I primi due monologhi di questo piccolo libro (Ratatuja e L’antilingua) rappresentano in maniera molto efficace il conflitto tra la giocosa vitalità e nutriente corposità del veneto tradizionale, nelle sue parlate più diverse, e la soverchiante valanga del nostro barbaro dizionario quotidiano, tra acronimi, anglicismi vari e ritornelli da talk show. Il titolo del volume, così, si fa subito chiaro: è quasi un urlo, un grido di guerra, o anche un mantra, da opporre alle tante aggressioni, non solo linguistiche, che dobbiamo subire. E sia dunque, ra-ta-tu-ja! Ma la marea cui siamo esposti sembra davvero soverchiante. Maino allora le oppone la potente satira dei due pezzi successivi (Zaiazione finale e Crostolo). Uno è un viaggio surreale nell’omologazione imperante della gente veneta, ritratta in un’esilarante galleria di tipi umani, tutti diretti verso l’inarrestabile deriva finale: trasformarsi definitivamente nel nome e nel corpo di Luca Zaia, Governatore tanto Serenissimo quanto prototipo di un Veneto assai artificioso. Il testo successivo è la storia del naufragio giudiziario e della seguente trasfigurazione domiciliare di Giancarlo Galan, alias “Crostolo” (dal veneziano “galano”), maschera par excellence della società politica locale e nazionale. L’epilogo è così sconsolato che, anziché correre il rischio di affogare tra le maschere, anche Zacaria, marocchino d’origine e neocittadino italiano, vuole fuggire dal nostro paese. Il volume si chiude con Resnullius, intensa e tragica parodia dell’unica e dolorosa definizione possibile per una categoria, quella degli stranieri, in cui il Veneto, l’Italia e pure l’Europa non riescono malauguratamente a ritrovarsi, pur avendone un’occasione storica quasi salutare.

Nel Sillabario veneto di Paolo Malaguti si ricorda che ratatuja è parola che deriva “dal francese ratatouille, ossia pasticcio, piatto combinato con una miscellanea di ingredienti, per lo più vegetali”. La ratatuja che conosco io è proprio questa: un piatto di recupero che mio padre ha sempre fatto, il suo salva-pranzi più immaginifico e gustoso, per quanto apparentemente il più improbabile. È un buon esempio di quelle che si dicono radici: difenderle vuol dire anche lottare per le parole che le esprimono. E non c’è campo migliore per il tenace – e pugnace – autore di Cartongesso, che, come suggerisce il sottotitolo di questo nuovo libro, mette le “parole alla prova”, impegnandole, e impegnandosi, in autentici saggi di resistenza culturale. Da questo punto di vista, Ra-ta-tu-ja ci sembra la fabrica di un Autore che ha una fiducia estrema nella capacità catartica della parola e dei suoni in cui se ne articola la pronuncia: non a caso si tratta di testi che Maino sta facendo circolare anche in un Ratatour, uno spettacolo in cui la sua voce è alternata dai brani musicali degli Schrödinger’s Cat; ormai la salvezza di un paese del tutto anestetizzato può passare solo per un gesto ipnotico. Dei cinque monologhi, Zaiazione finale mi sembra il migliore: alla suggestione ritmica si aggiunge quella visuale, poiché per un attimo si riesce quasi ad intravedere l’immagine di un Leviatano farsesco (chi non ricorda la copertina del famoso testo di Hobbes?), composto dai corpi e dalle fisionomie delle figure che vi si sono integralmente immedesimate. Una nota conclusiva la merita la veste editoriale, raffinatissima nella carta come nel carattere e nelle illustrazioni d’arte di Franco Zabagli. D’altra parte, un’idea tanto nobile deve avere un corpus mechanicum all’altezza.

Una recensione (di Stefano Allievi)

Il sito dell’Autore

Il sito dell’Editore

Direttamente dal Ratatour: Resnullius recitato da Francesco Maino

Il Nuovo Sillabario Veneto di Paolo Malaguti

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Drago Furlan è un ispettore di provincia, in servizio a Cividale del Friuli. È da anni che non gli capita un caso di omicidio: le sue giornate trascorrono tranquille tra il tavolo dell’osteria da Tarcisio, il tavolo del suo vero ufficio e il tavolo di casa, imbandito sempre a puntino da mamma Vendramina. All’improvviso, però, un cadavere spunta fuori, da un vecchio pozzo di Montefosca, un paesino di montagna. A Furlan e al suo vice, il fido Moroder, tocca l’indagine, che si fa subito difficile, un po’ perché Drago non è proprio abituato e si lascia distrarre dalla quiete della sua terra, un po’ perché i pochi testimoni e i vaghi indizi indicano piste tra loro contraddittorie. O si tratta di un losco giro di vecchi pedofili; o c’è di mezzo qualche vecchia e terribile vicenda, che forse risale alla seconda guerra mondiale. Il morto, infatti, è un anziano tedesco, ucciso da una pallottola esplosa da una pistola molto diffusa sul fronte orientale e su quello italiano. Drago ha un certo intuito, e il suo cervello continua a macinare, ma di fatto è alle strette: così fa un viaggio a Monaco, litiga con la morosa, si dà al giardinaggio, fa lunghi giri in moto, arresta un usuraio, si prende anche una sbornia; ma non riesce proprio a trovare il bandolo della matassa. Ad un certo punto, tuttavia, una strana fortuna sembra volerlo soccorrere, anche se sarà solo la sua intelligenza, finalmente risvegliata del tutto, a chiarire ogni cosa.

