Mettetevi nei panni di un professore di diritto internazionale molto noto, che insegna in un ateneo prestigioso, è un esperto di crimini di guerra e genocidi, e patrocina come avvocato in processi dalla risonanza globale. Immaginate, allora, di essere anche invitato a tenere una conferenza a Leopoli, nel cuore della fascia di terra storicamente più tormentata e insanguinata della Mitteleuropa; e di realizzare improvvisamente che nell’Università di quella città, in cui era nato vostro nonno, si è intrecciato il destino di due grandi protagonisti del diritto del Novecento, Hersch Lauterpacht e Raphael Lemkin, le cui idee hanno condizionato buona parte dei vostri studi. Questo è ciò che è accaduto a Philippe Sands. E L’occasione è stata irripetibile, soprattutto per la possibilità di intrecciare pubblico e privato: di cogliere le interferenze tra la storia “grande”, del secondo conflitto mondiale, della Shoah e del processo di Norimberga, e le storie “piccole”, dei due famosi internazionalisti come del nonno Leon Buchholz, della nonna Rita e delle loro due famiglie. I viaggi di Sands, dunque, sono più di uno, e sono tutti appassionati e filologicamente minuziosi. C’è quello del giurista, che sul campo della genesi della giustizia penale internazionale contrappone Lauterpacht e Lemkin, in modo molto suggestivo, sul crinale del confronto tra chi vuole garantire i diritti dell’individuo e chi intende salvare l’esistenza dei gruppi. C’è poi il viaggio sentimentale nei segreti e nei silenzi di famiglia, sulle orme dell’ebreo errante, in una reticenza che si è alimentata alla tragedia dell’Olocausto, ma che si nasconde anche nell’intimità delle sensibilità più personali. C’è infine la discesa negli inferi, nella psicologia e nella caduta di nazisti (Hans Frank e Otto von Wächter) che hanno operato negli stessi luoghi dei protagonisti, e nell’angosciosa memoria dei loro figli, tuttora impegnati a fare i conti con le incancellabili colpe dei padri.

Finalmente un giurista è riuscito a provare che si può fare Law & History in modo convincente e divulgativo. Dal punto di vista editoriale non c’è motivo di sorprendersi, soprattutto per il genere adottato: la non fiction funziona molto bene da tempo, e la tipologia dei percorsi proposti al lettore è già collaudata. Per intendersi, questo libro è una sorta di cocktail fascinoso: un pizzico di Un’eredità di avorio e ambra, di de Waal; e un pizzico di Paesaggi contaminati, di Pollack; con l’aggiunta – notevole – di un po’ di diritto. La circostanza che East West Street sia stato pubblicato, da poco, anche nel nostro Paese – pur con un titolo quanto meno discutibile, se non sbagliato… – potrebbe rappresentare una sollecitazione più che buona affinché qualche studioso italiano dotato di motivazioni e di meticolosità (e di facilità di penna) analoghe a quelle di Sands segua la stessa strada con altrettanto successo. Non si tratta, si badi bene, di sedurre il lettore, rinunciando al carattere geometrico di alcune acquisizioni teoriche. Gli snodi e le opzioni cruciali che alla fine del secondo conflitto mondiale hanno portato all’affermazione della punibilità internazionale dei crimini contro l’umanità e del genocidio sono affrontati con puntualità, come con altrettanta puntigliosità ne è discussa la genesi. Si tratta, semplicemente, di risvegliare la consapevolezza che il diritto è cosa viva, che è esso stesso storia e carne della società. Se si vogliono cercare dei difetti – e commentavo proprio questo profilo con un collega – sorprende, nella rievocazione dell’orrore della strategia nazista e dei suoi prodromi, anche giuridici, l’assenza di qualsiasi riferimento allo scivolamento progressivo del diritto tedesco e dei suoi protagonisti (e di Carl Schmitt, in particolare). Forse, inoltre, anche il confronto tra Lauterpacht e Lemkin è stressato un po’ troppo: del secondo, del resto, non è facile ricostruire il percorso, per la carenza di grandi riscontri e testimonianze, e l’Autore, poi, parteggia quasi dichiaratamente per il primo (his legal hero), figura più tecnica, più affidabile e istituzionale. Ma tutto si tiene molto bene, perché in un libro di questo tipo la partecipazione di chi scrive è un ingrediente indispensabile.

Recensioni (di Lisa Appignanesi; di Christopher R. Browning; di Robert Gerwarth; di Bernard-Henri Lévi; di Mark Mazower)

Un’intervista all’Autore e una conversazione

What Our Fathers Did. A Nazi Legacy (2015): il documentario girato da Sands, con i figli di Frank e von Wächter

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