Alessandro Nicoli (Nicòli e non Nícoli, come è spesso costretto a ricordare) è un ex giornalista e vive a Venezia. Durante una gita in barca con Marina, sua morosa, approda casualmente a San Giacomo in Paludo, dove, quasi spinto da un amaro ricordo del passato, fa dei ritrovamenti un po’ strani: una moneta d’oro inglese, dell’inizio dell’Ottocento; un teschio apparentemente antico; una piccola testa scolpita nella pietra. Mentre prova a capirci qualcosa, gli eventi lo investono con tutta la loro forza. Proprio a San Giacomo, infatti, la polizia trova il cadavere di un frate, morto annegato in una cavità posta al di sotto del luogo in cui Nicoli ha scoperto il teschio misterioso. Reperto, quest’ultimo, che presto si sa essere tutt’altro che antico, visto che si tratta dei resti di una giovane ragazza lombarda. La stampa locale, speculando sulle coincidenze, gioca a gettare l’ombra del sospetto su Nicoli, che nel frattempo, però, si lancia in un’indagine parallela, spingendosi sull’isola di San Giorgio, nel cui monastero si trova l’ordine cui apparteneva il frate defunto. È lì che riesce a recuperare un libro, appartenuto al religioso; un’opera del controverso padre Ernetti, il discusso inventore del fantomatico cronovisore, una sorta di macchina del tempo. Il groviglio sembra inestricabile e vede Nicoli muoversi, come un’equilibrista, sulle tracce della vita veneziana di George Byron e degli enigmi della famosa Hypnerotomachia Poliphilj, tra la decifrazione di strani appunti segreti, l’interpretazione di iscrizioni altrettanto singolari e le minacce violente di alcuni giovinastri sconosciuti, che lo costringono a rifugiarsi a Roma per qualche giorno. Se il giallo pare, infine, risolversi grazie all’attenta azione delle forze dell’ordine, l’avventura personale del protagonista rivela l’esistenza di una dimensione particolare, che gli consente, novello Polifilo, di fare chiarezza anche sulle sue croniche insicurezze affettive.

Alberto Toso Fei è un noto divulgatore della storia e delle curiosità veneziani. Questo è il suo primo romanzo, e dai numerosi ringraziamenti e crediti posti in appendice si comprende che ci troviamo di fronte al frutto di un esercizio che l’Autore ha cercato di fare sulle orme di narratori ben più esperti. Del resto, chi cercasse ne Il piede destro di Byron un intreccio misteryveramente originale resterebbe deluso: è un pastiche di tanti riferimenti classici del genere, ed è senz’altro salvato dalla riuscita assimilazione tra l’eroe della storia raccontata da Toso Fei e il Polifilo del capolavoro stampato nel 1499 da Aldo Manuzio. Ma ciò che in questo libro merita di essere enfatizzato sta altrove, in un aspetto che lo rende prova di un approccio editoriale che può avere significato e successo innanzitutto presso il grande pubblico. Perché, a ben vedere, le peripezie di Alessandro Nicoli forniscono al suo Autore la scusa per ri-visitare Venezia assieme al lettore, con l’obiettivo di suscitare una duplice dinamica, di immedesimazione e di esplorazione. Meglio: di suscitare questa dinamica nel turista, più che nel lettore, e di trasformare, così, un romanzo in un simpatico bedeker alternativo, facile a ogni palato. E pure di portare chi lo voglia a visitare la Biblioteca Marciana, il Museo Correr, la bellissima basilica dei Santi Maria, Donato e Cipriano, a Murano, etc. In altre parole, a uscire dalle condotte forzate dei tour di massa e a perdersi – ispirato, se del caso, anche da fantasiose suggestioni, ma sempre – alla ricerca del genius loci. Nonostante l’estrema distanza reciproca, Il piede destro di Byron mi ha ricordato Criptoamnesie, un racconto di Tommaso Pincio (da Pulp Roma). Tutt’altra scena, tutt’altro tono, tutt’altro senso. E tutt’altro livello. Tuttavia in quel racconto Pincio – che si muove seguendo le orme di Freud a Roma e allude al parallelo che il padre della psicoanalisi ha fatto tra la Città Eterna (riecco il genius loci…) e le stratificazioni della memoria – ci spiega che gli scrittori sono dei grandissimi imbroglioni, poiché le loro migliori invenzioni sono tanto reali quanto menzognere. Che c’è di meglio, dunque, per immergersi in un posto, che farsi trascinare dal più onirico dei percorsi?

