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Vivere nell’epoca del trend illiberale (da reset.it)

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Nel 1875 – l’anno cruciale in cui consuma il suo definitivo addio alla letteratura – Arthur Rimbaud soggiorna a Milano per qualche settimana. Lo sappiamo da un biglietto da visita, nel quale il poeta avrebbe aggiunto al proprio nome un domicilio, un indirizzo di una Piazza Duomo oggi completamente cambiata. Di questo soggiorno sappiamo anche un’altra cosa: a Milano Rimbaud è ospite di una vedova, della quale, però, è rimasta del tutto ignota l’identità. Restano dunque inevasi molti interrogativi. Perché Rimbaud si è fermato a Milano? Qual era la sua destinazione finale? Chi era la signora che lo ha ospitato? Che cosa ha fatto il poeta in quelle settimane? Gli ingredienti per il mistero ci sono tutti, ma provare a scioglierlo è un’impresa impossibile, perché gli indizi da cui muovere sono realmente pochi. L’Autore, in verità, sa bene che più che la meta vale il viaggio, la ricerca costante e appassionata che lo anima. Questo libro, infatti, è la raccolta dei dati, delle suggestioni e delle osservazioni di contorno che Franzosini ha assemblato nel suo puntiglioso vagabondaggio, e che permettono, meglio di qualsiasi altro saggio, non solo di introdursi all’universo rimbaldiano, ai suoi miti e alle sue molteplici letture, ma anche di ricevere qualche breve spaccato della cultura e della società della seconda metà dell’Ottocento.

Nel testo ci si imbatte in tante pagine curiose: quelle sulla difesa della memoria del grande poeta (specie da parte dei suoi familiari…); quelle sul carattere del giovane Arthur (a dir poco bizzoso); quelle sui salotti meneghini e sugli ambienti letterari del tempo (che quasi sicuramente non hanno avuto alcun contatto con il poeta maledetto)… Non mancano, poi, le coordinate più classiche della “leggenda Rimbaud”: il ribellismo, le relazioni pericolose con Verlaine, le poche ma saldissime amicizie, le fughe ripetute, le avventure e i viaggi continui. C’è anche il romanzo, ovviamente, ed è quello che, tassello dopo tassello, Franzosini costruisce in modo solo tangenziale e allusivo, lasciandoci fantasticare che a Milano Rimbaud abbia veramente incontrato una figura femminile decisiva, di cui vi sarebbe traccia anche in alcuni passaggi delle sue opere più importanti. Il silenzio delle prove non fa altro che esaltare il magnetismo del personaggio, imprigionato in un buco nero che ha attratto a sé l’intero e fascinoso caleidoscopio della vita del poeta. La bellezza di questo gioiellino narrativo sta tutta qui, in questo centro di gravità, come nella seduttività indiretta e discreta di un racconto che è costruito da tante giustapposizioni, quasi una Wunderkammer di storie e di resoconti, tanto diversi e spaesanti quanto ricchi e succosi. Per gustarlo appieno, per poterne apprezzare il carattere quasi tridimensionale, occorrerebbe leggerlo nelle stanze di un antiquario, occhieggiando vecchie stampe e annusando odori di muffa e di vernice. E immaginando di ascoltare il calore rassicurante di una chiacchiera colta ed elegante, a tratti ostentatamente involuta e viziosa. Da questo punto di vista, Franzosini – un raffinato “indagatore del detrito” – ha creato un genere, nel quale eccelle da tempo. Ricorda un po’ Arbasino, ed accorgersene è un disturbante e meraviglioso dettaglio.

