Perché si scrive? Qual è il demone che spinge gli scrittori a fare quello che fanno? E, peraltro, a farlo ogni giorno, ossessivamente, con fatica e tenacia? È uno di loro, in questo libro, a tentare qualche risposta. Che inevitabilmente, dati gli interrogativi, non può che essere personale, se non idiosincratica. Anche se l’Autore non parla direttamente – o soltanto – di se stesso. Opta, viceversa, per allestire una galleria di grandi scrittori, le cui opere e abitudini vengono utilizzate per descrivere cinque classiche ragioni della scrittura: l’ambizione, l’odio, la responsabilità, il piacere e la conoscenza. Dunque, per esplorare ciascuna delle pulsioni che questi fattori possono animare, Alessandro Piperno ci parla di alcuni Campioni della letteratura: Virginia Woolf, Balzac, Fitzgerald e Saul Bellow; Sainte-Beauve, Thomas Bernhard, Céline, Flaubert e Salinger; Thomas Mann, Tolstoj, Sartre e Primo Levi; Nabokov, ancora Flaubert, Jane Austen, Stendhal e Dickens; e infine Kafka e Proust. Al di là dei molti aneddoti e dei tanti piccoli estratti di cui si nutre l’intero svolgimento dei discorsi, è innegabile che Piperno finisca per dirci delle sue preferenze, che in maniera largamente prevedibile (visti i suoi interessi di studioso) vanno per Flaubert e Proust, con più di qualche simpatia per Salinger, Nabokov e Kafka. 

Ciò che importa non è il fatto che Piperno lasci intendere che predilige soprattutto chi scrive per piacere e per conoscenza. Il punto è che Ogni maledetta domenica, anziché rivelarsi come ciò che esplicitamente dichiara, altro non è che un modo semplice e disimpegnato, e senz’altro gradevole al lettore, per fare un po’ di critica letteraria al di fuori degli schemi canonici e scientifici del saggio vero e proprio. E per divulgare qualche buona sollecitazione. Come quella sulle assonanze tra Flaubert e Salinger (nel loro comune “astio nei confronti della classe borghese”), o tra Kafka e Proust (avvicinati nella “natura della loro vocazione”). E come quella sul relativo valore letterario di Sartre, che sicuramente sente tutto il peso del suo tempo. Poi c’è un altro aspetto degno di nota. Piperno ci tiene a trasmettere l’idea che la scrittura – quella veramente meritevole delle attenzioni generali – sia costanza, disciplina, applicazione, fatica, scelta di vita, investimento totalizzante. Del resto, per chiunque abbia il suo baricentro attorno alla scrittura e alla coltivazione della sua tecnica (anche per ragioni puramente lavorative) si è soliti ripetere, a mo’ di invito, la frase che Plinio il Vecchio aveva attribuito al grande pittore greco Apelle: nulla dies sine linea. Niente di più vero.

Recensioni (di V. De Marco; di L. Mascheroni; di E. Pisani)

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In questo libro, che risale al 1996, l’Autore – figura importante del mondo editoriale italiano e scrittore più volte premiato e sempre apprezzato – raccoglie due testi, uno più lungo (La letteratura e il combattimento) e uno, successivo, molto più agile (Quando vi ucciderete, maestro?). Nel pezzo più esteso contempliamo una galleria di immagini, ricordi personali, esperienze, letture: su singoli appassionati di arti marziali e sui loro esercizi, su maestri e discepoli, su palestre di periferia, sulla storia della lotta in Giappone… Il tutto è condito con qualche analogia tra combattimento e creazione letteraria; e con immancabili riferimenti all’opera di chi su questo ring ha militato a lungo, da Yukio Mishima ad Alexis Philonenko. Dall’altro lato, invece, nel secondo testo, le parole di Franchini sono quelle di una sorta di rampogna, o discorso di biasimo, che si rivolge a un “tu” non esplicitamente definito, per stimolarlo o risvegliarlo da un esiziale torpore. E che pesca nel passato familiare (e soprattutto nella rievocazione della madre) e (ancora) nel cantiere del rapporto tra letteratura, vita e obbedienza marziale. Ciò fino a una sorta di climax conclusiva, in cui un pensiero semiserio dell’Autore su come coltivare la propria salute giovanile si sovrappone al racconto di un aneddoto sulla vita di Mishima e su quanto un giovane ammiratore gli avrebbe detto al termine di una lunghissima anticamera: “quando vi ucciderete, maestro”?

Il volume è prezioso per più ragioni. La prima di tutte riguarda lo stile o, se si vuole, l’esempio di scrittura: che è spontanea ed efficacemente rappresentativa di un pensiero che si sviluppa liberamente in una catena di progressive associazioni mentali. Ma è anche elegante, ricercata, densa. A conferma che il bello scrivere, se è semplice, è anche il frutto di una formazione, di un’applicazione e di un addestramento costanti. È a quest’ultimo proposito che viene subito in gioco un secondo aspetto positivo. La forma, infatti, aderisce veramente alla sostanza. Perché quella di Franchini è un’immersione – dichiaratamente autoanalitica – sul necessario rigore e sulle inevitabili frustrazioni che comporta qualsiasi disciplina, soprattutto se presa sul serio. Salvo che il senso dell’opera, qui, anche per effetto del raffronto completamente straniante con l’imprinting ricevuto dalla madre, emerge nel suo finale orientamento dissacrante (o relativizzante). Perché tutto è soltanto, e illusoriamente, testa, pure nel perfezionamento massimo di ciò che è corpo. E pertanto, per non risultare artificioso, poco credibile e quindi ridicolo, nella scrittura, nel combattimento come nell’esistenza quotidiana, val sempre la pena di tenere i piedi per terra e ripetersi (con la piena persuasività dell’idioma partenopeo): ma quann t’accir?

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