Dove eravate tutti era già un buon testo. Ma con quest’ultimo romanzo, che non è certo lungo e va letto senza interruzioni, Paolo Di Paolo fa un salto di qualità. Il motivo di questo apprezzamento è semplice o, meglio, è plurimo, perché ci troviamo di fronte ad una sintesi, perfettamente riuscita, di doti molteplici e convergenti. È un libro, infatti, che suscita empatia e sa commuovere; che in uno stile sciolto e mai casuale finisce per toccare contemporaneamente le corde dell’emozione e i fili della riflessione; che sa calare, se non attirare, il lettore in un momento storico preciso e nel milieu di quella piccola borghesia che, nel bene e nel male, ne è stata la protagonista; che non si dimentica mai di risvegliare e rappresentare con partecipazione sia le incertezze e le ansie di un’epoca intera, sia, e ancora di più, le titubanze e le ambizioni di un’età della vita sempre intricata e complessa.

Che cosa accade nel febbraio del 1926, tra Torino e Parigi? Di Paolo reinventa gli ultimi giorni di Piero Gobetti (ritratto qui a fianco con la moglie), il suo proverbiale iper-attivismo, i suoi sogni morali, civili e politici, i suoi più cari affetti, i suoi desideri di uomo, di italiano e di giovanissimo marito e padre. Ma quei giorni sono anche quelli di Moraldo, uno studente di Lettere, che tanto vorrebbe conoscere il talentuoso editore, e che, tuttavia, ancora si affanna, alla soglia della maturità, in aspirazioni fumose, grandi progetti, velleità amorose. Sono così diversi, Piero e Moraldo: precoce, intelligente e famoso, il primo; irresoluto, indolente e ingenuo, il secondo. Eppure il loro destino sembra correre parallelo, in un’Italia che, nel momento in cui non si dimostra più all’altezza del primo, pare vivere uno smarrimento simile alla frustrante iniziazione sentimentale del secondo. Anche quando le due parallele si toccano, pur senza riconoscersi, in un boulevard lungo la Senna, il raffronto tra i due protagonisti emerge, in modo molto persuasivo, come il confronto spiazzante tra due diversi campioni: da un lato, l’eroe di una vita che si staglia su tutte le altre proprio nel momento in cui si consuma e misura tutta la sua fragilità, lontana dagli affetti più cari; dall’altro, l’eroe di una pulsione comunque confusa e “bambina”, che mentre sembra esaurirsi in un semplice rito di passaggio si rende anche immagine del destino di un Paese frastornato e presto chiamato ad una durissima prova.    

A conti fatti, il “miracolo” che Di Paolo provoca non si riduce nella contrapposizione tra due modelli differenti di esistenza, ma nel loro drammatico avvicinamento. È difficile non immedesimarsi nei pensieri e nei timori di Moraldo, perché sono umani, comuni e comprensibili, così come lo è anche la confusione finale in cui egli si ritrova dopo aver saputo della morte del giovane editore e, con essa, della perdita improvvisa di un punto di riferimento creduto immortale. Ma è altrettanto difficile non percepire l’estrema durezza della disciplina intellettuale di Piero, il cui decesso assume la dimensione di un sacrificio estremo, quasi irragionevole, perché lo priva, innanzitutto, dell’amore di Ada e della gioia della paternità. Dobbiamo ringraziare, quindi, l’Autore per averci ricordato ciò che la giovinezza invariabilmente insegna: nella grande corrente della storia, così come nei fiumi, piccoli o maestosi, della vita si ha sempre a che fare con un inevitabile tempo delle scelte; è per questo che, per crescere, ci vuole tanto coraggio.

L’Autore presenta il suo libro

Piccolo documentario su Piero Gobetti

Il Centro Studi Piero Gobetti

La Rivoluzione Liberale (edizione digitale)

Cos’è la rivoluzione liberale oggi? (dal Convegno organizzato a Vicenza il 27 ottobre 2012)

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