Al pari di Giovanni Lindo Ferretti – ma con una traiettoria del tutto diversa da quella del carismatico frontman del suo vecchio gruppo – Massimo Zamboni, che anche da ex CCCP resta sempre  fedele alla linea, rivela doti narrative non comuni. In questo testo ripercorre e approfondisce, riscoprendolo egli stesso, un momento cruciale e drammatico della storia della sua famiglia: la morte del nonno Ulisse, squadrista ucciso il 29 febbraio 1944 dai GAP di Reggio Emilia. È difficile immaginare uno “scavo” più sofferto per chi non ha certo coltivato una corrispondente eredità, avendo maturato convinzioni del tutto opposte. Tuttavia la volontà di capire prevale e, tra materiali d’archivio, rievocazioni storiche e racconti popolari, Zamboni canta una lunga genealogia di creature emiliane, di universi contadini, di fortune e ambizioni individuali e collettive. Chiarire la cornice lo aiuta a inquadrare la vicenda che lo riguarda da vicino; a comprendere meglio la crescita di un ceppo familiare che con il sudore e le bestie si è arricchito e urbanizzato; a leggere le tensioni sociali nelle quali quella prosperità è stata coinvolto sin dalla fine dell’Ottocento; a interpretare l’oscura ma elementare mescolanza di ragioni ideali e vendette private in cui, a partire da quelle primitive tensioni, i tanti protagonisti della guerra di Liberazione si sono trovati immersi quasi per un destino immutabile. D’altra parte l’eco dello sparo che ha causato la morte del nonno per mano del gappista “Muso” si è fatta sentire ancora quando quello stesso partigiano è stato assassinato, molti anni dopo, da un altro gappista, anch’egli a sua volta condannato a un orizzonte di sogni, rancori e atti inevitabilmente violenti.

“L’inquietudine è questo: ricercare, senza tregua, il nome che avevi”. Con una frase di Anna Maria Ortese, Zamboni sintetizza efficacemente la ragione del suo racconto e lo stato d’animo che ne ha attraversato la stesura. È qualcosa di più, questo libro, di un tuffo nel passato e nella memoria familiari. È lo spicchio amaro di un’autobiografia collettiva, che vuole fare i conti con alcune delle pagine più nere dell’identità nazionale e che non si accontenta di tracciare di una linea assoluta tra bene e male, né, però, rifiuta di individuarne coscientemente il rispettivo campo d’elezione. Il problema, infatti, non consiste nel modo con cui i vincitori si sono imposti sui vinti: la letteratura è ampia, da Fenoglio in poi, e quanto al cd. “triangolo della morte” c’è già stato, tra gli altri, l’ottimo romanzo di Alessandro Gennari. Zamboni ambisce ad un livello diverso, che contempla il mettersi in discussione in prima persona e che, sia pur per il tramite di un’indagine quasi intimistica, proietta l’italianissimo e verghiano tema della roba nell’analisi del carattere socio-economico della guerra civile e dei suoi tanti e dolorosi strascichi. La via è quella di un’anamnesi molto esigente; non trova tregua nell’attribuzione di una colpa, perché non sarebbe un’operazione sufficiente: al fondo la questione è quasi genetica ed è proprio il canto delle origini ad indicare il punto cui riannodarsi utilmente. C’è qualcosa, in particolare, della gloriosa epopea di una civiltà contadina presto sconvolta dalle tempeste del Novecento, che va custodito comunque e che consente, se coltivato, di interrompere l’eco di qualsiasi sparo. È il grande giacimento di una padanità apparentemente perduta, così lontana e così, sempre, incombente, nella quale Zamboni si addentra da consumato esploratore, alla ricerca di un personale e sofisticato elisir di nuova vita e di buona letteratura.

