Gian Paolo Tomazzini, trentino, è il padre di Cesare, un ragazzo che si sta laureando in geografia. Cesare ha scelto di scrivere la tesi su di un altro Cesare, Battisti, il socialista e irredentista che alle soglie della Grande Guerra aveva voltato le spalle all’Impero ed era passato dalla parte degli italiani, guadagnandosi l’appellativo di traditore e uno spietato supplizio nella fossa del Castello del Buonconsiglio. Gian Paolo è più che perplesso: la sua è una famiglia di stretta e tradizionale osservanza asburgica; come altri trentini, pensa ancor oggi che la sua terra abbia avuto molto da perdere nel passare sotto il Regno d’Italia; e vede in Battisti tutt’altro che un eroe, bensì un protomartire del fascismo. E poi che cosa c’entra Battisti con la geografia? Il Tomazzini, al solito, poco capisce del carattere e dell’intelligenza del figlio, che gli paiono scostanti, così come sembra disorientato dalle tante trasformazioni che il suo mondo sta vivendo. Quelle del suo Cesare, però, non gli suonano solo come provocazioni. Qualche dubbio comincia a serpeggiare anche nella sua mente e nei suoi stessi ricordi, perché il nonno, che pure era un suddito fedele di Franz Joseph, gli aveva raccontato, in effetti, una storia un po’ diversa. Il figlio, poi, riesce a pungerlo sul vivo, qui ed ora, perché oggi anche Gian Paolo deve compiere delle scelte, ed è forte la tentazione di fare quelle più convenienti. Insomma, il padre non si raccapezza più, finché Cesare compie, all’improvviso, un’altra scelta, quella che conta di più e che non ti aspetti, e che getta un conclusivo cono di luce sulla ragione di questo monologo apparentemente extra-vagante.

Il testo, confezionato con cura per il teatro, promette di avere un certo successo di pubblico, perché la recitazione può ben tradurre sia la divertita ironia di taluni passaggi sia la sorpresa dell’accelerazione finale. Con riguardo ai contenuti, si può riconoscere che Loperfido coglie nel segno soprattutto laddove il suo lavoro appare diretto a mettere alla berlina la forza apparentemente irresistibile dei luoghi comuni e delle auto-rappresentazioni più tranquillizzanti. Non c’è, in altri termini, il tentativo di rivedere determinate interpretazioni storiche o di risolvere facilmente un dibattito socio-politico ancora assai complesso. Questi stanno sullo sfondo, fanno da palcoscenico per un’azione che si palesa solo alla fine e che si può comprendere soltanto accettando l’idea che le scelte possono essere sempre importanti, che vi è sempre uno spazio per la cosa giusta e che il vero drago da combattere è la semplificazione qualunquista ed egoista cui i molti sembrano ammiccare come ad una presunta necessità, quasi fosse imposta da verità universalmente note e accettate. C’è, inoltre, un altro aspetto positivo nel messaggio che questa pièce sposa apertamente: la conoscenza e lo spirito critico sono essenziali, ma lo è anche la fiducia, il gesto, per così dire preliminare, che le generazioni più mature devono dimostrare nei confronti di quelle più giovani, anche quando queste ci paiono apertamente spiazzanti. La scelta di Cesare, in sostanza, ci viene rappresentata non come un atto meramente inatteso o pericolosamente avventato, bensì come un momento di opportunità collettiva, un luogo di ri-educazione alla rovescia, dove coloro che di solito sono condannati ad essere solo immaturi possono ben dimostrare di essere più consapevoli dei loro padri.

Un’intervista all’Autore

Il sito di Pino Loperfido

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1978: Lucilla è innamorata di Ilio, alpinista estremo; vive l’esplosione della sua passione come una fondamentale opportunità di rinascita, nella quale la maternità si palesa come un evento quasi provvidenziale, rispetto ad un passato di emarginazione e alcolismo. Nel 2012, nello stesso paese della montagna trentina, Anna si trova a tavola con i suoi più stretti familiari e sta vivendo un dramma terribile: la nascita improvvisa, inattesa, incompresa, di un bambino di cui non aveva mai percepito la presenza, confuso con i sintomi di un dolore lontano e massacrante, il risultato della solitudine cui è stata condannata dalle persone da cui si sarebbe aspettata amore e protezione. Nel 1627 Gheta, originaria di quel medesimo luogo, è accusata di stregoneria e viene torturata brutalmente; per le autorità la responsabilità della povertà del raccolto e degli eventi naturali che hanno piagato il territorio non può che essere imputata alla donna più eccentrica, a chi sostiene di aiutare le altre donne a liberarsi delle loro malattie e paure, a colei che può essere accusata anche di aver ucciso il proprio figlio. Lucilla sente e vede, nel sonno, il dolore di Gheta; Anna cerca aiuto nei consigli di una vecchia e preveggente Lucilla; Gheta sa già come tutto andrà inevitabilmente a finire. E così Ilio muore in una spericolata spedizione himalayana e Lucilla impazzisce dal dolore, rifiutando il frutto di quell’amore, entrando in cortocircuito con se stessa e con gli altri, e finendo in un ospedale psichiatrico giudiziario; Anna viene nuovamente tradita da chi le sta più vicino, in un percorso di negazione e rinnovata solitudine che non può che finire al cospetto del carcere; Gheta viene graziata, sicché la sua morte non sarà sul rogo, ma sul ceppo della decapitazione.

