“La prospettiva che, in realtà, mi sembra molto interessante è quella di sottrarre l’architettura agli architetti per restituirla alla gente che la usa”: forse basterebbe questa sola affermazione per giustificare un rinnovato interesse ai ragionamenti di Giancarlo De Carlo, che risalgono all’inizio degli anni Settanta e che oggi vengono riproposti nei tre interventi di questo piccolo volume a cura di Sara Marini. Il primo – che offre il titolo al libro – è, apparentemente, un incrocio tra relazione convegnistica, lezione e manifesto di un possibile e nuovo modo di fare architettura. In verità è molto di più, poiché è sia un’analisi spietata dell’evoluzione storica dell’urbanistica, sia la formulazione di una proposta alternativa di sintesi tra l’ordine veicolato dal progetto e il disordine che attraversa e vitalizza la società civile. La critica si concentra sul nesso tra industrializzazione e governo del territorio, svelando le liaisons dangereuses che da sempre esistono tra istanze di specializzazione, da un lato, e definizioni gerarchizzanti e funzionali dello spazio, dall’altro. La pars construens, invece, si concentra sul ruolo necessario del progettista, che va al di là della padronanza e della spendita occasionale di competenze tecniche, e che si presenta come colui che “sceglie la parte” e che si rende così facilitatore di processi nei quali sono i cittadini a dare forma ai loro bisogni.   

Si potrà pensare che ripercorrere queste speculazioni costituisca un esercizio fuori tempo massimo, alla ricerca di note e arrugginite retoriche di resistenza intellettuale o di vecchia e militante azione anti-capitalista. Non è così. De Carlo va molto oltre, è un classico, e rileggerlo, come accade per tutti i classici, assume il senso di cogliere quell’orizzonte con maggiore precisione e di constatare, ad esempio, con piena coscienza, il motivo del fallimento (oggi conclamato) del “supermito secondo il quale alcuni ‘nodi’ di intensa qualità architettonica possono controbilanciare lo squallore di tessuti urbanizzati nei quali i nodi vengono collocati”. Siamo fin troppo abituati alla grande e irragionevole fiducia che le amministrazioni nutrono nei confronti del presunto potere catartico dei manufatti prodotti dalle tante archistar del pianeta. Il significato sempre vivo della lettura di De Carlo è fortissimo: l’architettura non può porsi come fatto esteticamente oggettivo, non deve contribuire a frammentare i gruppi sociali, non li deve estraniare “dai concreti problemi dello spazio fisico in cui vivono”, e ciò perché tali problemi sono questioni di libertà, di diritti e di interessi di molti, e non solo di quei pochi che finiscono per assumere le decisioni autoritative sullo sviluppo edilizio o per goderne dei frutti economici e finanziari più consistenti. Vero è che il limite dell’utopia era già ben presente allo stesso De Carlo, che negli altri due saggi del testo racconta le difficoltà di alcune sperimentazioni puntuali – a Rimini e a Terni – non completamente riuscite. Tuttavia queste letture ci ricordano ancora quanto quel limite sia comunque indispensabile.

De Carlo e l’ampia portata del progetto (spezzone di intervista)

Un’intervista alla curatrice del libro

Recensioni (di Lucia Tozzi, di Campomarzio)

Sulla progettazione partecipata (di Giancarlo De Carlo)

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Assunto una volta all’anno, nei suoi tipici capitoli brevi dei suoi altrettanto tipici piccoli libri, è quasi una medicina, da centellinare post prandium. Martinelli – che può essere facilmente confuso per il Corona trentino e che, tuttavia, nonostante l’ampia produzione, rimane fedele ed ostinato valligiano non solo nella libera e variopinta repubblica degli scrittori – non è costruttore di trame avvincenti. Malgrado ciò la sua penna è felice, sa creare l’atmosfera, ci porta per mano in un mondo armonico, semplice e in gran parte perduto. E consente il dolce e carezzevole pensiero di un rimpianto impossibile, un po’ mitico e forse un po’ finto, ma (perché no) molto rassicurante.

