Libera è una bambina selvatica, cresciuta da sola nei boschi dell’Appennino, alle Terre Soprane, tra l’Emilia e la Toscana. È stata abbandonata? Forse non l’hanno voluta, a causa di una malformazione che l’ha privata di una mano sin dalla nascita. Non sa parlare, o meglio non lo sa fare allo stesso modo con cui lo fanno tutti gli altri uomini, quanto meno quelli che abitano nelle Terre Sottane, in pianura. Però sente e capisce soprattutto la lingua degli animali e interloquisce con loro. È così che riesce a comunicare con l’Uomo-Somaro, che le spiega che proprio lei ha una missione importantissima da compiere: ritrovare il “Mezzo” Patriarca dei Cinque Popoli, quello che è scomparso nel 1945, durante la guerra di Liberazione, rifugiandosi dove abitano gli uomini. Se Libera, che è nata proprio in quell’anno, non lo troverà, gli uomini e i Popoli si separeranno per sempre, a tutto vantaggio degli antichi Semidei dell’Appennino, che, a quanto pare, non hanno mai gradito quell’alleanza. E infatti fanno di tutto per ostacolarla. Ma il viaggio di Libera, lunghissimo e pericoloso, termina in un giardino di Modena, dove finalmente ritrova il “Mezzo” Patriarca che stava cercando e incontra anche l’Autore. Prima di tornare indietro, però, Libera deve tenere fede alla promessa che ha fatto a coloro che l’anno aiutata, agli strani e misteriosi nocchieri dell’aldilà che le hanno indicato la strada giusta. Anche questa missione ha successo e, nonostante i Semidei le tendano un agguato potenzialmente mortale, Libera riesce a ritrovare l’Uomo-Somaro, che la salva definitivamente. Non le resta che continuare a diffondere il messaggio che, in conclusione, funge da morale della favola: “Resistere. Lottare. Immaginare”.

Questo romanzo, per il suo contenuto apparentemente criptico e per la scrittura antica da cui è alimentato, è molto singolare; così singolare da correre il pericolo di attirare l’attenzione di pochi o di essere banalizzato. Tuttavia è una lettura che dà soddisfazione. La dà perché offre una proposta in cui il racconto non risponde ad alcuno degli standard più diffusi e, ciò facendo, stimola il gusto della scoperta, pagina dopo pagina. Si nutre, in particolare, di un tono da leggenda, quasi da fiaba, talvolta grave e talvolta leggero, eppure appropriato alla materia e ai luoghi d’ambientazione. La materia, infatti, non dev’essere rigorosamente e attentamente districata, dev’essere intuita: così si addice alla narrazione mitica, sempre, e tanto più in questo caso dove viene in gioco una simbologia che tende alla riconciliazione tra l’uomo e una parte ben precisa delle forze naturali, di quelle che ne hanno consentito, storicamente, un’emancipazione armonica. Che questa rappresentazione, poi, venga allestita nell’Appennino tosco-emiliano – e sul tracciato eroico della Via Vandelli – è il valore aggiunto che conferisce allo stile dell’Autore credibilità e verosimiglianza: non c’è niente di più denso e misterioso delle foreste degli itinerari canossiani. La selva, in effetti, è l’altro fattore forte del libro: per l’aperto riferimento dantesco, visto che anche Libera compie un viaggio nell’oltretomba, e lo fa in un momento cruciale della sua vita e della storia dell’umanità; ma anche perché Meschiari ha colto perfettamente che la selva ha molto a che fare con il nostro tempo, e ha scelto di assecondare, per le ragioni di riconciliazione di cui si è detto, il ritorno ad una certa selva (alleata e vitale) piuttosto che l’affermazione definitiva di un’altra selva (artificiale e disorientante). Meschiari è da leggere, quindi: come se si leggesse Il libro della giungla di Kipling, per certi versi, anche se il passo è quello nostrano e affidabile del miglior Pederiali e della più felice tradizione affabulatoria modenese.

Recensioni (di Monica Bedana; di Rossella Pretto)

L’Autore a Radio Radicale

I primi due capitoli

Arte cosmographica (di Matteo Meschiari)

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