Nei campi e sulle colline attorno a Onigo, nel Trevigiano, vicino alle rive del Piave, Lorenzo Mainardi amministra con occhio vigile e mano ferma i suoi possedimenti e i mezzadri che vi lavorano. Di famiglia nobile, era riuscito sin da giovane a salvare le terre dalla prodigalità e dalle vampe rivoluzionarie della madre Luisa, riparata in Piemonte dopo i moti del 1848. Pur avendo studiato, si è concentrato solo sul patrimonio e non si è sposato, anche se ha avuto un figlio da una relazione con la governante Anna. Gli anni passano, Lorenzo si fa più burbero e abitudinario, e la sua progenie naturale – due nipoti in particolare, guidati dalla loro madre Gilda, nuova effettiva governante – attende con stolida tenacia di ereditare le sostanze. Scoppia la Grande Guerra e dopo Caporetto, quando anche Lorenzo viene travolto, tutto pare perduto, anche se un ultimo testamento salva i nipoti e li rende protagonisti di una nuova fase, potenzialmente carica di speranza. Ma la povertà diffusa e le insidie politiche della ricostruzione – tra cooperative rosse e cooperative bianche – sono una trappola da cui è difficile scappare. E ciò che Lorenzo tanto aveva custodito viene definitivamente disperso, mentre i due giovani contadini, prima arricchiti e poi spoliati, emigrano per ripartire da ciò che le loro braccia gli possono dare.

Il Comisso tra le due guerre – il libro è del 1933 e Mondadori lo ripubblicherà nel 1956 – è scrittore che già si immerge pienamente nel paesaggio e negli uomini della sua campagna. Come tale, è autore di pagine limpidissime, semplici, fotografiche; e al contempo cariche di evidente empatia per un mondo, ormai superato, che egli avverte più semplice ed elementare, e più vero, di quello contemporaneo. Questa urgenza di essenziale autenticità, in realtà, è la cifra dell’interoComisso, e pertanto non dovrebbe stupire che la spina dorsale di questo romanzo sia un racconto anteriore, del 1921; del periodo, peraltro, da cui il sugo della vicenda è estratto. Si tratta di un pezzo anti-politico e anti-storico per eccellenza. È il fluire ambizioso e vanaglorioso dell’animo umano a corrompere l’ordine naturale, l’equilibrio in cui, per Comisso, anche ciò che della civiltà contadina appare grezzo, arretrato e finanche meschino può assumere, sorprendentemente, un senso protettivo. In questa direzione, lo sguardo di Comisso è, simultaneamente, e ambiguamente, complice e quasi antitetico rispetto a quello di Verga (La roba). Come tale, dunque, è originalissimo. E non c’è dubbio, inoltre, che, letto oggi, Storia di un patrimonio, anche nella sua esemplare linearità di scrittura, appare come la fissazione di un canone: di quel mood che, ad esempio, ritroviamo in un acclamato e bel romanzo di Matteo Melchiorre. Si sbaglia sempre poco se si legge o ri-legge Comisso: perché lo si vede resistere e riaffiorare ancora, come la radice inesausta di un grande albero; ma soprattutto perché le sue parole hanno colori, sapori e odori nitidi, solidi ed evocativi.

Giovanni Comisso su questi schermi: 1, 2, 3 e 4

Due “vecchie” recensioni: di G. Ferrata e di D. Valeri

Un approfondimento

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