La Vallarsa e il paese di Obra sono sempre riferimenti obbligati. Né manca “un” signor Broz, protagonista affezionato dell’universo autoctono. In questa storia, però, si tratta di Ivan Broz, una figura realmente esistita, quella di un famoso studioso della lingua croata, operante a cavallo tra Ottocento e Novecento, che Martinelli immagina figlio di un vallarsero “doc” emigrato in altre terre dell’Impero Asburgico. Ivan si trova a Innsbruck, per frequentarvi l’università, e da lì decide di intraprendere un lungo viaggio, a piedi, per tornare al paese del padre e riscoprire una vecchia e famigerata miniera. Il viaggio effettivamente gli riesce, anche grazie all’aiuto economico dello zio e alle rendite del suo primo e importante libro. Approda, così, sulle Piccole Dolomiti e incontra un suo parente, Angelo, che lo ospita con calore e lo coinvolge in un’improvvisa battuta di caccia, dopo averlo aiutato in una bella scoperta.

I suoni, i colori e le tante risorse della montagna sono i reali eroi di una novella che ha tutte le fattezze di una classica favola della buonanotte e che mescola ad una fantasia compiaciuta e giocosa luoghi, fatti e persone veramente esistite, ma liberamente reinventate. Paolo Orsi è stato un famoso archeologo roveretano: qui lo vediamo nei panni di un rude pastore. Basilio Arlanch, detto il Polenta, era davvero il proprietario del giacimento su cui ruota il romanzo e di cui si torna ciclicamente a dare notizia anche nella stampa locale. Ci si imbatte, poi, in una citazione letteraria, visto che Ivan Broz, nel suo peregrinare, entra per caso nell’Osteria del Magazin, raccontata dai libri di Arturo Zanuso, già interprete di quella stessa porzione di confine italo-austriaco. Il camminatore è un passatempo spensierato, niente di più. Ma, appunto, almeno una volta all’anno, ascoltare la voce di Martinelli non fa affatto male, come non lo farebbe seguire i lunghi itinerari che Broz percorre in quota e che, come all’inizio del romanzo, gli consentono di godere di una prospettiva vertiginosa ancora indispensabile.

L’Autore presenta il suo festival (v. “Tra le rocce e il cielo”)

La lettura dell’anno scorso (Lo strano inverno del brigadiere)

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Le prose di Zanzotto non sono inferiori alle poesie. È un dato acquisito che i brevi saggi contenuti in questo libro avvalorano ancora una volta. Però c’è un dettaglio importante: i piccoli articoli del volume provano ulteriormente che quella che il grande autore veneto vi conduce non è l’illustrazione di una poetica nel senso comune del termine. È il tentativo di spiegare l’“irruzione dell’inatteso” (così la chiama), che, in generale, sta al principio della letteratura e che, nello specifico, genera e perpetua l’intimo rapporto dell’autore stesso con il suo paesaggio. È una relazione erotica, in primo luogo, di stampo classico. Come tale è assunzione imprevista di un fattore costitutivo del cosmo e, al contempo, fonte del “necessario appoggio” che, nell’agnizione e nella decifrazione di quel fattore, Zanzotto trova nel dialetto (epifania situata del logos). È una sorta di liebender Kampf (Karl Jaspers chiamava così la ricerca della verità filosofica…), ma con risultati inattesi e personalissimi, che scaturiscono, avvinti alla lingua madre, da una specifica armonia di natura, di uomini e di insediamenti, di esperienze e di vissuti in un certo modo ricomposti. Difendere un paesaggio, dunque, equivale a garantirsi l’accessibilità ad un imprinting e ad un linguaggio originari e, allo stesso tempo, a proteggere un equilibrio antropologico. Ecco: questo è il piccolissimo, ma importante, dettaglio che dischiudono gli interventi zanzottiani raccolti con cura da Matteo Giancotti, cui si deve anche un’incisiva e bella introduzione.   

