In una Nota, che l’Autore pone alla fine di questo piccolo libro, si apprende che il testo è il risultato di una sorta di assemblaggio di idee, pensieri, passi ed estratti contenuti in contributi pregressi. Si giustifica, quindi, l’unico addebito che si può fare al volume: le osservazioni che vengono proposte, così intelligenti e così vivaci, paiono il frutto di divagazioni estemporanee, al di fuori di uno sviluppo realmente coerente e di un ragionamento complessivo. Non è facile, cioè, seguire “il filo” del discorso, che si palesa come un’evidente opera di montaggio. Ma solo questo è il lato debole del saggio. Perché, in realtà, quelle osservazioni-divagazioni costituiscono veri e profondi esercizi di laicità, e forse è proprio il metodo del discorso “il filo” più riconoscibile dell’opera.

Levi Della Torre ci dimostra che per essere laici non occorre distanziarsi acriticamente dalla cultura religiosa, e che, parafrasando Leopardi, e in modo quasi apparentemente paradossale, “la culla della laicità incredula è (…) ‘la metafisica che va dietro alle ragioni occulte delle cose’” (p. 7). Apprendiamo, allora, ad esempio, che la notissima storia di Giobbe, nella Bibbia, può essere letta non solo come “il libro della protesta del giusto che soffre”, ma anche come “il libro della protesta contro un’idea canonica e tranquillizzante della religione” (p. 20) e che, per questo, “è proprio il Dio di Giobbe a recitare una laicità che critica radicalmente la religione non perché troppo trascendente ma perché lo è troppo poco, perché riempie il mistero di definizioni, normative e parole, a coprire il suo abisso” (p. 27).

La laicità, dunque, è innanzitutto percezione drammatica, che rifugge ogni facile e rassicurante idea di autosufficienza e di completezza, e per la quale può essere più che mai utile “non dimenticarsi del Signore” (p. 33), per sperimentare continuativamente, cioè, il senso della necessità, il problema della libertà, le insidie della possibilità, il sentimento del tempo, la rappresentazione dell’alterità. Anche la tradizione, per il laico, ha un grande valore, poiché essa, a ben vedere, “non è il passato, ma la memoria e lo spessore storico che di volta in volta è attuale” (p. 42). Di fronte alla tradizione, l’atteggiamento del laico e quello del religioso sono ben distinti: “Tutto l’essenziale è stato deciso, malgrado le variazioni delle contingenze, dice lo spirito religioso; tutto l’essenziale è da decidere, malgrado il peso e l’inerzia del preesistente e delle sedimentazioni del passato, dice lo spirito laico” (p. 43).

La cultura ebraica dell’Autore, che pure è un non credente, funge da meravigliosa “cassetta degli attrezzi” della laicità, dato che con essa vengono ulteriormente spiegati altri aspetti essenziali del pensare laico: l’ironia e l’autoironia, così come si manifestano anche nel classico understatement delle argomentazioni delle interpretazioni talmudiche; l’importanza della persona umana, come risultato di un decisivo processo di “inculturazione” di cui la figura di Gesù Cristo è l’immagine ipostatica; il carattere viceversa potenzialmente totalitario dell’attitudine religiosa, visto che tutti i “fratelli sono figli di un unico padre” (p. 60); lo stretto legame che esiste tra l’idea eminentemente religiosa dell’immortalità dell’anima e l’idea eminentemente laica di persona in quanto soggetto autonomo; l’analogia fondamentale che sussiste tra l’idea del Patto tra Dio e gli uomini e l’idea del limite sottesa al costituzionalismo moderno; l’ambiguità del relativismo culturale, che si rivela curiosamente imparentato con la religione e con i suoi fondamentalismi; l’importanza di riscoprire la cultura come il frutto di un processo laico, ossia come “elaborazione estremamente variegata della natura umana” (p. 96). E si potrebbe continuare.

È un libro, pertanto, dalle innumerevoli suggestioni, il più delle volte assai riuscite, anche per l’originalità, come si è esemplificato, di discutere sulla laicità mediante il diffuso richiamo all’argomento teologico-policito. Ma anche per la parte finale, che “aggredisce”, per così dire, le paure e le insidie del tempo presente, ed il carattere entropico della transizione veicolata dalla crisi e dai progressi tecnologici, riaffermando la persistente importanza della “fatica del dimostrare” rispetto alle semplici ed illusorie “rassicurazioni del credere”.

Una recensione al libro dal sito dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti)

Intervista a Stefano Levi Della Torre (sull’identità italiana)

Stefano Levi Della Torre a Radio Radicale (sulla realtà politica e sociale israeliana)

Condividi:

Sorry, the comment form is closed at this time.

   
© 2019 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha