Imma Tataranni è un’intelligente e volitiva Pm del Tribunale di Matera, nota a molti lettori sin da Come piante tra i sassi. Il rumore dei tacchi ne preannuncia l’arrivo nei corridoi degli uffici giudiziari ed interrompe il vociare distratto dei colleghi e dei collaboratori. È ammirata, invidiata, temuta e talvolta anche odiata, specialmente da quando le sue indagini hanno messo sotto i riflettori gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, impegnate nelle estrazioni che avrebbero dovuto favorire lo sviluppo della Basilicata e che invece sono rimaste, per il territorio e per la società lucani, una sorta di dannoso corpo estraneo. Anche le insinuazioni di una ragazza riportano la Tataranni ad approfondire questo difficile campo d’indagine, specialmente quando proprio quella giovane viene ritrovata morta in un dirupo. Si tratta del suicidio cui è tragicamente giunta l’ennesima speranza frustrata del talento locale? Oppure c’è materia per smascherare un torbido intreccio di affari, sesso e politica?

Mariolina Venezia – che dopo i successi del Campiello 2007 (con la saga familiare Mille anni che sto qui) resta giustamente fedele alla lingua e alla cultura delle sue origini anche allorché si confronta con il genere poliziesco – costruisce un caso abbastanza semplice, forse prevedibile, ma per nulla mediocre. Imma Tataranni, innanzitutto, è una buona conferma. Il personaggio è ben riuscito, sempre tonico, colorito ed empatico al punto giusto. Ciò che può piacere, soprattutto, è il sovrapporsi, in questa singolare protagonista, di impegno istituzionale e vita privata: il meccanismo riesce perché non gioca artificiosamente sullo straordinario, ma sulla ordinaria difficoltà, per una donna, di conciliare pregiudizi professionali fin troppo atavici e la delicata condizione di mamma e di moglie. Unica trasgressione, ma solo potenziale, è quella dei sogni, talvolta anche ad occhi aperti, che la tenace Pm proietta sulla figura del brigadiere Calogiuri, con effetti che non possono che suscitare complicità e qualche sorriso sornione.

Risulta interessante, però, anche la soluzione dell’intrigo, che per larga parte pare affondare, o sprofondare, nel magma della malapolitica, della casta e dei suoi vizi, delle peggiori commistioni affaristiche e dei drammi familiari da rotocalco. In verità, al di là delle assonanze con molti e notissimi fatti di cronaca, ciò su cui l’Autrice vuole farci riflettere è l’esistenza di un mondo senza cornici, di un universo, cioè, di ambizioni e di rapporti senza limite, che non hanno alcun riferimento e che si nutrono della carne, del sangue e delle speranze della parte migliore della società. Anche nel giallo, dunque, possono veicolarsi stimoli preziosi: forse l’egoismo e la superficialità diffusi, di cui tanto ci stupiamo, non sono i caratteri di una sola generazione – che è sempre l’ultima arrivata, quella più giovane – ma si esprimono e vengono, anzi, coltivati ed esaltati in un’arena spietata in cui il ruolo di predatore è sempre riservato ad altri e più esperti attori, ben più consapevoli ed irresponsabili.

Un’intervista all’Autrice

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Ho scelto di leggere questo recentissimo libro di Moresco per tre ragioni: 1) L’incipit: “Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante”. È una tentazione che talvolta si fa strada anche nel mio animo; e anche il gruppo di case diroccate descritto nelle righe immediatamente successive corrisponde ad una suggestiva combinazione di due diversi luoghi cui penso spesso proprio come improbabili, e per questo perfette, sedi di rifugio. Perché non provare ad immergervisi sin d’ora? 2) La prosa di quest’Autore: ero rimasto ammaliato, ma anche travolto, da Canti del caos. Mi sono sempre chiesto come poter rivivere la stessa intensità, senza però correre il rischio di riuscirne completamente soverchiato. Ecco la soluzione: la dimensione molto più contenuta di quest’ultimo pezzo invita ad un’esperienza potenzialmente assai più proporzionata e non meno profonda. Perché, quindi, non dedicargli un pomeriggio? 3) Il titolo: nella sua semplicità ha evocato subito immagini familiari e riflessioni avvolgenti, ma anche un enigma da risolvere, un punto lontano da mettere a fuoco, un tema ricorrente e dominante che se ne sta sempre acceso e che richiama attenzione, silenzio e rispetto, ma anche un sorriso curioso; come quando ci si ritrova, da bambini e forse anche oggi, di fronte alle candele che stanno in chiesa di fronte ad un altare. Perché, allora, non capire come va a finire?