Flavio Santi è un (ottimo) poeta prestato alla narrativa e questo libro è il suo primo giallo. Di questo colore, però, a dire il vero, nel romanzo c’è poco, tanto che il mistero da risolvere è che cosa ha indotto l’Autore a cimentarsi con una prova per lui del tutto inusuale. Il risultato, per certi versi, è piacevole; Furlan, soprattutto, è un personaggio riuscito. E, a lettura finita, viene anche voglia di conoscere meglio il Friuli e le sue tradizioni culinarie. Ma la storia è un po’ fragile e le digressioni di contesto si rivelano o troppo lunghe o poco utili. Probabilmente Santi ha bisogno di far circolare Furlan ancora un po’ e di fargli riprendere effettivamente il possesso di tutte le sue capacità investigative. Lo aspetteremo fiduciosi, alle prese con il prossimo barbecue domenicale e in compagnia del suo porcellino Tito (eh sì, proprio così…) e della sua fresca e genuina fidanzata (una vera e propria “Perla” del Nordest). Resta, comunque, una questione interessante. Perché a questo romanzo, in verità, gli ingredienti giusti non mancano: c’è un ispettore simpatico; c’è un territorio altrettanto ammiccante; e c’è un passato che forma ancora parte dolorosa della nostra memoria. La primavera tarda ad arrivare, tuttavia, è l’ultima manifestazione di una tendenza più ampia e ricorrente, che sembra spingere volutamente in prima linea prodotti narrativi di un certo tipo: anziché puntare sulla bontà del racconto e delle parole che lo esprimono – ciò richiederebbe, forse, troppa fiducia nella capacità di masticazione dei lettori? – si vuole suscitare subito empatia e immedesimazione; come se bastasse il fascino di un marchio slow food a garantire la sostanza del gusto… Come se, usando un’altra immagine, si utilizzasse il Montalbano televisivo per inventare quello letterario. Siamo certi che ci piacerebbe?

Recensioni (di Annamaria Trevale; di Paolo Medeossi; di Davide Brullo)

L’Autore racconta il suo romanzo

Un po’ di poesie di Flavio Santi (da leparoleelecose.it e da poetarumsilva.com)

I crimini di Avasinis: una ricostruzione e un piccolo documentario

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Terzo della “trilogia dello spazio”, che ha come protagonista il dottor Ransom, filologo di Cambridge, That Hideous Strenght sviluppa una trama che questa volta si svolge tutta sulla terra, in Inghilterra, nella piccola (e immaginaria) città universitaria di Edgestowe e nei suoi immediati dintorni. Le forze celesti, tuttavia, non stanno a guardare; e ciò perché il pericolo è grande. Infatti, con la complicità di alcuni professori “progressisti”, un fantomatico N.I.C.E. (National Institute for Co-ordinated Experiments) si sta per impadronire dell’antico bosco di Bragdon, proprietà del Bracton College. L’oscuro disegno, in principio, è quasi imperscrutabile e il giovane e ambizioso Mark Studdock, nuovo sociologo del Bracton, si lascia facilmente irretire nel quartier generale del N.I.C.E., nella vicina Belbury, dove si mette a disposizione di un eccentrico e misterioso gruppo di comando, capitanato dal vice-direttore Wither. Nel frattempo, però, Jane, la moglie di Studdock – che Wither vorrebbe a Belbury per poterne sfruttare le innate capacità predittive – trova ricovero a St. Anne, in una strana dimora, nella quale convergono, come a “corte”, tutti gli alleati di Ransom, ivi compreso un grande e docile orso chiamato Mr. Bultitude. Il filologo, reduce dai suoi viaggi interplanetari, è perfettamente cosciente della gravità della battaglia che si va preparando e dell’importanza della posta in gioco: il piano del N.I.C.E. è chiaro, c’è un’orribile e temibile forza che lo muove e che si propone di minacciare definitivamente quello che resta di un antico ordine naturale, muovendo da Edgestowe, instaurandovi un regime di polizia e trasformando tecnologicamente gli uomini in meri strumenti di una nuova religione scientista. Fortunatamente, l’alleato che il perfido Wither cerca nel bosco di Bragdon si risveglia prima di essere scoperto e si presenta, quasi provvidenzialmente, al cospetto di Ransom: dopo secoli di sonno, Merlino è tornato e, grazie alla sua intermediazione, la potenza di Maleldil si manifesterà con tutta la sua forza e non lascerà alcuno scampo ai suoi sventurati avversari.

