Con la semplicità e la chiarezza che ne hanno da tempo sancito il successo, in Aristotele e la favola dei due corvi bianchi Margaret Doody fa sì che il filosofo di Stagira si confronti con le difficoltà del governo cittadino, e in particolare con i pericoli cui questo è costantemente esposto. Gli uomini, infatti, tendono sempre a lasciarsi andare alla soddisfazione dei loro interessi più egoistici. Ciò, almeno, è quello che accade anche ad Atene, dove il saggio maestro, chiamato a chiarire i dettagli di una brutta vicenda di corruzione, si trova a risolvere tre casi emblematici: quello del ricco Simmaco, accusato di strani traffici sull’isola di Idra; quello di suo cugino Caronide, il delatore apparentemente caduto in disgrazia; e quello di un libro stranamente scomparso, sottratto dalla biblioteca del Liceo. Naturalmente Aristotele capisce subito tutto. Ma prima della spiegazione conclusiva si intrattiene con i suoi allievi e gli racconta una favola, prendendo spunto da un classico motivo di Esopo. Come i colpevoli, finalmente smascherati, i due corvi bianchi, che credevano di essere migliori di tutti gli altri, hanno peccato di orgoglio e di avarizia, isolandosi dalla comunità e incontrando la rovina. Sicché – osserva l’autore della Politica – la città non esiste solo per il raggiungimento di finalità pratiche, eventualmente conseguibili in solitudine, ma anche, se non soprattutto, per “concepire grandi ideali” e “per conoscere e compiere nobili azioni”.

Quella di Aristotele è soltanto una delle tante varianti del grande e imperituro discorso greco sulla poleis e sulle sue diverse e possibili formule di legittimazione. In un piccolo e concentrato volume, Chi comanda nella città? I Greci e il potere, Mario Vegetti ci offre uno spaccato particolarmente efficace delle formidabili chiavi di lettura che il pensiero politico ateniese ha prodotto tra il V e il IV Secolo a.C. Nel primo capitolo ci si domanda, innanzitutto, perché un simile laboratorio teorico si sia sviluppato in Grecia, e per lo più in uno specifico momento storico. L’ipotesi è che quel luogo e quel tempo siano stati il teatro di una forte crisi di sovranità, presto riempita da una molteplicità di piccoli nuclei indipendenti di potere, ciascuno impegnato nella ricerca di una ragione capace di riconoscerlo. Ma quale può essere questa ragione? Le ricette, analizzate dall’Autore, poggiano su cinque distinte fonti di potere: la maggioranza (plethos), la legalità (nomos), la forza (kratos), l’eccellenza (aretè), la competenza (episteme). A ognuna di esse è dedicato un capitolo, dal secondo al sesto; e per ognuna vi sono indicati i protagonisti, ossia i principali portavoce. Si apre, così, una ricchissima galleria, animata, passo dopo passo, da Erodoto, Protagora, Aristotele, Platone, Trasimaco, Tucidide, Callicle, Glaucone… Non sono altro che i tasselli di quella tradizione cui tutta la modernità politica ha attinto per secoli, traendovi il materiale costruttivo per le edificazioni istituzionali contemporanee dell’Occidente (verrebbe la voglia di riprendere il famoso corso di Norberto Bobbio). Il libro termina con un un’annotazione meritevole di una riflessione più ampia e meditata: ogni ricetta presuppone una corrispondente opzione antropologica, una correlata visione, positiva o negativa, dell’uomo e della sua natura. Più di tutto, però, si può affermare che ogni teoria si misura con la questione se la natura umana sia o meno trasformabile, ovvero se la sua base sia conflittuale o collaborativa, e se questi suoi connotati invariabili abbiano eventualmente una durata più lunga di quella delle formazioni economico-sociali destinate a correlarsi con essi. L’Aristotele della Doody direbbe di sì.

Sui romanzi di Margaret Doody: Aristotele Detective (di A. Bencivenni)

Mario Vegetti, il potere e i filosofi: una lezione

Sul contributo di Norberto Bobbio: Forme di governo antiche e contemporanee (di C. Pinelli)

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Leggo Petros Markaris dai tempi di Difesa a zona. Mi riesce naturale essergli fedele, perché è davvero facile appassionarsi ad un commissario come Kostas Charitos, che nelle difficoltà del mestiere, così come in quelle familiari, si aggrappa al vocabolario e riflette sulle parole. Se non ci capisce più nulla, sfoglia il Dimitrakos; se fosse Montalbano, al quale da molti viene accostato, sfoglierebbe il Devoto-Oli, e la cosa mi fa sempre sorridere. Charitos, poi, è dotato di una pazienza, di una franchezza e di un’umanità che, alla lunga, ne rappresentano le doti che gli permettono di risolvere i pasticci su cui deve indagare e che lo rendono anche incredibilmente simpatico, come poliziotto dall’innato buon senso e dal radicato realismo.

Nell’ultima “avventura” il commissario ellenico è alle prese con una vicenda tanto grottesca quanto adeguata alle tragiche contingenze dell’attuale crisi economica: un misterioso Esattore nazionale uccide gli evasori fiscali che non si pentono e che non versano il dovuto nelle casse del poverissimo erario greco. Così per Charitos riprende l’ordinario calembour di ipotesi e ricerche, supportato dalla sua squadra e, soprattutto, “sballottato” tra le vie di un’Atene in disarmo, costantemente in sciopero e in protesta, e le ansie della figlia Caterina, morsa dallo sconforto che, come abbiamo recentemente tematizzato nel nostro Paese, attanaglia tutta la “generazione perduta”. Sul primo versante, rischia di giocarsi una promozione insperata; sul secondo, teme che la sua “piccola”, da poco sposata, lasci per sempre la Grecia.

Naturalmente Markaris regala dettagli avvincenti e lascia che la nostra immaginazione scorrazzi tra siti archeologici, poemi classici e “velenosi” ricordi filosofici. Ma il quid pluris della storia è tutto nella descrizione del contesto, quello di uno Stato e di una società alla corda, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello morale. Nel ritrovato e conclusivo coraggio di Caterina, tuttavia, c’è sicuramente un segnale di speranza; ed è bello, peraltro, che quel coraggio nasca dalla testimonianza di un amor di patria tenace, che viene da un passato di oppressione e di resistenza. Del resto, questa volta, si ha la sensazione che Charitos sia “stanco”, che anche il caso non venga risolto direttamente da lui e che ciò corrisponda ad una chiara scelta di Markaris: i genitori non possono combattere da soli crisi e corruzione; devono lasciare “la palla” anche ai propri figli, ai giovani, provando ad indicargli, se possibile, le migliori fonti d’ispirazione e creando, così, in verticale prima che in orizzontale, i presupposti per un nuovo “patto sociale”.

Petros Markaris sulle tendenze del crime novel in Europa

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