In questi giorni riesce molto opportuna la rilettura di questo lungo racconto, scritto nel 1956, pubblicato per la prima volta nel 1957 e poi integralmente rivisto nel 1958, per confluire in un autonomo volumetto solo nel 1963, con un disegno di Picasso in copertina. Lo riprendo nel primo tomo dell’edizione Romanzi e racconti dei Meridiani Mondadori. A dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e dalle battaglie e sofferenze della Liberazione, Calvino rappresentava già il senso di una complessiva e quasi irrimediabile e inconsapevole rinuncia alle ragioni che avevano animato le migliori speranze di un’intera generazione e che erano diventate troppo facilmente estranee al sentire comune della società italiana. Tutto era già stato dimenticato? Oppure ci si era lasciati dolcemente avviluppare nello sciabordìo di maree tutte nostrane e tutte inevitabilmente avvolgenti e sempre ritornanti?

Quinto Anfossi è un giovane intellettuale di sinistra, che ha militato per la Resistenza e che, a conflitto esaurito, nel clima di una ricrescita economica che sta per approssimarsi, sente la necessità di promuovere un piccolo affare. Perché non valorizzare una piccola porzione della proprietà familiare – si domanda – e costruirvi appartamenti da affittare ai sempre più numerosi turisti della sua bella città natale? La borghesia più operosa dell’incantevole località rivierasca ci ha già pensato da tempo; perché, quindi, sottrarsi alla possibilità di mettere in moto la propria speculazione edilizia e dare, così, senso e concretezza ad un’esistenza che si nutre, ormai, di pensieri soltanto astratti? Quinto si scopre improvvisamente determinato e trascina la madre anziana e il fratello Ampelio, un giovane e scostante assistente universitario, in un’avventura fatta di progetti, di capitolati d’appalto, di atti notarili, di licenze edilizie. Ma sin dall’inizio si capisce che l’impresa non potrà che avere un esito infausto e che sarà, dunque, il Caisotti, il ruvido e astuto costruttore cui gli Anfossi si rivolgono, ad avere comunque la meglio. La beffa è definitiva allorché Quinto, dopo aver accettato la mediazione del notabile di turno, incontra un militante della sezione locale del partito e apprende con sorpresa che la vicenda avrebbe potuto seguire un altro corso.

La semplicità della trama, come si vede, è disarmante. La bellezza della storia è racchiusa soprattutto nelle riflessioni ingenue del protagonista, nella sua strutturale indecisione, nel suo dirsi pronto pur essendo dichiaratamente svogliato, disorientato e disarmato. Eppure Quinto non è privo di qualche importante, e sintomatico, momento di lucidità. La dinamica della controversia che ben presto comincia con il Caisotti – vecchio compagno di lotta – lo porta, infatti, ad una sconsolata rivelazione: “Bella cura aveva fatto la società italiana! Esclamava tra sé. Due partigiani, un paesano e uno studente, due che s’erano ribellati insieme con l’idea che l’Italia fosse tutta da rifare; e adesso eccoli lì, cosa sono diventati, due che accettano il mondo com’è, che tirano ai quattrini, e senza più nemmeno le virtù di una borghesia d’una volta, due pasticcioni dell’edilizia, e non per caso sono diventati soci d’affari, e naturalmente cercano di sopraffarsi a vicenda…” (pp. 862-863). Ma Quinto, da ciò, non riceve alcuno stimolo e, anche nel momento in cui la speculazione se ne sta andando dichiaratamente a rotoli, se ne sta sullo sdraio a leggere (non a caso…) il Felix Krull di Thomas Mann e a fantasticare sul modo con cui approfittare delle grazie della signora Hofer, la prima prosperosa affittuaria del nuovo immobile, colei che, in verità, si prenderà gioco dell’invincibile inettitudine del Nostro.

È un Calvino apparentemente insolito, molto lontano dalle invenzioni che lo hanno reso tanto celebre. È talmente vicino alla sua esperienza più prossima che dietro un’ambientazione spaziale volutamente anonima si distingue palesemente il comune di San Remo, la città delle sue origini familiari, e si delinea, impietosamente, il frammentario gioco delle parti cui sempre si arrende il qualunquismo atavico della società italiana. Ed è in questa società, del resto, che Calvino rappresenta la resa, e la critica disincantata e severa, di un ceto intellettuale e di una classe politica che sono incapaci di ritrovare e vivere nel presente le radici del loro impegno; che, lungi dal partecipare ad un pratico e condiviso sforzo di miglioramento, si improvvisano in ruoli e ambizioni scomposte che non gli dovrebbero appartenere e che non possono che travolgerli assieme alle idee e ai principi su cui tanto si sforzano di discutere.

Il Calvino realista del 1956

Un percorso su Calvino (da italica.rai.it)

Un sito dedicato a Calvino

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