Recensioni (di Marco Belpoliti, di Camillo Langone, di Andrea Cortellessa)

Direttamente dal testo: tre estratti

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Estate 1981: Giacomo Colnaghi è sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano e sta indagando sulla morte di un uomo politico, assassinato da un gruppo terroristico. Fa la spola tra la metropoli stretta dall’afa, Saronno – il suo paese natale – e la costa ligure, dove si trovano la moglie e il figlio per una breve vacanza. È un magistrato atipico; vuole capire, al di là della ricognizione degli eventi e dell’interpretazione delle norme e della loro applicazione. Ha dei riferimenti molto forti: il magistero di Guido Galli, ucciso da poco più di un anno per mano di Prima linea; le riflessioni scomode di Dante Troisi, il cui diario lo colpisce nel profondo; il ricordo del padre Ernesto, giovane contadino morto da partigiano e da piccolo-grande eroe incompreso di un’Italia ancora da venire. Proprio la storia del padre si alterna al racconto delle investigazioni, degli interrogatori e dei tormenti, anche personali, di Giacomo, il cui assillo non è quello di compiere un dovere astratto e formale, bensì di cercare la giustizia, al costo – se necessario – di riuscire a perdonare: “Eccezioni sempre, errori mai”, questo è il motto che dirige le sue azioni. Colnaghi è sempre alla ricerca, e si confronta con i suoi più cari amici, il libraio Mario e il giudice Doni, che, però, non riescono a cogliere fino in fondo le ragioni della sua inquietudine, né ad evitare l’avverarsi di un destino sempre temuto e quasi atteso.

Con questo romanzo – che unito al precedente Per legge superiore, forma un “dittico ideale”, secondo la definizione data dallo stesso Autore – Fontana ha vinto il Campiello 2014. I motivi del successo si intuiscono: l’intreccio con un filone molto gradito in questi ultimi anni (la produzione letteraria sulle vittime del terrorismo è stata tanta e di ottima qualità); una scrittura semplice, asciutta e rigorosa (e quindi molto adatta all’esigente registro etico e civile del testo); uno sguardo originale e interessante (che alla semplicità – o quasi assenza – di una trama da svolgere sovrappone con efficacia lo scavo psicologico e deontologico). Come per il libro del debutto, tuttavia, si prova una sensazione di incompiutezza, un inappagamento che non si può superare con la sola constatazione di un indubbio talento compositivo. A questo stile, pensandoci bene, manca una spina dorsale; gli difetta, in altre parole, una verità, che, in letteratura, non può mai essere quella dei puri fatti, o delle questioni morali riconosciute o largamente dibattute, o degli interrogativi socio-politici ficcanti perché giudicabili come intrinsecamente intelligenti. In letteratura, ciò che conta è innanzitutto la persuasione, non l’aspirazione a raggiungerla, per quanto fresca, nobile e determinata. Senza la persuasione traspare solo una certa paura, il timore di non avere o di esprimere una tesi, di non saper sostenere una lettura deliberatamente unilaterale. Chiarire che cosa si nasconde dietro il gesto del fare giustizia; comprendere il perché delle molte e perdute occasioni di nascita collettiva di uno specifico e virtuoso carattere nazionale; svelare l’intima ambiguità dei racconti, per quanto diversi, sulla Resistenza o sugli Anni di Piombo; testimoniare l’umanità e la fragilità di chi rappresenta lo Stato e la sua forza: tutte queste operazioni sono certamente meritevoli; e Fontana sembra essersi messo sulla strada giusta, per questo non può che piacere. Ma convincerebbe ancor di più se avesse il coraggio di tendere un indice e di mostrarci senza vergogna una nuova e possibile versione delle cose.

Recensioni (di Giacomo Giossi, Francesca Visentin, Angela Arbore-Giovanni Zaccaro, Paolo Nori, Clotilde Bertoni)

La genesi del romanzo nelle parole di Fontana

Un’intervista a Fontana

Il sito dell’Autore

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Dopo Indagine 40814 Luca Valente pubblica un nuovo romanzo. Non è più un giallo, ma suspence e sorprese non gli difettano. Il modello è quello di un affresco storico, che si dipana dal 1918 al 1954. Il racconto parte con un approccio da feuilleton, presentando ben presto una passione d’amore che cresce sempre di più e che rappresenta, anche nei punti più drammatici, il vero architrave di tutta la narrazione. Il tenente Carlo Barbero è ferito sul fronte dell’Altopiano di Asiago e, durante la licenza che segue al ricovero ospedaliero a Schio, incrocia, nel mezzo del viaggio ferroviario, dapprima la giovanissima principessa Maria José del Belgio, già promessa sposa di Umberto di Savoia, poi l’altrettanto giovane Maria Luisa, collegiale di Poggio Imperiale, a Firenze. Di questa si innamora all’istante, e il caso lo porterà ad incontrarla nuovamente a Vienna, alla fine del conflitto. Lì cominceranno tutte le loro avventure, anche perché, da quel momento, il destino familiare che li attende sarà posto ripetutamente a dura prova, nonostante l’amicizia della Casa Reale. Infatti non sarà soltanto l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale a tenerli lontani; dovranno fronteggiare l’odio e l’ambizione di figure ambigue e crudeli, con le quali l’intelligenza, la dedizione e l’onestà di Carlo si scontreranno, per la prima volta, proprio nella capitale austriaca.        