Pur sorretto da queste motivazioni – che per ogni comunissimo lettore appartengono al novero di quelle incrollabili – sono rimasto un po’ deluso. Il problema non è la linearità estrema della storia, che è tale soltanto per chi si accontenti di un’impressione totalmente superficiale: la storia, in sostanza, non è solo quella di un uomo che, nel buio di un luogo immerso nel bosco, vede una piccola luce all’orizzonte, cerca di capire quale ne sia fonte, scopre che si tratta di un misterioso bambino e si trova quasi affascinato dal contatto con il mistero della morte che gli si palesa allorché viene a sapere che quel bambino altro non è che un fantasma. La storia è tutta nel palco in cui si rappresenta, nell’abbraccio di una natura aggrovigliata e piena di vita e di domande che restano quasi sempre senza risposte; di una natura che, alla Lucrezio, solo l’immaginazione può sondare nel modo più corretto, così come è vero che anche l’esperienza umana vi è pienamente immersa e si nutre di nessi e di abissi razionalmente non spiegabili. L’ambiguità e il carattere allusivo, ma irrisolto, del finale proprio questo vogliono mettere in scena. Tutto ciò – l’effetto complessivo, intendo – è pienamente riuscito e degno, quindi, della più grande stima.

Eppure devo registrare che La lucina ha un grosso punto debole. Nonostante lo stile sia perfettamente adeguato alla materia e al senso che si vuole comunicare, ciò rischia di continuare ad ingenerare l’idea che Moresco sia solo “un grande maestro della scrittura”, come vuole ribadire anche la quarta di copertina (che peraltro si macchia anche del “crimine” di richiamare troppo facilmente Leopardi e il Piccolo principe: è vero che la tradizione letteraria, in Moresco, è il fondamento primo; ma l’uso pubblicitario di alcuni riferimenti, in questo caso, è troppo astuto ed ammiccante). Come si è detto, invece, c’è dell’altro in questo libro, e anche se al cospetto di una vicenda letteraria che non è più agli esordi e che si è ormai composta, anzi, di migliaia di pagine occorre riconoscere che l’Autore nutre ancora troppa fiducia nel potere seduttivo della parola. Il suo tema è molto più secco e cerebrale; non è il soggetto di un dipinto rinascimentale, è il frutto di un sofferto lavoro di incisione, con il quale il dialogo è sempre aperto, sempre immutato, sempre classico. Moresco è un autore antico: quando il verso seguirà il pensiero, potremo acclamarlo di tutto cuore.

Nota di lettura su La lucina (di Silvana Farina)

Una recensione (di Laurent Lombard)

L’Autore presenta la sua opera in libreria e a “Che tempo che fa”

Un’intervista radiofonica (di Rossana Maspero)

Antonio Moresco in dialogo con Walter Siti: parte 1, parte 2, parte 3 e parte 4

Un approfondimento su Moresco

Attualità di Moresco (di Luca Cristiano)

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È stato finalista al Premio Calvino 2012, con il titolo Lo stile del giorno, e come tale ha guadagnato la menzione speciale della giuria. Ora Bert e il Mago ha una nuova veste ed è disponibile alla curiosità di tutti i lettori, per l’editore Nutrimenti. Si tratta di 518 pagine di grande intensità, nelle quali le vite parallele di Bertolt Brecht e Thomas Mann si dipanano e si dimostrano, per una ricostruzione romanzata che, forse, è più verosimile di ogni altra ricerca storica sulla crisi di un’epoca intera e su due diverse esperienze di resistenza intellettuale e morale. L’avversione per il nazismo le accomuna, ma gli itinerari e i riferimenti ultimi sono del tutto differenti. Per Brecht è questione di denunciare e combattere un modello di società, quella stessa cultura borghese che per Mann, viceversa, rappresenta la culla, veneranda ed insieme terribile, della grandezza tedesca, e che avrebbe potuto e dovuto ergersi a vero presidio nei confronti dell’arroganza, dell’ignoranza e della barbarie, anziché alimentarne gli impliciti e falsi presupposti di superiorità morale e sociale. Di qui le due opposte reazioni all’ascesa di Hitler; di qui l’iniziale attendismo dell’autore de I Buddenbrook; di qui la tragica consapevolezza, maturata da questo durante l’esilio americano, sull’impossibilità di salvare il proprio popolo, per lui integralmente colpevole, e per il drammaturgo, invece, vittima di una classe corrotta e scellerata.

I passaggi più importanti del volume, forse, sono tre (anche se è difficile isolarne parti minori): la resa e la spiegazione delle idee sottese al teatro epico di Brecht (disseminate, per vero, in molte pagine: v., ad esempio, l’efficacissima sintesi a p. 155); il capitolo che porta il titolo originario del libro intero (Lo stile del giorno, pp. 315 ss.), nel quale assistiamo, nell’esperienza dell’esule, alla rappresentazione del nucleo fondamentale delle convinzioni intellettuali di Mann; l’intensa conversazione che Pasanisi immagina essersi svolta tra Mann e Brecht in un giardino di una villa californiana (Il confronto, pp. 351 ss.). Occorre ricordare, comunque, che quello di Pasanisi non ha il tenore di un saggio. I protagonisti interagiscono e dialogano, con i loro amici, con i loro cari, con i loro colleghi (scrittori, musicisti, poeti…). E allo stesso tempo soffrono, si inorgogliscono, vivono storie d’amore e passioni, grandi delusioni e altrettanto grandi paure. È magistrale il modo con cui l’Autore rende il rapporto così difficile tra Thomas Mann e il fratello Heinrich, o i figli, in particolare Erika e Klaus, che morirà suicida. Ma è davvero ineguagliabile anche il ritratto della sembianza estremamente viva ed inafferrabile di Brecht, della sua indipendenza totale, della sua irrefrenabile libertà affettiva e sessuale.

