Tornare a Giovanni Comisso è sempre molto confortante. “Puro stile Comisso”: così Paolo Mauri chiude la sua Introduzione, e così si capisce anche il motivo dell’attrazione che questo grande scrittore trevigiano può ancora esercitare sui cultori delle belle lettere. E peraltro non si tratta dell’art pour l’art; la lettera è bella perché scaturisce da una forte e intuitiva simbiosi tra chi scrive e l’oggetto che contempla, quasi sempre rapito. Quella a cui Comisso ci chiama, però, non è soltanto un’Arcadia di parole, è un favoloso universo perduto, quello di un’Italia contadina ormai del tutto scomparsa. L’Autore compra la casa del titolo nel 1930, a Zero Branco, una località che oggi è dispersa tra i grovigli urbanizzati delle strade che portano a Treviso, e che allora, invece, era immersa in una pianura di grandi e ricche coltivazioni. Dandoci la chiave della sua casa, Comisso ci porta fuori dai disastri dell’edilizia selvaggia e ci consegna la chiave del Veneto agricolo della tradizione, permettendoci di entrare continuativamente – ogni volta che vogliamo, semplicemente aprendo questo libro – in un mondo, storico e a-storico al contempo, nel quale si può anche annegare, con piena felicità, perdendo il senso del tempo e riscoprendo parte di se stessi.  

Lasciarsi cullare, del resto, è ciò che vuole fare, deliberatamente, anche lo scrittore: “Non avere padroni, ne’ servitori, non avere l’incubo delle ore, non avere alcuna preoccupazione di denaro e lasciare che la mente e i sensi vivano tra il sogno e l’azione, liberi e folli, secondo l’estro determinato quasi da una consistenza astrale”. Tutta la realtà della campagna, quindi, tutte le sue fatiche, le sue diverse stagioni e passioni sono accompagnate da uno sguardo volutamente estetizzante e da un sentimento che cerca il pieno abbandono. Fanno eccezione le molte vicende personali che vengono narrate: dei vicini, dei ragazzi e dei giovani del luogo, delle famiglie e degli amici fraterni; verso i quali, tutti, Comisso dimostra una partecipazione panica, analoga a quella che il cosmo di Zero Branco non può che suscitare di per sé. Come se questo tipo di partecipazione, così vera ed autentica, fosse possibile esclusivamente in quel contesto, in quel paesaggio, in quel mondo originario per il quale gli eventi del mondo più ampio ed esterno (il fascismo e la guerra, ad esempio) possono rappresentare soltanto momenti drammatici di indebita e dolorosa intrusione. Di qui si comprende anche la commozione di Comisso per le piccole cose, e per i giochi e le avventure campestri, come conseguenza che viene naturalmente indotta dalle molte storie e dai molti affetti che sono raccontati nel volume (e che di certo non si potrebbero spiegare solo mediante il richiamo della discussa sessualità dell’Autore, anche se il legame con la figura di Guido è quasi esplicito).

Persisto, anche alla fine di questa lettura, nel restare affascinato dal tema domestico. In questo caso, diversamente da altri, non sono colpito da un personalissimo bisogno casalingo, inteso come esigenza squisitamente certosina. Qui il tema domestico ha a che fare con la riappropriazione delle radici, con il richiamo di una certa foresta, in sostanza con la voce di una consuetudine che non mi è sempre propria, ma che pare inscritta nel DNA della gens di appartenenza e che, talvolta, mi ha visto protagonista nell’orto paterno. Comisso, infatti, chiude il suo libro con parole che potrebbero essermi del tutto familiari: “Mi sporco ancora le mani di terra nello strappare la gramigna e nel recidere i pomodori, ancora mi affatico a vangare e allora capisco che il mio destino è di non potermi liberare dalla terra”. Forse mi sono esposto troppo ma… ho appena girato l’ultima pagina del libro e ho una gran voglia di un piccolo pezzo di terra!