I brani – che non seguono una traiettoria cronologica – sono ordinati in cinque parti: Una certa idea di paesaggio; Mio ambiente natale; Un’evidenza fantascientifica; Quasi una parte integrante del paesaggio; Tra viaggio e fantasia. Le prime tre sono concepite per dare l’idea di una progressione. Si passa, innanzitutto, dall’emozione di uno sguardo panico, e quindi antico, così come tradotto anche dalla grande pittura veneta tra Quattrocento e Cinquecento, alla rassegna di alcune località notevoli – e ispiranti – del Veneto di montagna, di collina e di laguna (a quest’ultimo proposito, Venezia, forse è un saggio magistrale dell’uso sapiente di un microscopio potentissimo, applicato ai tessuti apparentemente disomogenei di un ecosistema davvero unico al mondo). Si prosegue, poi, da questa topografia quasi sacra, alla constatazione preoccupata di uno sviluppo economico e urbanistico miracoloso eppure regressivo, di fronte al quale continuare ad interrogarsi, come per percorrere una strada di civismo dell’osservazione: “Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita”. La quarta parte è dominata da una sorta di zen della campagna, tra la figura del contadino Nino e un omaggio al poeta Luciano Cecchinel, uno dei più autorevoli sodali di Zanzotto. L’ultimo capitolo, invece, è fatto di itinerari e di visite sentimentali, nelle quali la realtà non è mai tanto ricca e autentica come quella che si può implementare per via di immaginazione e di intuizione. Segue, in appendice, la trascrizione di un documentario video girato per la Rai sul Quartier del Piave.      

Zanzotto riesce ad attirare e a sedurre anche nella lunghezza e nella ricercatezza delle frasi. I periodi ci avviluppano come se fossero felci, salici, ortensie, come se si trattasse, cioè, della verzura più disparata. Infiorescenze verbali e significati si affastellano, in un pensiero che si chiarisce solo nel corso del suo articolarsi e scoprirsi per iscritto: un po’ perché si compiace nella tentazione dell’analisi metalinguistica, un po’ perché i suoi frutti non possono mai essere veramente predefiniti. Né mancano diffusi e sofisticati riferimenti alla tradizione (a Petrarca su tutti). Chi ritiene che Best Thinking sia sinonimo di Writing Clearly è avvisato: in Luoghi e paesaggi non troverà pane per i suoi denti. E (pure) non troverà motivi di spensierata e bucolica distrazione. Non si può dire, tuttavia, che Zanzotto sia scrittore dalla formulazione involuta o noiosa. La questione si può riassumere così: poiché è lo sguardo che cattura le parole, allora, a seconda del caso, e senza che vi sia premeditazione, le parole possono essere sottilmente evocative – con la semplicità e con l’opportunità disarmanti dell’espressione dialettale, ad esempio – o tremendamente scolpite – quando il dubbio de intivarghe o no (come direbbe il Nostro) si fa più forte ed esige, in definitiva, il ricorso alla più azzeccata, densa e stratificata delle locuzioni colte. Se la ricerca si scopre nobile all’improvviso, è legittimo che anche la lingua si armi di raffinato cesello.

Recensioni (di Niccolò Scaffai, di Giulio Ferroni, di Raoul Bruni, di Silvio Ramat, di Bianca Garavelli)

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

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Dopo Indagine 40814 Luca Valente pubblica un nuovo romanzo. Non è più un giallo, ma suspence e sorprese non gli difettano. Il modello è quello di un affresco storico, che si dipana dal 1918 al 1954. Il racconto parte con un approccio da feuilleton, presentando ben presto una passione d’amore che cresce sempre di più e che rappresenta, anche nei punti più drammatici, il vero architrave di tutta la narrazione. Il tenente Carlo Barbero è ferito sul fronte dell’Altopiano di Asiago e, durante la licenza che segue al ricovero ospedaliero a Schio, incrocia, nel mezzo del viaggio ferroviario, dapprima la giovanissima principessa Maria José del Belgio, già promessa sposa di Umberto di Savoia, poi l’altrettanto giovane Maria Luisa, collegiale di Poggio Imperiale, a Firenze. Di questa si innamora all’istante, e il caso lo porterà ad incontrarla nuovamente a Vienna, alla fine del conflitto. Lì cominceranno tutte le loro avventure, anche perché, da quel momento, il destino familiare che li attende sarà posto ripetutamente a dura prova, nonostante l’amicizia della Casa Reale. Infatti non sarà soltanto l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale a tenerli lontani; dovranno fronteggiare l’odio e l’ambizione di figure ambigue e crudeli, con le quali l’intelligenza, la dedizione e l’onestà di Carlo si scontreranno, per la prima volta, proprio nella capitale austriaca.        

Nel corso della lettura, a seguire le tante peripezie della famiglia, ci si aspetta che tutto termini nel materializzarsi effettivo di una conclusione felice. Anche il titolo del libro pare prefigurarla. Ma il posto migliore non è quello che sembra, e Carlo e Maria Luisa, tra gli orrori della guerra di Liberazione e le perversioni dei cattivi come dei buoni, dovranno passare il testimone ad altri, cui sarà, viceversa, concesso di vedere uno spicchio di riparazione terrena. Di più non è lecito dire. La parte finale va scoperta, visto che, in alcuni punti ben precisi, cambia registro del tutto, sostituendo il tono iniziale del romanzo popolare con squarci di puro stile pulp e con un realismo che quasi colpisce allo stomaco e al cuore. Luca Valente conferma in questa prova le sue abilità di scrittore artigiano, che nella trama tesaurizza in giusta dose i pregressi interessi di storico e una certa sensibilità, se non una sentita e spontanea fiducia, per un governo sovra-umano delle cose del mondo. Sono tante, infatti, le coincidenze e gli incontri che nell’intreccio si confondono, talvolta con un ricercato gusto del paradossale; ma non si tratta di un ingenuo espediente narrativo. È la voluta testimonianza di una fatalità che per Valente non ha radici rigorosamente laiche e che intende coniugare l’idea dell’incommensurabile con quella della sua reale incidenza. Ad ogni modo, se c’è un appunto che si può fare a Un posto migliore, ebbene questo è l’eccessiva lunghezza. Così confezionato, la sua collocazione perfetta sarebbe quella di una pubblicazione a puntate. Nel formato dell’unico volume, qualche dialogo in meno e un po’ di selezione in più avrebbero ulteriormente giovato, specie ad un tessuto narrativo che, se fosse stato bevibile in un unico sorso, avrebbe potuto essere ancor più avvincente.

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C’è un nesso inscindibile tra democrazia e uguaglianza. E quando, di fronte alle disuguaglianze, crescono indifferenza o consenso, allora è a rischio anche la democrazia. Per questo uno dei più noti studiosi della democrazia si è dedicato anche all’uguaglianza, in un volume denso e formativo, che dopo un’appassionante ricostruzione storica propone alcune chiavi di lettura per il presente, giungendo anche ad ipotizzare i lineamenti una personale rivisitazione. Rosanvallon, infatti, ha l’obiettivo di immaginare come possa essere ancora predicabile e realizzabile una “società degli eguali” (e il titolo dell’opera nell’originale francese, pubblicato nel 2011, è proprio La société des égaux). Ma questa espressione non tradisce la fascinazione per un obiettivo utopistico e del tutto scongiurabile. Lo scopo è analizzare, viceversa, quali siano stati i fondamenti dell’uguaglianza dei moderni, per tentare di isolarne le trasformazioni e le degenerazioni, e per contribuire, così, ad una sua ridefinizione, idonea ad assimilare con successo le rilevanti mutazioni istituzionali, sociologiche e antropologiche che si sono date dall’epoca delle grandi rivoluzioni liberali ai giorni nostri (“Oggi si tratta di riformulare le cose tenendo presente che viviamo nell’epoca dell’individuo”: p. 24).           