All’umanità, peraltro, Pasanisi – che forse tradisce, a conti fatti, una maggiore predilezione per la figura di Thomas Mann – accosta sempre un’attentissima e convincente ricostruzione della cifra letteraria e della statura complessiva dei due grandi maestri: di un magnifico e certosino artigiano della bella scrittura, capace, però, di intuire meglio di chiunque altro la seduzione e gli abissi di una tradizione romantica che per essere veramente immortale esige dai suoi interpreti una fortezza quasi insostenibile; ma anche di uno straordinario poeta, integralmente votato a fare dell’arte uno strumento concretamente rivoluzionario e a rendersi così interprete di un universo di valori che può dirsi appagante solo se reso oggetto di un’aspirazione continua ed instancabile. Così frapposti, a pensarci meglio, Bert e il Mago non sembrano realmente inconciliabili: è questo ciò che l’Autore voleva suggerire? L’immagine della copertina è l’indizio decisivo: la migliore testimonianza intellettuale e civile di un certo Novecento è una fusione di energie e di intenzioni che quasi mai si sono incontrate, di mondi che, in quanto divisi, non sono stati in grado di evitare un terribile naufragio.

Recensioni, di Massimo Mario e di Daniele Abbiati

Un’intervista all’Autore e un’auto-presentazione del libro (perché Thomas Mann e Bertolt Brecht?)

Thomas Mann raccontato da Marino Freschi

Bertolt Brecht raccontato da Max Raabe (auf deutsch!)

Il Mago e Bert on line: ThomasMann.de e International Brecht Society

L’ultima casa di Bertolt Brecht (di Davide Orecchio)

La nuova edizione di un capolavoro di Mann (di Pietro Citati)

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Chi non conosce la storia di Guglielmo Tell? Per gli smemorati, è la famosa vicenda di quel cacciatore svizzero che è costretto ad impegnarsi nella folle sfida di colpire con la sua balestra la mela posta sul capo del figlio: che fare? Ritirarsi, e cedere così al sopruso del potente che lo ha provocato in tal modo; o difendere l’onore, proprio e della propria gente, aggrappandosi alle sue innate capacità di tiratore? Questa storia, connotata dai lineamenti incerti che si addicono alla leggenda, è anche al centro del mito fondativo della Svizzera e della conquista della sua autonomia e della sua neutralità: il potente che sfida Tell, infatti, non è altro che un rappresentante dell’autorità imperiale degli Asburgo, e la vittoria del valligiano, che si rifiuta di omaggiarne pubblicamente le insegne e che per questo è spinto alla celebre prova, fissa un confine che per quell’autorità non sarà mai più valicabile. Si tratta, quindi, di una cosa seria, che per ogni svizzero assume tuttora un significato particolare.

Tuttavia, ecco irrompere il simpatico libretto di Max Frisch, che presenta il suo Guglielmo Tell e si misura nel genere originalissimo, se non unico, del racconto glossato, di una sequenza semiseria di tanti brevi capitoli che, alternati ad un cospicuo e gustoso apparato di note, riescono in un effetto tra il comico e lo straniante. È comico, questo Tell, perché è buffo, pigro e per nulla imperioso il suo antagonista, che peraltro è il personaggio principale della trama disegnata da Frisch e che viene ritratto, per così dire, sin dai primordi della sua avventura: ha un nome sempre incerto; non desidera altro che andarsene via al più presto; cerca di interloquire ed integragire con gli autoctoni, ricevendone spesso l’indifferenza e l’ostilità; si sente a disagio ed è preso in giro anche dai bambini, che lo scambiano per uno spiritello malvagio; se si propone qualcosa, poi, lo fa soltanto per ripristinare un po’ di legalità, di buon gusto e di correttezza. Allo stesso tempo, il Tell di Frisch è straniante: perché nelle note si apprende che, stando alle poche fonti realmente attendibili, le possibili variazioni del tema leggendario sono molte e che, forse, alla base delle rivendicazioni locali, non ci sono solo atti di nobile resistenza, ma anche aspirazioni puramente egoistiche o, semplicemente, la pervicace consuetudine ad una vita appartata e ad orizzonti spaziali e mentali completamente rigidi ed autoreferenziali. Inoltre, proprio sul più bello – proprio nel momento in cui si cerca di capire che cosa avrebbe scatenato l’incidente diplomatico ed accelerato il corso degli eventi – lo smaliziato romanziere arriva quasi al punto di combinare la comicità e lo straniamento, avvalorando l’idea che a dominare la scena sia stato soltanto un equivoco e che il povero balivo si sia trovato, suo malgrado, a doverne pagare l’indebita conseguenza.