Un approfondimento sul libro

Comisso e il paesaggio veneto (di Antonia Arslan)

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Dopo la prima puntata sul lavoro, l’autorevole costituzionalista prosegue nell’illustrazione di ciò che sta alla base della nostra Costituzione. È la volta, quindi, della cultura, che qui viene affrontata in modo molto diverso da quello con cui la si considera usualmente nell’ambito degli studi giuridici. Zagrebelsky, cioè, non ce ne parla come del doveroso oggetto di una politica pubblica di tutela e di promozione (in base a quanto previsto dall’art. 9 Cost.); preferisce, per così dire, prenderla per le corna e, dunque, enfatizzarne l’indispensabile funzione sociale, già intrinsecamente costitutiva di ogni ordinamento, al pari dell’economia e della politica. Questa è la ragione per cui l’arte e la scienza devono essere libere e libero dev’essere il loro insegnamento (art. 33 Cost.): in caso contrario, la cultura, da fattore di potenziale emancipazione, può dimostrarsi veicolo di estrema oppressione o di strisciante e quasi spontaneo asservimento. Il ruolo degli intellettuali, così, è decisivo. Il fatto che si possano ridurre solo a consulenti o a consiglieri o a specialisti comporta il rischio che la cultura si faccia servizio, strumento efficiente di conformismi o di posizioni prevalentemente conservatrici. Zagrebelsky passa, di qui, ad un vero elogio delle idee, della loro varia tipologia e delle relazioni reciproche che, in una specie di scala, consentono loro di essere potenti elementi di trasformazione – progettazione – della realtà. Ma ciò accade solo se lo sguardo della cultura e alla cultura è disinteressato e svincolato. L’approccio che i moderni hanno delle idee, infatti, non mira ad una risoluzione o ad una lettura esatta delle cose: i moderni pongono anche i problemi, e sono questi che stimolano la politica e garantiscono, in una conoscenza il più possibile aperta e “non governata”, che la democrazia rimanga tale e per l’interesse generale. 

Le sollecitazioni che si possono trarre da questo piccolo libro sono molteplici e, per un giurista, molto accattivanti, dal momento che risvegliano l’interesse per altre letture più tecniche e ugualmente significative (e con ciò il rinvio corre automatico al classico contributo di Enrico Spagna Musso o ai noti studi di Peter Häberle). I ragionamenti di Zagrebelsky, tuttavia, consentono anche di formulare qualche osservazione su di un dibattito molto attuale. In una contingenza storica nella quale tanto si discute di riforme istituzionali, non è mancata la proposta di sostituire il Senato della Repubblica con una camera della cultura. Anche le reazioni critiche non sono mancate, e i motivi, in effetti, possono essere molti. Non è detto, innanzitutto, che un possibile vuoto debba essere sostituito inevitabilmente: non è detto, cioè, che il sistema debba restare bicamerale. Nel merito, poi, con una camera della cultura si prefigurerebbe un modello di rappresentanza corporativa che anche in Assemblea costituente, pur se autorevolmente sostenuto, non aveva riscosso grandi successi. Infine, esiste già al di fuori dei nostri confini un esempio simile, vivente ed operante, certo, ma di rado additato a riferimento universale, quello del Senato irlandese, che, anche in considerazione della sua composizione quasi-accademica, ha funzioni consultive scarsamente incisive sul piano politico. La lettura del saggio di Zagrebelsky, però, induce a considerare anche un altro e fondamentale profilo: la rilevanza della cultura non si misura soltanto con riguardo all’esistenza di una sede rappresentativa ad hoc. Anzi, la forza delle idee si dispiega proprio quando proviene da una condizione di presupposta libertà del pensiero, che non tollera corsie preferenziali e che riesce a vivificare tutta la comunità e, con essa, tutto l’ordinamento abbracciandoli in ogni loro singola manifestazione. La Repubblica, pertanto, è davvero fondata sulla cultura in quanto gli intellettuali siano liberi anche, se non soprattutto, al di fuori delle istituzioni.

Recensioni (di Simonetta Fiori, di Silvana Calcagno, di Nando Cianci, di Guido Vitiello, di Luigi Mascheroni)

L’Autore a Fahrenheit

La nostra Repubblica fondata sulla cultura (di G. Zagrebelsky)

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È da qualche anno che i figli delle vittime degli anni di piombo consegnano la loro memoria e il ricordo dei genitori prematuramente scomparsi alla forza di racconti intensi, ragionati e solo in parte autobiografici. I lavori di Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Silvia Giralucci – tanto per fare qualche esempio – sono i prototipi di un genere letterario che ormai sa combinare passione, testimonianza civile e inchiesta giornalistica in modo pregevole, contribuendo anche a definire pezzi significativi del DNA socio-politico di una delle fasi più travagliate della Repubblica. Il libro di Luca Tarantelli fa parte di questa stessa serie, ma spicca per la genuina spontaneità e per il bel connubio tra la messa a nudo della ricerca del proprio sé, rimosso dal lutto, e la descrizione di quella che anche Carlo Azeglio Ciampi definisce nella Prefazione come un’esemplare “storia italiana”.           