Il libro può essere articolato in tre momenti. Il primo (parti I e II) si occupa, innanzitutto, di illustrare quale fosse, nell’età della Rivoluzione americana e di quella francese, l’originario e costitutivo spirito di uguaglianza, concepito quale strumento di costante trasformazione sociale, ancorato a tre diverse figure di uguaglianza-relazione: la similarità (uguaglianza come titolarità di proprietà essenziali, con secondarizzazione di ogni altra differenza), l’indipendenza (uguaglianza come parità di equilibrio nello scambio economico) e la cittadinanza (uguaglianza come simultanea appartenenza e partecipazione ad una stessa comunità politica). A tali figure corrispondevano tre distinti, ma sinergici, dispositivi: i diritti umani, il mercato e il suffragio universale. Posta questa ricostruzione, però, Rosanvallon passa anche alla descrizione delle patologie che il modello ha ben presto conosciuto, già a decorrere dalla metà del XIX Secolo, al di qua e al di là dell’Oceano, anche se in modo e con ritmo diversi: la divisione in classi e la coeva formazione, nella comunità, di due distinte sub-nazioni; l’emergere di un’ideologia conservatrice, favorevole alla naturalizzazione delle disuguaglianze e all’affermazione di un rigido principio di parità nelle opportunità; la reazione del comunismo utopico e l’ambizione ad un mondo integralmente de-individualizzato; le distorsioni del nazional-protezionismo e della correlata idea di un’uguaglianza-identità di matrice negativa ed escludente; lo stabilimento paradossale di uno stretto rapporto tra uguaglianza e razzismo. Il secondo snodo dell’argomentazione (parte IV) approfondisce gli sviluppi delle politiche redistributive avviate sin dal principio del XX secolo, interpretandole come antidoti che l’intervento statale ha voluto mettere in campo per porre rimedio alle segnalate patologie. Progressività dell’imposizione fiscale; politiche sociali, assicurative e solidali volte a porre rimedio alle situazioni più svantaggiate; ruolo dei sindacati: sono i tre fattori che Rosanvallon considera centrali per l’affermazione dell’approccio redistributivo, vieppiù consolidato dopo il 1945. Sul punto sono molto interessanti i capitoli dedicati all’analisi dei fattori storici che avrebbero stimolato il ruolo attivo dello Stato, tra cui la comparsa del riformismo (anche a causa della “paura” indotta dagli eventi russi del 1917), il primo conflitto mondiale come vettore di una radicale nazionalizzazione delle esistenze, la rivoluzione sociologica e morale mediata dalla diffusione dell’idea del debito sociale. Il terzo momento del saggio (parti IV e V) guarda, infine, al “grande rovesciamento” prodottosi nell’ultimo trentennio – complice anche il cambiamento dei fattori di produzione e delle forme del lavoro – con la delegittimazione delle istituzioni solidaristiche e del sistema fiscale, e con la metamorfosi della preponderante lezione individualista. Vengono analizzati, con felice acutezza, la retorica del merito e dell’uguaglianza radicale delle opportunità, traguardati nel contesto della società della concorrenza generalizzata e del rischio, così, che si consacri, di fatto, un mondo ordinato in senso fortemente gerarchico. È così che Rosanvallon passa ad opporre un “primo schema” per la teorizzazione di una innovativa dottrina dell’uguaglianza-relazione, che non intende disfarsi dell’individualismo contemporaneo e che, anzi, si premura di valorizzarlo per ritrovare il perduto spirito dell’uguaglianza. Al criterio della similarità, quindi, l’Autore sostituisce quello della singolarità, temperato, però, dal principio di reciprocità e dall’imperativo della comunalità. Sotto l’ombrello di queste parole d’ordine Rosanvallon discute di discriminazione, di politiche di genere, di beni relazionali e di uguaglianza di coinvolgimento, pronunciandosi per l’abbandono del modello del cittadino-proprietario a favore di una versione più socializzante della cittadinanza.

