È un romanzo in tre tempi. Il primo (1933-1945) è il tempo del padre, Luigi, di cui si racconta la giovinezza e la crescita, dal matrimonio alla guerra sul fronte balcanico, fino alla militanza partigiana in Istria. Il secondo tempo (1945-1982) è quello del figlio, Valerio, alter ego dell’Autore, seguito in due diverse fasi del suo percorso, dall’adolescenza dell’educazione sentimentale alla maturità della docenza universitaria e dell’impegno di partito. Il terzo tempo (2005) appartiene al “figlio del figlio”, Marcello, tornato in Italia, da Londra, sulle tracce di se stesso, del padre e del padre di suo padre. Ai tre tempi non corrispondono soltanto, come spiega Luperini stesso nella Nota che chiude il volume, tre diversi modi di narrare (la docu-fiction di carattere storico; l’autobiografia romanzata; il racconto in terza persona). Quei tempi sono anche tre contenitori: di una ricerca psicologica che si muove su più generazioni, e degli scenari, familiari, sociali e politici sui cui di volta in volta la ricerca si articola. Si assiste, così, ad un lungo viaggio introspettivo, che attraversa il fascismo, la Resistenza, la rinascita della mobilitazione politica, gli anni di piombo, lo smarrimento della fine del secolo. E a questo viaggio si intreccia il percorso dell’Autore e del suo dna di studioso engagé, in un continuo rimando tra ragioni private e istanze collettive, tra fragilità affettive e stati di equilibrio.

Il genere cui appartiene questo testo è quello dei libri che per essere compresi e assimilati richiedono un adeguato periodo di sedimentazione. A distanza di qualche ora, infatti, si prova già nostalgia per lo stile pacato e il periodare pulito. Ma il valore di questa lettura non si esaurisce qui. Anzi, la scrittura piana in questo caso proprio non aiuta, perché potrebbe stimolare un giudizio soltanto semplicistico. Si potrebbe avere l’impressione di trovarsi di fronte alla sceneggiatura di una meglio gioventù più intimistica, più esistenziale. Non è così, però. Né si può pensare che la cifra di questa storia sia solo quella strettamente autobiografica: che peraltro, nel caso di specie, è interessante comunque, visto che a mettersi a nudo, sia pur in forma romanzata, è uno degli intellettuali italiani più noti e apprezzati. Anche l’esemplarità, tuttavia, non spiega tutta la suggestione che l’Autore riesce a imprimere alle sue pagine. Il loro punto di forza, il motore che le alimenta è in quella parola, rancura, che sta nel titolo e che è tratta da una poesia di Montale. Non è soltanto un omaggio al cuore delle attenzioni filologiche di Luperini e del suo magistero di critico. La rancura è il vero protagonista del romanzo. È una sensazione di afflizione che deriva da un rimprovero istintivo e malinconico, ma soffocato; dal senso di un condizionamento sofferto, che altri, forse, ha imposto, in modo tuttavia indelebile e naturale, come se fosse un testimone difficile, da prendere con la coscienza che non lo si potrà mai superare davvero, se non comprendendolo e accettandolo. Come si fa con i genitori, ci ricorda Luperini; e come si fa anche con le proprie origini, le proprie case e i propri amori, e infine anche con il proprio paese.

Recensioni (di Angelo Guglielmi; di Pierluigi Pellini; di Floriano Romboli)

Un’intervista a Romano Luperini

L’Autore a Fahrenheit

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La bella Clara Salvemini, fascinosa rampolla di un ricco palazzinaro pugliese, viene trovata morta: le circostanze della sua scomparsa sono misteriose. Qualcuno sa che non si è trattato di un suicidio, e sembra saperlo anche il padre Vittorio, che cerca di mettere a tacere ogni cosa. Le sue preoccupazioni sono tutte per l’azienda, implicata in delicate indagini giudiziarie e amministrative sulla discussa realizzazione di un grande complesso edilizio. La moglie Annamaria pare quasi indifferente. Ruggero e Gioia, gli altri due figli, reagiscono in modo diversamente equivoco: il primo è un brillante e precoce oncologo di fama internazionale, ed è egoisticamente seccato dall’accaduto; Gioia è ancora una ragazzina, e il suo dolore si confonde morbosamente con il dispiacere di non trovarsi lei stessa al centro dell’attenzione. C’è anche l’altro figlio, Michele, quello più strano e più difficile, quello introverso e un po’ matto, che se ne è andato da Bari e vive a Roma, e che torna nella grande villa di famiglia proprio in occasione del lutto. È lui a mettersi alla ricerca della verità – tra “figuri” più o meno degradati…. – riuscendo così a scoprire, passo dopo passo, che la morte dell’amata Clara nasconde segreti ancor più oscuri e indicibili. Alla fine resteranno soltanto macerie.

Questo romanzo è il fresco vincitore del premio Strega 2015. Si potrebbe definire come un “Twin Peaks all’italiana”, nel quale al carattere visionario delle ambientazioni alla Lynch si sostituiscono l’uso ostinato di uno stile sofisticato e la ricostruzione feroce di luoghi e personaggi naturalmente perduti. In questi effetti Lagioia è assai bravo: riesce a moltiplicarne la forza espressiva in uno schema narrativo che alterna in modo ipnotizzante voci e punti di vista, e che vuole trasmettere al lettore il senso di un giro di vite progressivo, l’impressione in un gorgo amorale che si fa via via più profondo e che si manifesta con violenza solo nelle ultime pagine. Lo scrittore, quindi, va senz’altro lodato: è un rondista sui generis – dei nostri tempi, diremmo – che crede fortemente nelle capacità nobilitanti e ordinanti della parola, ma in funzione eticamente rivoluzionaria. Nel suo tragico racconto, infatti, l’unica cosa pulita è proprio ciò che alcune critiche hanno voluto giudicare in modo troppo severo, ossia la contorsione del linguaggio, così pervicacemente letterario; ma per l’Autore è chiaro che è la disciplina della cultura il pilastro sulla base del quale ridare un senso ad una società degradata. Meno convincenti, invece, sono i profili che animano la trama, in primo luogo perché corrispondono apertamente a prospettive molto sperimentate e forse ormai scontate: l’intreccio tra sesso, droga, affari e poteri forti; l’aridità di una classe sociale senza scrupoli, che si è arricchita ad ogni costo, e di un Paese che non riesce mai ad emanciparsene; la disgregazione di una famiglia priva di amore, in cui ciascuno cerca di salvare soltanto se stesso; la purezza del personaggio debole, guarda caso il figliastro, il più sensibile e intelligente, condannato tra i reietti perché vittima di un sopruso originario, ma destinato ad un inutile riscatto finale. Soprattutto, però, l’aspetto un po’ delicato del libro è che il carattere magico e tenebroso del linguaggio non si salda del tutto a quella che avrebbe dovuto essere la conseguente raffigurazione di un’ambiguità altrettanto complessa. Sicché il cliché rischia di rimanere tale, senza diventare epico. Ma Lagioia non è Lynch, evidentemente, e non è neanche Stephen King o Joe R. Lansdale. Per poterlo apprezzare occorre essere ancora troppo colti e raffinati, e il romanzo rischia di dimostrare l’esatto opposto di ciò che – politicamente, forse – avrebbe voluto veicolare: non basta la parola (purtroppo) per fare la morale.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Marilù Oliva, di Davide Zizza, di Matteo Bianchi)

Un’intervista all’Autore

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