Un piccolo editore di Vittorio Veneto ripropone questo romanzo del 1932, opera ponderosa di una delle figure più interessanti del panorama letterario italiano di quegli anni. Gian Dauli (alias del vicentino Giuseppe Ugo Virginio Quarto Nalato) è stato noto e valente scrittore, ma si è distinto, soprattutto, come direttore editoriale (con la Modernissima e con Corbaccio) e come editore (con la Delta, la Dauliana, Aurora), traducendo e pubblicando le opere di grandi autori stranieri (Conrad, Chesterton, Celine, Stevenson, Schnitzler, London, solo per citarne alcuni; ma Dauli, solo per inciso, è anche il primo a portare in Italia alcune opere sudamericane e ad introdurre nell’organizzazione delle case editrici italiane una strategia ed un organigramma di tipo industriale).

“Gira la rua? La rua gira!”: questo ripeteva ossessivamente un compagno di classe, un po’ suonato, di Giovannino Penta, cinico, ambiguo e sfortunato protagonista di questo libro. Infatti la vita gira, sempre, come la ruota, con esiti imprevedibili, e la famiglia Penta, stirpe benestante di contadini fattisi borghesi, viene puntualmente travolta da un feroce destino di multiple e recidive sconfitte e di inevitabili degradazioni personali, che del resto conducono anche Giovannino allo sbando e poi alla morte. È proprio questo smaliziato e debosciato anti-eroe a ripercorrere, peraltro consapevolmente, tutti gli stadi di una vera e propria epopea di disgrazie familiari e sociali, di fallimenti, sperperi, incesti, adulteri e violenze. A leggere il romanzo – che attinge largamente a ricordi personali e che non manca, quindi, di offrire un verace ritratto della realtà vicentina a cavallo tra Ottocento e Nocevento – non ci si stupisce affatto che Dauli avesse familiarizzato con Federigo Tozzi: vi si riscontra la stessa attenzione, quasi morbosa, per le psicologie più corrotte e decadenti, e per un’ambientazione che cerca di essere il più possibile realista.

Nelle prime pagine del romanzo – che permettono a Gian Dauli (v. qui a lato) di ricorrere al tradizionalissimo artificio del manoscritto ritrovato – si descrive bene questo lunghissimo racconto: “la storia degli ultimi cinquant’anni della borghesia barcollante tra lo scetticismo, il materialismo e il sensualismo; la storia dell’epoca turbata dalle macchine, travolta dalla velocità, stroncata dalla guerra” (p. 23). Ma c’è anche dell’altro, e non lo si può soltanto sintetizzare nel tema trasversale – onnipresente nella narrazione e nei gesti ripetuti delle principali figure che la animano – del degrado morale e sessuale. Questa insistenza si deve ad una sensibilità intellettuale particolarmente diffusa nell’Italia di allora, e in parte è anche riconducibile alle illusioni positiviste da cui lo stesso Nalato era stato fortemente impressionato.

La Rua, in verità, è ancora interessante perché parla anche oggi, forse con una sincerità che per certi versi ci potrebbe risultare addirittura disarmante. Anche oggi, purtroppo, assistiamo al ripetersi – al ri-girare – di una storia di generazioni che, in un Paese che è stato capace di oculati risparmi, di incrollabile tenacia, di forte crescita e di fruttuosa intraprendenza, pare non siano in grado, ancora una volta, di alternarsi in modo armonico e di passarsi il testimone giusto. Riesce difficile ritrovare la solidità e l’operosità dei nostri nonni; la ruota di ambizioni troppo facili o di miraggi esclusivamente di superficie ci espone costantemente al rischio di cadute rovinose e irrimediabili. Nulla è scritto, però; e la vita di Giovannino Penta è un monito che non possiamo più dimenticare.

Una recensione (di Cesare De Michelis) NB: di fatto è anche la Presentazione del libro…

L’Autore nel Dizionario Biografico Treccani

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Sergio Campailla è da anni il curatore, per Adelphi, dell’opera omnia di Carlo Michelstaedter (1887-1910), una delle figure più tragiche della filosofia italiana del Novecento. Il giovane pensatore goriziano, infatti, è morto suicida all’indomani della conclusione della sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, che ne rappresenta il più noto e tormentato lascito intellettuale. Ne Il segreto di Nadia B. – che reca come sottotitolo la precisazione “La musa di Michelstaedter tra scandalo e tragedia” – il bravo e attento studioso dell’Università di Roma Tre torna, con piglio di vero scrittore, su alcuni dettagli della biografia del Suo Autore per ricavarne un’inchiesta avvincente, che si dipana tassello dopo tassello e che lui stesso concepisce “come un romanzo russo”.