Diversamente da quanto ipotizzato da Corrado Ocone nella sua pur incisiva prefazione, non pare possibile concludere che Rosanvallon abbracci le “posizioni del socialismo e persino di un soft comunitarismo”. Se ciò è vero, quanto meno si deve avere l’accortezza di ricordare che quei termini non richiamano, per Rosanvallon, ciò che normalmente identificano nell’immaginario più scontato. L’impressione, piuttosto, è che questo intelligente professore del Collège de France abbia tentato, con sforzo meritorio, di conciliare i segni distintivi della più attuale ed epidermica contemporaneità con la forza e con la dinamica morali del 1789, postulati ancora come risorse mai più ritrattabili. A chi scrive il libro di Rosanvallon sembra incarnare, semplicemente, la guida meditata per una verosimile ed auspicabile reinterpretazione riformista della realtà che ci circonda. Anche se la pars construens del ragionamento è ancora un po’ troppo vaga, simbolica e programmatica (il richiamo finale ad una rinazionalizzazione della democrazia è troppo stringato per acquistare un senso coerente con tutto ciò che lo ha preceduto), è opportuno rimarcare, in tutta la trattazione, un fil rouge notevole, che si dipana in due direttrici. La prima è quella che si risolve nel memento, talvolta esplicito, quasi sempre implicito, che la lotta per uguaglianza è vitale per la democrazia nella misura in cui ne incarna il veicolo dell’altrettanto vitale necessità del conflitto: volervi porre fine equivale invariabilmente ad agevolare pericolosi disegni di identificazione e di rigetto. Oltre a ciò, nel modo con cui Rosanvallon lascia esprimere e spiegarsi le tante letture che evoca nella sua lunga dissertazione, si intravede la valenza determinante, per le questioni dell’uguaglianza, e pertanto anche per quelle della democrazia, dell’immaginario collettivo e della proiezione di sé, nella società di appartenenza e nel mondo. Anche le procedure (quelle elettorali, ma pure quelle decisionali) non possono essere estranee a questa cornice. E le politiche sociali, del lavoro come dell’istruzione, sono funzionali proprio alla capacitazione effettiva dell’individuo, affinché, cioè, possa essere e sentirsi parte attiva e positiva della comunità. Dunque non si tratta, soltanto, di costi cui corrispondono diritti tanto fondamentali quanto condizionati; si tratta di azioni continuativamente costituenti della stessa forma sociale, visto che, per tramite di una parziale de-individualizzazione, rendono potenzialmente accessibile un certo e basilare grado di civismo, motore, a sua volta, di un più sano individualismo. Il punto non è banale. Bisogna sottolineare, infine, l’altra ricchezza di questo testo: che risiede nell’efficace e poderoso esercizio di storia delle idee che il tema dell’uguaglianza dischiude pagina dopo pagina. Ci si sente a diretto colloquio con molti grandi: da Sieyès a Tocqueville, da Adam Smith a Rousseau, da Guizot a Blanc, da Cabet a Proudhon, da Bourgeais a Jünger, da Rawls a Dworkin, da Barthes alla Nussbaum. Sono conversazioni che nell’attuale saggistica non si ha modo di praticare con analogo piacere e con altrettanta soddisfazione. 

Interviste all’Autore (di Sylvain Bourmeau, di Fabio Gambaro)

Recensioni (di Massimilano Panarari, Anna Hollendung, Daniel Bel-Ami, Anais Camus)

La lettura di Stefano Rodotà

Quale politica nell’età dell’estrema ineguaglianza (di Pierre Rosanvallon)

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Ieri Linkiesta.it ha pubblicato un racconto di Jack London. Non l’ho ancora letto, in verità. Ero impegnato a finire La pelle dell’orso, che comincia con un tono da vecchia storia di montagna e termina, però, con immagini degne del grande cantore del Klondike e della forza severa della natura. Non sono molte pagine, pertanto decido di onorare subito il regalo ricevuto. Con buona soddisfazione. Ora, da qualche parte, in rete, vedo che Matteo Righetto è definito come il più americano dei nostri scrittori. Forse è vero. Le buie foreste e le mitiche vette dolomitiche che fanno da scenario a questo breve romanzo non profumano solo di Rigoni Stern o di Buzzati; c’è anche un pizzico del miglior Lansdale, quello de In fondo alla palude. Alla tipica novella invernale, da stufa e tisana calda, si accompagna uno spunto epico, che, anziché falsare il contesto, attribuisce alla scrittura una tinta decisamente vera e i ritmi di una sceneggiatura potenzialmente assai efficace.

L’azione si svolge nell’ottobre del 1963, nel bel mezzo della terra ladina. Il protagonista è il giovanissimo Domenico, che vive nel piccolo borgo di Colle Santa Lucia e viene coinvolto dal padre Pietro in una pericolosa caccia all’orso. Pietro è animato da un’insopprimibile voglia di riscatto; il figlio spera che, dopo la scomparsa prematura della madre, l’avventura lo possa finalmente legare al padre, divenuto scontroso e violento. E così accade, visto che la ricerca dell’enorme e diabolico plantigrade li affiata. Domenico scopre cose che non sapeva e si commuove, Pietro si comporta da vero padre e gli fa conoscere anche l’eccentrica e anziana figura di Pepi Zelger. Finché non arriva il momento che durante la caccia si fa lentamente attendere: lo scontro con la furia del terribile e grande carnivoro. Quello che succede da questo momento in poi è la parte americana del libro, tutta da scoprire, e senza che vi sia un epilogo lieto. Anche i giorni – le date – in cui i fatti si verificano acquistano all’improvviso un significato fondamentale. Domenico, così, si ritroverà immediatamente adulto, provato e sgomento, di fronte alla durezza della natura e di un destino tristissimo, certo, ma ancor più solo, scosso e disperato per la testarda stupidità degli uomini.