Nel corso della lettura, a seguire le tante peripezie della famiglia, ci si aspetta che tutto termini nel materializzarsi effettivo di una conclusione felice. Anche il titolo del libro pare prefigurarla. Ma il posto migliore non è quello che sembra, e Carlo e Maria Luisa, tra gli orrori della guerra di Liberazione e le perversioni dei cattivi come dei buoni, dovranno passare il testimone ad altri, cui sarà, viceversa, concesso di vedere uno spicchio di riparazione terrena. Di più non è lecito dire. La parte finale va scoperta, visto che, in alcuni punti ben precisi, cambia registro del tutto, sostituendo il tono iniziale del romanzo popolare con squarci di puro stile pulp e con un realismo che quasi colpisce allo stomaco e al cuore. Luca Valente conferma in questa prova le sue abilità di scrittore artigiano, che nella trama tesaurizza in giusta dose i pregressi interessi di storico e una certa sensibilità, se non una sentita e spontanea fiducia, per un governo sovra-umano delle cose del mondo. Sono tante, infatti, le coincidenze e gli incontri che nell’intreccio si confondono, talvolta con un ricercato gusto del paradossale; ma non si tratta di un ingenuo espediente narrativo. È la voluta testimonianza di una fatalità che per Valente non ha radici rigorosamente laiche e che intende coniugare l’idea dell’incommensurabile con quella della sua reale incidenza. Ad ogni modo, se c’è un appunto che si può fare a Un posto migliore, ebbene questo è l’eccessiva lunghezza. Così confezionato, la sua collocazione perfetta sarebbe quella di una pubblicazione a puntate. Nel formato dell’unico volume, qualche dialogo in meno e un po’ di selezione in più avrebbero ulteriormente giovato, specie ad un tessuto narrativo che, se fosse stato bevibile in un unico sorso, avrebbe potuto essere ancor più avvincente.

Il sito dell’Autore

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“Una Politica che non è in grado di produrre simboli si riduce alla semplice amministrazione tecnica dell’esistente; è una Politica esangue, senza anima, destinata a soccombere soprattutto in quelle fasi di discontinuità e di rottura in cui si è sollecitati non a gestire le vecchie tradizioni inventate da altri ma a produrne delle nuove, che siano in grado di confrontarsi efficacemente con le rotture che attraversano il sistema politico, garantendo la continuità dei legami sociali” (p. 11). Per questo oggi è indispensabile discutere di religione civile, e il pamphlet di De Luna, in effetti, contribuisce senza dubbio a fornire precise coordinate sui (tanti) vizi e sulle (poche) virtù che sul punto la società politica italiana ha dimostrato dall’Unità ai giorni nostri. 

Trasformismi genetici e ricorrenti, localismi radicati e familismi trasversali, speranze tanto nobili quanto disattese, possibili punti di svolta e occasioni perdute: l’implacabile rassegna dello storico colpisce al cuore del problema e illustra con efficacia la frustrante continuità con cui il nostro Paese – in età liberale, durante il fascismo, nella Resistenza, nella Prima come nella Seconda Repubblica – ha sperimentato l’incapacità di costruire uno spazio pubblico e riconosciuto di appartenenza e di cittadinanza. Sono due i profili su cui la ricostruzione si sofferma in modo particolare. Da un lato, i reiterati e scoraggianti fallimenti dei tentativi volti ad instaurare un sano e maturo equilibrio tra sfera politica e orientamenti religiosi, con conseguente pregiudizio per il processo fondativo di un vero Stato laico e di un’autentica coscienza civica; dall’altro, la mancata metabolizzazione della necessità di un patto sulla memoria, dell’instaurazione, cioè, per la costituzione e la sopravvivenza della democrazia, di un certo rapporto con il passato. Le pagine migliori del volume sono quelle in cui De Luna spiega l’importanza che a tale riguardo avrebbe potuto avere, e avrebbe tuttora, l’esperienza del Partito d’Azione, fatalmente travolta, anche nella sua feconda eredità costituzionale, da una costante ondata di “desistenza”. Tuttavia, non sono meno efficaci i richiami alle profetiche raffigurazioni di Pasolini, sinistramente presàgo della montante melassa di ignoranza, conformismo e “consumismo all’italiana” in cui è destinata a galleggiare, ormai, soltanto l’idea di una “cittadinanza bancomat”, costruita sui bisogni e sulle paure, distante anni luce dal senso ultimo della partecipazione civile quale “scelta”.      