Pubblicato nel 1945, e subito recensito da Orwell, questo romanzo offre un gradevolissimo spaccato della missione letteraria di Lewis: modernità, disincanto e fede nella scienza hanno convertito l’uomo e la sua visione del mondo, dandogli l’illusione di averlo consegnato a se stesso e per ciò solo liberato; ma la perdita di una prospettiva cosmologica può essere fatale e preludere al dominio irresponsabile di pulsioni tanto incontrollabili quanto apparentemente razionali. Occorre, dunque, tornare al mito, che può essere, in questa cornice, anche un fedele alleato della religione, nella comune finalità di rammentare all’uomo quanto la sua vita possa essere realmente apprezzata se non nella piena accettazione di un limite foriero di gioia e semplicità. In That Hideous Strenght – il cui sottotitolo spiega ogni cosa: “una favola per adulti” – il messaggio è quasi più efficace che nelle Cronache di Narnia; e forse, qui, addirittura, Lewis si rivela, per un attimo, più diretto di Tolkien e di molti altri Inklings. In primo luogo, infatti, ci sono passaggi, dal tenore scopertamente pedagogico, in cui la visione di Lewis si fa particolarmente esplicita, e non solo per gli insegnamenti di cui i personaggi si fanno testimoni, ma anche per il modo assai felice con cui questi se ne fanno portavoce dal punto di vista antropologico. In secondo luogo, è l’ironia a farla da padrone, in un susseguirsi di scene, talvolta esilaranti, nelle quali la pochezza – certamente spirituale, ma non solo… – dei cattivi e delle loro schiere viene messa totalmente alla berlina: come se l’Autore avesse voluto rappresentare, ridicolizzandola, l’estrema debolezza dei poteri cui l’umanità rischia di mettersi al servizio; poteri che sono, viceversa, tremendi solo per i danni che possono causare all’umanità stessa e alla terra che li ospita. Si può restare sorpresi dal tratto talvolta misogino e conservatore dell’universo lewisiano. E non è una mera impressione. Ciononostante il racconto dello scrittore britannico, gustoso e divertente come pochi, trasmette ancora intuizioni che fanno riflettere e che, anche a più di mezzo secolo di distanza, nascondono pillole di saggezza.

Recensioni (di Roberto Persico; di Gianfranco Franchi; di Andrea Monda)

Il romanzo in lingua originale

Un sito (italiano) tutto dedicato a Lewis

La CSLewis Foundation

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Si parte dalle poche e celebri foto del corpo morto di Walser, caduto nella neve durante una delle sue proverbiali passeggiate a Herisau, in Svizzera, non lontano dal manicomio in cui era ospitato. E poi si procede, a ritroso, dal capitolo 7, che è il primo, al capitolo 1, che è l’ultimo, alternando lo scavo sul grande scrittore con i frammenti di un percorso psicologico e di un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso Autore. È una sfida su più piani: interrogare lo scrittore svizzero, la sua follia, le sue opere e la sua traiettoria esistenziale, così originali e così apparentemente inestricabili; fare memoria di se stessi, dei momenti di sofferenza come di quelli di perfetta e assoluta concentrazione; tornare quindi a ritrovarsi, come se il tuffo di Walser, l’ultimo, quello nel bianco della neve, rappresentasse la metafora di un traguardo, concretamente attingibile, paradossalmente, a chi sa ritrarsi fino in fondo. Miorandi, forse, sulle orme di Carl Seelig, è riuscito a sperimentare, di Walser, ciò che i tanti numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Bichsel, Benjamin, Canetti, Sebald… – sono stati in grado soltanto di intuire. Il precipitato di una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento è condensato in una disperata e ostinata poetica dell’accettazione, alla riscoperta, come in una grande poesia di Wallace Stevens, di quelle “occasioni d’intima eccellenza” che, in questo mondo, possono solo accaderci.