Luca narra della vita, della formazione e delle origini del padre Ezio, ma, allo stesso tempo, si confronta con lui, si cerca e si riconosce nelle sue vicende, e tenta di spiegarne l’uccisione da parte delle BR, il 27 marzo 1985, nel contesto delle tensioni sociali e politiche del dibattito sulla scala mobile e sull’evoluzione del rapporto tra salari e inflazione tra anni Settanta e anni Ottanta. Riga per riga assistiamo al parallelo dispiegarsi, da un lato, della complessa attività di documentazione e di ricostruzione, anche concettuale, svolta da Luca, dall’altro, della maturazione intellettuale, scientifica e pubblica di Ezio. Questo viene presentato sia nella sua immagine di outsider nel mondo accademico di allora, sia quale eclettico e brillante economista del lavoro e consulente della Banca d’Italia. Di Ezio colpiscono molti profili: la curiosità per approcci scientifici e metodologici teoricamente dissonanti e, quindi, la vicinanza a Federico Caffè come a Franco Modigliani; la capacità di fare sintesi e di guardare alla realtà sociale e ai soggetti che la determinano come ad elementi effettivamente costitutivi di un modello teorico, che soltanto così, nella sua proiezione effettiva, può dirsi valido; la dinamicità e la ricchezza di una figura professorale senza dubbio atipica e coinvolgente; la convinzione che l’utopia sia indispensabile tanto quanto la costanza di una ragionevolezza promossa a strumento per sciogliere insieme, con la forza delle idee, qualsiasi forma di conflitto.

Dalla lettura, complessivamente, ricavo tre spunti molto accattivanti: 1) il ritratto che Ezio Tarantelli ha dato dell’università italiana post-sessantottina, portavoce di un mero salto generazionale e incapace, come tale, di rinnovare veramente le strutture gerarchiche del potere e dell’organizzazione della conoscenza: occorre constatare che la distanza tra l’esperienza italiana e quella anglosassone è, in proposito, ancora marcata; 2) la lezione che emerge dallo stravolgimento della “ricetta Tarantelli” (la predeterminazione dei punti di scala mobile) da parte del decreto di San Valentino 1984, opera unilaterale del Governo e, quindi, imposizione di una scelta che avrebbe dovuto muovere i suoi passi dalle parti sociali e, innanzitutto, dalle rappresentanze dei lavoratori: non è altro che a prova ulteriore di una risalente e drammatica immaturità del sistema italiano delle relazioni industriali, che dopo la stagione concertativa degli anni Novanta ha ripetuto, e continua a ripetere, i vizi e le storture di cui si racconta nel volume; 3) la chiara responsabilità storica, a quest’ultimo riguardo, della sinistra italiana, da sempre distante dalla prospettiva dello scambio politico e, così, dalla possibilità di agire concretamente per la trasformazione socio-economica del Paese: il cd. compromesso politico, infatti, non deve inevitabilmente intendersi come luogo di una contrattazione privata tra élite partitiche, ma può essere, anzi, l’unica e sostanziale sede deliberativa in cui lasciar fluire e interagire, al di là di ogni pregiudiziale, le migliori proposte. Di questo, in effetti, l’Italia continua ad avere urgente bisogno: di riuscire a capitalizzare e a coalizzare le sue risorse più intelligenti, bypassando le “danze propiziatorie” (così le chiamava Enzo Tarantelli) messe periodicamente in scena dalle più disparate categorie.