Occorre dire che la descrizione della situazione attuale è quasi disperante, e tale appare, a suo modo, anche la conclusione. Citando Leopardi – e rammentandoci che “Per risvegliarci come nazione, dobbiamo vergognarci del nostro stato presente” – l’Autore ci motiva ad andare oltre le ultime righe e a ripercorrere le profonde intuizioni del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1827). La questione, infatti, non è meramente istituzionale, non è soltanto quella, pur ragguardevole e centrale, sulla tecnica più efficiente e proficua con cui aggiustare l’equilibrio dei poteri e delle competenze. Il tema è, ancora oggi, quello della drammatica  latitanza di una “società stretta”, che faccia sì che l’opinione pubblica abbia “buon tuono” e che la nazione intera possa alimentarsi di virtù e di valori sempre e comunque capaci di essere matrice comune di posizioni anche assai diverse. Può sorreggerci la Costituzione? Ecco, se c’è un altro e finale interrogativo sul quale questo piccolo saggio può aiutarci a meditare, esso coincide proprio con la riflessione che induce a compiere sulla Carta del 1948, sul dibattito che tanto si agita attorno alla sua riforma e sulle ragioni per le quali prendere posizione a favore di una delle tante tesi – e delle tante motivazioni – che si stanno fronteggiando.

Recensioni (di Emilio Gentile, Antonio Carioti, Simonetta Fiori, Gianfranco Sabattini)

Un’ulteriore lettura sulla religione civile (di Vito Mancuso)

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Un vistoso e orribile refuso s’impone già dalla prima riga della quarta di copertina. I presagi non sono propizi. I primi capitoli, poi, sembrano confermare l’impressione: altri refusi, l’idea stanca di un tesoro di lingotti d’oro di marca nazista, l’affacciarsi scontato di un segreto che ruota attorno ai momenti più torbidi della guerra partigiana… una potenziale galleria di situazioni un po’ troppo trite, non solo nella narrativa di genere. Forse, però, l’Autore – che è al primo romanzo – è solo un apprendista, come il suo simpatico protagonista, un ragazzo che incontriamo mentre è all’opera come assistente becchino nel cimitero di un piccolo comune dell’entroterra ligure. Bisogna dargli fiducia, allora, andando fino alla fine. E, malgrado tutto, la trama regge, la mano dello scrittore c’è, gli attori sono assemblati con un certo senso del divertimento e l’attenzione resta costantemente viva grazie a qualche piccolo colpo di scena.

Il giovane Silvestro pensa di aver risolto i suoi problemi e di poter studiare a Milano, all’Accademia di Belle Arti. Scavando una tomba, infatti, scopre una cassa piena di lingotti, e il suo anziano collega Anselmo, vecchio eroe della Resistenza, lo spinge a spartirsi il bottino. Ma il giorno dopo Anselmo viene trovato morto e gli indizi paiono tutti accusare Silvestro. Che, impaurito, fugge dalle grinfie dei carabinieri e scappa sui monti, aiutato da Elvis, amico fidato e un po’ spaccone. Comincia così un’avventura, tra boschi e sparatorie, tra sospetti e sogni d’amore, tra sofferenze e dolorose rivelazioni. Naturalmente, dopo tante fatiche, il vero colpevole verrà a galla e la conclusione della storia sarà sostanzialmente positiva, anche se non del tutto. Per il nostro personaggio, la conquista forzata della maturità e dell’autonomia non significherà soltanto una nuova vita da costruire assieme alla sua bella e volitiva Norma. Silvestro scoprirà il peso angosciante di un paese che non sa mai essere veramente onesto e nel quale occorre sempre avere grande coraggio. Todaro Editore continua a scommettere su gialli che ancora non sono tra i più solidi; ma anche la promozione della freschezza è un grande merito, che suscita sicuramente tutti gli incoraggiamenti del caso.