Recensione (di Alida Airaghi; Roberto Cicala; Gabriele Di Fonzo; Pasquale Di Palmo; Luigi Mascheroni; Paolo Melissi)

Una conversazione con l’Autore

Tutto su Rimbaud

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Giuseppe Berto a 40 anni dalla morte (da leparoleelecose.it)

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Fuggire il mondo (da doppiozero.com)

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Proteggimi dal tempo che passa / ho la sindrome da Peter Pan di stelle (Coma Cose)

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Dialettica della città e spazio dei movimenti (da carmillaonline.com)

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“La superstizione porta sfortuna”. A trent’anni dal Pendolo di Focault (da wumingfoundation.com)

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Ruock! (da not.neroeditions.com)

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L’Autore si occupa di cultura e letteratura classiche; insegna al Bard College, vicino a New York. Questo libro è il resoconto di un suo corso, dedicato interamente all’Odissea. Ma non si è trattato di tenere un corso come gli altri: vi ha partecipato anche suo padre Jay – un matematico ottantenne – e lo ha fatto in modo attivo, esprimendosi con franchezza e partecipando alla discussione con gli studenti. In questo modo, la rievocazione e l’analisi del viaggio di Ulisse si sono subito trasformati nell’occasione per compiere un altro viaggio, alla riscoperta di ciò che è il rapporto tra un padre e un figlio, scavando nelle motivazioni che hanno spinto il vecchio Jay ad essere lì, nella sua storia personale e nelle storie della famiglia Mendelsohn. Nel racconto l’itinerario dell’eroe omerico e la decifrazione dei suoi tanti significati si alternano costantemente al dialogo tra Daniel e Jay. Per i due protagonisti l’Odissea assume un significato così grande da spingerli a mettersi davvero sulle tracce del re di Itaca, imbarcandosi in una crociera nel Mediterraneo. A ben vedere, anche la rilettura del poema si colora integralmente di questa prospettiva: Telemaco si istruisce e diventa adulto sulle orme del padre, apprendendo che cos’è veramente una famiglia; poi, solo in un secondo momento, entra in scena Ulisse, che prima di poter ritornare a casa deve sperimentare tutti i limiti della sua ambizione individuale, rigenerandosi di quella consapevolezza che è indispensabile al ricongiungimento; quindi comincia il tema del ritorno e del riconoscimento, e della vendetta, che si consuma collettivamente, al solo scopo di ricostruire un’unità originaria, in cui Ulisse, finalmente, ritrova non solo il figlio e la sposa, ma anche suo padre Laerte.

Dopo la monumentale prova de Gli scomparsi, ormai diventato una pietra miliare del suo genere, Mendelsohn continua a convincere. Un’Odissea, infatti, è un libro efficacissimo, specialmente quando fornisce momenti di divulgazione alta e suggestiva: su che cosa sia la filologia; sulla rilevanza e sulla continuità, tra gli accademici, della relazione tra maestri e allievi; su quanto sia importante, nell’interpretazione di un classico, il confronto continuo tra lettori nuovi e lettori esperti; su quanto questa interazione stimoli intuizioni capaci di indicare significati ancora sconosciuti; e soprattutto su come l’esperienza del rapporto personale con la grande letteratura, se presa sul serio, riesca a dirci molto sulla nostra vita. Quest’ultima prospettiva è il perno su cui Mendelsohn fa ruotare tutto il racconto. Ciò che gli interessa, infatti, è l’interazione con il padre, e il poema omerico ne è il catalizzatore ideale, che gli permette di interrogarsi a fondo e di indagare nel passato e nel presente, alla conquista di una dimensione intima mai veramente compresa. Ad un masterpiece della tradizione antica si può chiedere anche questo, ed è tale virtù taumaturgica a renderne la lettura tuttora impareggiabile: abbandonarvisi è come ritrovarsi. L’Odissea, di recente, va forte proprio per questo: nel libro di Mendelsohn gli interrogativi che pone l’èpos tracciano la strada per un percorso psicanalitico; nel bestseller pressoché coevo di Sylvain Tesson (Un’estate con Omero) le avventure dell’astuto re di Itaca costituiscono la migliore compagnia per un vero romitaggio mediterraneo. Di questi tempi, evidentemente, gli scrittori, pur parlando di sé, danno prova di essere ottimi stregoni: forse lo smarrimento diffuso che ci circonda, se preso sul serio, se guardato, cioè, dal didentro, può dare l’opportunità di ritrovare la tanto agognata strada di casa.

Recensioni (di Lorenzo Alunni; Massimiliano De Villa; Giulio Galetto; Dwight Garner; Marta Pellegrini; Emily Wilson)

Un’intervista all’Autore

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I poeti appartati: Biagio Marin (da nazioneindiana.com)

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