Si potrà dire che il libro è un po’ furbo, visto che gioca con le emozioni semplici e fortissime che solo alcuni eventi sono in grado di comunicare. Tuttavia bisogna anche riconoscere che siamo spesso assuefatti alle invenzioni più ricercate e che la grande letteratura non sta solo nel registro più difficile. Inoltre l’Autore è riuscito, simultaneamente, in tante e diverse cose: rievocare un mondo popolare affascinante e forse scomparso; descrivere colori, odori e suoni del bosco in modo particolarmente evocativo; collegare la favola alla storia, sulle orme di una tradizione italiana di tutto rispetto; sovrapporre la narrazione di un classico momento iniziatico alla rievocazione di un fatto collettivo tanto drammatico quanto decisivo per la formazione di un’intera identità territoriale. Non è poco.

Recensione (di Ferdinando Camon, di Paolo Perazzolo, di Roberto Alfatti Appetiti)

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Dopo il fortunatissimo intermezzo de Se ti abbraccio non aver paura, Fulvio Ervas torna al suo amato commissario Stucky, della Questura di Treviso. L’avvio della lettura è direttamente in compagnia del morto, con un’anticipazione di ciò che dovrà accadere nel corso della storia e con l’entrata in scena del comandante Latinski. Stucky lo incontrerà in Croazia durante una vacanza sull’Adriatico, in un campeggio di naturisti. E lo sbirro è tale anche quando vorrebbe concedersi un meritato riposo estivo: così Stucky comincerà ad indagare, in parallelo con il collega della polizia croata, e vedrà anche un’altra vittima, fino all’epilogo in una piccola isola della Dalmazia. Come sempre, le vicende del commissario trevigiano sono alternate alla voce narrante del protagonista negativo, un pescatore chioggiotto di fede dannunziana, che in questo caso, però, pur essendo a capo di un’impresa dichiaratamente criminale, apparire quasi simpatico. Il marcio, infatti, si nasconderà anche altrove e Stucky, pure vittorioso, ne uscirà un po’ malconcio, ma con una inattesa e fascinosa conquista.

La trama è semplice e accattivante. E poi, come succede in tutti i romanzi di Ervas, ci sono sempre un bel po’ di temi sociali sullo sfondo, dalla crisi economica alla corruzione. La parte migliore del libro, tuttavia, viene prima, ossia subito dopo l’anticipazione che apre il volume e fino a p. 82. Perché Ervas non vuole perdere l’occasione di presentare Stucky nel suo ambiente, quello che nell’ultima avventura è destinato a restare un po’ da parte. Compaiono Sandra e Veronica, le sorelle di vicolo Dotti, estroverse ed irriducibili vicine di casa del nostro eroe; c’è la compagna, Elena, con il suo eccentrico figlio, Michelangelo; fanno capolino pure Spreafico e Landrulli, i due scalcagnati agenti della Questura; non manca il saggio e pacato Cyrus, lo zio iraniano che vende tappeti in centro a Treviso; e infine c’è anche il cane Argo, detto il salsiccio, che d’ora in poi diventa inseparabile scudiero di Stucky e primo interlocutore della sua frequente “Antimama!”, l’esclamazione con cui il commissario cerca di esorcizzare tutto ciò che gli accade. Le ho lette tutte, finora, le Stucky’s Tales, sin da Commesse di Treviso. È il mondo di Stucky: che in ogni episodio non tradisce, che suscita sorrisi e complicità, che produce un certo senso di identificazione; con la personalità, e l’umanità, di questo strano poliziotto, ma anche con i tanti spunti di leggerezza, gusto, amore e natura con cui l’Autore vuole pervicacemente adescarci.

