Si parte dalle poche e celebri foto del corpo morto di Walser, caduto nella neve durante una delle sue proverbiali passeggiate a Herisau, in Svizzera, non lontano dal manicomio in cui era ospitato. E poi si procede, a ritroso, dal capitolo 7, che è il primo, al capitolo 1, che è l’ultimo, alternando lo scavo sul grande scrittore con i frammenti di un percorso psicologico e di un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso Autore. È una sfida su più piani: interrogare lo scrittore svizzero, la sua follia, le sue opere e la sua traiettoria esistenziale, così originali e così apparentemente inestricabili; fare memoria di se stessi, dei momenti di sofferenza come di quelli di perfetta e assoluta concentrazione; tornare quindi a ritrovarsi, come se il tuffo di Walser, l’ultimo, quello nel bianco della neve, rappresentasse la metafora di un traguardo, concretamente attingibile, paradossalmente, a chi sa ritrarsi fino in fondo. Miorandi, forse, sulle orme di Carl Seelig, è riuscito a sperimentare, di Walser, ciò che i tanti numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Bichsel, Benjamin, Canetti, Sebald… – sono stati in grado soltanto di intuire. Il precipitato di una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento è condensato in una disperata e ostinata poetica dell’accettazione, alla riscoperta, come in una grande poesia di Wallace Stevens, di quelle “occasioni d’intima eccellenza” che, in questo mondo, possono solo accaderci.

Walser si può leggere partendo da una qualsiasi delle sue opere. Che sia L’assistente – che è quella forse più spiazzante – o Jakob von Gunten o I fratelli Tanner o La passeggiata o Il brigante… poco importa. Sono tutte diverse e tutte uguali. Diverse perché i protagonisti sono differenti; uguali perché, a ben vedere, i protagonisti non sono tali. Il ruolo di protagonista, infatti, non si addice ai soggetti che Walser predilige. I suoi campioni sono i non-campioni per antonomasia, gli irriducibili naturali, i perfetti comprimari, gli innocui perdigiorno; tutti coloro che, pur coltivando una sorta di puntuale marginalità, sanno veramente stare al mondo, perché hanno spontaneamente compreso che, nella vita, si tratta solo di osservare e di goderne. Davvero non stupisce che questo scrittore sia stato amato da Kafka e ammirato da Musil. La sua volontà di annullarsi, tenacemente, e di aderire ad un ordine segreto, ma fisiologico e originario al contempo, è una manifestazione paradigmatica di una fase storica di trasformazione fondamentale della cultura occidentale, rappresentandone, tuttavia, una visione radicalmente critica, se non antagonista. Quella di Walser, da questo punto di vista, è un’esperienza di vero attrito, che si interseca con quei processi (così lontani eppure così simbolicamente vicini…) che portano, nello stesso periodo, all’esplosione dell’arte astratta. È difficile, ad esempio, non avvertire, nei microgrammi di Walser, certi profili di continuità formale con Klee o con Kandinsky. E pensando a tempi immediatamente successivi viene subito alla mente Rothko, nonché, nella grande letteratura, il secondo Salinger. Allo stesso tempo, però, quella di Walser è dimensione anche fortissimamente religiosa, secondo una specie di mistica dello svuotamento e dell’assenza, tipica della tradizione tedesca, che parte da Eckhart e che si fa sentire anche in età romantica (in Walser la nobiltà della scelta secessionista del poeta è quasi come quella del poeta di cui racconta Schiller in Die Teilung der Erde, lontano dalla cose del mondo perché impegnato a stare con Dio). È per questa ragione, per questa sua intrinseca proiezione morale, che, come testimonia perfettamente Miorandi, Walser il pazzo, prosatore essenziale, può essere scoperto anche come maestro di vita e sorgente di guarigione.

Uno speciale su Walser (da Zibaldoni.it)

Sempre su Walser: un’intervista a Gianni Celati

Robert Walser e il magnifico zero (di Paolo Morelli)

Il più celato di tutti gli scrittori (di Alessandro Toppi)

Una birra per Walser (di Franco Marcoaldi)

Robert Walser perso e ritrovato nei suoi microgrammi (di Marco Belpoliti)

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La prima cosa che risulta facile dire è che Francesco Permunian, bibliotecario di Desenzano sul Garda, è attualmente il vero maestro italiano del grottesco di provincia, un Fellini “in salsa” di Fogazzaro e Scapin. Non è poco, quindi. La seconda cosa è che la condizione migliore per leggerne i lavori è la spossatezza o lo stato febbrile che è consueto ad ogni cambio delle stagioni e che è premessa di un successivo ritrovato vigore. Perché in Permunian ciò che è sano non lo è affatto e ciò che è viceversa inquieto, se non “pazzo”, risulta fonte di insolita lucidità e di inspiegabile vitalità, invitandoci a riscoperte che possono essere fortunato preludio di importanti rinnovamenti interiori.

La Casa del Sollievo Mentale è un ospedale psichiatrico, diretto dall’improbabile dottor Korea. Vi entra Arpalice, l’anziana zia del protagonista, Ludovico Toppi, che, a sua volta, come bibliotecario, non è che l’alter ego dell’Autore. Ma vi finirà anche don Alfonso Manotazo, eccentrico nobiluomo decaduto, grande ammiratore di Guido Ceronetti e grande amico di Ludovico. Attorno a tutto ciò gravitano piccoli e grandi eventi della comunità rivierasca del Garda, con personaggi, manie, luoghi, aneddoti dei più vari, narrati, tutti, con un sarcasmo tanto forte ed aggressivo quanto lieve e compiaciuto, ma anche con un diffuso gusto per il surreale e per il provocatorio. La prima parte del testo, in sostanza, è un repertorio di scenette locali, più o meno satiriche, su vizi e virtù di molti tipi umani, deformati a mo’ di gargoils viventi.

La seconda parte del testo è quasi psicanalitica. Ludovico, che quasi in un contegno di necessaria resistenza individuale ha deciso di restare fedele ai feticci di don Alfonso, unica ragione di salvezza, è assediato dalla vera follia del vicino di casa ed è travolto dall’arrivo improvviso dei genitori. La visita dell’Albergo, in cui questi soggiornano, rivela un ulteriore, ed ancor più delirante, repertorio, al cui vertice domina la voce e l’esperienza impunite di un criminale nazista.

È tutto insostenibile in questo libro, eppure, allo stesso tempo, tutto è particolarmente acuto. Grande prova d’artista!

Francesco Permunian a Fahrenheit

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