Raccolta comme il faut di uno dei poeti italiani più importanti degli ultimi trent’anni. Non è un caso che sia stata selezionata tra i potenziali vincitori del Premio Strega Poesia 2024. Del resto, non c’è nulla di sbagliato in questo libro: un numero assai elevato di testi riuscitissimi di per sé (ivi comprese, sparse, alcune belle traduzioni: da de Quevedo, Dylan Thomas, Rilke, Emily Dickinson, Marvell, Larkin…); la presenza di partizioni (o stazioni) tra loro molto diverse, ma tutte di volta in volta concentrate attorno a perni unificanti di personale e suggestiva esperienza; la possibilità di individuare una coerente ispirazione complessiva. Quest’ultimo aspetto si coglie sin dal principio, nonostante sia reso esplicito, quasi confessato, nel breve pezzo finale, che vale da chiave di lettura (p. 129): “Niente nella vita è terribile / perché tutto è terribile. / E in questo c’è un’amarezza / che si muta in dolcezza”. È proprio così: è il modo con cui Testa dichiara di essere il più lucreziano dei poeti contemporanei. Il mondo gli appare tutto volatile e transeunte, e naturalmente indifferente, ma anche ricco, vibratile, come i milioni di organismi nascosti sotto la sabbia di Cape Cod (p. 82). Anche il senso improvviso di un avvolgente, cosmico, “stato di sfinimento” è apertura allo “spazio infinito dell’universo” (p. 27). Bisogna saperla cogliere, specie dove il dettaglio sembra più insignificante. Ad esempio, osservando il taràssaco (che quasi si atteggia a leopardiana ginestra: p. 34) o accorgendosi della “piccola anfora / di fango argilloso” lasciata in dono, sul ripiano dei libri, da una vespa (p. 67) oppure, ancora, facendo come il ragazzo seduto su un masso, alle prese con un falcetto: “Senza bisogno di un maestro indiano, / esercizi da salotto o da palestra / e tante inutili parole” (p. 51). Quasi sulle orme di Meister Eckhart – viene da pensare – per un mistico approdo: “Una solitudine assoluta e senza nome. / Come quella dei dipinti dei paesaggi / nati nel digiuno dalla gente. / Conservare e annientare. / Essere uno. / Conoscere, tra gli ultimi, / l’erba di nessuno” (ibid.). Citazioni e immagini potrebbero moltiplicarsi, anche perché ogni cosa è potenzialmente propizia al Sublime: il “bar tabacchi dei cinesi” (p. 11), un “arcobaleno in chiaroscuro” sul muro della camera (p. 23), una “coppia di narcisi selvatici” (p. 100), la “lunga anestesia” in una seduta dal dentista (p. 104). Si può indugiare per mesi sulle pagine di questo libro. È un accadimento raro.

Recensioni (di F. Fiorentin; di G. Galletta; di G. Grattacaso; di N. Vacca)

Dal testo: due poesie e un breve commento

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Il mago di Emanuele Trevi è suo padre Mario, famoso psicanalista. E la casa in questione, dunque, è la casa paterna: quella che allo scrittore è rimasta in eredità e che ospitava anche lo studio dove Mario riceveva i pazienti, al di qua di una poderosa scrivania di legno. Emanuele vi si trasferisce, quasi fosse alla ricerca dei segreti di Mario, tanto bonario e tranquillo quanto taciturno, enigmatico e pensieroso. Anche la madre, del resto, glielo diceva: “Lo sai come è fatto”. Giusto per alludere ad una personalità irriducibile. Ad ogni modo, nella casa, i talismani per sintonizzarsi a dovere con lo spirito del mago non mancano: una coperta bucata, quaderni e appunti, l’I King, alcune pietre levigate e, su tutti, una copia di Simboli della trasformazione di Jung, debitamente studiata e spietatamente annotata. L’Autore comincia a leggerla, immergendosi – assieme al padre e allo psicanalista svizzero – nell’osservazione dei prodromi schizofrenici di Miss Miller. Nel frattempo accadono molte cose, piccole eppure significative. Mentre una misteriosa Visitatrice notturna si aggira per le stanze della casa, lasciando segni visibili della sua presenza, la vita di Emanuele viene invasa dalle scorribande della colf peruviana, che gli presenta l’avvolgente Paradisa. La donna, alla fine della storia, lascerà Roma, e così anche la casa. Ma la relazione, per quanto breve e improbabile, consente allo scrittore – come se fosse guidato dall’ispirazione di una figura mitologica – di abbandonarsi e, al contempo, di ripercorrere la giovinezza di Mario, la fuga dalle Langhe, le avventure partigiane, la malattia creativa, l’insegnamento, l’iniziazione alla psicanalisi da parte di Ernst Bernhard. Le abilità narrative di Trevi sono sperimentate e note, specie per la capacità evocativa dello stile. Luoghi e oggetti si animano, stimolano suggestioni potenti e si fanno medium di ricordi, esperienze e cognizioni. Al romanziere riesce, per questa via, un’operazione molto difficile: farsi egli stesso cavia per una traduzione concreta del metodo psicanalitico e per la dimostrazione di quali siano le strade lungo le quali l’io si forma, si orienta e si ritrova.