La missione di Campailla è molto chiara: ricostruire la fine altrettanto drammatica e la vita avventurosa di Nadia Baraden, fiamma indimenticabile ed indimenticata di Michelstaedter, mai ricambiato nel suo slancio. Ne emerge una figura così forte dall’aver condizionato in modo decisivo sia l’intensità del pensiero di Carlo, sia l’esito infausto della sua esperienza di uomo. Anche Nadia si è suicidata, pochi anni prima, nel centro di Firenze, avvelenandosi e sparandosi un colpo di rivoltella. E prima di compiere questo terribile gesto, Nadia ne ha comunicato l’intenzione anche a Carlo, con una brevissima, ma esplicita, lettera che, per Campailla, lo ha “in-ca-te-na-to” (p. 200) al suo destino.

Già sposata con una spia zarista (il Baraden che le dà il cognome), Nadia Haimowitch emerge dalle cronache del tempo come un’eccentrica studentessa della celebre Scuola del Nudo, una donna giovane e affascinante, di famiglia ebraica, con un passato insospettabile di rivoluzionaria e di condannata in Siberia e poi all’esilio. Ammirata dalla buona borghesia fiorentina e corteggiata dalla nobiltà locale, rappresenta un lato misterioso che l’Italia dell’inizio del Novecento ancora non può capire e che percepisce, anzi, come spazio dell’esotico o del nevrotico. Nadia, però, è l’eroina incompresa e proto-tipica di uno sconvolgimento politico che presto infiammerà tutta l’Europa e che ne rende la testimonianza un’icona della stessa persuasione che Michelstaedter ricercava come ideale assoluto. Per Campailla, in definitiva, Nadia è stata, per Michelstaedter, ciò che Lou Salomé è stata per Nietzsche. Capirci qualcosa di più non è, quindi, un affare trascurabile.

Il libro è una specie di congegno ad orologeria, il cui ticchettio cresce di intensità passo dopo passo. Ritagli di giornale e documenti recuperati in archivi pubblici e privati si mescolano ai ricordi del giovane studioso, ai primi sguardi, negli anni Settanta, tra le carte gelosamente custodite dalla sorella di Michelstaedter. Deduzioni e ricostruzioni puntuali si intrecciano, poi, a piccoli ma suggestivi schizzi sulla società dell’epoca e sui tanti ed inquietanti tabù che la percorrevano e di cui è stata vittima anche Nadia. Ma senza dubbio il merito del saggio è riportare attenzione attorno ad esperienze individuali irripetibili, che oggi, paradossalmente, ci appaiono come il più chiaro presagio delle inquietudini di un secolo intero.

L’Autore presenta il volume

Il sito dell’Autore

Una poesia di Michelstaedter su Nadia (da C. Michelstaedter, Poesie, Milano, Adelphi, 1987, p. 43):

Sibila il legno nel camino antico

e par che tristi rimembranze chiami

mentre filtra sottil pei suoi forami

vena di fumo.

O caminetto antico quanto è triste

che nella nera bozza tua rimanga

la legna che non arde e par che pianga

di desiderio,

ma dal profondo della sua poltrona

socchiusi gli occhi, il biondo capo chino

stese le mani al foco del camino

Nadia ride.

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Prima di riuscire ad apprezzare, il 2 gennaio, una leggera spruzzata di neve, il 30 dicembre, durante una breve passeggiata montana, sono stato sospinto in un’atmosfera tutta novembrina, complici  i sorprendenti “caldi” di questi giorni invernali di festa. Non c’era atmosfera più adatta per abbordare questo singolare libretto, le cui poesie sono in gran parte di ispirazione autunnale.

Il piccolo fascicolo è formalmente votato all’anonimato più assoluto e la quarta di copertina, autoironica e quasi farsesca, potrebbe anche farci pensare alla dimensione dello scherzo. Nonostante ciò, la poesia di questo Autore non scherza: c’è del mestiere, e ci sono anche immagini e filoni tradizionali e sperimentati, che dimostrano una particolare consapevolezza. Si può anche arrivare a dire di più: dei diciannove pezzi brevi che compongono la raccolta è difficile individuare quello meno riuscito degli altri. Che cosa importa, quindi, dell’identità di chi scrive?