L’unico Sartori che avevo letto, prima di questo, è quello di Sacrificio. Era già un pullulare di roghi, diversi ma pur sempre accesi, in egual modo, nell’incrocio di storie di abbandono, disperazione e violenza. Anche quello era un romanzo alpino; e il merito di questo agronomo-scrittore – oltre a quello di un linguaggio pulito e scolpito – è di aver utilizzato i cocktail corrosivi di certe e ordinarie cronache di valle per rappresentare duramente la fatale operatività di alcuni meccanismi di controllo sociale e di esclusione in contesti di crisi morale e culturale. In questa nuova prova, inoltre, l’espediente della sovrapposizione di tre vicende femminili, così lontane e così vicine, perché accomunate dall’assurdo abisso dell’infanticidio, funziona bene. L’universalità della sofferenza che può generare tragedie apparentemente incomprensibili è enfatizzata dal senso totalizzante del viaggio nel tempo, se non di una atemporalità definitiva, senza possibilità di scampo. Forse, e l’accostamento non sembri tirato, nel ricorso a queste riuscite connessioni intertemporali Sartori ricorre volutamente alla tecnica narrativa che Valerio Evangelisti ha sperimentato con altrettanta efficacia nel fortunato ciclo di Eymerich. È proprio questo espediente a suggerire l’esistenza di un eterno femminino alternativo, di una tradizione, cioè, non di bellezza e mistero, ma di incomprensione e minorità che, tuttavia, anziché costituire un fattore di debolezza, può nascondere una radice e una coscienza indistruttibili. Ciò detto, Rogo presenta un limite che si riscontrava anche in Sacrificio. Il suo Autore evoca atmosfere e situazioni complesse, degne di Dostoevskij, ma lo fa con un realismo che tradisce fin troppo l’onniscienza del narratore e che produce l’effetto di degradarne i messaggi, troppo semplicemente, a meri stereotipi. Un appunto finale, per vero positivo, riguarda l’editore: il volume è confezionato molto bene; se è vero che, in tema di libri, l’occhio e il tatto vogliono la loro parte, CartaCanta sceglie sempre le sue copertine in modo azzeccato.

Recensione (di Carlo Martinelli)

Un estratto del romanzo, con una breve introduzione di Sartori 

Un’intervista all’Autore

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Una bella copertina griffata, che allude ad un gioco di sovrapposizioni, di colori e di orizzonti: così si presenta questa raccolta di 43 poesie, tutte volute nel segno, a ciascuna corrispondente, di 43 avverbi, realmente esistenti o frutto della più fervida fantasia, e costruiti per concludersi sempre in “-mente” (da Fanciullesca mente a Amorosa mente). L’artificio, da solo, esige già un plauso: non è un vezzo, infatti; non è, cioè, un vero artificio. È un rimando costante e strutturale, dall’intuizione alla sedimentazione, dallo svolazzo arguto al progetto meditato. L’Autore non vuole piacere “e basta”. Vuole innescare fiaccole di pensiero, aprire porte di comunicazione con mondi e universi alternativi, con possibilità di vita che non sono nascoste e che si attingono direttamente dalle più scontate assonanze, dai più comuni battiti del cuore, dai suoni e dalle parole più semplici. La chiave sta nel lasciarsi coinvolgere da ciò che ci circonda, e nell’interrogarsi, un po’ smarriti, come nel bel mezzo di un volo imprevedibile di storni, così bene evocato nel pezzo che dà il titolo all’intero volume.

Le scorribande di questo libro, ad ogni modo, garantiscono anche istanti di sano divertimento. Ma è bene ribadire che in Francescotti la letizia e la facilità della scrittura non si accompagnano al disimpegno. La ricerca dell’associazione, dell’immagine suggestiva, non riduce mai lo spazio della riflessione; essa apre, invece, anche al lettore, la strada di una traccia da seguire, di una sollecitazione altra, da scoprire, coltivare e non dimenticare. Può trattarsi della via per riappropriarsi di un antico rapporto, con la natura come con gli uomini; può essere l’itinerario di un bilancio, lo schema di un conto personale che finisce per specchiarsi inevitabilmente anche nei nostri pensieri; e può risolversi anche in un moto di indignazione o in un gesto d’affetto o, ancora, in una dolce rimembranza. Comunque sia, la lingua segue ed incentiva tutte le direzioni, con una naturalezza che, anche in questi componimenti, pure scritti in lingua italiana, sembra il più limpido effetto del lungo e spontaneo esercizio nella lingua madre, del quale il poeta trentino è da tempo un riconosciuto maestro.

Una recensione (di Lilia Slomp Ferrari)

La poesia civile di Renzo Francescotti (di Silvano Demarchi)

Ordinata mente

Hanno una gentilezza smemorata

questi villini Liberty

dietro gonne e crinoline di siepi

a difendere il loro riserbo.

Sono le ore del diserbo.

In fuga per poco i cinguettii

hanno lasciato il posto a voci metalliche:

come di picchi i versi dei becchi

di forbici e cesoie.

All’ombra di cappelli di paglia

dietro occhiali di protezione

concentrati

gli occhi di maschio e femmine

a geometrizzare cespugli e chiome

a fare guerra allo scompiglio

ordinatamente

a ridurre a un ordine antropico

il disordine della natura

scultori che scolpiscono

l’impatto vegetale riducendolo

al bassorilievo e al tuttotondo.

Nell’ordine c’è tregua?

Romba in alto il caos del mondo.

—-

Fuor-di mente

Lo scarto dice il dizionario è

l’eliminazione di ciò che non serve

la carta da gioco rifiutata

l’oggetto non riuscito o ormai inservibile.

Invece io amo lo scarto

del cavallo che avverte il pericolo

del calciatore che salta l’avversario

della gazzella inseguita dal ghepardo

che scartando si salva la vita

l’idea scartata non funzionale al sistema

gli uomini scartati globalmente

esiliati ad ultimi

lo scarto delle molecole che fluttuano

in un’organizzazione nuova.

Tutto questo io amo

fuordimente.

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