È uno dei libri più sponsorizzati di quest’anno. Circostanza che, con Carrère, non è per nulla sorprendente. Di solito, infatti, tutti i suoi titoli trovano presto riscontro nelle classifiche, nelle opinioni dei critici, nel gusto dei lettori. Questa volta, per certi versi, l’aspettativa non poteva che essere ancora più intensa. Perché qui Carrère, dopo Un romanzo russo, torna a scrivere della sua famiglia, e in particolare della madre, illustre storica e accademica di Francia, recentemente scomparsa, che col figlio quasi aveva rotto a causa di quel testo. Nel quale, in effetti, l’Autore aveva trattato di contraddittorie e poco note genealogie. Eppure, è proprio la morte della madre – grande studiosa della Russia e consulente apprezzata e ascoltata da più governi – a fungere da detonatore per questa nuova prova letteraria, che conduce il racconto sulle tracce di Hélène Carrère D’Encausse: pertanto delle sue origini georgiane, della venuta in Francia, della misteriosa scomparsa del padre (il nonno dell’Autore) nei giorni finali dell’occupazione nazista e del tenace e fruttuoso percorso che l’ha portata non solo a un’integrazione di successo, ma anche ai vertici della società colta e politica del suo nuovo Paese come dello scenario europeo e globale. Il fatto è che, come sempre, Carrère non segue itinerari didascalici, scontati. Qui, nello specifico, alla volontà di ricucire memorie e protagonisti familiari – di riprovare a “fare kolchoz”, ché così la madre chiamava l’abbraccio collettivo coi figli nel lettone di casa, e di rendere al contempo omaggio allo zio materno e al padre, figure  sostanzialmente antagoniste rispetto a quella materna – si intreccia l’indagine sul lascito psicologico del rapporto con la formidabile Hélène. 

L’impressione è che l’Autore abbia messo in scena una sorte di affettuosa – e tuttavia non integralmente magnanima, e per ciò solo efficace e coinvolgente – resa dei conti: un’operazione che è tanto più credibile quanto è correlata a ciò che di più tipico si ritrova in Carrère, ossia al suo pacato, ma esplicito, mettersi a nudo. Perché gli è spesso congeniale il tono dell’autoanalisi più spontanea, diaristica, dove offrire allo sguardo del lettore fragilità e debolezze e pensieri facili, mescolati en passant a riflessioni su grandi questioni (nel caso: Oriente e Occidente, destra e sinistra, la Russia e la guerra con l’Ucraina). È così che – qui come altre volte – Carrère si fa presto percepire come uno di noi; e che – anche se depositario di un retroterra per nulla comune – occhieggia alle sensibilità più ordinarie, richiamandole a sé. Ci sarebbe spazio per affermare, con un’espressione un po’ superata, che, in fondo, la sua è una letteratura squisitamente borghese. Il fatto è che le cose sono leggermente più sofisticate. Parafrasando il titolo di un bel romanzo di Mauro Covacich, quello di Carrère è sempre affresco di una città interiore: di un’esposizione di sentimenti e idee in costante allestimento e movimento, che si lasciano vedere al pubblico per l’ambizione di sceneggiare, mercé la risorsa dello sguardo retrospettivo e della memoria, anche personale, l’utilità collettiva di un processo di autoriflessione e apprendimento. Questa è una scelta di poetica, che in Kolchoz troviamo anche annunciata (alle pp. 28-29): “Ciò che avremo conosciuto nel nostro piccolo fazzoletto di terra e in nessun altro (…), il mondo può anche crollare (…), ma resta comunque il mestiere di persone come me renderne conto”. Ecco il segreto di questo infaticabile avventuriero della scrittura.

Recensioni (di L. Azzariti-Fumaroli; di E. Bormida; di M. Calabresi; di A. Frateff-Gianni; di L. Mastrantonio; di S. Rubino; di R. Venturi; di A. Zaccuri)

Carrère a Deejay Chiama Italia

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Accosto due letture che hanno in comune il tema del “viaggio”, pur interpretato in modo diverso. Il primo libro è La malinconia del viaggiatore, del popolare e apprezzatissimo Jan Brokken. Il secondo è L’Italia e l’anima dell’Oriente, del più schivo e, di solito, meno frequentato Geminello Alvi. Il volume di Brokken è una silloge di quattordici testi su singoli profili di musicisti, artisti, poeti e scrittori. Il viaggio qui viene in gioco perché è lo spunto o l’occasione per visite o incontri che hanno stimolato l’Autore, mettendolo in contatto con luoghi o aneddoti o situazioni collegabili ai “protagonisti” dei suoi pezzi, o anche direttamente con le persone di cui desidera raccontare. C’è sempre qualcosa di didascalico e informativo nella scrittura di Brokken, ma tra queste pagine si trovano almeno quattro incontri che meritano il prezzo di copertina. Sono quelli con Leo Vroman, poeta ed ematologo (L’amore è una voce che sussurra), con l’enigmatica sindaca di un piccolo paese del Trentino e il Futurismo di Fortunato Depero (Il motociclista di Rovereto), con un iconico capolavoro architettonico del Novecento olandese e la sua musa (Vivere attraverso i sensi) e con lo scrittore albanese Ismail Kadare (“Io vi invidio”). Sono pezzi belli e riusciti. Però sono anche emblematici del metodo Brokken: che – absit iniuria verbis: pur non essendo nulla di più che un buono, e curioso, giornalista di terza pagina – cerca disperatamente, ma onestamente, di empatizzare a fondo con i soggetti dei suoi lavori, mettendosi sempre allo scoperto, lasciandosi colpire (e un po’ ferire…) e proprio per questo dando l’idea di una semplice e affidabile umanità. In Brokken, al fondo, il viaggio è veicolo di una divulgazione facile e complice, e per questo piacevole.

Nel secondo libro, invece, il viaggio non è un pretesto o uno strumento, né la scrittura è un mezzo per dimostrarsi a se stessi e agli altri, ma seguono entrambi un’istanza interiore di ricerca spirituale. Che è personalissima e universale al contempo, come di solito si addice a questo genere di prospettiva. Il volume, di fatto, è il risultato del montaggio di piccoli diari, tra loro anche lontani, nel tempo e nello spazio. Alvi scrive, di volta in volta, da Roma, dalle Marche, dalla Croazia, da San Pietroburgo, da Kaliningrad, da Mosca, dal Caucaso, e poi di nuovo da Roma, cercando di mettere ordine a suggestioni che maturano dagli anni Novanta al 2025. La “scusa” originaria è di comporre qualcosa, su commissione, per il Giubileo indetto da Papa Francesco. Ma quest’Autore – che ha uno stile elegantissimo – intende perdersi, deliberatamente, nelle riflessioni che cose e persone gli sollecitano. Nel merito sono meditazioni rapide e fulminanti, ricercate, talvolta assai connotate, si direbbe di stampo studiatamente conservatore e ad ogni modo indipendente. Ma Alvi scrive davvero benissimo, e il segreto di questa indiscutibile abilità emerge all’improvviso, quando – riferendosi incidentalmente a Niccolò Tommaseo – egli afferma che lo “scrivere non è mai espressione, tirar da sé fuori qualcosa, è invece fede nella bellezza delle parole fuori di noi” (p. 81). La frase è rivelatrice di un approccio ben distinto da quello di Brokken: il viaggio è itinerarium mentis e la scrittura che lo riflette altro non è che la traccia del grado di più elevata comprensione che quel percorso rende accessibile.

Due recensioni: a Brokken; ad Alvi

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