Sorokin distilla con maestria uno dei canoni più importanti della storia della letteratura e, accompagnato da Gogol, da Gončarov e da Saltykov-Ščedrin, mette nero su bianco una storia senza tempo, che è favola, satira e oscura profezia. Il dott. Garin deve raggiungere un piccolo villaggio per somministrare un vaccino e debellare una virulenta peste nera, importata chissà come dalla Bolivia: c’è il rischio che i contagiati, defunti, si trasformino in temibili zombie. Ma una tormenta altrettanto implacabile gli sbarra la strada. Decide di rivolgersi ad un umile vetturino, Raspino, affinché lo conduca a destinazione con la sua “propulsoslitta”, trainata da cinquanta cavallini. La distanza non è molta, ma nel bianco della bufera si nascondono insospettabili insidie. Durante il viaggio, infatti, il pattino della slitta si rompe più volte e Garin – che nonostante ciò sembra sempre animato da una incrollabile fiducia nel compimento della sua missione salvifica e nel ruolo ufficiale che riveste, e che come tale non può conoscere ostacoli – è costretto a tappe forzate, nelle quali fa molti e strani incontri: una compiacente mugnaia; dei nomadi “spacciatori”; il cadavere gelato e spaventoso di un misterioso gigante… Passa il tempo, quindi, e l’obiettivo, tanto più vicino, sembra allontanarsi in modo irresistibile. Anche il freddo sale, avvinghiando tutto il corpo e diventando, così, in un biancore tanto meraviglioso quanto inquietante, un nemico ancor più invincibile. Solo la pazienza di Raspino pare fronteggiarlo efficacemente; quanto meno fino all’epilogo, che da tragicomico si fa improvvisamente triste e quasi straziante.

Come prendere questo breve romanzo? Come un ottimo esperimento narrativo alla maniera della migliore letteratura russa? Come una metafora disperante della situazione socio-politica in cui versa la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica? O come un incubo lungo e articolato, nel quale collocare le immagini dei tanti mostri con cui sembra tuttora lottare, senza speranza, un’intera nazione? L’ambiguità e il carattere grottesco e talvolta surreale della “novella” – collocata in un presente che è anche sprofondato in un atavico passato, oltre che percorso qua e là da uno scioccante futuro, anche tecnologico – ne accentuano la capacità suggestiva, moltiplicando e ingarbugliando ogni possibile interrogativo. Al contempo, però, si avvertono chiaramente molti motivi classici della tradizione letteraria russa: il dualismo tra classi sociali, tra la figura di Raspino e quella di Garin, il primo ad incarnare l’eterna e serena morale dell’accettazione, propria della popolazione russa più povera, e il secondo a interpretare i panni della classe dirigente del paese, distratta da ambizioni, da vizi e da paure tipicamente piccolo-borghesi; il quadro generale e irrinunciabile di una natura affascinante e grandiosa, ma pure ostile e crudele, che offre lo sfondo fatale in cui si muovono i due protagonisti, e il cui volto segreto è quello di un potere onnipresente, inafferrabile e soverchiante; l’idea che i pericoli vengano anche dall’esterno, da fattori che sono estranei al nocciolo duro di una cultura plurisecolare e che possono, però, invaderla, renderla incosciente e ucciderla; la premonizione di una dannazione conclusiva, di una spoliazione violenta e fatale, perché il popolo russo, disorientato, diviso e imbrigliato nella tempesta, non sa dimostrarsi unito e può essere dunque oggetto di qualsiasi sopruso, di qualsiasi degenerazione, e anche della schiavitù. Con questo bel libro, percorso da una tensione onirica che non cala mai e che, tuttavia, è animata da una funzione critica, morale, altrettanto palpabile, Sorokin si dimostra all’altezza della sua fama, anche per la particolare abilità di descrivere le cose e le persone, e di farcene avvertire l’odore e la temperatura, a dimostrazione che nella scrittura di qualità non basta la fantasia ma serve anche la tecnica.

Recensioni (di Alexandr Genis; di Wlodek Goldkorn; di Goffredo Fofi; di Valentina Parisi)

Due interviste (da corriere.it e da rainews.it)

Come scrive Sorokin?

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Capita a tutti di ricevere libri in regalo. Per chi legge molto, questo genere di letture può destare l’idea di un incosciente tempismo: la tentazione di rompere le gerarchie meticolosamente imposte alle diverse pile sul comodino si fa forte, tanto da aprire un piccolo spiraglio per un’avventura impensata e per il ribaltamento di altri e ben più intimi ordini. Non accade sempre, ma talvolta è così: anche un volume imprevisto può rispondere ai bisogni di un certo momento. Così è stato per Poco meno di Dio, che, se non fosse per l’aura che ancora circonda il nome del piccolo editore che lo ha licenziato, può rischiare di apparire come un perfetto esemplare dell’ambizione – il più delle volte sbagliata – che rode tanti aspiranti scrittori. Non che il libro difetti di alcune classiche mancanze (si perdoni il gioco di parole, ma questo può essere un buon modo per alludere elegantemente ai soliti fattacci di refusi, spezzoni sovrabbondanti, eccessi biografici…); il punto è che tutti abbiamo bisogno, qua e là, di qualche facile parabola per immaginarci nei panni del protagonista e godere dell’illusione di una chance corroborante. Quello che conta, in questo romanzo, non è lo spaccato – certamente godibile e verosimile, come frutto privilegiato della scienza privata dell’Autore – della quotidianità della vita di corsia e dei rapporti umani e professionali negli ospedali e nella piccola e media borghesia del Nordest. La cosa buona è la favola.