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La figlia di Ezra Pound si racconta, dall’infanzia ai 21 anni, fino al matrimonio con il principe (e futuro egittologo) Boris de Rachewiltz. Tutto comincia a Gais, in Val Pusteria, dove Maria – nata dal rapporto tra Pound e la violinista Olga Roudge – viene affidata a una famiglia di contadini tirolesi. Cresce con loro, nei campi e tra le pecore, e la sua prima lingua è il dialetto locale. Il Signore e la Signora (Ezra e Olga) passano talvolta a trovarla e così Maria conosce anche il nonno Homer e alcuni amici della coppia. Ma il vero contatto con l’universo speciale in cui gravitano i suoi genitori coincide con la scoperta di Venezia. Il cuore e i pensieri di Maria sono sempre legati a Gais, e al principio la disciplina che le impone Olga la fa soffrire. Nonostante ciò le passeggiate e le frequentazioni lagunari del padre cominciano a incuriosirla. Più cresce, più Ezra si interessa di lei e della sua istruzione. Arriva dunque il tempo del collegio, a Firenze, presso una scuola confessionale gestita dalle suore. Frattanto, pur restando sempre fissa la stella polare di Gais, Maria conosce anche Rapallo, altro rifugio di Pound e della sua compagna. L’allargamento degli orizzonti spaziali coincide con un’esperienza di maggiore conoscenza: dell’italiano e dell’inglese; del lavoro letterario del padre e delle sue idee; della madre. E anche con la scoperta di Roma, dove il padre collabora con la propaganda radiofonica del regime fascista. Poi la guerra scoppia e la famiglia si trova nuovamente separata. È una condizione destinata a durare a lungo. Specie dopo l’8 settembre 1943, quando l’Alto Adige rientra nell’Alpenvorland. Maria presta il suo servizio per le truppe del Reich, prima come segretaria e poi come infermiera. La Liberazione la sorprende a Cortina e da lì prova a raggiungere Ezra e Olga, cominciando così una ricerca che la porterà a scoprire dell’arresto del padre e del suo internamento in un campo di prigionia alleato, vicino a Pisa. Da quel momento per Maria – già diventata erede letteraria di Pound – si apre una nuova vita, che riparte ancora da Gais, ma questa volta da un antico e suggestivo castello.

Concepito originariamente in inglese, ma confezionato in italiano direttamente dall’Autrice, Discrezioni è stato pubblicato nel 1973 da Rusconi in un’edizione (quella che ho avuto l’occasione di leggere) corredata qua e là da alcune foto molto evocative. Recentemente è stato riproposto, con scelta del tutto opportuna, da Lindau. È una lettura piacevolissima, un esempio paradigmatico di bella scrittura personale: spontanea, semplice e originale al contempo. Oltre a ciò, il racconto si alterna a brevi estratti dei Cantos di Pound, nella resa offerta dalla stessa Mary. Poesia e memoir, dunque, si accavallano e si spiegano reciprocamente, con un risultato che sa di elegante naturalezza e costituisce il segreto del libro, il mezzo per comprenderlo al di là del suo stretto contenuto. L’effetto, in primo luogo, si deve al genius loci, concetto che l’Autrice quasi respira e di cui il racconto costituisce una sorta di monumento. Mary, poi, partecipa costantemente agli accadimenti che la riguardano e la circondano, con un contegno che è punteggiato sia di momenti di diligente accettazione, sia di curiosi e coraggiosi rilanci, sia di un’irresistibile e diffusa nostalgia. È così perché ci parla puramente, senza fronzoli o sovrastrutture, della sua storia, degli ambienti in cui è stata educata ed è maturata, e del ruolo baricentrico che ha gradualmente assunto il legame spirituale col padre. Ma così facendo, ci dà l’opportunità di considerare puramente anche l’arte, il pensiero e il sentimento, vissuti per ciò che sono, indipendentemente dai loro più aspri compagni di viaggio. Quella che Mary canta, in sostanza, è l’innocenza del suo percorso come immagine più autentica dell’innocenza di Pound, pur nella sua pericolosa, drammatica e inaccettabile militanza. Un’innocenza, peraltro, che è radicale, perché poetica e speculativa. Non è un approccio meramente emotivo, non si spiega con la devozione filiale. Ha una fiera matrice esistenziale, ed è perciò che riesce a colpire tuttora la sensibilità del lettore.

Due interviste a Mary de Rachewiltz (una qui e l’altra qui)

Visita a Mary de Rachewiltz (di P. Tonussi)