Walser si può leggere partendo da una qualsiasi delle sue opere. Che sia L’assistente – che è quella forse più spiazzante – o Jakob von Gunten o I fratelli Tanner o La passeggiata o Il brigante… poco importa. Sono tutte diverse e tutte uguali. Diverse perché i protagonisti sono differenti; uguali perché, a ben vedere, i protagonisti non sono tali. Il ruolo di protagonista, infatti, non si addice ai soggetti che Walser predilige. I suoi campioni sono i non-campioni per antonomasia, gli irriducibili naturali, i perfetti comprimari, gli innocui perdigiorno; tutti coloro che, pur coltivando una sorta di puntuale marginalità, sanno veramente stare al mondo, perché hanno spontaneamente compreso che, nella vita, si tratta solo di osservare e di goderne. Davvero non stupisce che questo scrittore sia stato amato da Kafka e ammirato da Musil. La sua volontà di annullarsi, tenacemente, e di aderire ad un ordine segreto, ma fisiologico e originario al contempo, è una manifestazione paradigmatica di una fase storica di trasformazione fondamentale della cultura occidentale, rappresentandone, tuttavia, una visione radicalmente critica, se non antagonista. Quella di Walser, da questo punto di vista, è un’esperienza di vero attrito, che si interseca con quei processi (così lontani eppure così simbolicamente vicini…) che portano, nello stesso periodo, all’esplosione dell’arte astratta. È difficile, ad esempio, non avvertire, nei microgrammi di Walser, certi profili di continuità formale con Klee o con Kandinsky. E pensando a tempi immediatamente successivi viene subito alla mente Rothko, nonché, nella grande letteratura, il secondo Salinger. Allo stesso tempo, però, quella di Walser è dimensione anche fortissimamente religiosa, secondo una specie di mistica dello svuotamento e dell’assenza, tipica della tradizione tedesca, che parte da Eckhart e che si fa sentire anche in età romantica (in Walser la nobiltà della scelta secessionista del poeta è quasi come quella del poeta di cui racconta Schiller in Die Teilung der Erde, lontano dalla cose del mondo perché impegnato a stare con Dio). È per questa ragione, per questa sua intrinseca proiezione morale, che, come testimonia perfettamente Miorandi, Walser il pazzo, prosatore essenziale, può essere scoperto anche come maestro di vita e sorgente di guarigione.

Uno speciale su Walser (da Zibaldoni.it)

Sempre su Walser: un’intervista a Gianni Celati

Robert Walser e il magnifico zero (di Paolo Morelli)

Il più celato di tutti gli scrittori (di Alessandro Toppi)

Una birra per Walser (di Franco Marcoaldi)

Robert Walser perso e ritrovato nei suoi microgrammi (di Marco Belpoliti)

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“Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura”: il sottotitolo dice molto, anche se non riesce a spiegare del tutto la natura e il contenuto del libro, che sono in gran parte originali. Apparentemente, infatti, è soltanto un diario di viaggio, nel quale un poeta italiano racconta i pensieri e gli incontri che fa a Mosca nei giorni che precedono un festival letterario. Quei pensieri e quegli incontri, però, sono particolari. Da un lato, ci danno un suggestivo assaggio di cultura russa e di vita e colore moscoviti; dall’altro, ci immergono nel passato e nel presente di una delle tradizioni letterarie più affascinanti del mondo. I compagni di viaggio, inoltre, sono sempre all’altezza: siano essi i grandi classici (da Puskin a Bulgakov; da Lermontov a Chlebnikov; da Pasternak alla Cvetaeva; da Majakovskij alla Achmatova), di cui il narratore incrocia monumenti o luoghi in vario modo notevoli; o si tratti, invece, della scombiccherata ma divertente combriccola di autori contemporanei, più o meno giovani, e più o meno famosi, con cui anche il lettore finisce per passare quasi tutto il suo tempo (tra chiacchierate profonde e bevute ugualmente intense, nella speranza di trovare l’attimo giusto, come accade al nostro poeta, per baciare in un bosco innevato la bella Ksenja Kirillova…). L’itinerario finisce all’improvviso, nel bel mezzo di un viaggio in treno dal sapore quasi rituale, da Mosca a Petuški, sulle orme del romanzo di Erofeev.

La Russia è sempre la Russia, c’è poco da fare. Il fascino di un paese così sterminato e selvaggio rimane forte. E la sua grande letteratura ne è uno specchio altrettanto – e tuttora – fedele. Gli Autori di questo testo (lo pseudonimo, che trae spunto da una famosa canzone dei CCCP, nasconde un collettivo di scrittura molto vivace, al quale si deve anche la costituzione di una rivista letteraria) riescono a compiere un’operazione per nulla scontata: quella di mettere in scena tutta la magia dell’anima russa, facendolo, peraltro, in un racconto che è ironico, trasognato e colto allo stesso tempo. Vi vengono evocate un’identità e un’atmosfera che non si trovano solo nei capolavori dell’Ottocento russo e che hanno saputo, invece, conservarsi e trasmettersi tenacemente anche per mezzo – e spesso nonostante – la Rivoluzione d’Ottobre, lo Stalinismo, il crollo del regime sovietico e l’avvento, oggi, di una società capitalistica totalmente disincantata. Ma per cogliere la profondità e la continuità di un cosmo (tanto più di questo) occorre abbandonarvisi e il diario, in fondo, è proprio uno strumento perfetto, perché lascia parlare di cose grandi anche le cose più piccole: chi lo scrive ha modo di ritrovare se stesso, e in questo caso specifico di ritrovare soprattutto la poesia; chi lo legge ha la fortuna di potersi assimilare al piacere di questa riscoperta.

