scherzano; e soprattutto perché Lucas non si è mai comportato come un negro. È sempre stato troppo fiero, quasi altezzoso. È per questo motivo che lo vuole vedere e che accompagna lo zio Gavin, procuratore della Contea, fin dietro le sbarre. Dove Lucas, sorprendentemente, gli affida una missione segreta, quella di riesumare il corpo di Vinson Gowrie. Nella bara, infatti, si nasconde il segreto di quanto accaduto e non c’è tempo da perdere. In una vorticosa avventura, che si svolge tra un sabato notte e il lunedì successivo, Chick diventa improvvisamente e coscientemente adulto, con la complicità di Aleck Sander, un ragazzo di colore che è al servizio della sua famiglia, e dell’anziana e indomita signorina Habersham. Nel frattempo, ovviamente, con l’aiuto di un astuto e smaliziato sceriffo, anche la verità verrà a galla.

Faulkner – che in questo libro, un vero capolavoro, attinge a tutto il repertorio della sua prosa strabordante e inarrestabile – non produce semplicemente un tipico romanzo di formazione. Né si limita ad anticipare temi e situazioni che si ritroveranno nel Buio oltre la siepe di Harper Lee. Il grande scrittore ricorre all’espediente del giallo per calarci nel cuore oscuro del razzismo e per affidare ai ragionamenti rapsodici dello zio Gavin le sue più intime, e controverse, convinzioni: sulla necessità che i problemi del Sud con le persone di colore vengano risolti innanzitutto dalla gente del Sud; e sul fatto che si tratti di una questione eminentemente morale, insuscettibile di essere superata per il tramite di imposizioni dall’esterno. Ciò che più colpisce è che nel ragionamento di Faulkner il sedimento delle virtù più autenticamente americane viene collocato nella paziente resistenza e nell’attaccamento fedele, originario, delle persone di colore alla terra; a quei luoghi interni in cui sarebbe possibile sfuggire al vizio nazionale per la “mediocrità” (così nel testo) di una cultura vacua e consumistica e, dunque, confederarsi tra bianchi e neri, per un’alleanza che si potrebbe definire etica e costituente allo stesso tempo. Se è vero che tratti di questa prospettiva si prestano a interpretazioni ambigue, bisognose quanto meno di una forte storicizzazione (il romanzo è del 1948), non si può dubitare, neppure oggi, dell’immediatezza e dell’efficacia dell’insegnamento che lo zio Gavin cerca di veicolare a Chick con una certa insistenza: “Certe cose devi sempre essere incapace di tollerarle. Certe cose non devi mai smettere di rifiutarti di tollerarle. L’ingiustizia e l’oltraggio e il disonore e la vergogna”.

Recensioni (di A. Carrera; di G. Fofi; di D. Mosca; di A. Salvatore)

Intruder in the dust (il film del 1949)

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Non è un libro nuovo, risale ai primi anni Duemila ed è stato più volte ristampato. È un poliziesco, il primo di una serie di successo, tutta dedicata alle avventure dell’ispettrice Camilla Cagliostri. L’Autore è uno scrittore di autentico pedigree, uno dei cantori più prolifici e apprezzati delle tante leggende e storie della Bassa padana, materia nella quale ha dato il meglio di sé. Qui è alla prova di un genere diverso, anche se i luoghi – in questo caso, Modena e i suoi immediati dintorni – sono sempre quelli prediletti. Ma il giallo merita una segnalazione non per questa ragione. Né per la particolare originalità dell’intreccio, che si dipana, piuttosto, secondo un copione abbastanza prevedibile: due giovani donne vengono uccise da un killer misterioso, e poi ne viene uccisa anche una terza, che pare non avere alcun legame con le prime; gli inquirenti brancolano nel buio, ma l’ispettrice – che è la classica figura tenace, intelligente e anticonformista, oltre che dotata di un certo fascino – segue un’intuizione che la porta a scavare nel passato scolastico delle prime due vittime e a scoprire tutti i danni, e tutte le vendette, che le dinamiche adolescenziali possono talvolta suscitare e ingigantire oltremodo. Tuttavia la vicenda non finisce a questo punto, perché c’è la terza vittima, e il dato interessante del romanzo non è neanche il colpo di scena sull’identità del colpevole (anche a questo riguardo è tutto chiaro e comprensibile ben prima del finale), bensì la reazione di Camilla. Che in parte corrisponde ulteriormente ad un facile stereotipo della letteratura di genere (la giustizia per mezzo dell’ingiustizia); in parte fa sì che il senso della storia intera venga completamente rovesciato e che la sua protagonista, quasi per magia, ne risulti nuovamente caratterizzata, e per di più in modo improvvisamente intrigante. Per tale via si capisce anche a che cosa si deve il titolo, dal momento che ciò che l’Autore vuole proporre è una lezione molto esplicita sull’ossessione del controllo, e che, nelle sue indagini, a causa di quell’ossessione, Camilla si è davvero persa nella nebbia. Anzi, ci si fa l’idea che forse Camilla è così perché già da tempo è persa nella nebbia, per altre circostanze che hanno a che fare col suo passato familiare e che un qualsiasi lettore, al termine del libro, non può che voler superare in compagnia dell’eroina ora conclamata, nel corso di una successiva avventura. Non va, dunque, lodato uno scrittore capace di simili piccole astuzie?

