Björn cambia impiego e si trasferisce in un altro ufficio, dove è convinto di potersi presto distinguere e di scalare la gerarchia interna: sente di essere più sveglio, più metodico e più produttivo dei suoi nuovi colleghi. In una delle sue piccole – e rigorose – pause orarie, entra per sbaglio in una stanza, tra il bagno e l’ascensore. Quel luogo gli è congeniale, ci torna sempre più spesso. Ma il suo comportamento viene percepito come qualcosa di eccentrico, e Björn è convinto che questa diffidenza non sia altro che la prova della sua maggiore professionalità. Perché tutti sostengono che la stanza non esista e che lui sia completamente pazzo; anzi, l’ingresso nella sua (presunta) stanza gli viene anche formalmente interdetto. Decide, così, di passare all’azione e di mettersi in mostra, al punto che quasi riesce a convincere i suoi capi che le indubbie abilità che sta effettivamente dimostrando possono esprimersi al meglio solo nella stanza, solo nel luogo, cioè, che agli altri sembra inesistente. La situazione si fa esplosiva, fino all’epilogo che, sorprendentemente, pur apparendo inevitabile, mette d’accordo tutti; e che, naturalmente, non si può svelare.

È una storia semplicissima, ambientata in una qualunque amministrazione pubblica. È scandita in capitoli molto brevi ed è raccontata, passo dopo passo, dallo stesso protagonista. Ed è la cronaca unilaterale, e paradossalmente lucida, di un processo di inabissamento conclamato e irrimediabile: quella di Björn è una patologia, il dato risulta evidente sin dalle prime pagine; si tratta solo di capire quale può esserne l’esito. Da questo punto di vista, lo sguardo di Karlsson è asettico e acutissimo. Da un lato, mette in luce l’egotismo assurdo di una personalità che vive le reazioni di chi la circonda come la manifestazione di una studiata strategia mobbizzante. Concepito in tal modo, il libro esprime una visione che è tutt’altro che politicamente corretta e che va ben al di là degli stereotipi – e dell’abbondantissima letteratura – sul carattere alienante delle dinamiche burocratiche. Dall’altro lato, però, il romanzo evidenzia anche le ambiguità in cui può incorrere chi è chiamato a rivestire ruoli di responsabilità, tra la necessità di governare e comprendere le aspettative di chi è normale e la possibilità di sfruttare cinicamente le eccentricità delle risorse potenzialmente più pericolose. La stanza è un’ottima prova anche dal punto di vista tecnico: al termine della lettura ci si accorge che, nel dipanarsi della vicenda, anche i vuoti sono significativi, specialmente i “non detti” delle prime pagine, che si torna volentieri a riscoprire. Proprio alla fine, infatti, ci tormenta un interrogativo: perché Björn ha cambiato lavoro? Secondo il suo “ex capo”, si trattava di “fare un passo avanti”. Forse è ciò che è veramente – e sinistramente – accaduto…

L’inizio del romanzo

Recensioni (da ilfattoquotidiano.it e da The literary Tree)

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Non si può non avere grande fiducia nei confronti dell’autore de La vera storia del pirata Long John Silver. Quel romanzo è davvero imperdibile. Anche Il cerchio celtico e Il segreto di Inga, altre note hits del professore di Lund, mantengono la promessa di una lettura avvincente. Ma I poeti morti non scrivono gialli è, almeno in parte, una delusione, pur nascondendo, ai veri appassionati, qualche piacevole sorpresa.

La delusione è presto detta. L’intenzione molto felice di “fare il verso” al giallo svedese e in particolare all’altro Larsson (Stieg) è certo molto buona; ma questo genere di sfide, di solito, riesce bene se alla raffinatezza si coniuga il possesso delle stesse doti di intreccio e di malizia che l’avversario dimostra.

La trama, poi, è molto semplice, forse troppo. Anche l’epilogo suona scontato: non è forse il “colpevole” perfetto quello che più sembra difendere le istanze radicali di una dedizione assoluta e, per ciò solo, maniacale?

Però resta, per l’appunto, la raffinatezza. E questa è una sorpresa.

Quale idea è più raffinata di un assassinio in cui a morire è un poeta che vive in un vecchio peschereccio, che è l’ultimo custode di una purezza ancora possibile, e che, nonostante ciò, stava cedendo alla moda del momento e si stava accingendo a scrivere, per la prima volta, proprio un giallo? E che dire, poi, della figura del commissario che svolge le indagini? Solo un commissario-poeta, in effetti, può capire chi è l’assassino di uno dei suoi autori preferiti…

La raffinatezza non finisce qui. Le poesie del poeta assassinato sono, nella realtà non romanzesca del panorama letterario europeo, quelle di un affabile e dolce poeta francese, la cui identità ci viene svelata, provvidenzialmente, a pagina 352, a “fatica” finita, nelle “(note finali)”, per una bella ricompensa al lettore fedele. Saranno queste poesie, innanzitutto, a rendervi assai piacevole questa “specie di giallo”, unitamente alle tante digressioni, allo stesso modo poetiche, che ne sorreggono il contorno.

Ma c’è anche un raffinatissimo “refuso-non refuso”, un “errore” che ci piacerebbe pensare come saggiamente voluto. L’assassino, che ha inscenato un suicidio, lascia sul luogo del delitto un biglietto: “Il mio più bel ricordo sarà la mia morte!”. Il significato del messaggio lo si capisce alla fine (ed ha un valore, per così dire, “confessorio”), eppure c’è un dettaglio che ci consente di attribuire a Larsson una finezza che forse non ha ricercato: l’omicidio avviene il 6 febbraio, ma l’ultimo giorno in cui, all’inizio della storia, vediamo il poeta scorgere l’alba dal proprio peschereccio è il 7 febbraio… la sua morte, veramente, è solo un’ombra ormai passata…!

PS: per chi voglia cimentarsi con un grande investigatore-poeta, non posso che consigliare il delizioso G.K. Chesterton, Il poeta e i pazzi. Sei casi del poeta detective Gabriel Gale (Bompiani, 2010).

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