Non solo per le voci critiche del suo tempo, ma anche per tanti lettori, questo romanzo è uno dei meno riusciti di Hemingway. Che sia molto diverso da Fiesta o Per chi suona la campana o Il vecchio e il mare è una sensazione afferrabile sin dalle prime righe. Il tono è ridondante, l’andatura è lenta, il tema è ossessivo. Non c’è ritmo, né l’eccitazione dell’avventura. Non c’è neppure la tensione cosmica dell’immersione nella natura e del confronto con le sue forze primarie. C’è solo Richard Cantwell, un colonnello americano cinquantenne un po’ in disgrazia, appesantito dalle tante ferite di una lunga carriera di battaglie autentiche e sanguinose, malato di cuore. Dal territorio occupato di Trieste, dove è di stanza sin dal termine della seconda guerra mondiale, va a Venezia per vedere la giovane e nobile donna di cui è innamorato, Renata, e per andare a caccia di anatre nella laguna. Sente già che sarà il suo ultimo weekend. Dunque compie tutti i riti del caso. Il primo è tornare sul luogo in cui è stato ferito nella prima guerra mondiale, sulla strada per Venezia, lungo il fiume, per esorcizzare nuovamente la morte. Il secondo è perdersi, disorientarsi: nelle attenzioni avvolgenti e complici dell’Hotel Gritti e dei reduci che ci lavorano, nel girovagare labirintico lungo le calli della città, nei baci e negli abbracci del suo amore impossibile, tra i tavoli dell’Harry’s Bar. Il terzo è provare il piacere di uscire in barca nel gelo di una domenica d’inverno per appostarsi in una botte conficcata nel fango e mettere nuovamente alla prova la sua capacità di tiratore sugli stormi dei germani che migrano a Sud. Ma nessuno di questi riti, ahimè, funziona: il primo è un monumento nostalgico al passato, non serve ad evitare il destino più prossimo; il secondo resta costantemente dominato dall’inquietudine dei ricordi bellici e del tempo che passa e si consuma, invariabilmente, senza la reale soddisfazione di poter anche solo sperare di evadere dalla dura condizione di ex combattente; il terzo si trasforma in una caccia assai magra e in un commiato assolutamente malinconico, che prelude al decesso oramai inevitabile, di là dal fiume – lo stesso del viaggio d’andata – e tra gli alberi, nella fedele ma fredda compagnia dell’attendente, sulla strada verso Trieste.

Questo è il primo dei libri di Hemingway che ho afferrato dagli scaffali della libreria di famiglia. Forse è per tale motivo che continuo a ritenerlo, cocciutamente, uno dei migliori. Nella mia personale classifica è secondo soltanto a I quarantanove racconti. E la rilettura mi conferma l’assoluto valore del romanzo. Le ragioni sono due. La prima sta nella perfezione di ciò che producono gli elementi che per i più sono soltanto negativi: l’effetto di piena corrispondenza tra il disorientamento del lettore e quello del protagonista. In questo modo Hemingway riesce a dare alla sostanza la forma e il tono che si merita, con un effetto un po’ amaro e un po’ onirico che si addice completamente alla confusione fisica e mentale del vecchio soldato in disarmo. La seconda ragione è che quel vecchio soldato è Hemingway stesso. Ne rappresenta, cioè, la controfigura ideale, costruita nel punto archimedico della sua traiettoria di grande scrittore e di grande combattente. Una parte realmente vissuta: perché anche H. era presente sul fronte italiano del primo conflitto mondiale; inoltre H. era stato corrispondente in Francia e Germania durante la seconda guerra, dunque conosceva bene anche quel fronte; pure H., poi, amava la laguna veneta, come si era innamorato, allo stesso modo, di una giovane nobildonna veneziana; e sempre H., come è noto, adorava andare a caccia, e aveva effettivamente celebrato un pittoresco rito propiziatorio in riva al Piave, nel luogo in cui era stato ferito e miracolato al contempo. Il dettaglio ancor più interessante è che nella narrazione si può guardare a tutta la produzione del romanziere, indietro e in avanti: indietro, per il riferimento frequente alla Spagna e al suo mito, anche linguistico; in avanti, per il modo con cui Cantwell guarda trasognato ad alcuni pesci nel mercato di Rialto, come se il vecchio pescatore si trovasse già al cospetto del suo indomabile marlin. Sarà anche vero che H. ha scritto questo libro a Torcello, in piena crisi esistenziale e creativa, sotto l’influsso dell’alcol, e proprio di un buon Valpolicella, il vino preferito da Cantwell. Ma raramente l’atmosfera gelida della laguna invernale è stata resa in maniera così tangibile, così credibile. Anche questo è un grande pregio.

Una breve, ma accurata, videorecensione

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