Recensioni (di Alberto Mattei, Miguel Gotor, Marco di Marco, Marcello Sorgi, Sciltian Gastaldi)

La presentazione del libro su Radio Radicale e su Radio24

Chi era Enzo Tarantelli? (da lastoriasiamonoi.rai.it)

Un’intervista a Luca Tarantelli

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

Il sito dell’Autore

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C’è un nesso inscindibile tra democrazia e uguaglianza. E quando, di fronte alle disuguaglianze, crescono indifferenza o consenso, allora è a rischio anche la democrazia. Per questo uno dei più noti studiosi della democrazia si è dedicato anche all’uguaglianza, in un volume denso e formativo, che dopo un’appassionante ricostruzione storica propone alcune chiavi di lettura per il presente, giungendo anche ad ipotizzare i lineamenti una personale rivisitazione. Rosanvallon, infatti, ha l’obiettivo di immaginare come possa essere ancora predicabile e realizzabile una “società degli eguali” (e il titolo dell’opera nell’originale francese, pubblicato nel 2011, è proprio La société des égaux). Ma questa espressione non tradisce la fascinazione per un obiettivo utopistico e del tutto scongiurabile. Lo scopo è analizzare, viceversa, quali siano stati i fondamenti dell’uguaglianza dei moderni, per tentare di isolarne le trasformazioni e le degenerazioni, e per contribuire, così, ad una sua ridefinizione, idonea ad assimilare con successo le rilevanti mutazioni istituzionali, sociologiche e antropologiche che si sono date dall’epoca delle grandi rivoluzioni liberali ai giorni nostri (“Oggi si tratta di riformulare le cose tenendo presente che viviamo nell’epoca dell’individuo”: p. 24).           

Il libro può essere articolato in tre momenti. Il primo (parti I e II) si occupa, innanzitutto, di illustrare quale fosse, nell’età della Rivoluzione americana e di quella francese, l’originario e costitutivo spirito di uguaglianza, concepito quale strumento di costante trasformazione sociale, ancorato a tre diverse figure di uguaglianza-relazione: la similarità (uguaglianza come titolarità di proprietà essenziali, con secondarizzazione di ogni altra differenza), l’indipendenza (uguaglianza come parità di equilibrio nello scambio economico) e la cittadinanza (uguaglianza come simultanea appartenenza e partecipazione ad una stessa comunità politica). A tali figure corrispondevano tre distinti, ma sinergici, dispositivi: i diritti umani, il mercato e il suffragio universale. Posta questa ricostruzione, però, Rosanvallon passa anche alla descrizione delle patologie che il modello ha ben presto conosciuto, già a decorrere dalla metà del XIX Secolo, al di qua e al di là dell’Oceano, anche se in modo e con ritmo diversi: la divisione in classi e la coeva formazione, nella comunità, di due distinte sub-nazioni; l’emergere di un’ideologia conservatrice, favorevole alla naturalizzazione delle disuguaglianze e all’affermazione di un rigido principio di parità nelle opportunità; la reazione del comunismo utopico e l’ambizione ad un mondo integralmente de-individualizzato; le distorsioni del nazional-protezionismo e della correlata idea di un’uguaglianza-identità di matrice negativa ed escludente; lo stabilimento paradossale di uno stretto rapporto tra uguaglianza e razzismo. Il secondo snodo dell’argomentazione (parte IV) approfondisce gli sviluppi delle politiche redistributive avviate sin dal principio del XX secolo, interpretandole come antidoti che l’intervento statale ha voluto mettere in campo per porre rimedio alle segnalate patologie. Progressività dell’imposizione fiscale; politiche sociali, assicurative e solidali volte a porre rimedio alle situazioni più svantaggiate; ruolo dei sindacati: sono i tre fattori che Rosanvallon considera centrali per l’affermazione dell’approccio redistributivo, vieppiù consolidato dopo il 1945. Sul punto sono molto interessanti i capitoli dedicati all’analisi dei fattori storici che avrebbero stimolato il ruolo attivo dello Stato, tra cui la comparsa del riformismo (anche a causa della “paura” indotta dagli eventi russi del 1917), il primo conflitto mondiale come vettore di una radicale nazionalizzazione delle esistenze, la rivoluzione sociologica e morale mediata dalla diffusione dell’idea del debito sociale. Il terzo momento del saggio (parti IV e V) guarda, infine, al “grande rovesciamento” prodottosi nell’ultimo trentennio – complice anche il cambiamento dei fattori di produzione e delle forme del lavoro – con la delegittimazione delle istituzioni solidaristiche e del sistema fiscale, e con la metamorfosi della preponderante lezione individualista. Vengono analizzati, con felice acutezza, la retorica del merito e dell’uguaglianza radicale delle opportunità, traguardati nel contesto della società della concorrenza generalizzata e del rischio, così, che si consacri, di fatto, un mondo ordinato in senso fortemente gerarchico. È così che Rosanvallon passa ad opporre un “primo schema” per la teorizzazione di una innovativa dottrina dell’uguaglianza-relazione, che non intende disfarsi dell’individualismo contemporaneo e che, anzi, si premura di valorizzarlo per ritrovare il perduto spirito dell’uguaglianza. Al criterio della similarità, quindi, l’Autore sostituisce quello della singolarità, temperato, però, dal principio di reciprocità e dall’imperativo della comunalità. Sotto l’ombrello di queste parole d’ordine Rosanvallon discute di discriminazione, di politiche di genere, di beni relazionali e di uguaglianza di coinvolgimento, pronunciandosi per l’abbandono del modello del cittadino-proprietario a favore di una versione più socializzante della cittadinanza.