Un piccolo estratto

Un’intervista agli Autori

Recensioni (di Sandra D’Alessandro, di Tommaso Ottonieri, di Riccardo De Gennaro)

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Trovato morto nella camera del suo albergo a Estoril, in Portogallo, Alexandre Alekhine, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, è scomparso il 24 marzo 1946, alla vigilia di una partita che, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, avrebbe potuto riconsacrarne il valore. Molti indizi – e anche il referto medico – hanno sempre fatto pensare a un decesso naturale, frutto dell’alcol e di un’alimentazione sregolata. Ma è davvero andata così? L’io narrante non ne è convinto e prova così a indagare e a rievocare gli ultimi giorni dello scacchista russo. Forse qualcuno voleva ucciderlo: sono tante, infatti, le ombre che che si allungano su questa vicenda. Strani personaggi, da un lato, sembrano accusarlo di complicità con il Terzo Reich, poiché, pur di continuare a giocare, aveva militato anche sotto quelle terribili insegne, trovando protezione in un potente gerarca. Con tutta probabilità, poi, anche il regime staliniano vuole sbarazzarsene, sia perché rappresenta la figura del perfetto controrivoluzionario e traditore sia perché la sua grande abilità potrebbe effettivamente sconfiggere la maestria del giovane sfidante Botvinnik, orgoglio della scuola scacchistica sovietica e nuova arma di una guerra, quella fredda, ormai alle porte. Dove sta la verità? Forse è stata la polizia segreta del governo portoghese a orchestrare ogni cosa o forse, semplicemente, si è trattato di un ultimo regolamento di conti tra un uomo di genio e i tanti demoni che ne hanno sempre tormentato l’esistenza.

Maurensig torna al genere di racconto – e all’editore – che lo aveva visto debuttare e diventare subito famoso, con La variante di Lüneburg. Da questo punto di vista Teoria delle ombre poteva considerarsi ad alto rischio di remake; e forse una certa atmosfera di quel bel libro si riconosce pure qui, anche se quest’ultimo romanzo riflette l’esperienza di scrittura – e di ricerca introspettiva – che aveva dato vita a L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy. Maurensig non aveva mai lasciato gli scacchi. Dopo la parentesi (peraltro fortunata) di Canone inverso, si era cimentato anche ne L’ultima traversa, dimostrando di voler riprendere un discorso che, tuttavia, non gli è più riuscito particolarmente facile (né altrettanto felice). Probabilmente ciò era dovuto al fatto che la magia di questo gioco e dei suoi carismatici pezzi attira da sempre, su di sé, un alone di grandi potenzialità narrative, pari forse alla ricchezza e alla molteplicità delle mosse e delle combinazioni che sono possibili solo sulla scacchiera. Per riuscire veramente bene, quindi, occorre andare a grande profondità, un po’ come aveva fatto Stefan Zweig, e un po’ come aveva cercato di fare, da ultimo, Fabio Stassi. Se questo è vero, si può affermare che il bello di Teoria delle ombre non è nell’intreccio quasi spionistico. La virtù del libro è nell’abbandono, nel gesto, cioè, che l’Autore vuole compiere allorché decide – nel lungo intermezzo che copre quasi tutto il volume – di far scorrere, direttamente, la storia di una deriva: quella di un’individualità travolta dagli eventi e dai rapporti con gli altri, ma aggrappata fino alla fine all’unica dimensione che ne ha consentito la sopravvivenza, in un luogo – ai molti inaccessibile – in cui Bene e Male, per come li conosciamo, non hanno più alcun significato.

Recensioni (di Bruno Quaranta, Maurizio Crippa, Annarita Briganti, Paolo Mauri, Nicola Vacca, Lidia Lombardi, Michele Meloni Tessitori, Carlo Macchitelli, Nicolò Di Girolamo)

Paolo Maurensig a Fahrenheit e alla Radiotelevisione svizzera

Un’intervista all’Autore

Il sito di Maurensig

Per i più appassionati… le partite di Alekhine

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Un eccentrico collezionista d’armi di Trieste muore in un misterioso incendio, scoppiato nel suo magazzino. Si salvano molti appunti, oscuri e disordinati; altri vanno irrimediabilmente distrutti. Luisa Brooks è colei che è stata incaricata dalle istituzioni locali di curare il museo che il defunto avrebbe sempre voluto realizzare in nome della Pace: sala dopo sala, arma dopo arma, la giovane curatrice ricostruisce la vita, i ricordi e gli enigmi di una figura apparentemente inafferrabile. Ma nel frattempo Luisa – di famiglia ebraica e di padre afroamericano – racconta anche la sua storia, quella dei suoi cari, dei loro amori, grandi e sfortunati, e di una città spazzata via dalle guerre, dal vento e dagli orrori dell’occupazione nazifascista, del collaborazionismo e dei conflitti interetnici. Quello strano collezionista, del resto, li ha vissuti quei drammatici giorni: le spiate, le deportazioni, gli indicibili affari degli aguzzini e di molti benestanti. Soprattutto, pare che quel singolare individuo, avvinto da un’irrefrenabile mania polemologica, si sia spinto nel ventre più tenebroso della Risiera di San Sabba e vi abbia visto, e copiato, scritte che avrebbero dovuto essere cancellate per sempre e che alla fine sono andate disperse anche nel rogo che lo ha ucciso. “Non luogo a procedere”, dunque, perché ogni traccia è scomparsa; e non ci sarà giustizia, né per il defunto, né per il fumo  grigio del campo di sterminio.