Frisch riesce nell’impresa di “smontare” una gloria nazionale senza, con ciò, travolgerne del tutto l’importanza storica e senza, soprattutto, sminuirne l’originalità. Si può dire, anzi, che il puntuale apparato critico, se da un lato enfatizza gli ironici strali che il grande scrittore rivolge nei confronti di ogni retorica, dall’altro facilita la contestualizzazione più seria e il confronto più critico, nella prospettiva di chi tiene al passato, ma (preferibilmente) a quello più autentico e sincero. È un’opera “per la scuola”, in effetti: perché l’operazione di memoria che Frisch compie ha un chiaro intento culturale e pedagogico, alla ricerca di un’identità che non sia il frutto di stereotipate e comode rappresentazioni. Ma Guglielmo Tell per la scuola è anche un manifesto letterario, l’ottimo esemplare dei canoni teorizzati in Quadrato nero, per i quali la realtà più vera può solo essere inventata e l’immaginazione presenta chiavi di lettura che la ragione, da sola, non permette di azionare completamente. In questo testo, alla fine, l’Autore dell’indimenticabile Homo Faber sembra davvero molto vicino a Dürrenmatt e ci offre, così, un’altra buona occasione per conoscere meglio e per comprendere appieno quella profonda capacità decostruttiva che lo ha reso famoso e che non sorge esclusivamente da un esercizio estremamente analitico, ma sa trionfare specialmente quando esplode, nelle pieghe di un sorriso, da una considerazione del tutto onesta delle naturali debolezze degli uomini.

Il Max Frisch Archive

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Storpiando un adagio reso noto da un vecchio slogan pubblicitario, dovremmo sempre ripetere: “di noir francese ce n’è uno, come lui non c’è nessuno”. Onore al merito, dunque, ai libri di Varenne, grande esponente di un genere glorioso e di una scuola, quella d’Oltralpe, che da Héléna a Izzo ha generato una tradizione di grandi suggestioni e di grandi successi. Tuttavia, L’arena dei perdenti non convince come Sezione Suicidi, e ciò anche se si tratta di un libro più intimo e profondo, forse più importante, sia per l’Autore (che nella nota conclusiva rivela di essersi ispirato ai racconti del padre), sia per il panorama letterario francese (che torna a confrontarsi drammaticamente con i temi del colonialismo, della guerra d’Algeria, del reducismo che per lungo tempo si è incistato nei ranghi della società civile e della politica transalpine, condizionando esistenze individuali e mitologie collettive).

La storia ha due momenti. La prima parte è fatta del sovrapporsi di due vicende, apparentemente prive di collegamento. Da un lato – ci troviamo nel 2009 – assistiamo al processo di rapida degradazione e corruzione di un poliziotto boxeur, George Crozat, che dapprima cede alle lusinghe di un guadagno facile e si rende strumento di una ripetuta azione criminale, quindi ha un disperato sussulto d’orgoglio che, però, lo conduce quasi all’autodistruzione. Dall’altro siamo guidati nel passato dell’occupazione militare francese dell’Algeria, tra il 1957 e il 1959, e delle tante violenze che le forze speciali compiono nei confronti di tutti coloro che siano sospetti fiancheggiatori dei movimenti di liberazione nazionale: in questo quadro abbiamo modo di assistere all’esperienza, sempre degradante e durissima, cui il giovane Pascal Verini, di famiglia di stretta militanza comunista, viene sottoposto nel suo periodo di ferma presso uno dei molti campi di prigionia e di tortura.

C’è un punto di contatto tra George e Pascal, ed è la figura dell’algerino Rachid, alias Bendjema, che è, di fatto, il detonatore della seconda parte. L’anziano ribelle è uomo dalla duplice identità, il sopravvissuto di una guerra storica che, rimasto impigliato in una dolorosa sete di vendetta e di sopravvivenza al contempo, fa interagire i destini degli altri due personaggi e li conduce a rendersi strumento di una resa dei conti complessiva, che possa scacciare le paure del presente e i fantasmi del passato. Ciascuno a suo modo, nella finale concentrazione di sofferenza in cui si riconoscono, George e Pascal riescono a farsi strada nell’oscurità ed abbandonano Rachid-Bendjema all’unico ruolo che gli resta, quello del combattente ormai malato, che torna nel suo paese per morire dove già avrebbe potuto, dietro un sipario che ci rivela senza appello l’impossibilità di riportare all’indietro le lancette del tempo ormai perduto.

Il fatto che L’arena dei perdenti non risulti del tutto vincente (nonostante i tanti premi di cui è stato insignito) non lo si deve al titolo posticcio (l’originale è Fakirs). Forse è la mescolanza di profili sin troppo diversi a nuocere ad un romanzo che, in verità, ne racchiude due, quello di George, l’ottimo ed attuale interprete del più tipico e “dannato” poliziotto noir, e quello di Pascal, alter ego della figura paterna e di un’esperienza nazionale che non ha ancora superato i traumi di un colonialismo brutale. Il primo romanzo è pressoché perfetto, e la descrizione degli incontri di boxe cui si sottopone Crozat, quello con Gabin e quello con Esperanza, ricorda da vicino il passo narrativo di London, Hemingway e Mailer, supremi estimatori della nobile arte. Il secondo, invece, è troppo sentito, troppo personale, dai contorni troppo sbiaditi ed irrisolti, come se l’Autore lo avesse scritto con la vista offuscata da lacrime ancora troppo calde. Anche questo, comunque, è il noir, e l’onestà di scrittura di cui si dimostra capace Varenne vale pur sempre il prezzo di copertina.