Recensioni (di Mario Baudino e di Sara Salin)

Una breve intervista all’Autore

Scrittori per un anno: Fulvio Ervas (da letteratura.rai.it)

Fulvio Ervas e il Commissario Stucky (da reteuno.rsi.ch)

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Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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Nella Premessa a questo libro si ricordano velocemente alcuni nomi: Piovene, Soldati, Comisso. Maestri, tutti, del viaggio in Italia, quasi un genere letterario a sé stante. Anche quello di Claudio Giunta, in effetti, è un itinerario nel Belpaese, ma il proposito e lo stile non coincidono con quelli degli illustri antenati, che del resto l’Autore, pur con ammirazione, cita in modo pressoché rituale. L’Italia c’entra sempre, questo è certo. Ma per Una sterminata domenica – che mutua il suo titolo da un verso di una poesia di Vittorio Sereni – il raffronto più evocativo può essere con l’Umberto Eco di Diario minimo (il primo e il secondo). Il tour, cioè, non è solo nei luoghi o nella gente; è soprattutto nel costume, nella società. Sono carotaggi, che, senza rinunciare ad uno sguardo sempre divertito e sincero, snidano le cifre più autentiche di alcuni dei momenti più notevoli dell’italianità in progress, di un universo di esperienze, miti, presenze e memorie, anche personali, che vanno dagli Anni “Anta” agli anni Zero. Il paragone con Eco, però, finisce qui: perché l’intelligenza e l’erudizione di Claudio Giunta non sono mai maniacali o irritanti. il sorriso, infatti, finisce sempre per conquistare il lettore.        

C’è ironia, vera, sin dal primo pezzo, dedicato a Comunione e Liberazione, e giocato abilmente nell’equilibrio tra un meticoloso resoconto di una visita al famoso meeting annuale di Rimini e l’accurata e spietata analisi dell’antropologia e della retorica dell’amicizia che anima il movimento. È un’ironia, però, che non ha solo una funzione dissacrante. Consente un distacco, una sospensione che alimenta, di sponda, l’osservazione acuta, profonda, e che, se del caso, può scomodare, ma in modo illuminante, la Arendt, Schopenhauer o Malinowski. Avviene così, e allora con suggestioni leopardiane, quando si ricorda l’impatto emotivo generato nel 2010 dalle ben famigerate nubi del vulcano islandese Eyjafjöll. Ma è così anche quando si racconta della spedizione culturale italiana alla fiera di Guadalajara. E lo stesso accade con Scene di lotta di classe a Panarea, in un assemblaggio che sembra nato dall’improvviso incrocio simbiotico tra la penna di Flaiano e l’obiettivo del Lucignolo di Italia 1. Un’altro elemento interessante, nel volume, è l’applicazione costante – e felice – di una misurata attenzione filologica, che per l’Autore riesce naturale, essendo il suo mestiere. Fantozzi, Elio e le Storie Tese e Matteo Renzi diventano soggetti da interpretare meticolosamente, con un linguaggio che, però, non abbandona mai il faceto, anche quando arriva a risultati serissimi. Il rigore di questi saggi, dunque, ci guarda in modo sornione, pure nei casi in cui assume obiettivi polemici o toni di condivisibile passione civile e culturale (ad esempio ne Il significato di Luciano Moggi o in Certe biblioteche). È, in definitiva, una posa quasi malinconica, dolce, che nell’inatteso incontro con Bob Morse, cestista del Varese pigliatutto del 1980, quasi si confessa, e che, tuttavia, apprendiamo costituire il prodotto finale di un esercizio niente affatto episodico, quasi quotidiano, maturato all’ascolto di quella “magnifica cosa pop” che è Radio Deejay.      

Se si può provare a sintetizzare il carattere più consistente della proposta sentimentale di Claudio Giunta, questo si materializza tutto in una sorta di nostalgia della crescita, e quindi della creatività e delle sue stesse evoluzioni (v. l’ultimo saggio), che non sono solo personali o generazionali, e che sotto traccia ci si auspica nuovamente anche per il futuro del Paese. La cosa notevole è che, con questo libro, impariamo a capire che le risorse cui si può validamente attingere per ogni predicabile e realistica ripresa sono quelle di un passato tutto sommato recente, fatto di cose talvolta vissute o anche solo bollate come fatue e marginali, eppure più dense di quanto non si pensi e, soprattutto, più oneste di tante altre.

Le prime pagine de… Anything goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini e Diventare Fantozzi

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