La prosa raffinata di Hans Tuzzi ricostruisce gli ultimi giorni di John Pierpont Morgan, quel JPM che, tra Ottocento e Novecento, con altri ricchissimi e famosissimi uomini d’affari (Carnegie, Gould, Rockfeller; tutti soprannominati the rubber barons), ha cambiato la faccia degli Stati Uniti d’America e posto le basi per ciò che è diventata la grande finanza mondiale. Per intenderci, è il fondatore di quel formidabile sistema di istituti di credito che dall’inizio del secolo scorso è cresciuto quasi senza interruzioni, almeno fino allo scandalo dei mutui subprime, nel 2008, e quindi fino alle porte della crisi che ancora oggi stiamo vivendo. È quasi una sorta di simbolica ricorrenza, perché poco più di cento anni prima, nel 1907, furono proprio gli ingenti investimenti di JPM a salvare il sistema bancario e l’economia americana dal temutissimo crack che stava per affossare definitivamente la borsa di New York.

Il bravo scrittore milanese, però, non ci parla di questo, o meglio, non ce ne parla direttamente. La sua scelta è di ritrarre la sensibilità di JPM, il suo profilo strettamente personale e il milieu sociale nel quale si è sviluppato, così come emerge nel sovrapporsi della voce spesso ammirata di un segretario personale e dei pensieri segreti del magnate moribondo, riverso in stato di veglia sul letto del Grande Albergo di Roma (l’odierno Plaza), dove esalerà l’ultimo respiro al termine dell’ennesimo attacco depressivo. Il tronco del racconto è dedicato al mecenatismo di JPM, alle sue fantastiche imprese di mercante d’arte e alle sue complesse relazioni con la sua bibliotecaria, la misteriosa Miss Belle da Costa Greene, e con il grande critico Bernard Berenson. Ma su questo filone si innestano, come tanti spicchi, altre storie ed altre avventure, come quella del Titanic, realizzato proprio dalla White Star, la compagnia che JPM aveva acquistato diventando così signore assoluto del traffico marino. Alle opinioni del narratore, inoltre, si intersecano altri episodici interventi, tra cui le riflessioni sempre acute e profonde, e non prive di ironia, del Dottor Dixon, che dall’inizio sembra invitarci a scoprire in JPM qualcosa di nascosto, di assolutamente impenetrabile, ricordandoci, con Montaigne (p. 13), che “gli altri non vi vedono affatto; vi indovinano per congetture incerte”, e che ciò vale “per tutti”, “tanto più per i grandi”.

In verità, nella cornice di due sole pagine, Adriano Bon – questo il vero nome dell’Autore – arriva a rivelare moltissimo, non solo sull’importanza storica di JPM, ma anche, al contempo, sulla sua esistenza duplice, e apparentemente inconciliabile, di colto filantropo e di protagonista spregiudicato del capitalismo mondiale e delle forme finanziarie che sono giunte fino a noi e che tanto avvolgono e stressano ogni aspetto dell’economia globale. Come rievoca solennemente la voce narrante del giovane segretario, “John Pierpont Morgan ha creato un’era”, “ha saputo orchestrare ed armonizzare l’economia planetaria grazie ad un sistema finanziario internazionale”, “ha consolidato in un sistema di governo economico le energie dell’acciaio, del petrolio e della velocità”, e quando è giunto il panico, nel 1907, “la salvezza di tutti venne da lì, dai risultati della sua opera di disciplinatore, dal sempre più complesso edificio finanziario eretto dalla sua formidabile intelligenza” (p. 141). Ma era davvero meraviglioso questo nuovo mondo? La bella Bessie, che scorta per le strade di Roma questo ingenuo dipendente, non ne è tanto sicura. Eppure JPM compra i tesori dell’arte, apre biblioteche, elargisce importanti somme per opere di bene. Il giovane ne è convinto (p. 140): “Non è un paradosso, puoi essere crudele eppure formalmente ineccepibile nei confronti dei tuoi avversari in affari, ma non hai motivo di essere cattivo nei confronti di un’astratta umanità, il tuo prossimo, e questo per la ragione che se guadagni in un anno quanto il bilancio di uno Stato nazionale, il tuo prossimo si limita ai tuoi diretti dipendenti (…): poi c’è l’Umanità, ma il resto del mondo è lontano, la gente comune con i suoi grigi problemi e le sue nere miserie tu non la vedi, non esiste, e come si fa a essere cattivi con chi non esiste?”. Ecco, questo è il punto; e forse, oggi più che allora, Bessie continuerebbe ad essere perplessa, come molti di noi.

L’Autore racconta il suo libro (alla radio svizzera e a radio 3)

Una recensione (di Alberto Alfredo Tristano)

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