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È da tempo che Adelphi sta ripubblicando le opere di Thomas Bernhard. Ma ogni nuova release, piccola o grande, è sempre un evento. L’impronta potente, tagliente e dissacrante del grande scrittore e drammaturgo austriaco vi è sempre riconoscibile, e naturalmente ciò consente al lettore di trarre grandi soddisfazioni. Tanto più in questa serie di quattro racconti (Goethe muore, Montaigne, Incontro, Andata a fuoco), che compendiano in forma di pillole di autentica letteratura buona parte della singolarissima esperienza bernhardiana e quindi dello stile, del tono e dei temi che la contraddistinguono.

Nel primo racconto – che nell’edizione originale palesa un’intenzione quasi sarcastica già nel suo titolo: uno “strascicato” Goethe schtirbt, anziché Goethe stirbt – Bernhard ridicolizza il grande poeta tedesco o, più precisamente, l’immagine dorata e stereotipata che di esso ha costruito la cultura popolare di lingua germanica. E così, in una dimensione temporale del tutto fantastica, lo ritrae morente, nell’atto di mobilitare e condizionare tutti i suoi più stretti adepti, e di esprimere loro un capriccio del tutto paradossale, quello di conoscere Wittgenstein. L’epilogo è tragicomico e distruttivo, poiché non solo il desiderio impossibile non potrà essere esaudito, ma si scopre che anche le ultime parole di Goethe non sono state quelle che la tradizione ha celebrato: il mito cede decisamente il passo alla coscienza di un’indifferenza davvero tombale. O di una condanna implacabile, che è quella che Bernhard non riserva soltanto al suo Paese ed alla volgarità che ne avrebbe travolto ogni autentica manifestazione intellettuale ed umana, fino all’incendio dell’esperienza nazista (così è, ad esempio, nell’ultimo racconto). Nel terzo e nel quarto racconto, infatti, il mirino di Bernhard è rivolto, come in altri casi, nei confronti dei genitori. Per i giovani protagonisti dei due brani l’unica speranza o è l’isolamento salutare nella serena meditazione filosofica della torre, in compagnia dei pensieri di Montaigne, o è un gesto, letteralmente bruciante, di liberazione da tutto ciò che può simbolicamente rappresentare l’ipocrisia di un’infanzia piccolo-borghese, “cresciuta” tra vuote ambizioni e una crudele disaffezione per tutto ciò che può essere un vero rapporto d’amore.

È sempre estremo Bernhard, già nell’insistenza ossessiva del suo periodare, in un apparente e continuo parlare solo verso se stesso, come se tutti i suoi personaggi fossero voci di un disorientante teatro delle marionette, mosse dalla stessa mano in un meccanismo del tutto autoreferenziale. Ma la follia che sembra animare quei personaggi, il più delle volte, non è la follia di determinati tipi umani o del loro stesso Autore; è un esercizio di razionalità assoluta, di sconvolgente lucidità autoanalitica, di un’emotività pensante che sembra follia soltanto perché, in verità, è la realtà che la circonda ad esserlo propriamente e a ribaltare su pochi, sfortunati e soli, l’immagine della degenerazione dei molti. È così che la voce di Bernhard si fa critica feroce nei confronti della società, delle finzioni che ne perpetuano gli idoli e della sua strutturale incapacità di elevarsi al di sopra di se stessa e, come tale, di comprendere realmente la ricchezza interiore di ciascun individuo e il tesoro di autenticità e di consapevolezza che la vera cultura può trasmettere. Questa voce, forse, è destinata ad essere sempre pertinente e ad infonderci un pessimismo cosciente e terribilmente convincente; eppure proprio questa voce è ciò che di più indispensabile si possa immaginare per preservare in ciascuno di noi una sia pur minima luce di confortante ragione

“Goethe schtirbt”: in lingua originale, in italiano, in inglese

Recensioni: di Goffredo Fofi, Luigi Forti, Riccardo De Gennaro, Paolo Mauri, Massimiliano Parente, Giorgio Montefoschi

Su Bernhard: Bernhardiana, Thomas Bernhard Gesellschaft, Thomas Bernhard in English

Un ricordo di Thomas Bernhard (di Daniele Benati)

Un’opera teatrale di Bernhard: Minetti. Ritratto di un artista da vecchio (produzione del Teatro stabile di Bolzano, 1983-1984)

Una classifica tutta personale: che cosa (e quanto) mi piace di Bernhard?