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Il 29 gennaio 1996 il Teatro La Fenice di Venezia è stato devastato da un rogo di matrice dolosa: un incendio appiccato da due giovani cugini, Enrico Carella e Massimiliano Marchetti, rispettivamente il titolare e un dipendente di una delle ditte che avevano in subappalto parte dei lavori di manutenzione del prezioso complesso. La ditta era in ritardo nell’ultimazione di ciò che avrebbe dovuto realizzare e pertanto si sarebbe trovata costretta a pagare una penale molto onerosa; troppo, per un imprenditore del tutto inesperto, viziato e inguaribilmente e costantemente pieno di debiti. E così il fuoco è sembrato l’unica soluzione, la fonte di una liberazione, come lo è anche per il protagonista del Padiglione d’oro di Mishima. Il parallelo rivela che con questo libro Giorgio Falco non si limita a raccontare la storia di un delitto. Ne studia e analizza – con intento autoptico – gli antefatti, le motivazioni, la progettazione e il contesto. Ma fa anche di più. Scava nella profondità del tipo antropologico e del modello socio-economico che hanno prodotto il drammatico evento. Una volta ricostruita, la genealogia della distruzione di un patrimonio tanto grande non è altro che il simbolo perfetto di una crisi e di una mutazione terribile, conclamata e apparentemente inarrestabile. Questo è anche il senso del titolo, perché tecnicamente, nel linguaggio dei pompieri, il flashover non è altro che la fase dell’incendio generalizzato, che segue all’ignizione e alla propagazione; è lo stadio in cui “tutti gli elementi bruciano all’unisono, il fuoco raggiunge la totalità delle superficie disponibili, ogni cosa non si rivela per come appariva pochi minuti prima, ma in quanto fuoco”. Quale sia la benzina di questa irresistibile transizione infuocata non è un mistero. La si afferma e metabolizza ripetutamente nelle riflessioni o divagazioni, molteplici, che fanno da intermezzo alla ricostruzione dei fatti, e nell’affondo conclusivo, dove si rivela anche il motivo del corredo fotografico di Sabrina Ragucci, che punteggia il volume sin dalle sue prime pagine. È la forza del capitale, della sua intrinseca vocazione profondamente sociale e culturale, della sua capacità di alimentare i desideri e di appagare le voglie di una borghesia che non è più confinabile in una classe definita, ma diventa paradigma condiviso di ricerca e consumazione assuefatte di un benessere illusorio e patogeno. È una corrente capace di plasmare le anime, di fornire loro qualsiasi alibi e ogni possibile strumento di autoconsunzione, di omologare e mascherare ogni individuo, e di nutrirsi delle sue macerie e di quelle che essa stessa produce. Il messaggio di Falco – pur scritto benissimo – non è certo nuovo e rischia di riuscire retorico, se non banale, e di suonare venato da un po’ di ressentiment. Certo, ha il coraggio di guardare dritto nel fuoco e nelle sue ceneri. Prova a dimostrare – come in un caso di scuola – che col capitale, definitivamente incarnato, o meglio combusto, non ci sono alternative facili; e mette in scena i movimenti di un’infezione psicologica collettiva, che ha molto a che fare con l’autobiografia del Paese, anche se risponde a logiche globali. Se c’è un punto, però, in cui quest’analisi risulta in difetto è nel fatto che in essa manca la sottolineatura specifica della grande e diffusa ignoranza che alimenta il fuoco. Non c’è dubbio, comunque, che Flashover, assieme ai romanzi di Bugaro e Maino, aggiunge un altro tassello alla composizione del quadro veneto contemporaneo, che nel passaggio tra i due secoli, purtroppo, assume veramente, e drammaticamente, il ruolo di guardia avanzata della nazione.

Recensioni (di S. Colangelo; di A. Cortellessa; di G. Galofaro; di N. Porcelluzzi; di G. Raccis; di D. Ronzoni)

L’Autore a Fahrenheit

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Non solo per le voci critiche del suo tempo, ma anche per tanti lettori, questo romanzo è uno dei meno riusciti di Hemingway. Che sia molto diverso da Fiesta o Per chi suona la campana o Il vecchio e il mare è una sensazione afferrabile sin dalle prime righe. Il tono è ridondante, l’andatura è lenta, il tema è ossessivo. Non c’è ritmo, né l’eccitazione dell’avventura. Non c’è neppure la tensione cosmica dell’immersione nella natura e del confronto con le sue forze primarie. C’è solo Richard Cantwell, un colonnello americano cinquantenne un po’ in disgrazia, appesantito dalle tante ferite di una lunga carriera di battaglie autentiche e sanguinose, malato di cuore. Dal territorio occupato di Trieste, dove è di stanza sin dal termine della seconda guerra mondiale, va a Venezia per vedere la giovane e nobile donna di cui è innamorato, Renata, e per andare a caccia di anatre nella laguna. Sente già che sarà il suo ultimo weekend. Dunque compie tutti i riti del caso. Il primo è tornare sul luogo in cui è stato ferito nella prima guerra mondiale, sulla strada per Venezia, lungo il fiume, per esorcizzare nuovamente la morte. Il secondo è perdersi, disorientarsi: nelle attenzioni avvolgenti e complici dell’Hotel Gritti e dei reduci che ci lavorano, nel girovagare labirintico lungo le calli della città, nei baci e negli abbracci del suo amore impossibile, tra i tavoli dell’Harry’s Bar. Il terzo è provare il piacere di uscire in barca nel gelo di una domenica d’inverno per appostarsi in una botte conficcata nel fango e mettere nuovamente alla prova la sua capacità di tiratore sugli stormi dei germani che migrano a Sud. Ma nessuno di questi riti, ahimè, funziona: il primo è un monumento nostalgico al passato, non serve ad evitare il destino più prossimo; il secondo resta costantemente dominato dall’inquietudine dei ricordi bellici e del tempo che passa e si consuma, invariabilmente, senza la reale soddisfazione di poter anche solo sperare di evadere dalla dura condizione di ex combattente; il terzo si trasforma in una caccia assai magra e in un commiato assolutamente malinconico, che prelude al decesso oramai inevitabile, di là dal fiume – lo stesso del viaggio d’andata – e tra gli alberi, nella fedele ma fredda compagnia dell’attendente, sulla strada verso Trieste.

