Waltari è l’autore del romanzo storico da cui è stato tratto l’holliwoodiano The Egyptian (1954), di Michael Curtiz, con Edmund Purdom nei panni del medico Sinuhe. Non manca annata in cui il kolossal cinematografico venga ancora riproposto nel palinsesto domenicale di molte emittenti. Eppure, oggi, dell’abilità narrativa dello scrittore finlandese ci si ricorda poco, ed è un bene che Iperborea ne stia ripubblicando le opere più famose: di taglio storico, per l’appunto, com’è anche il caso de Gli amanti di Bisanzio; o di matrice poliziesca, come in Chi ha ucciso la signora Skrof?, e come negli altri gialli in cui compare, da protagonista, il corpulento e scorbutico commissario Palmu. Nella Helsinki degli anni Trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Palmu si muove accompagnato dal suo assistente. È un esperto detective della vecchia scuola, un Nero Wolfe nordico, tutto fiuto e intuizioni, che tendo, però, senza comprenderne il motivo, ad immaginarmi come il Jack Frost della vecchia serie tv. I delitti in cui si imbatte – pur se costruiti sullo schema del più classico (e anglosassone) enigma da crime story – sembrano la rappresentazione plastica dei segni dei tempi e di una decadenza morale e sociale ben più diffusa, che l’Autore pare descrivere con sconsolata rassegnazione. Chi ama I Bassotti della Polillo è avvertito: in questo libro non troverà una pari soddisfazione. La trama e le astuzie del narratore sono tutte di maniera, e a prima lettura ne riescono un po’ sviliti sia il puro svago intellettuale (che, come si è detto, non è il fulcro della narrazione), sia la critica dei costumi (che, viceversa, lo sarebbe e che, tuttavia, è quasi ammorbidita o annegata dallo stanco trascinarsi di un commissario troppo mordace e consapevole). Probabilmente, tuttavia, è nella medietas di questi toni il segreto del giallo, perché i suoi colori, le sue immagini, le sue situazioni paiono tutti, e appositamente, usati e abusati, stanchi e prevedibili, inevitabilmente consumati.

Sin dalle prime pagine, del resto, irrompe sulla scena un’umanità piccola, dapprima sullo sfondo degli appartamenti del condominio in cui avviene il fattaccio e poi attorno al cadavere della defunta. La vecchia signora Skrof sembra morta per un tragico incidente, soffocata nella notte dal gas della sua modesta cucina. Ma Palmu non ci casca, poiché alcuni dettagli gli fanno subito comprendere che si tratta di un assassinio, secondo il perfetto e tradizionalissimo cliché della stanza chiusa. A dire il vero, i potenziali colpevoli non mancano; sono anche troppi. Troppe persone, infatti, sono interessate alle ricchezze nascoste della signora Skrof. Quella del commissario, quindi, diventa subito una tipica indagine per sottrazione, in cui gli alibi sono sempre deboli e tanti, quante sono le ingenuità del suo giovane praticante, nel ruolo altrettanto noto della spalla sprovveduta e impacciata. Palmu, nel frattempo, si diverte a giocare con tutti i personaggi come il gatto con il topo, e a smontare progressivamente il palco delle deduzioni più scontate. Chi è, dunque, il colpevole? Sarà stato il sedicente reverendo Mustapää, santone di una setta cui l’acida signora Skrof intendeva donare molte delle sue insospettabili sostanze? O sarà stato suo nipote Kaarle Lankela, aviatore spericolato e paladino del gossip cittadino? O forse l’omicidio è opera dell’altra nipote, la bella, ma infelice, Kristi? E che non ci sia stata, invece, la mano dell’avvocato Lanne, lo storico, e bene informato, consulente di famiglia? Coerentemente con l’intento pedagogico dell’Autore, la verità non emerge da un gioco di virtuosismi logici; la si può intravedere nell’aridità della vita e dei progetti della vittima, dominati, anche post mortem, dalla gelida disciplina del denaro e della sua accumulazione. Come suggerisce Luca Scarlini – che firma la postfazione a questo romanzo – la storia della morte della signora Skrof è una versione finnica, e quasi divertita, di un drammatico meccanismo sociale di “delitto e castigo”. Con la differenza, tuttavia, che, questa volta, la follia di una vendetta tutta personale ha l’ostentata vuotezza di un posticcio gesto dadaista: perché, in una società allo sbando, la povertà di certi rapporti non risparmia neanche i presunti giustizieri e l’enfasi erroneamente romantica delle loro azioni. Così anche quello che sembra un finale un po’ artificioso assume all’improvviso un’intelligenza del tutto insperata.

La riscoperta di Waltari (v. gli articoli da Il Manifesto, La Stampa, Il Giornale, Avvenire)

L’Associazione Mika Waltari

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