Come si sarebbe detto in altri tempi, l’aura di questi componimenti è tutta pervasa da un clima di malinconia e di insoddisfazione, di stupore inappagato per una perfezione che è delle cose e che, tuttavia, nessun interprete umano può raggiungere. L’ambientazione autunnale non fa altro che enfatizzare questi sentimenti, anche se talvolta la combinazione tra la fascinazione assoluta per un ordine segreto e l’ambizione frustrata dell’artista si trasformano in rabbia determinata, in invettiva nei confronti dell’ineffabile ma aggrovigliata semplicità della terra. I pezzi su Dino Campana e Vincent Van Gogh rivelano che la pazzia può essere un canale privilegiato, un modo di assimilarsi integralmente e con successo, finalmente, alla sorprendente ed agghiacciante follia della natura. Alla fine, sono gli affetti, come sempre, a non tradire, a permettere un minimo conforto: un bacio rubato nel freddo e nel buio può dare il più grande e forse unico sollievo, e l’istintiva attenzione per i propri figli è il segno che almeno loro possono avere ancora l’illusione di capire e cambiare il mondo.

L’Editore

Due poesie scelte…

Odio madre natura, mi fa schifo.

Te, quel poco di sterco e qualche poesia

che riesci a produrre con grande fatica

li tieni da conto come fossero oro.

Lei abbonda di ogni tesoro

e lo spreca, lo butta.

Miliardi di pigne, conchiglie,

pietre bianche, rotonde, nere.

Fiori da riempire all’orlo

mille petroliere.

Li butta, la stolta. Ha le mani bucate,

l’orrenda mignotta, sfondate.

E il vento, le onde, non si fermano mai.

E le nevi perenni, la luce del sole,

e la notte e il giorno, la pioggia che cade.

Gli atomi eterni, un milione d’inverni.

I falchi, le balene, i ghiri,

l’acqua che bevi, l’aria che respiri.

——————————–

Il sole si abbassa,

si piega a leccare la strada.

La massa di foglie secche

è un cane senza padrone.

Non c’importa

il freddo dell’androne,

la porta nera di legno vecchio.

Fuori tutto scurisce, secca.

Tienimi stretto.

Sei l’unica nota intonata

nell’orribile stecca.

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Sia pur ambientata a Torino, capitale italiana dell’esoterismo, l’ultima produzione di Massimo Tallone non racconta certo una vicenda dark, e questo è un merito. Il fantasma è solo il punto d’avvio delle fantasie, fin troppo reali, dell’anziana governante Annetta, vera protagonista del libro, oltre che ininterrotta e simpatica voce narrante di un giallo di per sé abbastanza scolastico.

La storia, infatti, non è originalissima. Nella soffitta di un pittore defunto, poco apprezzato in vita, ma ora prossimo ad una stagione di successi postumi, ci sono strani rumori notturni. La domestica di Maria Doro, sorella dell’artista, ingaggia per suo conto il signor Piola, eccentrico antiquario, affinché scopra l’arcano; nel frattempo, il giovane Corrado, figlio di Maria, muore misteriosamente, cadendo proprio dalla scala che porta alla soffitta. Piola, dunque, architetta un piano per smascherare fantasma e assassino al contempo, dando così il via ad una serie di sviluppi forse un po’ scontati, e con un finale nel quale, come sempre, il colpevole è comunque “il maggiordomo”, ossia la figura apparentemente più innocua e insospettabile.

Però, come si anticipava, c’è Annetta, e questo ci basta: c’è il suo pratico buon senso sabaudo, c’è il suo solido realismo, ci sono le sue impagabili osservazioni-divagazioni da tipica portinaia di palazzo perbene, c’è il suo costante, nostalgico e amabile sguardo al marito Meo, taciturno compagno premorto e perdurante e tenero riferimento di tutta una vita. Annetta, poi, è l’emblema del carattere subalpino e, come tale, la portavoce ideale di alcune fondamentali istituzioni, come l’impareggiabile merenda sinòira.

