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Nabokov in cattedra (da nazioneindiana.com)

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Pazzi per il paesaggio: Hokusai, Hiroshige (e quel giapponese mancato di Van Gogh) (da circolocubounibo.it)

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Il libro è una felice raccolta di estratti di colta e preziosa critica letteraria. È diviso in due parti, precedute da un “Viatico” e seguite da un’Appendice. Fanno da cornice due gallerie, con un apparato iconografico variamente collegato alle riflessioni svolte dall’Autore. L’oggetto – nulla di strano per Nigro, che ne è un vero esperto – è Alessandro Manzoni, e precisamente la singolare e profonda, e tormentata, tensione pedagogica che percorre I promessi sposi, qui analizzati sulla base dell’edizione illustrata del 1840-1842, quella accompagnata dalla Storia della colonna infame. Nel “Viatico”, infatti, Nigro chiarisce di volersi inserire all’interno del filone interpretativo che valorizza la Storia come la lente ideale per comprendere il significato del romanzo. Non a caso, la prima parte del volume, che ne costituisce il cuore, si mette sulle tracce di “quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato degli altri”: espressione che è stata usata dal Manzoni nel capitolo XIII del romanzo, dove si narra dell’assalto popolare alla residenza del vicario durante la rivolta del pane. A lungo Leonardo Sciascia aveva interrogato la frase in parola. Era alla ricerca di una chiave esplicita per dimostrare il rimorso segreto del grande scrittore, se non il tentativo tardivo di una qualche inquieta giustificazione, di fronte alla freddezza che lo stesso aveva tenuto nei confronti del linciaggio, compiuto proprio davanti alla sua casa, di Giuseppe Prina, ministro delle finanze dell’ultimo governo napoleonico di Milano. Perché – e questo è il fulcro della seconda parte del libro, che confronta gli itinerari manzoniani di Sciascia con quelli di Mario Pomilio e di Natalia Ginzburg – l’opera di Manzoni non può essere mai eccessivamente monumentalizzata, né confinata in un tranquillizzante messaggio pastorale di redenzione o in un intreccio di ragioni sentimentali o personali: il turbamento la pervade sempre, al punto da farla sembrare in ogni caso spiazzante, per i laici come per i cattolici, e comunque per gli italiani. L’Appendice, animandosi delle immagini contenute nella seconda galleria, coltiva nuovamente le suggestioni del tema iconografico, divagando elegantemente tra i tratti di Renato Guttuso e quelli di Mimmo Paladino.

Capire se sia o meno verosimile che proprio la lenta metabolizzazione della disgraziata vicenda del Prina avrebbe fornito al patriota Manzoni l’ispirazione per gli approfondimenti morali e civili sottesi al racconto del seicentesco tumulto di S. Martino – come alla ricostruzione filologica della sventura dei presunti untori della Colonna infame – non è la cosa più importante di questo libro. Mi preme esprimere un’urgenza diversa, in parte personale, in parte più oggettiva; ma legata comunque alla Colonna infame. La ricordo ancora nell’esperienza della prima lettura, dopo la scoperta del volumetto sugli scaffali della libreria di casa. Stava accanto ad altri volumetti di una stessa collana, formata da alcune edizioni speciali ed economiche di Bompiani, vendute con L’Espresso e acquistate da mio padre, che allora era abbonato al settimanale. Riportava un’introduzione di Sciascia. Il libro di Nigro – che è esplicitamente ispirato alle pagine dell’autore siciliano – risveglia la gioia di quell’originario contatto, e del confronto, forse per la prima volta, con una riflessione difficile, obliqua, eppure appagante. Richiama anche il piacere – pure quello provato, forse, per la prima volta – di voler continuare la scoperta, leggendo gli altri titoli di quella stessa collana (su tutti, Tifone di Conrad e Candido di Voltaire), con pari soddisfazione. Poi c’è, naturalmente, al di là del ricordo di un momento molto formativo, anche il profilo sostanziale, di merito. Riguarda l’importanza di un messaggio che invita a guardare al grande romanzo italiano per eccellenza come ad una cosa spessa, complessa e al contempo forte ed efficace nella persuasione che può produrre anche soltanto nella lettura più immediata e appassionata. È uno sprone, dunque, a non avere paura di questo genere di complessità, perché è fattore di grande consapevolezza. Ma è anche una sollecitazione a riconsiderare Manzoni un vero maestro della “moralistica” europea, a intenderlo, cioè, innanzitutto, nel suo lato francese, non solo in quello lombardo. Non è male rammentarsi di poter collocare don Lisander ben al di là delle glosse e delle parafrasi anguste che gli sono di solito riservate dai nostalgici della più stanca tradizione scolastica.

Recensione (di Raffaele Manica)

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Marx l’incompiuto (da carmillaonline.com)

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E ogni problema è un labirinto fantastico (Litfiba)

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“C’è Pinketts” (da rivistastudio.com)

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Nella Vienna post-imperiale e repubblicana del 1919, attanagliata dai disagi e dalla povertà di un dopoguerra durissimo, l’ispettore August Emmerich si imbatte nella morte misteriosa di tre reduci del fronte orientale. C’è qualcosa di strano che lega i decessi ed Emmerich, ex soldato lui stesso, è convinto, a dispetto di ciò che pensa il medico legale, che vi sia in circolazione un pericoloso assassino. Scortato dal giovane collega Winter, decide di abbandonare le indagini sulla borsa nera, più attiva che mai, e cerca di mettersi sulla pista del giallo, alla ricerca della verità, ma anche di una promozione a lungo sperata. Il destino, però, sembra cospirare a suo sfavore. Una vecchia ferita lo tormenta in modo insopportabile e il suo superiore gli è caparbiamente ostile. A capo dei borsaneristi, inoltre, c’è lo spregiudicato Veit Kolja, vecchia conoscenza e vecchia canaglia: di lì non si passa; gli tocca pure di far buon viso a cattivo gioco. Per di più, nel frattempo, nel torno di pochi giorni, Emmerich perde la compagna, resta senza casa, viene completamente derubato ed è addirittura arrestato, accusato della morte di una giovane donna. Naturalmente se la caverà, facendo ricorso a tutta la sua tenacia. Scoprirà, tuttavia, che l’onda lunga del conflitto non si è abbattuta su Vienna soltanto con i morsi della fame e della crisi, e che i suoi più terribili e innominabili artigli sono ancora vivi e vegeti, e molto vicini.