L’ispirazione di Magris viene da una storia vera, quella dell’enigmatico Diego de Henriquez, che qui, però, è reinventata e sezionata nei suoi minimi e ossessivi dettagli, per essere così sovrapposta a quella di Luisa, punto di convergenza drammatica tra due delle più grandi epopee di persecuzione e discriminazione, quella dello schiavismo e quella antisemita. Per il collezionista, come per Luisa, e per la madre di lei, la vita ha senso solo se vissuta in funzione della verità: che l’uno non concepisce se non nell’affermazione della dimensione ontologica della guerra, come ragione cosmica; e che le altre sentono di dover cercare ostinatamente e di poter, tuttavia, superare soltanto nella disperata realizzazione di un sogno d’amore, destinato ad essere travolto dall’incombente violenza delle cose e della Storia. Magris, come sempre, è autore di grandi libri, che sono tali perché sapientemente e pazientemente forgiati da un archeologo delle parole, delle passioni e della Kultur che le permea entrambe. Qui sta il punto di forza di Non luogo a procedere; nel suo essere tecnicamente impeccabile, studiato, quasi fino alla perfezione. Ciò detto, si deve anche riconoscere che – nella sostanza – Magris non ci offre niente di particolarmente nuovo: l’estrema importanza della filologia dell’orrore è un dato acquisito sin dal terribile e illuminante saggio di Klemperer; la tipica e ricorrente situazione narrativa della vittima della Shoah, tradita in primo luogo da chi le è più vicino, sembra quasi presa da Partir, revenir di Lelouch; e dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, alla fine, sappiamo sin dalla notte dei tempi, così come ci appare ancor più confermata l’impressione che in Magris – memore, in questo, della lezione di Burckhardt – sia sempre possibile dare alle vicende degli uomini un significato universale e, per ciò solo, morale. Dopodiché al romanzo italiano contemporaneo, e allo scandalo dell’Olocausto nazionale, mancava una rappresentazione posseduta e allucinata come questa: è qui, forse, che va individuato il merito che può rendere questo libro meritevole e appetibile.

Recensioni (di Corrado Stajano, Lorenzo Mondo, Renato Minore, Paolo Petroni, Renato Barilli, Giuseppe Fantasia, Antonio Saccà, Giuseppe Marchetti, Claudio Cossu, Paolo Perazzolo, Fulvio Paloscia, Edoardo Pisani, Silvia Ferrari, Alessandro Mezzena Lona)

L’Autore a Fahrenheit

Magris alla Normale di Pisa

Il Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”

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È la seconda indagine per il maresciallo Altasi, che in tal modo torna a farsi vivo dopo il bel debutto di Dove inizia la nebbia. La scena non è più collocata nella bassa padovana; accade tutto nell’alto vicentino, a Thiene e dintorni, nuova sede di servizio del baffuto e aitante carabiniere. Vicino a una discarica viene ritrovato il corpo di un’anziana maestra e l’Arma è chiamata a indagare. Inizialmente tutto porta a pensare che il colpevole possa individuarsi in un vicino campo nomadi. Ma Altasi – che ha subito “legato” con il vice-brigadiere Orpelli – è perplesso. E lo è anche Antonia, giornalista locale tanto determinata sul piano professionale quanto irrisolta su quello sentimentale. Tutto si ingarbuglia ancor di più quando sopravviene un altro tragico lutto e viene scoperto pure un altro cadavere, quello di Tal, un giovane Rom con cui qualche anno addietro anche Orpelli aveva avuto qualche conto da regolare. Anche il vice-brigadiere, infatti, nasconde qualcosa. Chi sarà mai, dunque, il responsabile di tutti questi delitti? Si nasconde addirittura tra gli inquirenti? C’è forse di mezzo anche qualche losco traffico di armi e di rifiuti pericolosi? Per il maresciallo – confortato da un nuovo e fedele compagno e dal fascino della maestra Sara – è tempo di decidere se fidarsi delle nuove amicizie o fermarsi di fronte alla presunta chiarezza di tanti indizi. La verità, naturalmente, non è mai quella più facile da afferrare e l’assassino, come dice il vecchio adagio, è sempre il maggiordomo.