Diversamente da quanto ipotizzato da Corrado Ocone nella sua pur incisiva prefazione, non pare possibile concludere che Rosanvallon abbracci le “posizioni del socialismo e persino di un soft comunitarismo”. Se ciò è vero, quanto meno si deve avere l’accortezza di ricordare che quei termini non richiamano, per Rosanvallon, ciò che normalmente identificano nell’immaginario più scontato. L’impressione, piuttosto, è che questo intelligente professore del Collège de France abbia tentato, con sforzo meritorio, di conciliare i segni distintivi della più attuale ed epidermica contemporaneità con la forza e con la dinamica morali del 1789, postulati ancora come risorse mai più ritrattabili. A chi scrive il libro di Rosanvallon sembra incarnare, semplicemente, la guida meditata per una verosimile ed auspicabile reinterpretazione riformista della realtà che ci circonda. Anche se la pars construens del ragionamento è ancora un po’ troppo vaga, simbolica e programmatica (il richiamo finale ad una rinazionalizzazione della democrazia è troppo stringato per acquistare un senso coerente con tutto ciò che lo ha preceduto), è opportuno rimarcare, in tutta la trattazione, un fil rouge notevole, che si dipana in due direttrici. La prima è quella che si risolve nel memento, talvolta esplicito, quasi sempre implicito, che la lotta per uguaglianza è vitale per la democrazia nella misura in cui ne incarna il veicolo dell’altrettanto vitale necessità del conflitto: volervi porre fine equivale invariabilmente ad agevolare pericolosi disegni di identificazione e di rigetto. Oltre a ciò, nel modo con cui Rosanvallon lascia esprimere e spiegarsi le tante letture che evoca nella sua lunga dissertazione, si intravede la valenza determinante, per le questioni dell’uguaglianza, e pertanto anche per quelle della democrazia, dell’immaginario collettivo e della proiezione di sé, nella società di appartenenza e nel mondo. Anche le procedure (quelle elettorali, ma pure quelle decisionali) non possono essere estranee a questa cornice. E le politiche sociali, del lavoro come dell’istruzione, sono funzionali proprio alla capacitazione effettiva dell’individuo, affinché, cioè, possa essere e sentirsi parte attiva e positiva della comunità. Dunque non si tratta, soltanto, di costi cui corrispondono diritti tanto fondamentali quanto condizionati; si tratta di azioni continuativamente costituenti della stessa forma sociale, visto che, per tramite di una parziale de-individualizzazione, rendono potenzialmente accessibile un certo e basilare grado di civismo, motore, a sua volta, di un più sano individualismo. Il punto non è banale. Bisogna sottolineare, infine, l’altra ricchezza di questo testo: che risiede nell’efficace e poderoso esercizio di storia delle idee che il tema dell’uguaglianza dischiude pagina dopo pagina. Ci si sente a diretto colloquio con molti grandi: da Sieyès a Tocqueville, da Adam Smith a Rousseau, da Guizot a Blanc, da Cabet a Proudhon, da Bourgeais a Jünger, da Rawls a Dworkin, da Barthes alla Nussbaum. Sono conversazioni che nell’attuale saggistica non si ha modo di praticare con analogo piacere e con altrettanta soddisfazione. 