  1. Il soccombente (Adelphi)
  2. Correzione (Einaudi)
  3. Perturbamento (Adelphi)
  4. Antichi maestri (Adelphi)
  5. Gelo (Einaudi)
  6. Cemento (SE)
  7. Il nipote di Wittgenstein (Adelphi)
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Il vecchio Alfonso (“il Fonsèla”) sostiene di essere stato malmenato da ignoti, mentre stava rientrando a casa, a tarda notte, dopo una serata passata all’osteria. Il solerte brigadiere Cecchetto avvia le indagini alle prime luci dell’alba di una fredda mattina d’inverno, ma si accorge presto che gli abitanti della piccola frazione montana di Obra (“i jobreri”) sembrano essere già al corrente dell’accaduto, come se si trattasse di un fatto quasi scontato. Cecchetto, all’inizio, vuole andare a fondo, parla con i paesani e cerca di capirci qualcosa di più. Tuttavia, ben presto, complice il rigore di una incessante bufera di neve e le distrazioni delle grappe, dei caffè e dei bicchieri di vino che gli vengono offerti dalla schietta umanità locale, il brigadiere è costretto a restare barricato nella sua piccola caserma, che condivide con il giovane appuntato Masetti. Strani pensieri e strane sensazioni cominciano ad affacciarsi nella mente del Cecchetto, che talvolta vede piccole luci nell’oscurità e comincia a pensare che le storie sui lupi, raccontategli dal signor Broz, siano più di una fantasia popolare. Il tentativo di sentire nuovamente il vecchio Alfonso non va a buon fine: la neve è altissima e i due militi quasi rischiano di perdersi nel biancore gelato di una terribile tempesta notturna. Sicché, dopo aver trovato rifugio in chiesa, si torna in caserma, barricati e protetti da una nevicata che sembra non finire mai. Ad un certo punto, però, Masetti scompare e Cecchetto, rimasto solo, si immerge nel sonno e nelle inquietanti riflessioni suscitate dalla lettura di alcuni piccoli e vecchi libri…

In un tempo volutamente indefinito – forse è quello che, al di là delle vette di Folgaria, molti nonni ricorderebbero con un’espressione tanto approssimativa quanto perfetta: sti ani – Mario Martinelli colloca la sua fiaba, che, come tutti i racconti che emergono dalle tradizioni popolari, se da un lato ha una cornice spaziale del tutto reale (quella delle contrade in cui si articola Obra di Vallarsa, luogo di residenza dell’Autore stesso), dall’altro attinge al clima tipico delle vecchie leggende di montagna (e ai suoi più classici protagonisti, i lupi). Anche il finale rispetta il copione delle favole narrate sul bordo di coperte ben rimboccate: passi, rumori e scricchiolii, che lasciano ai timori del primo sonno e ai sogni più profondi un epilogo sempre nuovo e mai del tutto rassicurante. L’esperimento, tutto sommato, pare riuscito, soprattutto perché i significati di queste storie sono sempre reconditi e hanno a che fare, di solito, con le forme più ancestrali del rapporto tra gli uomini e la natura. Ed infatti Martinelli, che appartiene ad un singolare cenacolo di scrittori di quota, ha il merito di farci riflettere ancora su questa relazione, riuscendo, altresì, con un linguaggio semplice ma suggestivo, a sovrapporre un ricco patrimonio di credenze stratificate nei secoli a memorie di vite e di eventi molto più recenti, eppure capaci di segnare in modo indelebile il territorio e il suo equilibrio. Lo strano inverno del brigadiere invoglia a rileggere Il segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati e Morfologia della fiaba di Vladimir Propp: non è un risultato da sottovalutare.

Il Sito dell’Autore

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Con un titolo preso da un celeberrimo album dei Pink Floyd, e precisamente dall’ipnotica Brain Damage, compare sulla scena la prima indagine del commissario Ofelio Guerini, che però non ha nulla a che spartire con la musica degli anni Settanta, se non la collocazione temporale della storia in cui debutta. Ci troviamo, infatti, tra il 1972 e il 1973, in una Milano che si sta trasformando rapidamente e che è attraversata dall’agonismo politico delle lotte studentesche e degli scontri di strada tra movimenti rossi e gruppi neri. Eppure, il titolo di questo romanzo, in apparenza così strano e quasi posticcio, alla fine pare addirittura azzeccato, perché racconta di uno shock mentale e fisico, lo stesso che il suo protagonista deve affrontare.

Guerini ha ormai una certa età e, pur avendo combattuto per la Resistenza, non riconosce nella violenza che lo circonda un particolare significato storico. È ancora vicino agli ideali del suo vecchio partito, ma è forse è cambiato, come pare esserlo anche il partito, e sembra ormai evoluto in una dimensione piccolo-borghese, destinata a convivere con persistenti e silenziose inquietudini. Tuttavia, la morte di un anziano ed oscuro militante comunista, custode di un campo di baseball, attira la sua attenzione, e la ricerca della verità – un affare, per lui, sempre artigianale e domestico – lo mette ben presto a contatto, complice il caso, con figure terribili e spietate, di fronte alle quali rischia di perdere ogni certezza ed anche la sua stessa vita. Ecco, quindi, il dark side of the moon, che non è soltanto quella che si palesa nell’esistenza vuota e crudele del giovane neofascista Stefano Valle e del suo fedele “scherano” Cesare Amaranto, ma è anche quella che si nasconde nella rabbia irrefrenabile ed incontrollabile dell’anziano poliziotto. Si può continuare a “resistere” senza violenza? È proprio vero che tutto è cambiato? Ogni determinazione, anche quella più salda, è destinata a sperimentare confini drammaticamente labili.