Mauro Alberti è un chirurgo quarantenne di un ospedale di provincia. Si è falsamente convinto di aver perso la brillantezza e la motivazione che lo avevano lanciato come talento precoce. Ormai pensa di doversi adattare alla situazione, in un clima che sembra premiare soltanto cinismo e arrivismo. Una vacanza senza meta, tra i monti dell’Appennino, lo porta in un paese un po’ isolato, e lì succede qualcosa che a Mauro cambia la vita, grazie all’intervento (tecnicamente) provvidenziale di una donna semplice e concreta. Non se ne accorge subito, però; per rendersene conto deve sperimentare tutte le tentazioni dell’improvviso successo che lo travolge al rientro e che lo porta vicino ai tanti giri – e ai tanti piccoli e grandi intrallazzi – degli alti papaveri della sanità e dell’accademia. È un po’ come se il Diavolo cercasse di ghermirlo nel modo più subdolo: non a caso, come nel bel racconto di Cazotte (a proposito: da leggere e rileggere…), la figura seducente e maledetta prende le forme di un altra donna, la giovane e spregiudicata Giolisa, la cui conquista assume sia il valore di una simbolica revanche, sia la possibilità di imboccare pericolosamente una direzione assai rischiosa. Pure la ex moglie, rivistolo nei panni del vincitore, torna a farsi sotto. Tuttavia Mauro, colpito dalle miserie che un lutto improvviso gli para di fronte, torna sui suoi passi e si avvantaggia della posizione raggiunta fino a quel momento per assecondare con serena decisione il futuro appagante che qualcosa gli aveva fatto intuire nella lontana e indimenticata pausa appenninica.

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Il 28 gennaio 1972 si spegneva, a Milano, Dino Buzzati, uno degli intellettuali, dei giornalisti e degli scrittori più notevoli del Novecento italiano. Sono decorsi, proprio oggi, 40 anni. Un tempo lunghissimo, nel quale l’assenza di una figura così particolare e così straordinaria si è senz’altro sentita. Perché, a ben vedere, non ha trovato alcun erede.

Il mio primo approccio a Buzzati è stata la lettura di una favola, La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), in un’edizione del 1977, trovata a casa e “divorata” durante un “triduo” di consueta influenza stagionale, al secondo anno delle scuole medie. Ne ero rimasto attratto semplicemente per il titolo; poi la lettura mi ha conquistato, ed anche se non riuscivo ancora a comprenderne l’intimo significato, ciò che mi ipnotizzava era un’originalissima sensazione di sospensione, come se mi trovassi di fronte ad una storia che pur non essendo reale, né verosimile, è più autentica di tante altre. Come le storie del bosco, le leggende, le avventure fantastiche; ma anche come le storie che si possono leggere nelle immagini, nei quadri, nelle illustrazioni. E Buzzati è stato, in effetti, grande narratore, ma anche pittore e disegnatore suggestivo (oltre che autore di opere teatrali, di libretti lirici, di saggi…).

Proprio la sospensione, ad ogni modo, è, con tutta probabilità, la vera caratteristica distintiva di Buzzati, che raccontava di sognare alcuni dei suoi racconti e che, a mio giudizio, ha spesso costruito proprio sulla rarefazione il successo di molte delle sue opere, ivi compreso, famosissimo, Il deserto dei Tartari (1940): il tempo sospeso di un’attesa lacerante ed oppressiva ne è, come è noto, un indiscusso protagonista.

Ma ciò che rende Buzzati una figura effettivamente irripetibile è la fiducia estrema che la sua scrittura nutre nei confronti delle cose, specialmente se sono essenziali, nitide, come lo sono i contorni delle sue montagne o le vite degli animali o i sentimenti più forti che l’uomo può esprimere. Quella di Buzzati è una vera lectio naturalis sul valore della dignità, a volte tratteggiata con estrema fantasia, a volte colorata, a volte pensata, a volte tradotta in ritratti di estremo realismo, in tutti i casi osservata, ma anche vissuta, con occhio di poeta. Ed è, questo, un vero messaggio sui significati morali che la poesia, anche quando assume i toni della prosa, riesce ad incarnare.

Buzzati nel Biografico della Treccani

Buzzati in Rai

“Il punto su Buzzati” di Cinzia Mares

L’Associazione internazionale Dino Buzzati

Sulle orme di Dino Buzzati: una passeggiata in loco

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