Prima di riuscire ad apprezzare, il 2 gennaio, una leggera spruzzata di neve, il 30 dicembre, durante una breve passeggiata montana, sono stato sospinto in un’atmosfera tutta novembrina, complici  i sorprendenti “caldi” di questi giorni invernali di festa. Non c’era atmosfera più adatta per abbordare questo singolare libretto, le cui poesie sono in gran parte di ispirazione autunnale.

Il piccolo fascicolo è formalmente votato all’anonimato più assoluto e la quarta di copertina, autoironica e quasi farsesca, potrebbe anche farci pensare alla dimensione dello scherzo. Nonostante ciò, la poesia di questo Autore non scherza: c’è del mestiere, e ci sono anche immagini e filoni tradizionali e sperimentati, che dimostrano una particolare consapevolezza. Si può anche arrivare a dire di più: dei diciannove pezzi brevi che compongono la raccolta è difficile individuare quello meno riuscito degli altri. Che cosa importa, quindi, dell’identità di chi scrive?

Come si sarebbe detto in altri tempi, l’aura di questi componimenti è tutta pervasa da un clima di malinconia e di insoddisfazione, di stupore inappagato per una perfezione che è delle cose e che, tuttavia, nessun interprete umano può raggiungere. L’ambientazione autunnale non fa altro che enfatizzare questi sentimenti, anche se talvolta la combinazione tra la fascinazione assoluta per un ordine segreto e l’ambizione frustrata dell’artista si trasformano in rabbia determinata, in invettiva nei confronti dell’ineffabile ma aggrovigliata semplicità della terra. I pezzi su Dino Campana e Vincent Van Gogh rivelano che la pazzia può essere un canale privilegiato, un modo di assimilarsi integralmente e con successo, finalmente, alla sorprendente ed agghiacciante follia della natura. Alla fine, sono gli affetti, come sempre, a non tradire, a permettere un minimo conforto: un bacio rubato nel freddo e nel buio può dare il più grande e forse unico sollievo, e l’istintiva attenzione per i propri figli è il segno che almeno loro possono avere ancora l’illusione di capire e cambiare il mondo.

L’Editore

Due poesie scelte…

Odio madre natura, mi fa schifo.

Te, quel poco di sterco e qualche poesia

che riesci a produrre con grande fatica

li tieni da conto come fossero oro.

Lei abbonda di ogni tesoro

e lo spreca, lo butta.

Miliardi di pigne, conchiglie,

pietre bianche, rotonde, nere.

Fiori da riempire all’orlo

mille petroliere.

Li butta, la stolta. Ha le mani bucate,

l’orrenda mignotta, sfondate.

E il vento, le onde, non si fermano mai.

E le nevi perenni, la luce del sole,

e la notte e il giorno, la pioggia che cade.

Gli atomi eterni, un milione d’inverni.

I falchi, le balene, i ghiri,

l’acqua che bevi, l’aria che respiri.

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Il sole si abbassa,

si piega a leccare la strada.

La massa di foglie secche

è un cane senza padrone.

Non c’importa

il freddo dell’androne,

la porta nera di legno vecchio.

Fuori tutto scurisce, secca.

Tienimi stretto.

Sei l’unica nota intonata

nell’orribile stecca.

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