Interviste all’Autore (di Sylvain Bourmeau, di Fabio Gambaro)

Recensioni (di Massimilano Panarari, Anna Hollendung, Daniel Bel-Ami, Anais Camus)

La lettura di Stefano Rodotà

Quale politica nell’età dell’estrema ineguaglianza (di Pierre Rosanvallon)

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Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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Nella Premessa a questo libro si ricordano velocemente alcuni nomi: Piovene, Soldati, Comisso. Maestri, tutti, del viaggio in Italia, quasi un genere letterario a sé stante. Anche quello di Claudio Giunta, in effetti, è un itinerario nel Belpaese, ma il proposito e lo stile non coincidono con quelli degli illustri antenati, che del resto l’Autore, pur con ammirazione, cita in modo pressoché rituale. L’Italia c’entra sempre, questo è certo. Ma per Una sterminata domenica – che mutua il suo titolo da un verso di una poesia di Vittorio Sereni – il raffronto più evocativo può essere con l’Umberto Eco di Diario minimo (il primo e il secondo). Il tour, cioè, non è solo nei luoghi o nella gente; è soprattutto nel costume, nella società. Sono carotaggi, che, senza rinunciare ad uno sguardo sempre divertito e sincero, snidano le cifre più autentiche di alcuni dei momenti più notevoli dell’italianità in progress, di un universo di esperienze, miti, presenze e memorie, anche personali, che vanno dagli Anni “Anta” agli anni Zero. Il paragone con Eco, però, finisce qui: perché l’intelligenza e l’erudizione di Claudio Giunta non sono mai maniacali o irritanti. il sorriso, infatti, finisce sempre per conquistare il lettore.        

C’è ironia, vera, sin dal primo pezzo, dedicato a Comunione e Liberazione, e giocato abilmente nell’equilibrio tra un meticoloso resoconto di una visita al famoso meeting annuale di Rimini e l’accurata e spietata analisi dell’antropologia e della retorica dell’amicizia che anima il movimento. È un’ironia, però, che non ha solo una funzione dissacrante. Consente un distacco, una sospensione che alimenta, di sponda, l’osservazione acuta, profonda, e che, se del caso, può scomodare, ma in modo illuminante, la Arendt, Schopenhauer o Malinowski. Avviene così, e allora con suggestioni leopardiane, quando si ricorda l’impatto emotivo generato nel 2010 dalle ben famigerate nubi del vulcano islandese Eyjafjöll. Ma è così anche quando si racconta della spedizione culturale italiana alla fiera di Guadalajara. E lo stesso accade con Scene di lotta di classe a Panarea, in un assemblaggio che sembra nato dall’improvviso incrocio simbiotico tra la penna di Flaiano e l’obiettivo del Lucignolo di Italia 1. Un’altro elemento interessante, nel volume, è l’applicazione costante – e felice – di una misurata attenzione filologica, che per l’Autore riesce naturale, essendo il suo mestiere. Fantozzi, Elio e le Storie Tese e Matteo Renzi diventano soggetti da interpretare meticolosamente, con un linguaggio che, però, non abbandona mai il faceto, anche quando arriva a risultati serissimi. Il rigore di questi saggi, dunque, ci guarda in modo sornione, pure nei casi in cui assume obiettivi polemici o toni di condivisibile passione civile e culturale (ad esempio ne Il significato di Luciano Moggi o in Certe biblioteche). È, in definitiva, una posa quasi malinconica, dolce, che nell’inatteso incontro con Bob Morse, cestista del Varese pigliatutto del 1980, quasi si confessa, e che, tuttavia, apprendiamo costituire il prodotto finale di un esercizio niente affatto episodico, quasi quotidiano, maturato all’ascolto di quella “magnifica cosa pop” che è Radio Deejay.      

Se si può provare a sintetizzare il carattere più consistente della proposta sentimentale di Claudio Giunta, questo si materializza tutto in una sorta di nostalgia della crescita, e quindi della creatività e delle sue stesse evoluzioni (v. l’ultimo saggio), che non sono solo personali o generazionali, e che sotto traccia ci si auspica nuovamente anche per il futuro del Paese. La cosa notevole è che, con questo libro, impariamo a capire che le risorse cui si può validamente attingere per ogni predicabile e realistica ripresa sono quelle di un passato tutto sommato recente, fatto di cose talvolta vissute o anche solo bollate come fatue e marginali, eppure più dense di quanto non si pensi e, soprattutto, più oneste di tante altre.