Per coloro che abbiano apprezzato Giuseppe Genna – in particolare Nel nome di Ishmael o Catrame o Non toccare la pelle del drago o, ancora, Le testeIl lato oscuro della luna potrà dire poco, poiché con le storiacce e con le trame forti dell’ispettore Lopez questo libro ha in comune soltanto l’ambientazione milanese e il rincorrersi, peraltro riuscito, di strade, piazze, vicoli e palazzi, omaggio ad una metropoli che, in questo modo, prende facilmente le sembianze di un teatro perfetto. Neanche ai personaggi di Gianni Biondillo può accostarsi Guerini: da un lato, certo, la sua malinconia è anche quella dell’ispettore Ferraro; dall’altro, c’è qualcosa di ulteriormente irrisolto, che alla prima impressione di un’evidente stecca finisce per far prevalere la sensazione di una disarmonia ricercata con intelligenza, ma non ancora pienamente realizzata. Forse, nonostante la buonissima intuizione del cortocircuito psicologico in cui incorre Guerini, Goldstein Bolocan non è riuscito a scegliere: avrebbe potuto dare alla sua storia e al suo eroe una connotazione più decisa, e il materiale non mancava (dalle suggestioni sportive agli intrecci politici-partitici; dal tema culturale ed istituzionale a quello più schiettamente intimistico). In conclusione, il grasso e impacciato commissario è un po’ come il suo Autore: il mestiere non gli difetta, ma deve ancora fare i conti con il lato oscuro di una tensione narrativa che sta per sbocciare e che, allo stato, si fa nervosamente attendere.

Uno spezzone del libro da… La Gazzetta dello Sport!

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Originale e accattivante: sono questi i due pregi del romanzo di Ballestracci, che per qualche strana combinazione di intuizioni e di emozioni – non ultime quelle che suscita la foto in copertina, di Enrico Pandiani, altro “asso” di Instar Libri – non può che ricordare il bellissimo Tutto il ferro della torre Eiffel di Michele Mari; ciò, almeno, al lettore che si scopra meno incline alle mode del momento. Personaggi reali e spezzoni di storia e di vite effettivamente vissute si mescolano a trame variamente inventate, in intrecci e coincidenze sorprendenti quanto intelligenti.

Questa volta, però, i protagonisti non sono Bloch, Benjamin o Céline, e non agiscono soltanto nello spazio di una città “magica”. In questo caso, al centro di una scena che trascorre dall’Europa del 1938 all’Argentina degli anni Settanta e Ottanta si muovono indimenticati campioni sportivi, degli scacchi, del calcio, del ciclismo e del pugilato: da un mitico Gino Bartali a Ezi Willimoski, prolifica punta delle nazionali polacca e tedesca; da Matthias Sindelar, grande attaccante dell’Austria Vienna degli anni Trenta, al giovanissimo Diego Armando Maradona; da Carlos Monzón, uno dei più forti pesi medi della boxe, a Rodrigo Valdéz, suo tenace rivale. Le loro imprese fanno da sfondo e da contrappunto ad altre piccole e grandi vicende di valore e di resistenza, che sono, al contempo, testimonianza di amore e di passione incondizionata per lo sport, ma anche di sofferenza, di esilio e di persecuzione: a causa del dilagare del Nazismo, ma anche in ragione delle brutalità estreme dei rapimenti e delle torture messi in atto dai generali golpisti di Buenos Aires. Tra le righe, allora, compaiono e agiscono anche figure drammaticamente note e terribili: Adolf Eichmann, Martin Bormann, Klaus Barbie; così come Eduardo Acosta, Alfredo Astiz, Mario Alfredo Marcote.

Figura chiave di tutto il racconto è Casimiro Stablinski, prodotto diretto della penna, sempre curiosa, di Ballestracci. È il figlio del Leopoldo Stablinski che si incontra nelle prime pagine del libro e che si presenta, subito, come l’emblema dell’ebreo errante e, più in generale, di una porzione di umanità tragicamente predestinata a sperimentare continuativamente l’inesorabile follia della storia. Sarà proprio Casimiro, in tale destino, a fare da vittima, e la sua esperienza estrema gli consentirà la conquista di una dura consapevolezza, che, pur affascinata dalla logica della vendetta più feroce, si scioglierà nell’immaginazione di una giustizia tutta terrena e tutta incerta. In proposito, l’epilogo del romanzo è un vero capolavoro di pastiche storico-letterario, con le scene del processo Eichmann che trascolorano improvvisamente nei fotogrammi dei primi e recenti giudizi ai torturatori dei desaparecidos argentini: e qui troviamo Casimiro, che vi assiste assieme a Kaddish Poznan, felicissima incarnazione dell’omonimo protagonista de Il ministero dei casi speciali di Nathan Englander.