Questo è il primo dei libri di Hemingway che ho afferrato dagli scaffali della libreria di famiglia. Forse è per tale motivo che continuo a ritenerlo, cocciutamente, uno dei migliori. Nella mia personale classifica è secondo soltanto a I quarantanove racconti. E la rilettura mi conferma l’assoluto valore del romanzo. Le ragioni sono due. La prima sta nella perfezione di ciò che producono gli elementi che per i più sono soltanto negativi: l’effetto di piena corrispondenza tra il disorientamento del lettore e quello del protagonista. In questo modo Hemingway riesce a dare alla sostanza la forma e il tono che si merita, con un effetto un po’ amaro e un po’ onirico che si addice completamente alla confusione fisica e mentale del vecchio soldato in disarmo. La seconda ragione è che quel vecchio soldato è Hemingway stesso. Ne rappresenta, cioè, la controfigura ideale, costruita nel punto archimedico della sua traiettoria di grande scrittore e di grande combattente. Una parte realmente vissuta: perché anche H. era presente sul fronte italiano del primo conflitto mondiale; inoltre H. era stato corrispondente in Francia e Germania durante la seconda guerra, dunque conosceva bene anche quel fronte; pure H., poi, amava la laguna veneta, come si era innamorato, allo stesso modo, di una giovane nobildonna veneziana; e sempre H., come è noto, adorava andare a caccia, e aveva effettivamente celebrato un pittoresco rito propiziatorio in riva al Piave, nel luogo in cui era stato ferito e miracolato al contempo. Il dettaglio ancor più interessante è che nella narrazione si può guardare a tutta la produzione del romanziere, indietro e in avanti: indietro, per il riferimento frequente alla Spagna e al suo mito, anche linguistico; in avanti, per il modo con cui Cantwell guarda trasognato ad alcuni pesci nel mercato di Rialto, come se il vecchio pescatore si trovasse già al cospetto del suo indomabile marlin. Sarà anche vero che H. ha scritto questo libro a Torcello, in piena crisi esistenziale e creativa, sotto l’influsso dell’alcol, e proprio di un buon Valpolicella, il vino preferito da Cantwell. Ma raramente l’atmosfera gelida della laguna invernale è stata resa in maniera così tangibile, così credibile. Anche questo è un grande pregio.

Una breve, ma accurata, videorecensione

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Nell’Italia del 1938 Alfredo Liguori è un importante dirigente della più grande compagnia italiana di assicurazioni. Dopo un convegno al Lido di Venezia, si lascia incuriosire da un suggerimento del suo principale e, prima di rientrare a Milano, decide di fermarsi in laguna ancora una sera, per sperimentare il piacere di cenare in una certa trattoria. Viene presto avviluppato da un’atmosfera particolare, tanto da restare di fatto catturato dall’isola, dove – indotto da uno strano personaggio – passa di locale in locale, fino a quando conosce la misteriosa Lina. Il tempo passa e Liguori rimane a Venezia, dimentico della sua stessa famiglia: comincia a convivere con Lina, con cui intesse una relazione sinceramente appassionata. Ne conosce l’ambiente, venendo a contatto con le storie e i sogni di un popolo povero e semplice, e familiarizza con Mino, un socialista senz’altro inviso al regime, che contribuisce a trasformare “tutto il suo modo di vedere il mondo”. All’improvviso, però, scosso dalle ricerche ufficiali che la moglie ha stimolato, Alfredo si vede costretto, a malincuore, a tornare a casa, a porre fine a questa parentesi quasi fiabesca e a recuperare i ritmi quotidiani del lavoro d’ufficio. Ma nulla è come prima, l’aplomb di sempre è compromesso. Tanto più quando il Paese entra in guerra: mentre i tragici destini del conflitto cominciano a farsi intuire, Alfredo matura un antifascismo istintivo. Il ricordo della sua strana avventura veneziana e delle emozioni elementari allora vissute funge da fondamentale elemento catalizzatore: dell’idea di collaborare segretamente con i partigiani, ma soprattutto, una volta catturato, della decisione di sacrificarsi eroicamente.

La storia della scomparsa dello strano personaggio di questo romanzo si è rivelata – come per uno scherzo di un qualche destino – una bella scoperta, fatta sul banco di un rivenditore ambulante di libri vecchi. Il fortunato ritrovamento, innanzitutto, è Mario Bonfantini, ricordato e celebrato di recente dall’Università di Torino (partigiano, professore di letteratura francese, sceneggiatore e amico di Mario Soldati, scrittore…), ma da tempo uscito dai radar dell’editoria italiana. Ed è un vero peccato, perché mentre la scomparsa del protagonista di questo romanzo traccia una traiettoria originale nei percorsi letterari di costruzione della coscienza politica nazionale, l’oblio sull’Autore ha privato il grande pubblico della pacata raffinatezza di un passo stilistico tanto démodé e apparentemente semplice quanto sincero e profondamente articolato. La linearità, infatti, è solo di facciata. Ci troviamo di fronte al montaggio, astutissimo, di due prospettive già saggiate in altri due libri ben più noti, e precedenti rispetto a Scomparso a Venezia: La danza delle acque di Antonio Russello e Il generale Della Rovere di Indro Montanelli. Anche l’impiegato di banca di cui racconta Russello si perde a Venezia per acquistare un nuovo punto di vista. Anche il faccendiere di Montanelli si ritrova come uomo nel momento del coraggio più impensato. Il differenziale, pregevole, della versione di Bonfantini – per la quale egli stesso ricorre ad una parola oggi quasi rovente: “populista” – sta nella saldatura quasi svagata, ma molto naturale, delle due esperienze e nel programmatico e attento ripudio di intellettualismi e canoni potenzialmente retorici.

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C’era il mare… Ghe gera el mar… Mar-ghe-gera… Marghera! Neanche il narratore crede a questa pittoresca progressione etimologica. Però non c’è dubbio che, a darle credito, si comprende subito il nesso tra il romanzo e il suo titolo. Infatti, pur svolgendosi anche a Treviso, l’ennesima indagine dell’ispettore Stucky – per intendersi, quello del prosecco e di tante altre avventure – ruota soprattutto attorno a un certo luogo: ai noti cantieri navali della laguna veneta e ai resti di un Petrolchimico altrettanto, e tristemente, famoso. Ma in questo giallo il primo cadavere, quello di un noto giornalista locale, viene ritrovato nel capoluogo della Marca. È senz’altro un caso di avvelenamento, anche se per Stucky – che deve affrontare le temporanee mattane delle sue estroverse vicine di casa – ci sono tante cose che non quadrano. Nel frattempo, a Mestre, viene ucciso un ex sindacalista, pure questa volta una figura conosciuta. Se ne occupa Luana Bertelli, una collega che Stucky conosce bene, e che non crede alle apparenze: la morte dell’uomo non può essere stata l’accidente di un tentativo di furto, né è verosimile che il colpevole sia stato uno straniero. I due ispettori brancolano tra facili pregiudizi e piccole intuizioni, imbattendosi in personaggi di varia e ambigua estrazione, così diversi, e così insospettabili, da rendere improbabile qualsiasi collegamento. Poi sulla scena irrompe un terzo, strano, decesso, quello di un avvocato, che aveva rapporti con entrambe le vittime. Le indagini, dunque, finiscono per convergere e, grazie ad uno spunto della Bertelli, il baricentro della storia si sposta all’improvviso tra Marghera e Venezia, verso il magnetismo oscuro di uno spregiudicato e spietato animatore del rancore sociale.

In questo libro sembra un po’ affaticato, l’ispettore Stucky. Tant’è vero che, alla fine, il passo decisivo lo fa la Bertelli, vero fulcro del racconto. Non è che al nostro eroe manchino la consueta e scanzonata disinvoltura e lo sguardo un po’ obliquo, che gli consente sempre di intravedere la pista giusta. Anche i simpatici punti fermi del suo universo, poi, ci sono tutti: le sorelle di vicolo Dotti, lo zio Cyrus, il trio degli agenti Landrulli, Sperelli e Spreafico. Tuttavia l’iniziativa risolutiva sembra difettargli. C’è da chiedersi se questo sia un segno di stanca per il personaggio e il suo ciclo narrativo o se, invece, sia semplicemente la conseguenza, sul piano della trama, della scelta di un bersaglio sfuggente, fondamentalmente illogico, cresciuto come un virus incomprensibile sulle macerie materiali e morali della crisi. Che per Ervas – così, almeno, si può arguire –  non è soltanto quella dell’ultimo decennio. Il campo di battaglia, infatti, è simbolicamente posizionato in un territorio martoriato da una storia, lunga e dannata, di cortocircuiti imprenditoriali e ambientali; un territorio che, ciononostante, continua deliberatamente a non fare memoria, abbandonandosi alla ricerca e alla caccia diffuse, e quasi disperate, del capro espiatorio più vicino. È comprensibile, dunque, che Stucky – il più riflessivo, meditabondo e bonario Stucky di oggi… – sia meno pronto del solito, perché il nemico non è uno, ed è perciò disorientante. Come è altrettanto comprensibile, viceversa, che sia la tenacia di una donna irrequieta, che potrebbe anche rischiare di lasciarsi andare di fronte all’avversario, a diventare l’esempio dell’energia necessaria: per sconfiggere il risentimento tiranno che inchioda i molti alle loro fragilità e a un inutile disegno di vendetta. Sembrerebbe stanco, Ervas. Piace constatare che è più consapevole e motivato che mai.

