Affrontato il divorzio, Teen Boom abbandona una brillante carriera di procuratore federale e di avvocato per lasciare gli Stati Uniti e “arruolarsi” nelle fila della pubblica accusa presso la Corte penale internazionale a L’Aja. La sua famiglia è proprio di origine olandese e l’occasione può essere buona per ricongiungersi con una radice mai completamente scoperta. Da subito, però, Boom viene messo a dura prova. È chiamato, infatti, a verificare la possibilità di avviare un’indagine, delicatissima, sulla misteriosa scomparsa, nel 2004, di un intero villaggio rom nei pressi di Tuzla, in Bosnia. Una strana testimonianza sembra accreditare la tesi dello sterminio, forse perpetrato da un gruppo di paramilitari serbi. Ma si sospetta addirittura che i responsabili siano i militari americani di una vicina base NATO, che avrebbero voluto vendicarsi del presunto sostegno offerto dai rom ad un noto criminale di guerra. Il campo nel quale Boom deve muoversi è evidentemente minato, poiché si tratta di un caso in cui sono coinvolti i vertici dell’esercito statunitense, le milizie serbe ancora fedeli al precedente regime, l’intelligence americana e molte altre, ed equivoche, figure, come quella di una fascinosa avvocatessa e di un’eccentrica ex ufficiale della US Army. Boom non si lascia scoraggiare e, accompagnato dal fedele e competente aiuto di Goos, un poliziotto belga distaccato alla Corte, si muove con decisione tra le reticenze dei graduati, gli inganni degli agenti diplomatici e i segreti e i pericoli delle missioni internazionali operanti sul territorio balcanico. Non mancano le avventure e i colpi di scena, e, come si conviene a scenari tanto complessi, l’epilogo dimostrerà a Boom che la realtà era molto diversa da ciò che poteva ragionevolmente attendersi; e che anche la sua vita affettiva può improvvisamente rinascere.

In questo romanzo Turow è un po’ al di sotto dei suoi consueti standard. La vena thriller è molto addomesticata, quasi addormentata. E si ha la sensazione che al centro del racconto vi sia l’esigenza, strettamente personale, di uscire da un genere, fare un bilancio e cambiare, quanto meno, il teatro delle operazioni – che non è più l’immaginaria Kindle County dei precedenti bestseller – per esplorare nuove possibilità: della serie “sto invecchiando anch’io, caro lettore, dammi una chance per capire se possiamo fare ancora un po’ di strada insieme”. Il punto è che la sfida sarebbe realmente riuscita se Turow avesse optato direttamente per la non fiction, o per l’inchiesta informata e ragionata, un po’ come aveva fatto in Punizione suprema, quando aveva affrontato il tema della pena di morte. Perché in questo libro il buono sta tutto nel focus sulla giustizia penale internazionale, sulle sue intrinseche difficoltà, sugli attori che fanno parte di quel gioco e sulla fondamentale sfida che in quell’area condiziona ogni comportamento: la ricostruzione dei fatti e le insidie materiali, politiche e personali che vi sono inestricabilmente correlate. È la fluidità strutturale di questa tipologia di scenari ad essere il vero protagonista del racconto, e quindi sarebbe stato auspicabile riconoscerla e fronteggiarla a viso aperto: da crime writer che ha una specifica expertise giuridica, Turow avrebbe potuto veicolare al grande pubblico una rappresentazione avvincente e al contempo affidabile. Ma ogni grande autore ha la sua Kindle County, quella che l’ha reso famoso e riconoscibile. Una volta scoperta, è un’impresa riattraversarne i confini.

Recensione (di Steven Poole)

Intervista all’Autore

La testimonianza a Fahrenheit

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