Non è il libro più recente di Scott Turow: risale al 2003. E non appartiene al genere che lo ha reso famoso, come Autore, ad esempio, di Presunto innocente (1987), thriller capostipite di una lunga e fortunata serie, oltre che fonte d’ispirazione per il noto ed omonimo film di Alan Pakula, con Harrison Ford nei panni del protagonista. Si tratta, questa volta, di un saggio “d’eccezione”, che di certo si potrebbe definire, senza timore di essere smentiti, come un pezzo di high class journalism. Perché non è affatto facile discutere della pena di morte in modo così chiaro, completo e sincero.

Lo stimolo alla lettura è stata la preparazione per assistere ad un recente seminario, organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, in occasione della presentazione di un documentario (Still Killing: Academics for the abolition of Capital Punishment, 2011). Non posso che ringraziare il collega che mi ha indicato gli estremi di questa lettura e che, così facendo, mi ha consentito di presenziare, preparato e sensibilizzato, a quel dibattito. Ma il libro di Turow è qualcosa di più, e anche di diverso. Il suo nucleo essenziale è il resoconto delle impressioni e delle riflessioni che l’Autore ha maturato soprattutto come membro della Commissione sulla pena capitale nominata dal Governatore dello Stato dell’Illinois, George Ryan, che il 31 gennaio 2000 proclamò una moratoria su tutte le esecuzioni future. Non vi sono estranee, tuttavia, esperienze professionali personali, nelle quali il romanziere si è trovato ad affrontare, da legale, alcuni delicati processi.

L’elemento qualificante del testo è l’equilibrata pacatezza con cui vengono affrontati alcuni dei nodi essenziali della discussione sulla pena di morte, in primo luogo negli Stati Uniti. Si affrontano le perplessità basate sull’elevata statistica relativa agli errori (cioè ai casi di condannati a morte poi scagionati) o sui modi con cui la pubblica accusa può incappare, più o meno consapevolmente, in materiali strumentalizzazioni delle cause che possono sfociare in una condanna capitale (troppo spesso, cioè, gli inquirenti difendono anche i propri errori, anche quando sono palesi). Si evidenzia l’ambiguità strutturale dell’enfasi sulle vittime dei colpevoli e sul loro ruolo processuale (“In una democrazia, nessuna minoranza, neanche quelle che conoscono tragedie strazianti, dovrebbe avere il potere di parlare a nome di tutti”: p. 78); ma si sottolinea anche la scarsa tenuta degli argomenti con i quali usualmente si giustifica la pena di morte in base al presunto valore deterrente della sua previsione (“se la pena capitale è un deterrente, la cosa non è visibile a occhio nudo”: p. 83); e si considera quanto, in questo discorso, possono avere un peso i motivi di ordine squisitamente morale (“Per il male supremo non deve esistere una pena suprema? Il problema non è vendicarsi o pareggiare i conti, ma l’ordine morale”: p. 87).

Ciò che spinge Turow, però, a votare contro la pena di morte non è un misurato e risolutivo bilanciamento di posizioni pro e di posizioni contra. È la violenza “estrema”, tanto più se autorizzata dalla legge, a sembrargli del tutto sproporzionata e inutile rispetto ai bisogni, “troppo umani” potremmo dire, che essa dovrebbe asseritamente soddisfare: “Il procedimento legale non sanerà mai del tutto le nostre ferite. (…) Rispetto profondamente la legge come istituzione, ma il suo funzionamento non è scevro da lacune e sbagli. Non è in grado di risalire alle verità né di amministrare la giustizia con l’affidabilità che è costretta a ostentare. Le sue affilate regole non arrivano mai a penetrare fino in fondo le tenebre dell’ambiguità morale, e non sanno comprendere né dare risposte alla complessità delle motivazioni e delle intenzioni umane. E la pena, da sola, non trasforma il mondo che ci circonda in quello in cui vorremmo vivere” (p. 142).

Anche la letteratura, ancora una volta, ci spiega perché le scelte legislative e il potere pubblico devono sempre avere dei limiti.

Una recensione da RaiLibro

Il sito ufficiale dell’Autore

Un’intervista a Turow (fatta da Serena Dandini)

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