Recensioni (di Viviana Filippini e Carlo Oliva)

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Come è stato scritto poco tempo fa, proprio in occasione dell’uscita di questo libro, Genova è un contesto ideale per l’ambientazione di un giallo, e ancor più per immaginare una serie di misteriosi casi da far risolvere a un qualche simpatico detective. Penso all’impareggiabile Bacci Pagano dei bei romanzi di Bruno Morchio – ma solo di quello pre-Garzanti e made in Fratelli Frilli, per intendersi – e la dimostrazione di questi assunti è presto fatta. Le povere signore Gallardo non costituiscono un’eccezione: la cosa bella del racconto, infatti, è l’intrico di vie, viuzze, creuze, piazze, piazzette e caruggi in cui i protagonisti talvolta sembrano muoversi come formiche. Vien quasi voglia di farsi uno Smartbox e correre nelle braccia della Superba.

Se c’è, invece, un aspetto che convince poco nel racconto, lo si può individuare in alcune situazioni e alcune figure un po’ troppo stereotipate. Ecco, se Paternostro ha peccato, lo ha fatto per abbondanza, scagliando all’interno della stessa trama troppi protagonisti convergenti: un libraio scapolo esperto in gialli, un antipatico professore di storia e un sagace poliziotto (che però assomiglia molto al Proteo Laurenti di Heinichen, solo un po’ più lento, perché incrociato con Maigret, vero nume tutelare dell’opera). Ciascuno di loro sarebbe stato sufficiente. Per di più, questi vengono fatti interagire attorno ad un frammentario diario ritrovato (un altro classico…), che mette a rischio la vita di uno di loro e che li conduce ben presto, tra intrighi finanziari di alti prelati, criminali di guerra in fuga e segreti della lotta partigiana, a riaprire una vecchia indagine, quella sulla strana morte di due anziane signore, Caterina Gallardo e Ines Dossi Bastimenti, trovate uccise nella loro villa. La storia, peraltro, parte proprio da Caterina, all’inizio del Novecento: e così il romanzo viene progressivamente montato, fino all’epilogo, mediante la suggestiva sovrapposizione di tempi e luoghi diversi.

In generale, si può dire che questa seconda prova del commissario Falsopepe – l’investigatore creato da Paternostro e già comparso in Troppo buone ragioni – è gradevole e può piacere a tanti lettori, anche se, in definitiva, sa un po’ di maniera e, profilo non trascurabile, se ne intuisce il finale molto prima delle pagine conclusive. Gli appassionati, comunque, potranno godere di alcune specifiche caratterizzazioni, assai riuscite e a loro modo inquietanti, come quella del cardinal Caffi e del giovane Attila. Un ultimo appunto critico, sul quale l’Autore verosimilmente non ha alcuna responsabilità, è la copertina, che è molto interessante ed ammiccante, senza tuttavia avere nulla a che fare con il contenuto del volume (a meno di non voler pensare che le tre signore in nero che fanno da sfondo al titolo siano, per avventura, le due anziane uccise e la loro domestica). Insomma, Le povere signore Gallardo ha tutti i crismi del tipico giallo estivo: ci ha consegnato qualche ora piacevole e ce ne dimenticheremo presto a settembre.

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Leggo Petros Markaris dai tempi di Difesa a zona. Mi riesce naturale essergli fedele, perché è davvero facile appassionarsi ad un commissario come Kostas Charitos, che nelle difficoltà del mestiere, così come in quelle familiari, si aggrappa al vocabolario e riflette sulle parole. Se non ci capisce più nulla, sfoglia il Dimitrakos; se fosse Montalbano, al quale da molti viene accostato, sfoglierebbe il Devoto-Oli, e la cosa mi fa sempre sorridere. Charitos, poi, è dotato di una pazienza, di una franchezza e di un’umanità che, alla lunga, ne rappresentano le doti che gli permettono di risolvere i pasticci su cui deve indagare e che lo rendono anche incredibilmente simpatico, come poliziotto dall’innato buon senso e dal radicato realismo.