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Albecom è una ditta che si occupa di programmazione informatica e ha sede in prossimità di Venezia, a Marghera, nel parco scientifico tecnologico “Vega”. È stata fondata da Alberto Casagrande, oggi trentenne, che ne ha fatto un’azienda leader nel settore della costruzione di siti per la vendita online: il fatturato è in crescita e i giovani nerd che ci lavorano sono dinamici e infallibili. Poi c’è Luciano, amico dei tempi del liceo e complice originario di questa avventura: è timido, ipersensibile, ma è anche il geniale risolutore di ogni problema tecnico. GDL, invece, è lo smaliziato commerciale, vincente e sempre in viaggio. La vita dei nostri protagonisti, così apparentemente assestata, sembra trascorrere in naturale e irriducibile sinergia con l’anodina cornice post-industriale della terraferma veneziana. Tuttavia sta per succedere qualcosa. L’imprenditoria del web è molto liquida, si sa, e GDL ha progetti molto ambiziosi. Anche Alberto sta pensando in grande, a prestigiose commesse e a una nuova sede da allestire. Nel frattempo Luciano si invaghisce ingenuamente di Matilde, cameriera del bar Incrocio, sedotta e abbandonata da un altro dipendente di Albecom, fuggito al servizio di un’altra società. Tra fiere internazionali, tradimenti estemporanei e affari spericolati, mentre GDL porterà avanti risolutamente il suo disegno, la spiata accidiosa di un architetto di Trebaseleghe spingerà Alberto a vederci chiaro e a dare un senso più concreto e maturo a tutti i suoi sforzi. Quegli sforzi che Luciano deciderà di non fare più, per vivere anch’egli in modo più sereno.

Il romanzo che ha portato Targhetta nel grembo di una Major dell’editoria nazionale può sembrare riuscito soltanto a metà. Il canovaccio, infatti, è debole, perché la caratterizzazione dei protagonisti è così insistita che i loro destini sono segnati sin dal principio. Non ci sono grandi sorprese. Si assiste a un graduale risucchio in una normalità composta e reale, domestica e prevedibile, e forse anche auspicabile. A dimostrazione, probabilmente, che si può lavorare e cominciare a vivere, in modo del tutto scontato, anche a Nordest, ed anche nelle pieghe di quel paesaggio pre-lagunare in cui l’inorganico e l’abbandono hanno preso il sopravvento. Targhetta è fortissimo proprio nell’efficacia delle descrizioni di contesto. È qui che si nasconde il cuore del libro, come se, con quelle descrizioni, l’Autore volesse raggiungere l’obiettivo di far rivivere ai suoi lettori la stessa trasformazione emotiva dei suoi personaggi – diventare ciò che si è – ma non per il tramite di un processo di immedesimazione. Il medium è l’immersione in una suggestione malinconica, che impregna tutta l’atmosfera del racconto e che ben rappresenta lo stato che tipicamente avvolge chi, prestandovi attenzione, abbia l’occasione di sperimentare la surreale potenza sfibrante del backstage produttivo dell’odierna Serenissima. È lo stesso scenario – tutti luoghi reali, realissimi… – in cui si muovono con successo, da qualche anno, anche altri scrittori, come Francesco Maino e Romolo Bugaro. Targhetta, tuttavia, non lo fa con la disperata e passionale pervicacia del primo, né con l’affilata, fredda e drammatica denuncia del secondo. Attinge alla poesia e alle grandi possibilità archeologiche che le parole e le immagini giuste possono offrire a chiunque si proponga di esplorare davvero il proprio animo. Così facendo, ci prova che il Veneto smemorato e disintegrato della dismissione non è soltanto il teatro di uno sfacelo, e che il suo paesaggio, sintonico e proverbiale (guanto rovesciato di quello zanzottiano, ma pur sempre guanto…), può continuare a salvarci.

Recensioni (di Enzo Baranelli; di Eleonora Barbieri; di Raoul Bruni; di Sara D’Ascenzo; di Oriana Mascali; di Lara Marrama; di Nicolò Porcelluzzi)

I precedenti di Targhetta: Fiaschi e Perciò veniamo bene nelle fotografie

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Qual è l’incredibile storia degli spartiti di Antonio Vivaldi? Federico Maria Sardelli, fedele e appassionato interprete del Prete Rosso, ne ha ricavato un racconto gustoso e divertente. Si comincia nella Venezia del Settecento, dalle astute e occulte manovre con cui il fratello di Antonio cerca di sottrarre i preziosi manoscritti alle avide mani dei tanti creditori che pongono sotto assedio la casa familiare, dimora del Maestro da poco scomparso in quel di Vienna. Quindi si salta nel Monferrato, ai primi anni Venti del Novecento, quando i manoscritti ricompaiono nel lascito che un anziano marchese genovese indirizza ad un vicino convento di gesuiti. Il rettore della casa intende venderli subito, per destinarne il ricavato alla costruzione di una nuova chiesa. È così che comincia l’affare Vivaldi, perché la necessaria stima del valore dei testi porta il tutto nelle mani della Biblioteca nazionale di Torino, del suo attento direttore, Luigi Torri, e del professor Alberto Gentili. Che tuttavia si accorgono che il corpo degli spartiti a loro giunti è soltanto parziale, e che se vogliono salvarli devono comunque favorirne l’acquisto e la successiva donazione da parte di qualche filantropo. L’avventura, dunque, continua: da un lato, con la ricostruzione delle provvidenziali operazioni di Torri e Gentili, dall’altro, con la narrazione dei complicati passaggi patrimoniali che da Venezia avevano portato a Genova, e poi diviso, l’intero compendio vivaldiano.