Le prime pagine de… Anything goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini e Diventare Fantozzi

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Premessa d’obbligo: anche l’Autore è cosciente del rischio che la sua ricostruzione venga travolta nel turbine del puro intrattenimento e delle tante ipotesi alla Voyager. Tuttavia, è evidente “che se non si vuole bloccare il progresso delle conoscenze una tesi non può essere rifiutata in quanto già ‘screditata’, se emergono argomenti nuovi a suo sostegno” (p. XI). Ma di quale tesi si tratta? 1. Che l’America è stata scoperta prima di Colombo. 2. Che ciò è dimostrabile attraverso un viaggio nella storia della geografia matematica e nella contingenza del collasso culturale che nel II secolo a. C. ha spazzato via dal Vecchio Mondo la consapevolezza e la diffusione delle scoperte scientifiche dell’età ellenistica. 3. Che la revisione sulle convinzioni finora dominanti sui possibili contatti transoceanici prima del 1492 e sul modo con cui circolano idee, dottrine ed invenzioni può contribuire anche alla critica di una concezione ancora altrettanto maggioritaria: quella che presuppone che, sulla Terra, le civiltà si siano evolute separatamente, nel rispetto di universali leggi biologiche e di invariabili itinerari sociali.

L’argomentazione di Russo – sempre chiara e interessante – parte proprio da quest’ultimo aspetto, per segnare, cioè, il campo nel quale collocare la rilevanza dei profili strettamente matematici che vanno a costituire il nucleo centrale del volume. Questo è dedicato ad illustrare le ragioni per le quali Tolomeo, diversamente da Eratostene, ha rimpicciolito le dimensioni del nostro pianeta. Per effettuare questo tipo di calcolo, infatti, era necessario avere alcuni punti di riferimento e verificarne le coordinate. Ma in ciò Tolomeo ha errato, finendo per collocare l’estremità allora conosciuta dell’ecumene alla latitudine in cui si trovano le isole Canarie ed ingenerando così la diffusione dell’idea secondo cui proprio quello era il limite delle esplorazioni compiute fino a quel momento. In verità, secondo le fondamentali acquisizioni di Eratostene e di Ipparco, quel limite doveva collocarsi alla latitudine in ci si trovano le Piccole Antille, nell’odierno Mar dei Caraibi; e quello, del resto, non poteva che essere il luogo in cui si trovavano le tanto famigerate e mitiche Isole Fortunate, di cui molte fonti antiche parlano e di cui non si può escludere la scoperta da parte dei grandi navigatori fenici e cartaginesi.

Il ragionamento che Russo conduce – e che viene accompagnato da illustrazioni molto efficaci, curate da Francesca Romana Capone – è puntuale e rigoroso ed è pertanto un’ottima fonte di nutrimento. La cosa più affascinante è trovarsi a constatare il sorprendente stato di avanzamento delle conoscenze scientifiche durante l’età ellenistica, ma anche l’altrettanto stupefacente facilità con cui, nel giro di pochi anni, quel patrimonio è svanito a causa degli sviluppi politici, sociali e culturali della romanizzazione del Mediterraneo e della chiusura che ad essa è seguita. È anche notevole cogliere la suggestione che, ad un certo punto, l’Autore lancia al pubblico italiano: perché il declino epocale che il Vecchio Mondo ha conosciuto in quella lontana occasione può leggersi come una delle radici prime della perdita del carattere unitario della conoscenza umana, e così della tradizionalissima tendenza peninsulare a concentrare prevalentemente la formazione del cittadino nell’approfondimento delle discipline umanistiche anziché nella stretta compenetrazione che esse devono sempre avere con quelle che oggi si ascrivono all’ambito delle scienze dure. Infine non lascia indifferenti vedere, ancora una volta, che il progresso e la sua lettura necessariamente lineare sono frutto di presupposizioni ideologiche superate: giacché è sempre troppo facile perdere la memoria, tornare indietro e imboccare ex novo binari che qualche altro saggio e accorto antenato aveva già percorso. Il libro di Russo è l’ennesima conferma del famoso detto di Bernardo di Chartres: siamo veramente come nani sulle spalle di giganti.