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In una prestigiosa villa sulle colline lucchesi viene commesso un duplice delitto. Esther Bonarrigo, moglie e socia di Daniel, famoso e affermato imprenditore globale della ristorazione made in Italy, viene trovata sgozzata nel parco della tenuta. Non lontano viene scoperto anche il corpo – pluripugnalato – di Jacopo Corti, un restauratore che lavorava proprio lì, alla villa dei Bonarrigo, e che però era stato da poco licenziato. I clamori della cronaca e i fari della giustizia si accendono subito su Daniel: è lui che ha trovato i corpi; suoi sono i vestiti sporchi di sangue che la polizia ha trovato in un pozzo; e si vocifera anche di una relazione clandestina tra Esther e Corti, cosa che potrebbe costituire il movente perfetto. Di lì a poco, dunque, si avvia il processo – anche mediatico – a carico del ricco imputato ed è su queste premesse che comincia la memorabile esperienza dei giudici popolari, che per l’occasione vengono improvvisamente catapultati in Corte d’assise. Il collegio giudicante è bene assortito: Emma è un’imprenditrice snob e ha un negozio di abbigliamento; Serena è una precaria perenne, che da ultimo fa la cameriera in una catena di birrerie; Terenzio è un petulante e arrogante infermiere in pensione; Malcom, giovane italo-scozzese esperto di videogame, è un classico, irriducibile nerd; Iris fa la bibliotecaria, si muove solo in bici e vive ai margini di un bosco; e Ahmed è uno dei tanti forzati che di notte scaricano merci e riempiono scaffali nei grandi centri commerciali. Ciascuno di loro racconta uno spezzone della storia: del processo, naturalmente, e dell’interazione con i giudici togati; delle indagini, delle strategie difensive e del giallo, con l’inevitabile finale a sorpresa, che tuttavia il lettore più attento intuirà senz’altro un po’ prima; ma anche della sua percezione personale di giudice popolare, delle impressioni sugli altri colleghi e, soprattutto, della sua vita e delle sue fragilità, che in qualche caso finiranno per intessere, a latere del giudizio, sia relazioni molto pericolose, sia occasioni particolarmente fruttuose. A ben vedere, in questo romanzo – pur piacevole – non c’è traccia di novità: John Grisham e, prima ancora, Sidney Lumet hanno sdoganato il format da molto tempo e in modo forse definitivo. Scrivere di giurie o di giudici popolari è insidioso. Simoni, certo, rappresenta con correttezza alcune dinamiche processuali e riconfeziona il tutto nel cuore della più credibile e varia (e gradevole) provincia italiana, ma disegnando situazioni e personaggi troppo stereotipici, che finiscono per strizzare l’occhio a ciò che il pubblico di solito si aspetta.

Rassegna stampa

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Simon Renoir ha lasciato la polizia per darsi all’insegnamento: ha studiato da pittore – non poteva essere altrimenti, con quel nome… – e il Prof. Foglian, suo caro amico, gli ha procurato una docenza all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma il richiamo di Firenze è troppo forte. Il commissario Mezzanotte lo sta cercando, ha bisogno di lui e delle sue intuizioni, perché c’è un nuovo serial killer in circolazione. La verità è che Simon cerca solo l’occasione buona per tornare a casa e provare a scacciare i fantasmi familiari che ancora lo tormentano. Il nuovo criminale, intanto, è un osso duro, non si limita a uccidere. Inscena impressionanti e complesse esecuzioni, che ricordano la morte di alcuni santi martiri: prima San Sebastiano, poi San Lorenzo, poi ancora San Bartolomeo. Le vittime sembrano avere anche qualcosa d’altro in comune e, mentre gli inquirenti cercano, come da migliore tradizione, dalla parte sbagliata, quella più facile e scontata, Simon è attirato da un luogo particolare, che con il suo magnetismo può aiutarlo a superare i suoi tormenti più profondi e a circoscrivere il caso nella dimensione giusta. La cosa certa è che, prima di risolvere l’enigma, il pittore-poliziotto rischierà veramente tutto.

