admin

 

I woke this morning / whit these certified blues (ZZ TOP)

Condividi:
 

La lusinga di diventare ciò che si è (da leparoleelecose.it)

Condividi:
 

C.S. Lewis da Oxford al sistema solare (da doppiozero.com)

Condividi:
 

Pur essendo facoltoso, Menedemo si affanna tutto il giorno a lavorare la terra, anche nelle ricorrenze festive. Vuole, a suo modo, espiare quella che ritiene la sua colpa più grande: l’aver impedito le nozze del figlio Clinia, che dunque, non avendo potuto sposare la giovane Antifilia, è partito come mercenario alla volta dell’Oriente. Cremete, che di Menedemo è il vicino, cerca di consigliarlo, mosso dalla più umana sollecitudine. Nel frattempo, peraltro, Clinia è tornato ed è addirittura giunto segretamente a casa di Cremete, fingendo di portare con sé proprio la sua donna, che in verità è Bacchide, la cortigiana di cui è irresponsabilmente innamorato Clitifone, figlio di Cremete. Una simile messinscena è frutto di una delle prime astuzie del servo Siro, che spera così, tutelando Clitifone dalle possibili ire del padre, potenzialmente impaurito da un fidanzamento rischioso, di ricevere qualche vantaggio. Il fatto è che Sostrata, moglie di Cremete, scopre che l’ancella di Bacchide – che altri non è che Antifilia – è la figlia che aveva abbandonato neonata su ordine del marito; e che, quindi, è viva e vegeta. Gli eventi, allora, accelerano improvvisamente, le parti si scambiano ed è Menedemo, infine, trovata l’insperata occasione per riconciliarsi col figlio, a soccorrere Cremete, indirettamente stimolandogli un duro stratagemma per dare una lezione a Clitifone e riportare in famiglia l’equilibrio tanto desiderato.

Perché leggere questa commedia di Publio Terenzio Afro? Formalmente le ragioni sono tante; tutte quelle che già si possono apprendere sui banchi del liceo. E dunque: perché è esemplare dell’originalità del teatro Terenziano e delle mutazioni da esso indotte; perché vi si trova, per bocca di Cremete, la prima testimonianza scritta di una sensibilità universale (“Homo sum: humani nihil a me alienum puto”); perché la figura di Menedemo (il punitore di se stesso, come recita il titolo greco, lo stesso della commedia di Menandro, che Terenzio riprende), ha ispirato le scelte esistenziali di grandi poeti (da Baudelaire a Gozzano); perché – come è stato bene sintetizzato – l’Heautontimorumenos ha canonizzato anche il tema padri e figli, ben prima di Turgenev, aggiungeremmo (e, visto che è una commedia, ben prima di Totò e Aldo Fabrizi); perché – ciò dovrebbe essere d’interesse pure per i giuristi – lo stratagemma finale messo in atto da Cremete passa per una soluzione tecnico-giuridica, a sigillo della pregnanza diffusa della cultura giuridica e dei suoi evoluti e sofisticati dispositivi nella cultura popolare romana; perché il manoscritto più antico dell’opera è ben conservato e leggibile online, anche nelle sue miniature eccellenti, sul portale delle collezioni vaticane; e perché, infine, la sola rassegna di tutti questi profili fa apprezzare che cosa sia un classico, nella sua proverbiale ricchezza e polivalenza. Senza dire del fatto che viene voglia di prendere le pagine del manuale di letteratura latina di Concetto Marchesi, dove si può reperire un riassunto ancor più analitico della commedia.

Tuttavia c’è anche un altro motivo per accostarsi a questo piccolo capolavoro, in cui, tra l’altro, e come si dice espressamente nel Prologo, “la trama unitaria del modello si complica in un duplice intrigo”. Il motivo – non si consideri questa affermazione come un’arbitraria deminutio – è che il cenno iniziale all’umanità del rapporto tra Cremete e Menedemo, lungi dall’anticipare paradigmi fin troppo moderni (e salve le discussioni sul clima del cd. “Circolo degli Scipioni”), predispone l’animo del lettore a un atteggiamento di assoluta disponibilità e comprensione; di calma e fiducia, cioè, nella relazione intersoggettiva più autentica e partecipe, che non a caso supera ogni genere di inganno, alimentando solidarietà e reciprocità di contegno e di rispetto, ed anche ottimismo per il futuro. Mi sembra che sia questo il vero lascito – morale e financo pedagogico – del pezzo terenziano, che invita alla prossimità e alla redenzione individuale che solo l’amicitia può garantire, e lo fa in una semplicissima vicenda, a sua volta esemplare di rapporti normalmente egoistici ed emulativi. Il che, al fondo, vuol dire che, di fronte ad un problema, chiudersi in se stessi non garantisce alcun destino.