August Emmerich è un investigatore che appartiene alla serie degli empatici; assomiglia più a Marlowe che a Dupin, e infatti la sua arma segreta, quella che lo aiuta a togliersi d’impaccio, sta in un istintivo senso del rischio anziché in una particolare propensione alla cultura della razionalità. Anche l’ambientazione storica coopera in questo senso, tanto che larga, se non massima, parte della narrazione non è altro che un affresco realistico delle macerie – materiali, morali, politiche e sociali – dell’impero austroungarico sconfitto: lo scenario perfetto per un eroe che non ha alcuna paura di sporcarsi pur di raggiungere il risultato di giustizia che gli sta a cuore. Il finale, che forse è un po’ troppo compresso (anche se l’effetto sorpresa ne riesce indubbiamente enfatizzato), fa presagire che Emmerich promette di dare battaglia non solo ai criminali, di guerra o comuni che siano, ma ad un intero contesto di degrado, frammentazione e abbrutimento, che costituisce il reale bersaglio dell’atto d’accusa che l’Autrice ha messo in scena, e che rappresenta il pericolo concreto verso il quale, per ragioni diverse, tendiamo sempre a scivolare, anche alle soglie del 2019.

Recensioni (di Alessandro Moscè; di Ranieri Polese)

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“Code is law” (da penalecontemporaneo.it)

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Un ragazzo che non è più un ragazzo sta per diventare padre. Che nome può dare al figlio che verrà? Il nome di suo nonno, Marino, fascista della prima ora? O il nome del prozio, Almo, comunista irriducibile? Per lungo tempo la storia dei due fratelli, così emotivamente vicini e così politicamente lontani, ha percorso i destini della famiglia, lacerandola più volte. Il ragazzo, dunque, non vuole sbagliare; prima di tutto, però, vuole capire. Vuole comprendere come sia stato possibile che una famiglia tanto unita sia rimasta travolta dall’avvento del fascismo e dalla tragedia della seconda guerra mondiale. La narrazione è alternata: da un lato si raccontano il viaggio e le riflessioni del ragazzo, alla ricerca di una sintesi esistenziale, sulla scorta delle poche residue tracce del passato; dall’altro si ripercorrono le peripezie di Marino, di Almo e dei loro affetti più stretti, in un susseguirsi di vicende drammatiche, che spaziano da Este a Padova, da Treviso a Milano, da Roma a Gaeta, dall’Istria alla Sardegna. Il nome del figlio, alla fine, salterà fuori; e forse la scelta del ragazzo (ai lettori la scoperta) sarà proprio quella giusta, per non restare più prigionieri della storia e per dare voce piena alla forza rappacificante dell’amore e del futuro, necessariamente nuovo, che essa può prefigurare.

Questo è un libro intimo e collettivo allo stesso tempo. Qui sta il suo punto di forza. D’altra parte le vicissitudini di una famiglia al tempo del fascismo sono sempre le vicissitudini del Paese; stimolano immedesimazione. Non è strano, quindi, che la dialettica tra due fratelli ben rappresenti le divisioni e le pulsioni di un’identità nazionale tormentata, emotiva, passionale; e forse condannata dalle colpe di un padre-giudice tanto apparentemente rigoroso quanto incapace di ascolto, di perdono e di riconoscimento. Se poi la storia di quella famiglia – di una famiglia realmente esistita… – si origina dalle terre che più hanno vissuto i conflitti sociali che hanno portato al fascismo (sono i luoghi di Matteotti…), allora la verosimiglianza e l’efficacia della scrittura sono garantite. Tanto che, più che a un romanzo, viene quasi da pensare alla sceneggiatura di una fiction da prima serata, di sicuro successo. È qui che, paradossalmente, qualche perplessità può sorgere. Non è certo lo stile ad essere un problema. Il fatto è che l’ottima narrazione popolare si mescola ambiguamente a messaggi parzialmente assolutori, che sembrano ammiccare all’idea che vi sia stato un fascismo buono e sincero, animato da nobili intenzioni sociali, e che il modo migliore per superare un tragico passato sia la ricerca (per l’appunto) della bontà e della sincerità delle ragioni intime dei “vinti”, al fine di andare definitivamente oltre. Se così fosse, però, la riscossa dei sentimenti segnerebbe anche il trionfo della rimozione, il vizio più instancabile e invincibile del Paese. Il significato vero del libro, evidentemente, è altro, e forse per il lettore avveduto, che abbia voglia di leggere e rileggere la poesia di Alfonso Gatto, dalla quale il titolo trae ispirazione, questo significato può rivelarsi come l’opposto di quanto superficialmente appare: il passato è sempre un macigno e per superarlo occorre il coraggio di guardarci veramente dentro e di farlo restare tuttora protagonista – testimone tanto assente quanto silenzioso e incombente – dei momenti più importanti della nostra vita.

Recensioni (di Davide Brullo; di Fabio Cozzi; di Giorgio Montefoschi; di Francesca Visentin)

Intervista all’Autore

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Menasse, sotto il cielo di Bruxelles (da alfabeta2.it)

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