Insediamenti Rom e relativi pregiudizi; intrecci tra bassa politica, interessi imprenditoriali e indecifrabili traiettorie di personaggi sbandati; distruzione del paesaggio e avvelenamento del terreno; perdita della propria identità e frenesia di sicurezza; giornalisti maschilisti e giornaliste impegnate; insegnanti coraggiose e dirigenti scolastici pavidi e conformisti: gli ingredienti di questo romanzo sono tanti e, a dire il vero, così considerati, non prometterebbero bene. Perché sarebbe alto il rischio di assemblare una sintesi generica di mali fin troppo noti e di luoghi comuni altrettanto diffusi. Non che i fenomeni, gravi, cui questi mali si riferiscono non esistano; tutt’altro. E questo libro ce lo ricorda, seguendo a suo modo le tracce della tanta e feconda letteratura nera del Nord-est, in un poliziesco classico, dalla struttura circolare, per cui la soluzione si intravede sin dall’inizio. All’Autrice, però, le patologie socio-culturali servono solo per comporre il puzzle nel quale far agire il suo eroe e farne emergere al meglio le virtù. Rispetto al libro precedente, in particolare, L’acqua del diavolo – letterariamente parlando – segna il luogo della piena caratterizzazione di Altasi, vale a dire del suo assestamento credibile. Il pericolo insito nella banalità del contesto, dunque, viene assorbito nell’operazione, in larga misura riuscita, di far transitare il bravo carabiniere dalla fase crepuscolare (quasi fosse un’iniziazione) del primo romanzo ad un momento di crescita e di consolidamento, di familiarità e normalità. In Dove inizia la nebbia, che per certi versi è un racconto più riuscito e sofisticato, Altasi emergeva come da un incubo fangoso e piovoso. Ora sappiamo che il personaggio può esistere davvero e che si trova nell’anticamera di una metamorfosi ufficialmente matura, che – ci auspichiamo – si manifesterà pienamente nella risoluzione di prossimi e avvincenti casi pedemontani.

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La storia prende avvio a Venezia, nel 1565. Giovanni è anziano, ma quando viene a sapere che al cimitero di San Zaccaria stanno riesumando i cadaveri corre subito sul posto, per continuare a celare il segreto che Gregorio Eparco, il suo vecchio precettore bizantino, gli aveva consegnato. Si tratta di un libro, che era stato nascosto proprio sotto la testa del defunto maestro e che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. Ora la curiosità di Giovanni è tanta, e così la lettura ha inizio. È una sorta di diario, tenuto dallo stesso Eparco nei mesi e nei giorni che hanno preceduto la caduta di Costantinopoli, nel 1453, ad opera dell’esercito turco guidato da Maometto II. Gregorio racconta moltissime cose: di quanto fosse grande la Città; dei mercanti genovesi e veneziani che vi risiedevano; della sua amicizia con Malachia Bassan, un arguto ebreo veneziano, socio in affari; delle strategie che l’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, ha cercato di mettere inutilmente in atto per evitare ciò che a tutti sembrava ormai inevitabile; della potenza, della determinazione e della crudeltà degli assedianti; dei tanti coraggiosi, greci e non, che hanno cercato di opporvisi; della sensazione imminente e tragica di un crollo generale, delle difese della Città come di un’intera civiltà. Soprattutto, però, Gregorio racconta della missione di cui si sente improvvisamente investito: salvare dal prossimo saccheggio le dieci più sacre reliquie della cristianità, da sempre custodite a Costantinopoli e celate agli appetiti di qualsiasi invasore. Con l’aiuto e la freddezza di Malachia la ricerca comincia, tra antiche pergamene, spedizioni notturne e timori sempre crescenti. L’esito di tanti sforzi è ciò che il lettore insegue fino alla fine, nelle ultime righe, quando, sorprendentemente, dopo quasi seicento pagine di racconto, si sente ancora la voglia di continuare a leggere e di saperne di più.

Con questo romanzone – che vuole espressamente porsi quale prologo di nuove avventure – Paolo Malaguti ha compiuto il processo che si intuiva sin dal suo debutto e che era emerso in modo molto chiaro specialmente nell’opera seconda: lo scrittore cercava una dimensione, un respiro e una tecnica adeguati alla propria ispirazione, e adesso, con tutta probabilità, le ha (felicemente) trovate. Qualcuno direbbe che La reliquia di Costantinopoli è un grande affresco storico. In parte lo è, sicuramente, per lo sforzo ricostruttivo, per la cura dei particolari, per l’attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, alla cui umanità minuta l’Autore si dimostra particolarmente attento. Altri, al contempo, potrebbero sentire la tentazione – e sarebbe la cosa più semplice da fare – di collocare Malaguti tra Ben Kane e (perché no) Umberto Eco: come a dire “tra le gesta degli antichi e i segreti dei Templari”. E qualcosa di vero c’è anche in questa valutazione. A ben vedere, tuttavia, il quadro non sarebbe del tutto corrispondente alla realtà. Lo spazio di Malaguti, innanzitutto, non è l’affresco, è l’arazzo; e non si tratta di un arazzo come ce lo immaginiamo comunemente. Forse la sua trama, la sua estensione e i suoi disegni si avvicinano a quelli della famosa tessitura di Bayeux, che non ha solo lo scopo di stupirci, ma vuole darci il senso di un’epopea gloriosa che trascorre, che si è consegnata a testimoni che spesso non ne sono del tutto coscienti e che promette di arrivare intatta fino ai giorni nostri. Ciò che vi si racconta, quindi, non è soltanto cosa da thriller medievale. Certo, c’è il divertimento; e c’è anche il gusto per l’intrattenimento di un pubblico che è pronto ad apprezzare tutte le astuzie narrative di genere (dal collaudatissimo escamotage del “manoscritto ritrovato” al cliché del tesoro scomparso). Come per Gregorio Eparco, però, anche per Malaguti il mandato è altro, e del tutto peculiare, oltre che attuale: salvare la tradizione, farcene apprezzare le movenze profonde, farla rivivere – “nella confusa caducità dei tempi presenti” (p. 194) – attraverso le complesse interazioni socio-culturali di cui essa si è sempre nutrita e da cui possiamo ancora abbeverarci, perché i suoi segni ci sono incredibilmente vicini. Se a questo fine serve essere lunghi, minuziosi, quasi lenti nel procedere, allora ben venga anche la mole di libri come questo: alle pietre angolari di un solido progetto narrativo può convenire una certa stazza; e in questa confidiamo anche per la tenuta dell’edificazione futura.