Si tratta di una lettura curiosa e godibile, non solo perché permette di rievocare il fortunoso e sorprendente itinerario di accadimenti che hanno accompagnato il destino delle opere di Vivaldi. C’è un quid pluris: la sferzante ironia dell’Autore, non a caso allevata per anni al servizio del Vernacoliere; un’abilità che qui viene esercitata con garbo ed efficacia davvero inusuali. Ne escono ritratti esilaranti e impietosi, come quelli di certi uomini di chiesa, poco attenti alla cura delle anime e molto solleciti dinanzi alle lusinghe del denaro e del potere. Naturalmente non si salvano neanche i nobili, i padroni, i più ricchi, quasi sempre incapaci di avvertire l’importanza della cultura, se non quando si riveli fonte di ulteriore e facile guadagno o prestigio. E tra gli accusati c’è anche l’amministrazione statale, che, in mancanza di un reale sostegno economico da parte di chi governa il Paese, pare sorprendentemente condannata ai successi e alle intuizioni occasionali dei suoi più illuminati funzionari. Sono solo fatalità, del resto, visto che anche gli eroi di questa storia non godranno mai degli allori che meritano, anzi. Da quest’ultimo punto di vista, quella degli spartiti vivaldiani è vicenda paradigmatica, perché tutta vera. La satira di Sardelli, così, diventa definitiva nell’ultimo capitolo, nel quale, in sei epiloghi, il romanzo si chiude senza alcuna redenzione, con una galleria di personaggi ed episodi negativi, e con il trionfo dell’avarizia, della prevaricazione razzista, della retorica e dell’arroganza. Vengono prese in giro, certo; ma c’è anche tanta amarezza, come se la sorte delle migliori avventure nazionali fosse sempre e invariabilmente la stessa.

Recensioni (di Leonetta Bentivoglio; di Tommaso Rossi)

Un documentario su Vivaldi (in quattro puntate: I, II, III, IV)

L’Istituto Italiano Antonio Vivaldi

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Venezia è il palcoscenico su cui si muovono tre personaggi apparentemente eccentrici. Nereo Rossi è uno dei radiotelecronisti più bravi e ammirati, e ora teme, a causa di una malattia, di non riuscire più a dominare le parole. Adriano Cazzavillan insegna lettere in un liceo, è sposato e ha due figli, e sogna di diventare uno scrittore affermato. Carletto Zen accompagna i turisti negli appartamenti che hanno prenotato per le vacanze, e che lui stesso riordina e pulisce per i rispettivi proprietari; vorrebbe trovare una donna che lo ami, e di cui essere innamorato. I tre sono protagonisti microsistemi assai lontani e, dunque, di storie diverse, che si alternano l’una all’altra, in tanti brevissimi capitoli. Nereo si racconta, rivolgendosi alle sue care parole e cercando di capire che cosa fare, e come farlo, prima che queste scompaiano dal suo orizzonte: si intuisce che non è giunto in laguna per caso e che una missione finale da compiere, e che questa non coincide con la scrittura dell’autobiografia che un giovane editor cerca di ritagliargli su misura. Cazzavillan è sospeso tra l’invidia che prova per un suo collega e la quotidianità della sua vita familiare: la prima prevale presto sulla seconda, e ciò determina una brusca accelerazione delle ambizioni letterarie, ma anche un’avventura inattesa e del tutto sorprendente, per quanto solo virtuale. Carletto pare condannato a un’esistenza modestissima e neanche le sue straordinarie doti di amatore gli possono garantire di fare l’incontro che tanto attende: è sgraziato e impacciato, ed è bersagliato da una frustrazione pressoché invincibile. Le traiettorie dei tre seguiranno implacabilmente il loro corso, che, pur non essendo così confortante, non è quello previsto, né quello prevedibile. Come se la vita che conduciamo fosse un fattore puramente organico, doverosamente recalcitrante ad esaudire le nostre volontà.

Con questo libro Scarpa torna alla libertà di Occhi sulla graticola, il suo primo successo. La scrittura è divertita e sfrontata, come allora. E come allora lo sguardo è del tutto disincantato, fresco, illimitato. La differenza è che allora, nel bel mezzo degli anni Novanta, se ne parlava come di un nuovo linguaggio, quello della pulp generation. Forse era vero, forse no. Probabilmente no, o non del tutto. Perché era vero che si trattava di uno stile inedito, ma non era vero che la definizione pulp potesse rivelarsi così adeguata a identificarne univocamente le sue voci e, soprattutto, a sintetizzare verosimilmente le molte implicazioni di quella singolare sensibilità. Quanto meno non era vero per Scarpa, che in questo suo ultimo ritorno al futuro si rimette a nudo: un po’ rilanciando l’originalità e la sfrontatezza della sua penna, un po’ rivelandoci uno spicchio ulteriore di una specifica idea della scrittura e di un coerente approccio al mondo e agli uomini. Quella di Scarpa è una prospettiva che, pur non giudicando, giudica a fondo, eccome. Rappresenta i suoi eroi come doverosamente fragili, disinibiti e sciolti, non perché rivestano la funzione di macchiette satiriche, ma perché possano avere concretamente la possibilità di affrancarsi – di affrancarci – dai condizionamenti di un Super Io tirannico e perverso, alimentato da una realtà convenzionale e capziosa. Tanto è vero che la chance per emanciparsi sta sempre al di fuori di una cornice sociale di presunta normalità: al di fuori del comune senso del pudore, diremmo in primo luogo, ma anche al di là delle comuni ipocrisie, di fronte alle quali, in verità, anche il sogno, la realtà virtuale o l’istinto di vendetta possono veicolare ciò che di meglio ci potrebbe accadere. Il contesto, viceversa, è sempre scontato e opprimente, coscienzioso e ambiguo, occhiuto e onnipresente, come il cipiglio di un gufo, la condanna severa dalla quale sembra vano fuggire.