Nell’ultima “avventura” il commissario ellenico è alle prese con una vicenda tanto grottesca quanto adeguata alle tragiche contingenze dell’attuale crisi economica: un misterioso Esattore nazionale uccide gli evasori fiscali che non si pentono e che non versano il dovuto nelle casse del poverissimo erario greco. Così per Charitos riprende l’ordinario calembour di ipotesi e ricerche, supportato dalla sua squadra e, soprattutto, “sballottato” tra le vie di un’Atene in disarmo, costantemente in sciopero e in protesta, e le ansie della figlia Caterina, morsa dallo sconforto che, come abbiamo recentemente tematizzato nel nostro Paese, attanaglia tutta la “generazione perduta”. Sul primo versante, rischia di giocarsi una promozione insperata; sul secondo, teme che la sua “piccola”, da poco sposata, lasci per sempre la Grecia.

Naturalmente Markaris regala dettagli avvincenti e lascia che la nostra immaginazione scorrazzi tra siti archeologici, poemi classici e “velenosi” ricordi filosofici. Ma il quid pluris della storia è tutto nella descrizione del contesto, quello di uno Stato e di una società alla corda, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello morale. Nel ritrovato e conclusivo coraggio di Caterina, tuttavia, c’è sicuramente un segnale di speranza; ed è bello, peraltro, che quel coraggio nasca dalla testimonianza di un amor di patria tenace, che viene da un passato di oppressione e di resistenza. Del resto, questa volta, si ha la sensazione che Charitos sia “stanco”, che anche il caso non venga risolto direttamente da lui e che ciò corrisponda ad una chiara scelta di Markaris: i genitori non possono combattere da soli crisi e corruzione; devono lasciare “la palla” anche ai propri figli, ai giovani, provando ad indicargli, se possibile, le migliori fonti d’ispirazione e creando, così, in verticale prima che in orizzontale, i presupposti per un nuovo “patto sociale”.

Petros Markaris sulle tendenze del crime novel in Europa

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È complesso valutare con obiettività questo romanzo. Affrontare la Resistenza e le sue pagine “difficili” non è cosa indolore; specialmente se nelle pieghe di quelle pagine l’Autore si propone di scovarne le ombre, di rappresentarle senza paura, di ribadire comunque, proprio attraverso di esse, l’importanza di quell’esperienza e le ragioni che l’hanno sostenuta.

Si tratta, però, di un romanzo importante ed originale. Così come per altri versi era significativo, e ciò nonostante è stato quasi dimenticato, Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari. Ma questa volta la virtù della narrazione non consiste tanto nel guardare a viso aperto il dramma e lo sconcio della guerra civile, bensì nel raffigurare la durezza della scelta partigiana come opzione oggettiva di riscatto personale. Valerio Varesi lascia le nebbie “consolidate” e fortunate del Commissario Soneri, protagonista di un genere forse fin troppo facile, per addentrarsi in un’oscurità che afferra anche le ossa e che lo rivela come solido scrittore “a tutto tondo”.

Gli eroi della trama sono sostanzialmente due, due partigiani divenuti tali per sottrarsi ad una condizione dalla quale desideravano soltanto scappare. Bengasi è il nome di battaglia di un ex militare, fuggito dal carcere durante un bombardamento e finito a comandare, solo per ardore di battaglia, le azioni sconsiderate di un gruppuscolo di patrioti affiliato alla brigata Garibaldi. Jim è il nome di battaglia di un ex galeotto, liberato dalla milizia fascista, ma a condizione che si infiltrasse nelle linee dei partigiani e ne svelasse i movimenti e le posizioni. Entrambi non credono a nulla, se non ad un brutale istinto di autoconservazione. Ma il primo scopre l’amore, e con esso riesce a dare per la prima volta un senso al proprio coraggio e, così, anche alla condanna con cui la ragione militare e politica lo travolge. Il secondo, che per timore di essere scoperto esegue la dura sentenza, rivela del tutto la sua pochezza e decide, fedele al suo pseudonimo, di immolarsi in un gesto apparentemente fine a se stesso ma capace di proiettarlo, e quindi paradossalmente di “salvarlo”, in una causa che pensava di non aver mai voluto, né potuto, abbracciare.