Recensioni (di Claudio Giunta, Carlo Rovelli, Pietro Greco, Luciano Bossina)

L’Autore a Radio3

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Sergio Campailla è da anni il curatore, per Adelphi, dell’opera omnia di Carlo Michelstaedter (1887-1910), una delle figure più tragiche della filosofia italiana del Novecento. Il giovane pensatore goriziano, infatti, è morto suicida all’indomani della conclusione della sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, che ne rappresenta il più noto e tormentato lascito intellettuale. Ne Il segreto di Nadia B. – che reca come sottotitolo la precisazione “La musa di Michelstaedter tra scandalo e tragedia” – il bravo e attento studioso dell’Università di Roma Tre torna, con piglio di vero scrittore, su alcuni dettagli della biografia del Suo Autore per ricavarne un’inchiesta avvincente, che si dipana tassello dopo tassello e che lui stesso concepisce “come un romanzo russo”.

La missione di Campailla è molto chiara: ricostruire la fine altrettanto drammatica e la vita avventurosa di Nadia Baraden, fiamma indimenticabile ed indimenticata di Michelstaedter, mai ricambiato nel suo slancio. Ne emerge una figura così forte dall’aver condizionato in modo decisivo sia l’intensità del pensiero di Carlo, sia l’esito infausto della sua esperienza di uomo. Anche Nadia si è suicidata, pochi anni prima, nel centro di Firenze, avvelenandosi e sparandosi un colpo di rivoltella. E prima di compiere questo terribile gesto, Nadia ne ha comunicato l’intenzione anche a Carlo, con una brevissima, ma esplicita, lettera che, per Campailla, lo ha “in-ca-te-na-to” (p. 200) al suo destino.

Già sposata con una spia zarista (il Baraden che le dà il cognome), Nadia Haimowitch emerge dalle cronache del tempo come un’eccentrica studentessa della celebre Scuola del Nudo, una donna giovane e affascinante, di famiglia ebraica, con un passato insospettabile di rivoluzionaria e di condannata in Siberia e poi all’esilio. Ammirata dalla buona borghesia fiorentina e corteggiata dalla nobiltà locale, rappresenta un lato misterioso che l’Italia dell’inizio del Novecento ancora non può capire e che percepisce, anzi, come spazio dell’esotico o del nevrotico. Nadia, però, è l’eroina incompresa e proto-tipica di uno sconvolgimento politico che presto infiammerà tutta l’Europa e che ne rende la testimonianza un’icona della stessa persuasione che Michelstaedter ricercava come ideale assoluto. Per Campailla, in definitiva, Nadia è stata, per Michelstaedter, ciò che Lou Salomé è stata per Nietzsche. Capirci qualcosa di più non è, quindi, un affare trascurabile.

Il libro è una specie di congegno ad orologeria, il cui ticchettio cresce di intensità passo dopo passo. Ritagli di giornale e documenti recuperati in archivi pubblici e privati si mescolano ai ricordi del giovane studioso, ai primi sguardi, negli anni Settanta, tra le carte gelosamente custodite dalla sorella di Michelstaedter. Deduzioni e ricostruzioni puntuali si intrecciano, poi, a piccoli ma suggestivi schizzi sulla società dell’epoca e sui tanti ed inquietanti tabù che la percorrevano e di cui è stata vittima anche Nadia. Ma senza dubbio il merito del saggio è riportare attenzione attorno ad esperienze individuali irripetibili, che oggi, paradossalmente, ci appaiono come il più chiaro presagio delle inquietudini di un secolo intero.

L’Autore presenta il volume

Il sito dell’Autore

Una poesia di Michelstaedter su Nadia (da C. Michelstaedter, Poesie, Milano, Adelphi, 1987, p. 43):

Sibila il legno nel camino antico

e par che tristi rimembranze chiami

mentre filtra sottil pei suoi forami

vena di fumo.

O caminetto antico quanto è triste

che nella nera bozza tua rimanga

la legna che non arde e par che pianga

di desiderio,

ma dal profondo della sua poltrona

socchiusi gli occhi, il biondo capo chino

stese le mani al foco del camino

Nadia ride.

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cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

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