Michele Tessari ha 37 anni, è un giovane penalista di Insaponata di Piave, iscritto all’albo dell’Ordine degli Avvito-pi di Serenissima. La sua vita è quella che si potrebbe definire come un’azione persistente di tentata resistenza, in un territorio cementificato fatto di capannoni, disseminato di bi-ville e popolato, coerentemente, da capannoidi senza memoria storica e con tanta voglia di restare indisturbati padroni della loro avida indifferenza. Fare la professione legale, poi, non aiuta certo a nobilitarsi: per un giovane è come riscoprirsi costantemente legato alla catena di clienti nemici o di colleghi anziani tanto spregiudicati quanto affamati di denaro e corrotti, come gli ignoranti puitici del luogo. In questo microcosmo, davvero tossico, la speranza è molto lontana e finisce per perdersi in qualche ricordo adolescenziale, in qualche immagine tranquillizzante di famiglia o nel passato glorioso di una terra che ha conosciuto Hemingway e la Battaglia del Solstizio. È da qui che erompe un lungo e ininterrotto atto di denuncia, una rampogna terribile che non prova pietà nei confronti di alcuno, neanche per il suo stesso autore e per il suo costante, ma inutile, sforzo ideale. Le parole si fanno sferzanti e si mescolano a tratti grotteschi e quasi comici. La conclusione è tutt’altro che farsesca, poiché l’amaro destino del protagonista sembra certificare il logoramento di un’intera generazione e della società pelosa che la sta voracemente ingoiando.

Che cosa si può dire delle tante sensazioni che questo libro riesce a dare? È certo una durissima reprimenda nei confronti di mali ben noti, specialmente a tutti coloro che abbiano voglia di riconoscersi in un Veneto diverso da quello della parlata grezza che Michele tanto odia (e che l’Autore largamente saccheggia per rendere il testo ancor più lussureggiante e vibrante). Nello sfogo, inoltre, c’è un’enfasi ricercata, che talvolta si alimenta di studiata e avvincente esagerazione. Oltre a ciò – e questo è punto da prendere seriamente in considerazione – in quello che ci racconta Maino c’è una gran parte di verità, come accade, ad esempio, anche nelle immagini disperanti della frustrante quotidianità del giovane avvocato e del mondo-giustizia in cui è costretto a barcamenarsi. E c’è, infine, un tono tutto coraggioso, determinato e allo stesso tempo spregiudicato e violento, come quello che solo i figli sanno usare nei confronti dei loro padri degeneri. Perché l’invettiva contro il falso e friabile heneto di cartongesso è anche un gesto arrabbiato di con-passione. Sarebbe molto facile, a questo punto, tentare un ambizioso accostamento: Francesco Maino come novello Thomas Bernhard, nume tutelare, a sua volta, di un altro scrittore veneto, Vitaliano Trevisan, già da tempo affermato. Maino, infatti, è una voce che va al di là dell’autobiografia, dell’analisi cronologica e della critica socio-culturale, e che, in un certo senso, attinge alla radice di una tradizione drammatica che, pur essendo sempre modernissima, è più risalente e potente. Salutiamo, dunque, Cartongesso come l’opera di un freschissimo e semi-serio brigante di talento (che qui si può vedere all’opera sul campo), ben avviato sulla strada di un possibile futuro di successo. La vittoria del Premio Calvino 2013 è un bel viatico in questa direzione. Non dimentichiamoci, tuttavia, che tra queste pagine vibra il cuore terribile di un Hebbel mascherato. C’è di che scuotersi e preoccuparsi, quindi; e pertanto (letterariamente parlando) c’è anche di che rallegrarsi.

Una recensione (di Massimo Rizzante)

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