Non è un giallo di fresca pubblicazione, risale a diversi anni fa. Proviene dal ricco serbatoio di un editore che delude raramente, e al quale è sempre opportuno rivolgersi in carenza di nuovi titoli attraenti sugli scaffali delle librerie. Il romanzo in effetti merita una segnalazione, ma non per via dell’intreccio, visto che non è particolarmente originale. Sono tanti gli ormai classici (troppo classici) stereotipi che ne popolano le pagine: la cocciuta e miope ostinazione del titolare dell’indagine; la figura del giornalista un po’ impiccione; il “cattivo” scenografico; la contaminazione pseudo-religiosa… C’è però un motivo interessante, che non è così frequente e che è reso, sul piano del tono e del mood complessivo della narrazione – grigio, triste, piovoso – in maniera molto efficace. Le vittime sono tali a causa del loro dolore, dalle stesse scelto come condizione invincibile: hanno inseguito, cioè, la morte già nel corso della loro vita; per questo sono state perversamente elette dal loro carnefice come esempi perfetti di ammonizione e di redenzione. La soluzione del giallo avviene per l’improvvisa rottura del medesimo straziante incantesimo, che per un attimo sembra aver colpito anche il protagonista, in quanto afflitto da un dolore altrettanto profondo. Ma Simon – che pure incorre in questa sorta di irresistibile e fatale colpevolizzazione – si salva, perché è giusto che la vita continui, anche dopo gli eventi più tragici e spiazzanti, e nonostante le pene che questi possono portare. È la concretezza imperfetta di Mezzanotte a risolvere il dramma. In tale lezione, e non è poco, Dio del Sagittario ha fatto centro.

L’Autore

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C’era il mare… Ghe gera el mar… Mar-ghe-gera… Marghera! Neanche il narratore crede a questa pittoresca progressione etimologica. Però non c’è dubbio che, a darle credito, si comprende subito il nesso tra il romanzo e il suo titolo. Infatti, pur svolgendosi anche a Treviso, l’ennesima indagine dell’ispettore Stucky – per intendersi, quello del prosecco e di tante altre avventure – ruota soprattutto attorno a un certo luogo: ai noti cantieri navali della laguna veneta e ai resti di un Petrolchimico altrettanto, e tristemente, famoso. Ma in questo giallo il primo cadavere, quello di un noto giornalista locale, viene ritrovato nel capoluogo della Marca. È senz’altro un caso di avvelenamento, anche se per Stucky – che deve affrontare le temporanee mattane delle sue estroverse vicine di casa – ci sono tante cose che non quadrano. Nel frattempo, a Mestre, viene ucciso un ex sindacalista, pure questa volta una figura conosciuta. Se ne occupa Luana Bertelli, una collega che Stucky conosce bene, e che non crede alle apparenze: la morte dell’uomo non può essere stata l’accidente di un tentativo di furto, né è verosimile che il colpevole sia stato uno straniero. I due ispettori brancolano tra facili pregiudizi e piccole intuizioni, imbattendosi in personaggi di varia e ambigua estrazione, così diversi, e così insospettabili, da rendere improbabile qualsiasi collegamento. Poi sulla scena irrompe un terzo, strano, decesso, quello di un avvocato, che aveva rapporti con entrambe le vittime. Le indagini, dunque, finiscono per convergere e, grazie ad uno spunto della Bertelli, il baricentro della storia si sposta all’improvviso tra Marghera e Venezia, verso il magnetismo oscuro di uno spregiudicato e spietato animatore del rancore sociale.

