Il solo titolo di questa recentissima raccolta di Roberto Cogo prometteva un’esperienza di autentica distrazione. E, a lettura compiuta, la promessa è stata mantenuta. Ma, si badi bene, distrazione qui non è sinonimo di suggestione divertente o semplicemente rilassante. È sinonimo, forse paradossale, di immedesimazione. In che cosa si immedesima Cogo? E in che cosa ci si immedesima se si legge la sua poesia?

Tento una risposta immediata, quanto banale: nella natura. Ri-tento con una risposta un po’ più articolata, ma senz’altro più precisa: nelle ossa, nelle vene, nel sangue, nelle cellule della natura. Un obiettivo che si può raggiungere solo con esercizi di contemplazione, talvolta severi, talvolta sereni, talvolta, ancora, attraversati da una sottilissima e quasi atomica, particellare, ironia. In tutti i casi, si tratta di esperienze di viaggio, non solo interiore, poiché sono il frutto di spostamenti e di osservazioni, di “appostamenti” veri e propri.

Supplementi di viaggio, del resto, è il titolo del ciclo che apre il volume. Ed è subito fiume, si potrebbe dire, facendo un po’ scherzosamente il verso ad un famosissimo passo di Quasimodo. Nel fiume e attorno al fiume Cogo scova i luoghi di percezioni e di trasformazioni vitali, perché consentono la ricerca della parola, che il poeta sempre compie e che associa sempre ad un’occasione di nuovo inizio. Sono, poi, gli Schizzi d’Austria a costituire la vera gemma, preceduti da un proemio che più diretto non può essere e che non richiede alcuno sforzo esegetico: “senza alcun dubbio / preferire gli alberi e le nuvole / a politici e chierici e autorità varie – / stare seduti in giardino ad ascoltare / e percepire – non è disimpegno / ma disintossicazione”. Seguono così immagini geologiche, metereologiche, faunistiche, che si sovrappongono a soffi, suoni, rumori, ma anche a quadretti di spazi viennesi di vegetazione urbana (fantastici i cinque pezzi dedicati ai giardini della città) e all’immagine “complessiva” del Danubio.

Ad essere degna di nota, però, non è solo questa prima parte (non che sia definita così dall’Autore, ma in qualche modo lo può tranquillamente essere). Anche la seconda (scandita in tre momenti: Alfabeto naturale, Ulivi a mare e Achill Poems) è assai originale. Non solo perché si tratta di poesie tradotte da “colleghi” poeti irlandesi o scritte direttamente in inglese e riviste da questi volenterosi amici e ospiti anglofoni (il fatto, certo, meriterebbe da solo un ampio commento; sia sufficiente rallegrarsi della perdurante esistenza di una comunità letteraria davvero fraterna come quella composta da Cogo, Paul Durcan e John F. Deane). Ciò che torna a sorprendere il lettore è l’estrema ricchezza dell’immedesimazione e il tentativo di ripeterla, quasi come una preghiera, in altri luoghi, così apparentemente diversi, ed anche nei luoghi vicini alla topografia “di casa” (molto belli, ad esempio, i componimenti sul torrente Leogra, sul Timonchio e sull’Astico).

Correttamente l’Editore Ladolfi propone questo libro di Cogo nella collana Perle poesia: di una perla, effettivamente, si tratta. Ma per coglierla occorre capire che è necessario farsi conchiglia, sentirsi valva e custodire, abbracciandolo, questo piccolo tesoro di resistenza biologica.

 

Da Schizzi d’Austria:

alte donau 2

 

una sognante immersione

nel grande azzurro del fiume – ripercorrerne

un tratto preso nel vortice del suo fluire

 

sentirne la forza calare nelle vene – la scossa

di un intimo gelo spandersi per tutto il corpo

 

queste acque sempre presenti – seguirle

al fiume lontano come all’inquieto torrente

a due passi da casa – soli baluardi alla sciocchezza

 

Identikit del poeta

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