Recensioni (di M. Belpoliti; di A. De Simone; di D. Matronola; di M. Oliva; di G. Silvano; di G. Simonetti)

Tre interviste a Emanuele Trevi: 1, 2 e 3

Antonio Gnoli intervista Mario Trevi

Luigi Zoja su Carl Gustav Jung

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Quanto è importante trovare casa? E quanto è difficile sistemarla alla bisogna? In questo libro Katharina von Arx – la giramondo e giornalista svizzera divenuta famosa come “viaggiatrice leggera” – racconta la sua personale ricerca, dall’infanzia alla maturità, quando finalmente, in quel di Romainmôtier, si imbatte in un maniero quasi abbandonato e si propone assieme al marito, reporter e scrittore, di abitarlo e ristrutturarlo. La storia delle avventure (e disavventure) che la coppia deve affrontare per compiere una tale impresa è il cuore, tutt’altro che romantico, del volume. Si tratta del resoconto, un po’ tragicomico, delle più classiche difficoltà di qualsiasi refurbishment, aggravate dalla circostanza che l’immobile viene ben presto dichiarato monumento di interesse nazionale, con tutto ciò che ne consegue sulla tipologia, sull’entità e sui costi (elevatissimi) degli interventi. Albert, un manovale, formula la massima universalmente nota che si è soliti usare per fronteggiare l’immancabile scoramento dei proprietari: “Per fare ordine bisogna cominciare dal disordine”. E di disordine ce n’è tanto. Pagina dopo pagina, passiamo dai complicati rapporti con i sospettosi e invidiosi vicini e paesani a quelli con i puntigliosi e implacabili esperti, storici e architetti; dalle peripezie di ogni singola lavorazione agli espedienti che di volta in volta Katharina cerca di mettere in atto per far fronte ai tanti debiti o per contribuire in prima persona alle opere di muratori e artigiani; dalle insidie di improbabili speculazioni edilizie ai ricorrenti momenti di tensione e scoramento che la coppia impara a sperimentare. Alla fine, però, il castello, che avrebbe potuto rimanere per sempre nel cassetto, sostituito da un vero e proprio buco nero finanziario, riemergerà dal passato come la suggestiva casa del priore, perno sempre più vivo di un borgo medievale in graduale e fortunata rinascita. Qualcuno potrebbe vedere in questa vicenda un caso esemplare della tortuosità che spesso devono affrontare le esperienze pubblico-privato di recupero e valorizzazione di beni particolarmente significativi. Ma ciò che del libro si lascia meglio apprezzare è il tono disincantato, divertito, con cui l’Autrice, rievocando una traiettoria esistenziale che parte da lontano, riesce a dimostrare che le case e gli oggetti che le riempiono sono molto di più di ciò che appaiono. Ci danno l’occasione di dare una necessaria proiezione materiale al nostro io ovvero, come direbbe qualcuno (E. Coccia, Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità, Torino, 2021), compongono “una macchina pampsichistica di animazione universale, un meccanismo che rivela che dentro ogni cosa c’è (…) uno spazio di animismo involontario”. Che è un altro modo – sorprendentemente casalingo – per rammentarci, con Talete, che tutto è pieno di dei.

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