Tallone, in fondo, è un ottimo disegnatore: anche con riguardo agli altri personaggi, dimostra una certa capacità compositiva, riesce, cioè, a delinearne i tratti in modo molto evocativo e compiuto, trascinando con essi, nell’intreccio, l’atmosfera o il milieu di cui dovrebbero essere l’archetipo. Peccato, tuttavia, per la trama, decisamente troppo “facile”. Si tratta, ad ogni modo, di un Autore rodato, che probabilmente merita ulteriori frequentazioni: visitare il catalogo della “premiata ditta” F.lli Frilli Editori per credere.

Intervista a Massimo Tallone (Salone del libro 2012)

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Questa raccolta di racconti – con un assaggio, verso la fine, di qualche poesia – è come un agrume composto da tanti spicchi, aspri e dolci al contempo. Non è un’antologia, ma una selezione di pezzi variamente connessi, quanto meno per il fatto che il loro protagonista è sempre Zachar, immagine dell’autore medesimo. Nella quarta di copertina, in effetti, si legge “romanzo fatto di frammenti”; e così è, quasi fosse un collage di momenti diversi, di estratti di una vita talvolta semplice, talvolta violenta, talvolta indecifrabile. In sostanza, è come se ci trovassimo di fronte a differenti fotogrammi del processo formativo e della personalità, anche più intima, dello stesso scrittore. Il quale, peraltro, si rivela ottimo e solido erede della grande tradizione russa.

Ciascuno dei nove racconti meriterebbe almeno un breve cenno. Il primo è la storia di un amore chimicamente immediato che arriva a farsi promessa di qualcosa di più grande, con due livelli di lettura e con le immagini, a quelli intrecciate, di un’altra storia e di un dolce e metaforico rapporto tra Zachar e alcuni cuccioli di cane. Il secondo racconto offre il titolo al libro, e ciò avviene correttamente, perché l’inquietudine acerba del giovane personaggio rappresenta efficacemente l’humus su cui sarà destinata a stendersi l’esperienza disorientante e fertilizzante della vita, quella, cioè, dei racconti successivi. Del resto, Karlsson e Demonio e gli altri sono proprio esempi di iniziazioni, all’umiltà, da un lato, e, dall’altro, alla coscienza dei rapporti sociali. Ruote, poi, è una storia di amicizia e di sentimenti autentici quanto ingenui, ma anche di finale e scioccante avvertimento sulla inevitabile necessità di diventare davvero uomini. Sei sigarette, eccetera segna le difficoltà del passaggio alla maturità, e Non succederà niente è la sintesi perfetta della precarietà fatalmente incombente che minaccia anche il raggiungimento delle felicità familiari, apparentemente più semplici ed elementari. Se Il quadrato bianco, infine, è un salto all’indietro, ossia all’infanzia e alla dimensione del gioco, esso è tale solo per ricordarci quanto la dimensione rassicurante dell’innocenza possa convivere con la precoce scoperta della sua insufficienza e della sua tragica incapacità di proteggerci fino in fondo. Il sergente, che chiude il volume e che ritrae Zachar sul fronte ceceno, non è soltanto un quadro dell’insensatezza della guerra o l’ultima e più dura conferma della condizione precaria di ogni uomo: è il bilancio smarrito di chi si è arruolato per trovare se stesso e si è, però, ri-trovato nella stessa irrequietezza e nella stessa nudità dell’adolescenza, privato, per giunta, dell’amor di Patria, eppure consapevole dell’esistenza una “russicità” perduta e di una sensibilità profonda che neanche la libertà dei paesi “più liberi” può restituire al suo popolo.

Accostato, talvolta, a Turgenev e a Dostoevskij, Prilepin, classe 1975, è un narratore spontaneo, istintivo, diretto, ma anche attento e suggestivo, senza essere tuttavia artificioso e, soprattutto, senza incorrere negli ormai tipici prodotti delle scuole di scrittura: che vogliono convincerci con la tecnica e che, difettando di una vera passio narrativa, non riescono più a riproporsi dopo la lettura dell’ultima pagina. Probabilmente, per Prilepin l’aggettivo giusto è autentico, perché si ha davvero l’impressione che ci voglia dire delle cose che ha vissuto e sentito realmente, e ciò perché ritiene che esse non gli appartengano esclusivamente e possano, invece, manifestare un disagio ed una nostalgia comuni, e (contemporaneamente) un’ebbrezza di natura collettiva, anche politica. Zachar, in sostanza, si vede come l’alter ego di un popolo e di una generazione che sempre ha cercato e sperato la libertà, ma che mai ha saputo accontentarsi di quella puramente esteriore e che, quindi, può ribellarsi in ogni tempo e in ogni modo a chi cerca di strumentalizzarne le aspirazioni. Una riflessione apparentemente estemporanea del sergente, nel racconto conclusivo, è la base di un vero manifesto: “la peggiore assenza di libertà è quando non puoi compiere facilmente la scelta più importante, non quando c’è poca indulgenza per capriccetti banali, che si riducono in genere al diritto di vestirsi in un certo modo, uscire la notte a ballare e poi non lavorare di giorno, o se proprio devi lavorare, fare qualcosa di strano, inutile e incomprensibile” (p. 215). Leggiamo Prilepin, dunque, per capire la Russia di oggi, i suoi tanti vuoti e lo spirito che in essa continua a confrontarsi e ad alimentare qualche residua ed amara speranza. E che, per giunta, potrebbe insegnare qualcosa anche a noi occidentali.