Una recensione (di Nicolò Menniti-Ippolito)

La presentazione del libro (alla libreria “Palazzo Roberti” di Bassano del Grappa)

Una “pillola” sulla caduta di Costantinopoli

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Tat’jana è l’anziana balia dei Karin, nobili proprietari della sterminata ed eterna provincia zarista. L’azione comincia in pieno inverno, come in un film, con la partenza per il fronte dei due rampolli di famiglia: Jurij e Kirill. La vecchia balia li vede allontanarsi nella neve, al termine di una lunga festa notturna di commiato. È la prima guerra mondiale a portarli lontano, come era accaduto, in altri conflitti, per i loro antenati. Ma quello che sta accadendo è solo il presagio di eventi molto più grandi, travolgenti. Sia Nikolaj sia Elena, i due genitori, ne sembrano implicitamente ma intimamente convinti. Arriva la Rivoluzione, infatti, e la famiglia, costretta alla fuga verso Odessa, perde ogni cosa. Tat’jana – che è rimasta custode fedele della dimora avita e che assiste alla fredda esecuzione di Jurij, tornato miracolosamente dal fronte – decide di partire, nonostante l’età, e di correre in aiuto dei suoi amati padroni, portando con sé una preziosa collana. I Karin, così, riescono a partire per la Francia e a raggiungere Parigi, dove cominciano il loro esilio. La balia li segue e li accudisce, ancora, come sempre. Tuttavia si accorge che, in quell’Occidente tanto diverso, i suoi signori si muovono intontiti e disorientati, “come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. Tutto è cambiato, dunque, anche per il destino di Kirill, del fratellino Andrej e della sorella Loulou, la giovane e bella principessina di questo glorioso ma decaduto casato. Tat’jana è l’unica che sa perché tutto è perduto, e perché lo è anche per lei: le radici sono rimaste nel gelo della madrepatria e non le rimane che cercarle, fino all’ultimo respiro, in una neve che, a Parigi, sia pur a dicembre, ancora tarda a venire.

Irène Némirovsky ha sempre scritto in francese. Le sue storie, però, sono memorabili come lo sono tutti i classici russi. E anche questo racconto lo è. Per la forza evocativa di alcune immagini: la camera della balia, l’atmosfera della notte silenziosa e imbiancata, gli ultimi drammatici momenti della vita di Jurij… Soprattutto, lo è per l’esemplarità assoluta della figura di Tat’jana, che è l’anima della tradizione, il corpo e il pensiero di qualcosa che è crollato per sempre, dissolvendosi nelle vene di un’Europa straniera, rimasta tale, in fondo, anche per l’Autrice. Della quale, in questo libro, c’è davvero molto. Non si tratta solo della fuga in nave dalla Russia divenuta sovietica o del difficile ambientamento nei quartieri borghesi di Parigi. Anche questa volta la Némirovsky ci offre una scheggia della sua autobiografia più intima, mescolata a quella, tragica e quasi infinita, di un mondo remoto e antico, divenuto improvvisamente inafferrabile, come se fosse condannato alla frammentazione e all’oblio, ma anche alla ricerca, ostinata, di una vita nuova, qualunque essa sia purché sia ancora vita. È una condizione ambigua, naturalmente: può essere di resa e nostalgia (come è per Elena), di fiducia e accettazione quasi fatua verso il presente (come è per Kirill e Loulou) o di tenace, ma vinta, speranza verso i segni e i luoghi della propria giovinezza e della propria cultura (come è per la vecchia balia). Come le mosche d’autunno riesce a rendere, a incarnare, questi sentimenti con rara efficacia. Ma quello che stupisce è la consapevolezza, altrettanto incombente, che il tempo e i suoi eventi sono sempre inarrestabili e che agli uomini non rimane che accettare di affrontare, ciascuno a suo modo, la battaglia per la sopravvivenza.

Recensioni (di Marina Monego; di Domizia Moramarco)

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