La cornice del racconto, che si svolge nel Parmense, sull’Appennino emiliano, ha tutti gli ingredienti del più classico e riuscito racconto sulla guerriglia della Liberazione. Il paesaggio è piccolo, ma al contenpo sembra grande, disorientante, misterioso,” padrone” e aggrovigliato di presenze incombenti. Le vite e le persone sono povere e disperate, ma esprimono anche la saggezza inconsapevole di una dignità decisamente superiore. Il conflitto mondiale e le sue dinamiche complesse sono certo presenti e avvolgenti, ma il fulcro di ogni esperienza non può che essere la relazione di uomini e di cose ancor più concreti e sospesi. I ruoli fissi non mancano, ma il commissario politico, Ilio, e l’agente inglese, Holland, risultano verosimilmente coscienti e presenti, ben radicati in una “montagna” leggendaria. La gioventù è, come sempre in questo genere di storie, dilagante e spietata, eppure appare comunque portavoce di una ricchezza inesauribile e piena di speranza.

Il vero messaggio “storico” è affidato alle parole dell’anziana Dora, che compare quasi alla fine, come se, voce del popolo offeso, fosse l’unica e legittima interprete di tutte le drammatiche vicende di quel periodo: «di santi e di diavoli ce n’è un po’ dappertutto. Per i neri c’è l’obbligo di arruolarsi e tutt’al più l’onore per quelli che ci credono. Ai partigiani, invece, non gliel’ha comandato nessuno di andarsi a cercare le schioppettate. Anche loro non sono tutti puliti, ma quei ragazzi che si fanno scannare per evitare che in futuro ci si scanni ancora, loro sì che meritano».

Il blog sull’Autore

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Anche le opere prime possono sorprendere, e questo soprattutto quando sono date alle stampe da piccoli e volenterosi editori.

Certo, il romanzo di Luca Valente ha, apparentemente, molti ingredienti per risultare la mera riedizione di alcuni clichés particolarmente indigesti: c’è un killer seriale, che lascia sulle sue vittime un codice, a prima vista, indecifrabile; c’è un profilo maniacale che riporta, guarda caso, alla follia nazista; c’è un mistero storico che sembra snodarsi sui ritmi di una delle più tipiche e sconsolanti puntate di Voyager; c’è un richiamo, forse un po’ eccessivo, al soprannaturale.

Invece, si è rivelato giusto non fidarsi delle apparenze, assecondare l’intuito, prendere il volume dallo scaffale della libreria e fidarsi, viceversa, delle parole: la scrittura è convincente, il plot per nulla scontato, il ritmo avvolgente, il finale inatteso. Anche i personaggi, specialmente la coppia dei due “indagatori”, sono convincenti.

E poi c’è un equilibrato mescolarsi della “grande storia”, il Medioevo ma anche la Seconda Guerra mondiale e la Resistenza, con la “piccola storia”, quella di cose e persone che interagiscono e “soffrono” anche nel racconto e che contribuiscono, allo stesso tempo, al mosaico dei grandi eventi sul cui sfondo si svolge parte della vicenda.

C’è del fantastico e dell’immaginario, nel testo, però c’è anche una rappresentazione pacata e consapevole di un momento, quello della guerra partigiana, tra i più dolorosi e drammatici. Le storie degli occupanti e dei liberatori, tra memoria collettiva e memoria individuale, raramente sembrano così realistiche.

L’aspetto più interessante, tuttavia, è l’ambientazione.

L’Autore scrive di luoghi e di fatti che conosce da vicino, che ha modo di approfondire quotidianamente come giornalista e come storico locale. La geografia, del resto, è uno degli aspetti più significativi e decisivi per la buona riuscita di un romanzo, ne va di mezzo il rispetto dell’aureo canone della verosimiglianza, qui realizzato in modo felice.

In questo caso, viene subito voglia di visitare l’Alto Vicentino e la Pedemontana veneta, di passeggiare per Schio, di salire la strada che attraverso la Val Leogra porta a Valli del Pasubio e a Folgaria, e di continuare o cominciare a studiare la storia e le storie di quei paesi, di quelle valli, di quelle montagne. Ancora una volta, si potrebbe dire, proprio quei paesi, quelle valli e quelle montagne: le stesse che ci avevano già fatto scoprire un altro “nuovo” e fortunato scrittore (Umberto Matino, in La valle dell’orco e in L’ultima anguana). Anche questa è una buona notizia, quasi un auspicio per un uguale e rapido successo di pubblico.

Niente di meglio, quindi, che prendere questo libro e dedicare qualche giorno alla riscoperta di un genius loci inatteso ma sempre fedele.

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