I viaggi servono e questo libro ne è la prova. Infatti non è un libro di viaggio. È il racconto di un itinerario personale, che così trova il suo compimento. Non c’è dubbio che le tappe di questo itinerario si radicano fisicamente nel sito lontano, e prima mai visto, di cui l’Autrice narra, esplorandone pezzi di storia e di topografia, e raffigurandone la gente e i protagonisti. Nello stesso tempo, tuttavia, il libro coltiva ragioni di ricerca familiari e più intime: tornare sui luoghi – oggi completamente assorbiti dall’abbandono e dalla vegetazione – in cui il nonno, militare italiano, è stato internato durante la seconda guerra mondiale; e offrire, per questa via, un doveroso tributo alla dura esperienza di molti connazionali. Ma anche di tutte le displaced persons che il conflitto ha spazzato via o costretto in quei luoghi. Dopodiché la Kaliningrad che Valentina Parisi vuole scoprire, naturalmente, è anche la Königsberg prussiana di Kant e dell’efficiente e florida cantieristica pesante del Reich, rasa al suolo, tuttavia, dai massicci bombardamenti degli alleati e poi investita dall’occupazione sovietica. È soprattutto quest’ultima città che l’Autrice percorre, nel suo essere stata macinata dal tentativo, rimasto incompiuto, della sua completa e profonda riedificazione, secondo un ordine e una morfologia in ipotesi coerenti con le ideologie del nuovo regime. Sicché il volume – animato anche da un apparato fotografico più che evocativo – alterna il viaggio nella memoria personale e collettiva con alcune istantanee, molto efficaci, delle tante epoche e delle molteplici, tragiche, e talvolta anche curiose, vicende che hanno punteggiato la città di K. Tra tutti questi piccoli, o grandi, scavi ve ne sono almeno tre, che sono meritevoli di un’immediata menzione: il colloquio con un’anziana signora originaria di Königsberg, strappata alla sua casa e oggi residente a Berlino, e ancora tenacemente aggrappata al ricordo della sua Heimat perduta; il capitolo sui “poeti tra le rovine”, in cui giganteggia la presenza di Brodskij, con le sue disavventure e con i racconti di chi lo ha conosciuto e cercato; e la singolare vicenda dell’ippopotamo del grande zoo di K., sopravvissuto alle bombe e curato dalle attenzioni dell’esercito russo. Ma alla fine ciò che della lettura più rimane è la sensazione di una forte esigenza individuale, che stimola l’esplorazione di una zona di silenzio e il superamento di un momento di frattura: a dimostrazione, ancora, che è nel filtro della letteratura e della storia che gli spazi e la memoria diventano chance imperdibili per trasformare i bisogni individuali in occasioni di riflessione e ritrovamento.

Recensioni (di P. Melissi; di A. Orfini; di F. Ricapito; di J. Turini)

La Prefazione di F.M. Cataluccio

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