Recensioni (di Tamara Baris; di Mimmo Cangiano; di Massimiliano Parente; di Pietro Spirito)

Scarpa presenta il suo libro

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Luca Rainer è un traduttore e vive da single nel centro di Trieste. La Vecchia Blu, storica direttrice della Fortezza, il carcere cittadino, gli chiede di confrontarsi con Carlo Malaguti, omicida reo confesso e prossimo alla liberazione per limiti d’età: al processo, vent’anni prima, era stato difeso dalla madre di Luca, intuitiva ma scostante avvocatessa; ora il figlio potrebbe anche ricavarne un racconto, da consegnare al suo editore. Malaguti, però, si ostina a nascondergli la verità, anche se tra i due si fa gradualmente strada un po’ di confidenza. Luca comincia a scavare nel passato e si spinge fino all’isola di Sant’Erasmo, nella laguna veneta, dove incontra un’eccentrica fattucchiera. È quello il luogo in cui tutto era cominciato; è lì che Carlo, per fuggire da un arruolamento forzato, aveva incontrato un grande e indimenticabile amore; ed è lì che la guerra aveva infranto tutti i suoi sogni. Ma Luca ancora non capisce: perché mai Carlo ha ucciso Marta Vianello, un’anonima dattilografa di Mestre? Neppure l’occasione di un viaggio in barca, in Adriatico, riesce a dischiudergli la strada per capire a fondo il segreto dell’ex ergastolano. All’improvviso, poi, questi muore, suicida, nella sua vecchia casa, lasciando al nuovo amico, solo allora, una lunga confessione scritta, il resoconto drammatico di una vicenda di passione e paura, di tradimento e vendetta, di una colpa mai del tutto espiata. Il cerchio si chiude, quindi; e per Luca non si tratta più di scrivere un libro di successo, poiché l’estrema solitudine di Carlo lo ha fatto riflettere sull’insensatezza della sua e sul valore dell’amicizia.

Di Molesini, questa, è l’opera seconda. Lo è per ragioni cronologiche, innanzitutto, perché viene dopo l’originale e fortunato debutto di Non tutti i bastardi sono di Vienna. Lo è, tuttavia, anche perché non è al livello della precedente: viene dopo anche sul piano del giudizio di valore. C’è qualcosa, in questo romanzo, che non gira. Le pagine si susseguono e si è indotti ad attendere un’accelerazione, un cambio di passo che non si avverte neanche quando Carlo Malaguti racconta la sua storia in prima persona, nella lunga lettera che lascia a Luca Rainer: questa, semplicemente, sviluppa, o svela, tutto ciò che si intravede già nella prima metà del libro, e che, a voler essere sinceri, di suo non sarebbe per niente male. L’Autore, infatti, cerca di rappresentare qualcosa che, in effetti, non sopporta i colpi di scena o le articolazioni troppo complesse. L’obiettivo è intimo, riguarda un’istanza di giustizia personale e incommensurabile, che supera per definizione qualsiasi variazione di trama e di contesto, e che quindi non vi si può adattare naturalmente, in forza della sua assolutezza. Ma allora non si comprende come mai Molesini abbia voluto dire troppo, esplicitare così tanto un mood che, viceversa, nel suo rimanere rispettosamente implicito, avrebbe potuto manifestare al meglio la sua efficacia sul piano narrativo. Forse che l’Autore – di cui chiaramente la figura di Luca Rainer è la proiezione più desiderata… – si è lasciato prendere da una sua propria, e umanissima, emergenza? Detto questo, una buona notizia c’è: Molesini si aggiunge a quegli scrittori (come Giorgio Fontana, ad esempio, o come la Simona Vinci de La prima verità: tutti vincitori recenti del Campiello…), che sono interessati, senza vergognarsene, a riconoscere una dichiarata priorità alla psicologia delle relazioni e degli affetti, delle scelte e delle parabole irresistibilmente individuali, e ciò anche quando grandi questioni o snodi cruciali della Storia sembrerebbero dover prendere sempre il sopravvento e spiegare ogni cosa. È un filone più che meritevole, che forse, mutatis mutandis, attualizza la lezione di Romano Bilenchi (tutta da riscoprire…) e che anche oggi, in questo modo, potrebbe avere qualche degno erede.

Recensione (di Bruno Quaranta)

Un’intervista a Molesini

Il sito dell’Autore

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