Un’intervista (da Liberazione)

Un’altra intervista (da Marcotropeaeditore)

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Un esperto giornalista – che è da tempo un instancabile viaggiatore, come provano i tanti reportage su Repubblica – propone una visione verticale dell’Europa, dall’estremo Nord di Kirkenes, in Norvegia, fino allo stretto del Bosforo, alle porte di Istanbul e del Mediterraneo. L’equipaggiamento è essenziale; l’idea è quella di muoversi, se possibile, soltanto con i mezzi pubblici. Disagi e contrattempi, infatti, non costituiscono necessariamente un problema, ma la chiave per incontri e scoperte altrimenti inaccessibili.

L’itinerario di Rumiz è il risultato di un’aspirazione di ricerca progettata quasi con ostinazione: è vero, la cortina di ferro non c’è più, ma il confine può essere ancora un elemento indispensabile; è per questo che occorre seguirne le tracce e gli spostamenti, e non c’è niente di meglio, per capire che cosa è stata e che cosa può essere oggi l’Europa, che “buttarsi” alle sue più tormentate estremità e percorrerne i contorni più frastagliati e desolati, più carichi di ogni più forte sensazione, naturale o artificiale che sia. È in questo tipo di intuizioni che si può saggiare il gusto, il senso e la profondità di un’eredità culturale che, nel centro del Continente, non è più disponibile, sommersa da un lifestyle sempre più uniforme ed omologante.

Negli appunti dello scrittorie triestino – aedo del meticciato culturale, per diritto di nascita orgogliosamente ribadito – curiosità e momenti salienti non mancano. Sono molto suggestive le descrizioni delle Penisola di Kola, della Carelia e degli uomini che la abitano, così come delle Isole Soloveckij e dell’intensa e primordiale religiosità ortodossa che pervade, anima e spiega lande ancora selvagge. Dopo il pezzo sulle Terre di mezzo (Estonia, Lituania e Lettonia), il capitolo migliore, probabilmente, è quello sulla “città di Kappa”, Kaliningrad. Anche molte immagini restano facilmente impresse, come quelle dei treni russi, popolosi universi che si muovono costanti ed inesorabili (bellissima la descrizione di una carrozza-tipo a p. 72).

Tuttavia, ciò che più colpisce è il modo con cui l’autore raccoglie le testimonianze, dirette o indirette, dell’immenso, diffuso e silenzioso lascito dell’ebraismo in una fascia territoriale incerta ed attraversata da un dinamismo storicamente instancabile e crudele, capace, tra pogrom, guerre, Shoah e persecuzioni staliniste, di travolgere e cancellare una magna pars del cuore europeo e dell’anima che l’ha fatto pulsare per secoli. “La memoria: ecco il tema chiave” (p. 120). Ecco, in definitiva, l’antidoto, per evitare anche oggi che ignoranza e vuoti nazionalismi riportino alla luce terribili reticolati di violenza e spingano l’Europa a superare confini che non vorrebbe mai più oltrepassare.

L’Autore a Fahrenheit (Radio3)

Da leggere (dello stesso Autore): La leggenda dei monti naviganti

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Talvolta accade che non si entri in libreria “a colpo sicuro” e che, originariamente convinti di acquistare comunque qualcosa nei confini di una certa materia o di un certo genere, si finisca per non trovare quella cosa ed afferrare il primo titolo capace di evocare una qualche suggestione positiva, giusto per evitare che la delusione abbia il sopravvento. Anche L’occhio di Galileo ha seguito questa sorte: la mano lo ha agguantato rapidamente, d’istinto, semplicemente perché il riferimento al grande scienziato ha risuscitato il piacere, fresco e leggero, ma non banale, di una lettura fatta qualche anno fa (si trattava de Le galline pavàne di Galileo di Gian Paolo Prandstraller).

Il libro dell’astrofisico Luminet, però, non ha come protagonista Galileo (che pure compare nella copertina). Il personaggio principale è Johannes Kepler (1571-1630), Giovanni Keplero, uno degli altri “Costruttori del cielo”, ossia uno dei grandi scienziati – oltre a Galileo e Keplero, anche Copernico, Tyco Brahe e Newton – cui l’Autore francese ha deciso di dedicare l’omonimo ciclo di profili biografici, ora in corso di traduzione italiana con il sostegno del Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche. La sorpresa non indispettisce, poiché, salvo qualche iniziale ed evidente difficoltà di “decollo” narrativo, questo gradevole romanzo storico tratteggia un affascinante ritratto del famoso mathematicus imperiale, della sua vita e del suo carattere, delle sue ricerche e delle sue opere, della sua famiglia e dei suoi diversi interlocutori politici. Può valere anche come un godibile ripasso di fisica e di geografia astronomica, tanto per ricordarsi, ad esempio, come e perché sono così importanti le leggi di Keplero, e quali siano le acquisizioni che esse hanno consentito rispetto alle tesi di Copernico, Brahe e Galileo.

La storia di Keplero è tutta abilmente orchestrata dallo scrittore francese. L’espediente di individuare l’io narrante nella figura di John Askew, un immaginario diplomatico inglese, consente di avere l’occasione per descrivere la cornice storica e di evidenziare come il progresso delle scienze sia sempre stato al centro di snodi e di interessi politici ed economici di primaria importanza, oltre che di grandi conflitti religiosi. Proprio a quest’ultimo riguardo, poi, è altrettanto riuscito il modo, indiretto ma insistito, con cui si cerca di raffigurare quali e quanti siano stati i condizionamenti che le autorità confessionali del tempo hanno potuto esprimere nei confronti del dialogo accademico e dei suoi maestri. Tuttavia, ciò che meglio può coinvolgere il lettore è la sovrapposizione costante tra le traversie familiari di Keplero (che, come Galileo, viveva davvero in tempi difficili…) e lo sviluppo di un itinerario spirituale mai domo: di sperimentazione, di confronto e di riflessione parimenti continui, di insolita tenacia intellettuale e morale, di vocazione pura e destinata a compiersi in un tenace disegno di studio, sempre ed ancora rinnovato, dalle “fondamenta” dei lavori giovanili all’ambiziosissima Harmonices Mundi, capace di spaziare sino alla musica.

È questo, d’altra parte, il precipitato della lettura: è l’idea che il metodo scientifico possa serbare sempre ed ancora grandissime scoperte, a condizione che si voglia raccogliere il “testimone”, che si voglia, cioè, seguire la passione, il rigore, la pazienza, ma anche la curiosità e la creatività che la ricerca richiede a tutti i suoi adepti. L’immagine che chiude il romanzo – quella di John Askew, che, dopo aver raccontato tutta la storia al piccolo Isaac Newton, gli regala il bastone che era di Keplero e, prima di lui, di Brahe – è molto di più che una mera invenzione letteraria.

Pillole di storia dell’astronomia

Un carteggio accademico tra ‘500 e ‘600…

Harmonices Mundi di Keplero

Jean-Pierre Luminet al Festival della Scienza

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Il noir di Gianni Mura non tradisce, anche se i suoi percorsi non sono per nulla usuali. Non lo erano stati neanche nel precedente Giallo su giallo, in cui aveva già fatto la sua comparsa l’originale commissario Magrite: un nome, una garanzia; ma anche una testimonianza sincera dell’amore che il noto giornalista ha sempre avuto per la Francia. In quella prima prova letteraria Mura aveva riversato tutta la sua passione per il ciclismo, per lo sport in generale e per la gastronomia: amori di cui ha sempre reso aperta confessione sulle pagine di Repubblica e nell’ambito della fortunata e deliziosa rubrica Mangia e bevi, curata assieme alla moglie Paola nel Venerdì.

La buona cucina è un filone presente anche in questa seconda avventura. Ma qui Magrite non indaga, è semplicemente in vacanza, alla ricerca di qualche momento di pace e di intimità con l’affascinante giudice Michelle Lapierre. Ischia, del resto, promette riposo e occasioni di confidenza. Ma una serie di eventi, quasi fossero raccolti dalla peggiore rassegna italiana di cronaca nera, colpisce l’immaginario del commissario e lo conduce, guidato dall’eccentrica figura di Peppe, un isolano ex galeotto, negli abissi di tanti (e troppi) delitti quotidiani.

L’Ischia di Mura, è facile accorgersene, è l’immagine del nostro Paese, contraddistinto da una bellezza unica ma anche da un clima di solitudine e di abbandono. È una sensazione di stranezza e di non-riconoscimento, che sorge naturale ogni qual volta si pensi ai reiterati malanni che colpiscono l’Italia e la “attardano” nel percorso che potrebbe portarla a condividere le sorti di tutte le nazioni civili. Le ferite di cui ci parla il racconto – quelle che, come sulla copertina, ne colorano di rosso, e senza infingimenti, tutta l’estensione – ci fanno davvero pensare alle fortissime contraddizioni e sofferenze dello Stivale, ed alla storica e reiterata povertà morale in cui finiscono sempre e tragicamente per risolversi.

Altrettanto drammatica, però, è la soluzione che il finale del romanzo sembra prefigurare, nella dialettica tra uno stupore tutto personale, che porta l’irriducibile scapolo Magrite a valorizzare i propri affetti, e un gesto disperato ed irrimediabile, quello di Peppe, che non può avere, sotto traccia, che un significato collettivo e che, tuttavia, pare troppo duro ed inaccettabile per rappresentare una via d’uscita. Forse, però, c’è un senso nascosto, che viene direttamente dall’animo dell’Autore, dal suo sentirsi straniero, come Magrite, in un’isola che non può che “coltivare” ed apprezzare soltanto saltuariamente, e dalla sua irrefrenabile voglia di continuare a descrivere le inestimabili ricchezze della terra e del cuore, siano o meno italiane.

Un omaggio a Gianni Mura (di Fabio Stassi)

Gianni Mura alle Grandi Lezioni di Giornalismo (intervista di Andrea Satta)

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Non si può certo dire che questo diario, opera di uno scrittore francese, sia un testo del tutto originale. I precedenti sono tanti ed autorevoli, e Walden di Thoreau spicca decisamente su tutti. Anche se ci sono pure Robinson Crusoe, Dersu Uzala, Walt Withman, Grey Owl… Ma non mancano Michele Strogoff, Varlam Salamov, Jünger, Nietzsche, Schopenhauer, Casanova; ed un alto numero di altri classici (pp. 30-32), come parte dell’equipaggiamento ideale di cui il perfetto eremita deve assolutamente dotarsi.

Nel bel mezzo dell’inverno siberiano, Tesson si isola in una capanna posta sulla riva dell’enorme lago Bajkal e vi passa un periodo lungo sei mesi (da febbraio a luglio), sperimentando il grande freddo, prima, e le altrettanto imponenti trasformazioni del disgelo, poi. Le sue giornate sono popolate da pensieri di diversa dimensione, da escursioni in alta quota o sessioni di pesca nel ghiaccio, dalle visite discrete di una cincia o dalle irruzioni tumultuose ma affettuose di pescatori, guardiacaccia od altra variopinta e indimenticabile umanità siberiana. Il risultato è una serie di memorie che oscillano tra la sceneggiatura documentaristica sulle suggestioni antropologiche e sociali che la taiga (e la Russia) di oggi può offrire all’osservatore continentale e la renaissance di un motivo, e di un sogno, letterario e filosofico, ormai innervato nel corpo multipolare di una certa e trasversale cultura (tutta moderna e tutta occidentale) di liberazione e di rivoluzione: “Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale. La risultante di queste conquiste conduce direttamente alla capanna” (p. 88).

Se si raffrontano i motivi che emergono in questo libro con quelli, parzialmente sovrapponibili, di altre e recenti letture (quali Pecoranera, La tigre o Sulla Transiberiana; ma v. anche l’ultimissima fatica di Mauro Buffa, sulla linea ferroviaria transmongolica), sono queste a riuscire in qualche modo vincitrici: nonostante Tesson abbia sicuramente vissuto un’esperienza reale, il suo racconto è sempre rarefatto e ricercato, come capita spesso a molti reportage d’Oltralpe. Tuttavia, se si assume un punto di vista assoluto, Nelle foreste siberiane è il testo migliore che si possa compulsare davanti ai primi fuochi del caminetto invernale, provando un concentrato di emozioni tanto note e decantate quanto (troppo) facilmente omologabili tra le mode di determinate stagioni intellettuali (e non soltanto metereologiche). Come si suol dire, però, una domanda sorge spontanea: è proprio un caso che, di questi tempi di crisi, il fiuto per la steppa tenda a trovare nuove ragioni di affermazione?

Una recensione (di Fulvio Ervas)

6 mois de cabane au Baikal (il documentario girato dall’Autore)

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In questo insolito thriller nordico la sfida cui allude l’enigma del titolo si sdoppia: scoprire le ragioni della morte di Gaston Lund, un famoso professore danese ritrovato morto in uno sperduto isolotto di un fiordo islandese; decifrare il rompicapo che alla fine dell’Ottocento un giovane studioso ha costruito prendendo spunto dal Codex Flateyensis, un corposo libro in pergamena composto tra il 1387 e il 1394, complessa raccolta di saghe che prende il nome dall’isola (Flatey) in cui si snoda la trama del romanzo.

Kjartan è un neo-avvocato che il prefetto del Breiðafjörður ha spedito a Flatey per alcuni rilevamenti di carattere fondiario. Ma ciò che deve risolvere non è una questione burocratica, bensì lo strano caso del cadavere del noto esperto straniero, ritrovato tra gli scogli di Ketilsey da una locale famiglia di pescatori. È un caso difficile: non è inaspettato solo per lui; lo è anche per la piccolissima comunità dell’isola, popolata, tuttavia, da figure carismatiche ed enigmatiche, come quella del sacrestano, Þormóður il Corvo. Sia pur spalleggiato da Grímur, ufficiale del distretto, e da Högni, maestro di scuola, Kjartan entra ben presto in difficoltà, e quando si scopre l’identità del defunto le cose peggiorano ed entrano in scena nuovi e ambigui personaggi, che “generano” ulteriori e drammatici eventi, e che mettono nei guai lo stesso Kjartan, con il suo oscuro passato, e Johanna, il medico del villaggio ma, al contempo, la figlia di un celebre collega del povero Gaston Lund: entrambi, infatti, erano tra i massimi esperti del Codex Flateyensis… A complicare le cose, del resto, c’è anche il segreto dell’enigma “letterario” prodotto sulla base delle saghe islandesi: anche di questo Kjartan capisce poco, ma, come avviene per il lettore, le rivelazioni progressive (paragrafo per paragrafo) delle 39 domande in cui si snoda l’arcano gli consentiranno, se non di risolvere gli altri misteri, di fare i conti con le dure esperienze della sua giovinezza, ritrovare se stesso e intravedere la possibilità di un futuro più solido e felice.

È un libro che, nonostante le apparenze, si dimostra particolarmente raffinato: è una sensazione che si prova spesso di fronte alla letteratura nordica contemporanea, ed anche in quella di genere; perché anche nei thriller scandinavi sono tante le cose originali, quindi un po’ lontane dai gusti più collaudati, continentali o anglosassoni che siano… e ciò è sempre e soltanto positivo. Questa volta il quid pluris del testo non si apprezza soltanto nell’abilità con cui l’Autore intreccia la duplice ricerca, quella investigativa e quella filologica. Il punto è che Ingólfsson torna alla durezza, alla bellezza e all’essenzialità del più tipico paesaggio islandese per ricordare – in primo luogo, certo, alla sua gente – che la relazione tra i grandi miti di una storia nazionale e il tempo presente è questione di equilibrio e di metabolizzazione, diremmo di maturazione. È un processo che non porta alla cancellazione o, viceversa, alla mitizzazione delle radici, ma ad esaltarne i valori forti e a nutrire gli animi di una comunità che deve affrontare lo smarrimento e le opportunità della società contemporanea, e che può farlo soltanto restando unita. Il pericolo maggiore, infatti, è l’autismo culturale, che genera fatalismo ed indifferenza: la semplice e naturale soluzione dell’enigma investigativo (per gli appassionati del giallo, forse, deludente) trova, così, una lineare spiegazione.

Uno sguardo nel Codex Flateyensis

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