Un esperto giornalista – che è da tempo un instancabile viaggiatore, come provano i tanti reportage su Repubblica – propone una visione verticale dell’Europa, dall’estremo Nord di Kirkenes, in Norvegia, fino allo stretto del Bosforo, alle porte di Istanbul e del Mediterraneo. L’equipaggiamento è essenziale; l’idea è quella di muoversi, se possibile, soltanto con i mezzi pubblici. Disagi e contrattempi, infatti, non costituiscono necessariamente un problema, ma la chiave per incontri e scoperte altrimenti inaccessibili.

L’itinerario di Rumiz è il risultato di un’aspirazione di ricerca progettata quasi con ostinazione: è vero, la cortina di ferro non c’è più, ma il confine può essere ancora un elemento indispensabile; è per questo che occorre seguirne le tracce e gli spostamenti, e non c’è niente di meglio, per capire che cosa è stata e che cosa può essere oggi l’Europa, che “buttarsi” alle sue più tormentate estremità e percorrerne i contorni più frastagliati e desolati, più carichi di ogni più forte sensazione, naturale o artificiale che sia. È in questo tipo di intuizioni che si può saggiare il gusto, il senso e la profondità di un’eredità culturale che, nel centro del Continente, non è più disponibile, sommersa da un lifestyle sempre più uniforme ed omologante.

Negli appunti dello scrittorie triestino – aedo del meticciato culturale, per diritto di nascita orgogliosamente ribadito – curiosità e momenti salienti non mancano. Sono molto suggestive le descrizioni delle Penisola di Kola, della Carelia e degli uomini che la abitano, così come delle Isole Soloveckij e dell’intensa e primordiale religiosità ortodossa che pervade, anima e spiega lande ancora selvagge. Dopo il pezzo sulle Terre di mezzo (Estonia, Lituania e Lettonia), il capitolo migliore, probabilmente, è quello sulla “città di Kappa”, Kaliningrad. Anche molte immagini restano facilmente impresse, come quelle dei treni russi, popolosi universi che si muovono costanti ed inesorabili (bellissima la descrizione di una carrozza-tipo a p. 72).

Tuttavia, ciò che più colpisce è il modo con cui l’autore raccoglie le testimonianze, dirette o indirette, dell’immenso, diffuso e silenzioso lascito dell’ebraismo in una fascia territoriale incerta ed attraversata da un dinamismo storicamente instancabile e crudele, capace, tra pogrom, guerre, Shoah e persecuzioni staliniste, di travolgere e cancellare una magna pars del cuore europeo e dell’anima che l’ha fatto pulsare per secoli. “La memoria: ecco il tema chiave” (p. 120). Ecco, in definitiva, l’antidoto, per evitare anche oggi che ignoranza e vuoti nazionalismi riportino alla luce terribili reticolati di violenza e spingano l’Europa a superare confini che non vorrebbe mai più oltrepassare.

L’Autore a Fahrenheit (Radio3)

Da leggere (dello stesso Autore): La leggenda dei monti naviganti

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