In questo libro sembra un po’ affaticato, l’ispettore Stucky. Tant’è vero che, alla fine, il passo decisivo lo fa la Bertelli, vero fulcro del racconto. Non è che al nostro eroe manchino la consueta e scanzonata disinvoltura e lo sguardo un po’ obliquo, che gli consente sempre di intravedere la pista giusta. Anche i simpatici punti fermi del suo universo, poi, ci sono tutti: le sorelle di vicolo Dotti, lo zio Cyrus, il trio degli agenti Landrulli, Sperelli e Spreafico. Tuttavia l’iniziativa risolutiva sembra difettargli. C’è da chiedersi se questo sia un segno di stanca per il personaggio e il suo ciclo narrativo o se, invece, sia semplicemente la conseguenza, sul piano della trama, della scelta di un bersaglio sfuggente, fondamentalmente illogico, cresciuto come un virus incomprensibile sulle macerie materiali e morali della crisi. Che per Ervas – così, almeno, si può arguire –  non è soltanto quella dell’ultimo decennio. Il campo di battaglia, infatti, è simbolicamente posizionato in un territorio martoriato da una storia, lunga e dannata, di cortocircuiti imprenditoriali e ambientali; un territorio che, ciononostante, continua deliberatamente a non fare memoria, abbandonandosi alla ricerca e alla caccia diffuse, e quasi disperate, del capro espiatorio più vicino. È comprensibile, dunque, che Stucky – il più riflessivo, meditabondo e bonario Stucky di oggi… – sia meno pronto del solito, perché il nemico non è uno, ed è perciò disorientante. Come è altrettanto comprensibile, viceversa, che sia la tenacia di una donna irrequieta, che potrebbe anche rischiare di lasciarsi andare di fronte all’avversario, a diventare l’esempio dell’energia necessaria: per sconfiggere il risentimento tiranno che inchioda i molti alle loro fragilità e a un inutile disegno di vendetta. Sembrerebbe stanco, Ervas. Piace constatare che è più consapevole e motivato che mai.

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Schio, 1970. Una mattina di maggio Emilia Bettàle, giovane operaia tessile momentaneamente impiegata come domestica, scompare misteriosamente. Il maresciallo Piconese comincia le indagini, ma lo scenario si fa subito indecifrabile. Qualche giorno prima, infatti, c’è stato un furto in una chiesa di una piccola frazione montana: esiste forse un nesso? Sembrerebbe di no, anche perché il contesto in cui si muoveva Emilia è molto diverso. Il sospettato numero uno, infatti, è il suo fidanzato, Giorgio Chemello, che si è dato latitante. Ma i loro amici, Federica Smiderle, Marco Béber e Gildo Sperotto, non ci stanno; pensano che Emilia avesse scoperto qualcosa su strane manovre all’interno delle fabbriche locali e sull’esistenza di qualche cellula terroristica. Del resto proprio in quel periodo l’auto di un importante dirigente d’azienda era stata incendiata, con una rivendicazione fin troppo esplicita. Il fatto è che è sparito anche Rizzo, il socio pugliese di Giorgio, e che a complicare ulteriormente le cose c’è anche l’entrata in scena del vecio Penso, un ex partigiano che sembra saperla assai lunga su trame oscure e depistaggi. Lo stesso Piconese non sa come orientarsi, tanto più che si verificano altri due attentati incendiari, che calamitano anche l’attenzione dei nuclei speciali della polizia. Tuttavia il maresciallo, durante un breve periodo di ferie quasi forzate, incappa in alcune importanti scoperte e l’indagine conosce presto un’accelerazione, con susseguirsi di nuove vittime e colpi di scena, e con un epilogo nel quale nulla è scontato.

Anche in questo romanzo Matino sceglie l’ambientazione che gli è più congeniale, l’Alto Vicentino. Ma questa volta lascia i Cimbri e la loro cultura sullo sfondo, per concentrarsi sulle vicende dell’industria tessile scledense e di Alessandro Rossi, l’imprenditore che più ne ha condizionato lo sviluppo nel corso del XIX secolo, dando vita ad un esperimento socio-economico di rilevanza europea e plasmando di sé anche la struttura della città. Il giallo non è che un pretesto. Da un lato, certo, questa scelta consente all’Autore di continuare a coltivare un genere che gli ha dato successo e di ricollegarsi espressamente, per il tramite della figura del maresciallo Piconese, al precedente Tutto è notte nera. Dall’altro lato, la collocazione dell’intrigo nel clima del Sessantotto e del conflitto tra padroni e operai permette la rievocazione di – il raffronto con… – un’epopea pionieristica di pari e grandi trasformazioni. L’impressione, sul punto, è che Matino non intenda soltanto divulgare, ricostruendo una fase gloriosa dell’economia locale e nazionale, e dimostrando che anche la periferia della provincia è stata protagonista autentica della grande storia (pure nel lungo Dopoguerra della ricostruzione, del boom e della liberazione dei costumi: a quest’ultimo riguardo, alla lunga e utile bibliografia che l’Autore offre in appendice si potrebbe aggiungere l’originalissimo testo di Lorenzo Bortoli). Matino, avvalendosi come portavoce ideale di uno dei suoi personaggi, Marco Béber, vuole suggerire che lo studio del passato – e la sua riscoperta nei luoghi a noi più prossimi – può essere davvero lo spunto per fronteggiare e capire il presente.

Recensione (di Chiara Roverotto)

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