Condividi:
 

Il libro raccoglie in successione tre diversi testi: La talpaLe vetrate di Rembrandt e Biografia di un paesaggio anfibio. Sono piccoli romanzi, sospesi tra la forma del diario e quella della fiction. E hanno alcune cose in comune. La prima è che le storie cominciano tutte dal pretesto di dover offrire al proprio editore un pezzo sull’Olanda; proposito che sembra fallire, per trasformarsi volta per volta in personali, sentimentali, ma minuziosi, carotaggi nelle fondamenta e nella cultura della società neerlandese. Come anche in proficue occasioni di auto-osservazione. Altro aspetto condiviso è che quelle di questi romanzi sono trame tra loro collegate, quanto meno nel senso di un ordine cronologico: Le vetrate e Biografia, infatti, sono ambientate in un momento – di insperato e anonimo ritorno – che segue la rocambolesca avventura de La talpa – che termina con una fuga, nientemeno che dai servizi segreti. La terza caratteristica – si discuta delle misteriose viscere di Amsterdam, delle geometriche costellazioni del quartiere di Zeewijk o del mondo variamente mutante che si scopre attorno alle rive del Noordzeekanaal – è che Magliani si esercita in un costante gioco di rimandi e raffronti con le luci e i colori della sua terra d’origine: le ombrose valli liguri, il borgo natio, i campi, i torrenti e i carruggi. Non manca, infine, in ogni testo, qualche allusione erotica, destinata, tuttavia, a spegnersi sottilmente e invariabilmente.

Ci si può indispettire durante la lettura. Da un lato, per un’impaginazione un po’ troppo piena e per una serie di fastidiosi refusi. Dall’altro, per l’andamento complessivamente rapsodico, che non consente di traguardare un qualche orizzonte. In verità Magliani è un Autore tutto da leggere. Perché il suo girovagare, alla fine, produce un piccolo effetto ipnotico, che ha la forza di riportarci, ciascuno, al proprio personalissimo centro di gravità. Ed anche perché – al di là dei numerosi passaggi curiosi o ironici – ci sono figure (il traduttore Roland Fagel e l’amico Piet van Bert) e singole pagine (come quella in cui si riprende la lezione di Sebald sulla famosa Lezione di anatomia di Rembrandt) realmente degne di nota. Occorre anche dire che il Romanzo olandese si può leggere con profitto ancor maggiore alternandolo con Natura morta con briglia di Zbigniew Herbert, il quale, con i suoi saggi (molto narrativi) sulla pittura e sulla cultura del Seicento olandese, ci catapulta nello stato d’animo più adatto ad affrontare le esplorazioni di Magliani. Le ricostruzioni del grande poeta polacco permettono di accedere a un ritratto molto efficace del carattere assai originale di un’intera società: libera e imprenditiva, talvolta anche all’eccesso, ma pacifica e ordinata; borghesissima e ripetitiva, ma popolare; semplice e tranquilla, ma in costante tensione col suo fluidissimo paesaggio. Niente di meglio, dunque, per acclimatarsi, sentirsi accolto e lasciarsi, poi, portare via, alla volta di se stessi, dagli smarrimenti di Magliani.

Recensioni (di C. Grande; G. Festinese; P. Vitagliano)

L’Autore presenta il suo romanzo

Un’intervista

Condividi:
 

Viva Caporetto! (da succedeoggi.it)

Condividi:
 

Con I convitati di pietra Michele Mari si è dato all’horror (da rivistastudio.com)

Condividi:
 

Carlo Michelstaedter (da unacittà.it)

Condividi:
 

It’s better to regret something you did / than something you didn’t do (RHCP)

Condividi:
 

Venezia è un videogame (da not.neroeditions.com)

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha