In questo insolito thriller nordico la sfida cui allude l’enigma del titolo si sdoppia: scoprire le ragioni della morte di Gaston Lund, un famoso professore danese ritrovato morto in uno sperduto isolotto di un fiordo islandese; decifrare il rompicapo che alla fine dell’Ottocento un giovane studioso ha costruito prendendo spunto dal Codex Flateyensis, un corposo libro in pergamena composto tra il 1387 e il 1394, complessa raccolta di saghe che prende il nome dall’isola (Flatey) in cui si snoda la trama del romanzo.

Kjartan è un neo-avvocato che il prefetto del Breiðafjörður ha spedito a Flatey per alcuni rilevamenti di carattere fondiario. Ma ciò che deve risolvere non è una questione burocratica, bensì lo strano caso del cadavere del noto esperto straniero, ritrovato tra gli scogli di Ketilsey da una locale famiglia di pescatori. È un caso difficile: non è inaspettato solo per lui; lo è anche per la piccolissima comunità dell’isola, popolata, tuttavia, da figure carismatiche ed enigmatiche, come quella del sacrestano, Þormóður il Corvo. Sia pur spalleggiato da Grímur, ufficiale del distretto, e da Högni, maestro di scuola, Kjartan entra ben presto in difficoltà, e quando si scopre l’identità del defunto le cose peggiorano ed entrano in scena nuovi e ambigui personaggi, che “generano” ulteriori e drammatici eventi, e che mettono nei guai lo stesso Kjartan, con il suo oscuro passato, e Johanna, il medico del villaggio ma, al contempo, la figlia di un celebre collega del povero Gaston Lund: entrambi, infatti, erano tra i massimi esperti del Codex Flateyensis… A complicare le cose, del resto, c’è anche il segreto dell’enigma “letterario” prodotto sulla base delle saghe islandesi: anche di questo Kjartan capisce poco, ma, come avviene per il lettore, le rivelazioni progressive (paragrafo per paragrafo) delle 39 domande in cui si snoda l’arcano gli consentiranno, se non di risolvere gli altri misteri, di fare i conti con le dure esperienze della sua giovinezza, ritrovare se stesso e intravedere la possibilità di un futuro più solido e felice.

È un libro che, nonostante le apparenze, si dimostra particolarmente raffinato: è una sensazione che si prova spesso di fronte alla letteratura nordica contemporanea, ed anche in quella di genere; perché anche nei thriller scandinavi sono tante le cose originali, quindi un po’ lontane dai gusti più collaudati, continentali o anglosassoni che siano… e ciò è sempre e soltanto positivo. Questa volta il quid pluris del testo non si apprezza soltanto nell’abilità con cui l’Autore intreccia la duplice ricerca, quella investigativa e quella filologica. Il punto è che Ingólfsson torna alla durezza, alla bellezza e all’essenzialità del più tipico paesaggio islandese per ricordare – in primo luogo, certo, alla sua gente – che la relazione tra i grandi miti di una storia nazionale e il tempo presente è questione di equilibrio e di metabolizzazione, diremmo di maturazione. È un processo che non porta alla cancellazione o, viceversa, alla mitizzazione delle radici, ma ad esaltarne i valori forti e a nutrire gli animi di una comunità che deve affrontare lo smarrimento e le opportunità della società contemporanea, e che può farlo soltanto restando unita. Il pericolo maggiore, infatti, è l’autismo culturale, che genera fatalismo ed indifferenza: la semplice e naturale soluzione dell’enigma investigativo (per gli appassionati del giallo, forse, deludente) trova, così, una lineare spiegazione.

Uno sguardo nel Codex Flateyensis

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