Per il noir dell’estate possiamo scegliere se pescare qualcosa tra le ultime novità, fidandoci magari di qualche nome di grido, o fare un tuffo nel passato, dedicandoci a qualche fidata rilettura. È noto che il noir si addice alle riletture, come accade per i fumetti. Quindi opto per la seconda possibilità. E avendo voglia di trovare senz’altro soddisfazione, mi dirigo risolutamente su Attilio Veraldi, uno dei padri riconosciuti, in Italia, del genere.

Potrei scegliere La mazzetta (1976), il pezzo forte, il debutto, ineguagliabile come tutti i debutti e trascinante come la fortunata pellicola che ne trasse Sergio Corbucci, con Nino Manfredi nei panni di Sasà Iovine, il protagonista assoluto. Invece scelgo Uomo di conseguenza, uscito due anni dopo, nel 1978: Veraldi, del resto, aveva scoperto un suo nuovo talento (oltre a quello di traduttore) e, un po’ come succede per tutte le sorgenti che sgorgano per la prima volta, il getto creativo esigeva un’immediata riproposizione, ma in questo caso abbisognava (forse) di ulteriori stimoli e (soprattutto) delle ripetute insistenze dell’editore.

Con Uomo di conseguenza, quindi, continuano le avventure napoletane di Sasà, mezzo traffichino e mezzo sensale, ufficialmente “commercialista”, per tutti “l’avvocato”, per il panorama letterario italiano una decisa ed indimenticabile figura di successo. Con essa, Veraldi diventa il riferimento di tutti gli scrittori e di tutti gli appassionati che siano alla ricerca di un detective improvvisato, un po’ flaneur e un po’ impacciato, un po’ belloccio, un po’ sfrontato e un po’ cinico, senz’altro acuto, ma sempre sfortunato.

Nonostante oggi l’editore Avagliano proponga soluzioni assai gradevoli, rileggo il libro nella prima edizione economica BUR del 1980, ennesimo frutto di un saccheggio veloce sul tavolaccio della bancarella preferita. Mi sembra, del resto, che anche questa sia un’azione vintage, adatta al volume che mi appresto a “sbranare”. Tutto, effettivamente, torna. Veraldi non delude e il suo Iovine, già dalle prime scene, si ritrova imbarcato, ancora all’interno del suo “studio”, in un intrigo molto pericoloso e senza capirne bene il motivo. Una visita ambigua, un’irruzione pericolosa, un ricevimento che potrebbe essere chiarificatore, un assalto con omicidio: tutto si sussegue, tanto per cominciare, in pochissimo tempo e sempre nella stessa stanza.

Così Sasà comincia a districarsi, come sempre, tra l’esigenza di salvare la pelle e quella di guadagnarci magari qualche cosa, imbattendosi in uno degli uomini più potenti del paese e nei torbidi e “distruttivi” segreti della sua famiglia. Il gioco si fa sempre più duro e ci “scappa” anche l’immancabile “avventura”. Ma, ecco, interviene un “uomo di conseguenza”, dotato del physique du rôle che, come ogni lettore è istintivamente portato ad intuire, sempre contraddistingue simili imperturbabili profili. Forte di un sistema di valori quanto mai discutibile, l’“uomo di conseguenza” indica al Nostro di guardare oltre gli angoli del labirinto, per cercare di riportare un “ordine”, non importa quale, laddove la polizia stessa è ciecamente e stolidamente incapace di farlo, avvitata com’è nel destino tragicamente perdente di coloro che se ne fanno alfieri.

Dov’è quindi la grandezza di Veraldi? Se sono molti a considerarlo il primo “responsabile” dell’hard-boiled in salsa partenopea (e questo non è poco…), non è possibile, nel contempo, non tributare a questo scrittore tardivo (aveva esordito soltanto cinquantenne…) un merito ancor più rilevante: ci troviamo di fronte, cioè, ad un perfetto “caratterista”, ad un abilissimo costruttore di “profili” ben riusciti, così come lo è stato il fantastico duo Fruttero&Lucentini. Dalla più piccola e marginale alla più importante e “centrale”, tutte le figure che popolano i suoi libri sono sempre perfette e indimenticabili, pienamente “comprese” da parole, espressioni o descrizioni inappuntabili e calzanti, memorabili e incisive. Se esiste, pertanto, in Italia un’ottima palestra per narratori agli esordi, questa la si può certamente individuare tra le righe dei romanzi di Veraldi.

E poi c’è sempre, in questi romanzi, una compita rassegna di vizi e di stereotipi tipicamente italiani, tanto caricaturali, a volte, quanto drammaticamente onnipresenti e inconfutabili: l’assenza di confini tra vita pubblica e vita privata, l’avidità e l’avarizia, una potenziale e costante connivenza con il “malaffare”, con quello “piccolo” ma anche con quello organizzato, l’oscenità del potere e dei suoi abusi… Ma Veraldi è anche il primo ad accorgersi di ciò che, già negli anni Settanta, stava accadendo nelle preoccupanti “mutazioni” di una malavita sempre più violenta, aggressiva e diffusa. Un Carlotto ante litteram, dunque; ma anche un osservatore sagace e dotatissimo.

Una recensione (da www.simonepiazzesi.it)

Fahrenheit su Attilio Veraldi

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