La storia balorda è una lettura altamente raccomandabile, non solo per il prezioso atto di memoria che l’Autore rende allo sport, alla letteratura e a tanti sconfitti del Novecento più drammatico. Il volume stupisce anche per le trovate ripetute e intense, diffuse a profusione nel corso della narrazione: la pagina su Paolo Rossi al mondiale del 1978, paragonato al coyote di Mark Twain, è semplicemente geniale; l’intermezzo su e con Osvaldo Soriano – l’autentica “musa” ispiratrice dell’Autore – è un meccanismo perfetto ed in sé compiuto; la sovrapposizione delle sfide calcistiche di Argentina ed Inghilterra con gli episodi della guerra delle Malvinas è epica pura ed azzeccata. Con Ballestracci, che è anche un quotato bluesman, basta soltanto avere un po’ di pazienza: abbandonarsi, cioè, al flusso degli eventi e delle tante e diverse epifanie del tempo che scorre. Attimi di vero piacere e momenti di profonda riflessione non solo possono coesistere; sono garantiti.

Le recensioni di Giovanni Pacchiano e di Giorgio Sbrissa

L’Autore si racconta

Il blog di Ballestracci

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Un po’ per prepararsi all’imminente centenario della Grande Guerra, un po’ per fare un viaggio suggestivo nelle radici della cultura e della popolazione della Pedemontana veneta, e un po’ per calarsi nelle sensazioni di un ragazzo curioso e spontaneo al cospetto delle tragiche tracce del conflitto e di una maturità che aspetta soltanto il momento opportuno per sbocciare completamente. Ecco: questi possono essere alcuni buoni motivi per leggere il bel libro di Paolo Malaguti.

L’ultima di queste ragioni rappresenta anche la cornice di senso capace di ordinare la felice sequenza di immagini e di ricordi in cui si risolvono tutti i brevi capitoli: dall’infanzia alle pendici di una montagna presto destinata a diventare teatro di scontri decisivi e sanguinosi all’adolescenza del primo amore e di una spensieratezza che, di fronte al duro lascito di morte e di smarrimento collettivo, pareva perduta e che, invece, conosce, al pari della natura, una nuova fioritura. Ciò che resta impresso, però, non è l’itinerario complessivo, che in fondo si muove sul cliché del racconto di formazione. Sono le sue tappe a colpire il lettore, i singoli e specifici riquadri in cui esse si risolvono, una per una, e nei quali è possibile attingere ad una sensibilità stilistica e compositiva particolarmente affinata.

Con una mescolanza linguistica che ricorda un altro ottimo precedente della stessa casa editrice e che si presta in modo particolare a stimolare empatia e a tradurre anche la vicinanza emotiva dell’Autore, l’io narrante disegna luoghi e figure indimenticabili, a volte terribili, a volte struggenti nella loro statura quasi poetica. È terribile, infatti, ma efficacissima, la descrizione di ciò che il giovane protagonista vede durante la sua precoce attività di recuperante sui campi di battaglia del Monte Grappa (pp. 75 ss.); allo stesso modo, è estremamente ficcante e delicata la rievocazione del vecchio Michele e di Moro Frun (pp. 89 ss.), numi tutelari di universi – uno tutto sociale, l’altro tutto naturale – che per secoli sono cresciuti in reciproca armonia e che la guerra ha improvvisamente separato. E poi c’è il tratto lieve e rarefatto, ed armonioso, con cui viene descritta la città di Bassano, la sua peculiare posizione storica e geografica, i suoi “riti”, il suo ruolo (nel caso, tutto letterario) di scenario ideale per la coltivazione dell’intelligenza del nostro eroe. A sprazzi, il romanzo può anche suscitare qualche istante di autentica commozione, soprattutto nelle parti in cui compare la figura paterna, la sua silenziosa testimonianza, la sua discreta sollecitudine.

Paolo Malaguti – cui si deve, recentemente, anche un grazioso Sillabario veneto – riesce nell’impresa di consegnarci un meccanismo quasi perfetto e di farlo, per di più, riportando alla luce uno dei momenti più sconvolgenti della storia nazionale ed europea. Le percezioni che l’interprete di questo libro avverte di fronte all’oscenità della montagna ferita dalla guerra sono sempre ed esattamente quelle che ancora oggi si può provare calpestando quel medesimo terreno e sperimentando un interrogativo che da allora in poi non può più smettere di tormentare la nostra coscienza (p. 80): «In quella prima mattina di contatto brutale e quasi ferino con la guerra, avvertivo tutto l’immenso e pericoloso fascino del baratro aperto di fronte a me. Pendevo incerto sull’orlo di una voragine che aveva inghiottito generazioni intere, e ora, miracolosamente, si era inceppata proprio mentre mi aggiravo sul suo labbro tumido di sangue giovane. Con quale diritto mi apprestavo a vivere, io? Quale sorte lungimirante, o cieca del tutto, mi aveva destinato al respiro e al sole, condannando invece quelle marionette, ossute e incerte nell’abbrancare spasmodiche il filo spinato arrugginito, all’umiliazione più nera, all’oblio più anonimo?».

Una recensione (di Gianni Giolo)

Il Monte Grappa nella controffensiva italiana dopo Caporetto

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