Manolo, vecchio gitano accampato alla periferia di Oporto, trova il corpo di un uomo senza testa; e un giovane cronista di Lisbona, Firmino, viene spedito ad approfondire il caso. Da qui prende avvio un giallo atipico, in cui ciò che conta non è l’intrigo, che è presto risolto, ma il fatto che si tratti di gettare luce sul contesto che ha generato il delitto e sulla sua violenta e quasi invincibile verità. Ad affrontare la sfida è la curiosità disincantata di Firmino, aspirante letterato, con la complicità di due impareggiabili alleati: un’albergatrice “di mondo”, la discreta ma onnisciente Dona Rosa, e un vecchio avvocato di nobilissimo lignaggio, Fernando Mello Sequeira, difensore di molte cause perse e detto “Loton”, per la sua somiglianza con il famoso Charles Laughton (l’istrionico difensore nell’altrettanto famoso Testimone d’accusa di Billy Wilder). Proprio questo singolarissimo uomo di legge – che in passato aveva voluto essere allievo di Hans Kelsen, uno dei giuristi più autorevoli del Novecento – conduce le danze e porta la battaglia fino in fondo: per inchiodare pubblicamente gli assassini di Damasceno Monteiro; per rivelare il marcio che si nasconde tra i tutori dell’ordine pubblico e nella rete di complicità e interessi che gli fa sempre da scudo; ma anche per denunciare la forza crudele che il potere rischia di assumere quando si scontra con i destini dei più deboli. Del processo e della sua arringa, tuttavia, resteranno solo poche tracce, e anche la giustizia non riuscirà a fare del tutto il suo corso. Nonostante ciò, il finale sembra volutamente aperto, perché si ha l’impressione che per l’Autore la soluzione del caso non possa che nascondersi in un testimone fragile e difficile, che, come Firmino, ogni lettore ha il dovere, anche solo per poco, di provare a prendere con sé.
Tabucchi ha sempre avuto un conto aperto con gli ingranaggi dell’autorità e dei suoi soprusi. Qui tenta nuovamente l’affondo, facendosi guidare da Antonio Cassese, grande internazionalista e, per l’occasione, consulente d’eccezione, dalla cui opera il romanzo prende aperta ispirazione. L’Autore confessa, infatti, nella Nota che chiude il volume, di aver approfondito alcune “tematiche di ordine giuridico” dopo aver letto Umano e disumano. Commissariati e prigioni nell’Europa di oggi. È una coincidenza particolare e felice: la lettura di quel libro, comprato quand’era ancora fresco di stampa, nel 1994, è stato uno dei fattori che più ha contribuito a determinare la mia scelta di studiare giurisprudenza. D’altra parte, di fronte alla drammatica urgenza della situazione in cui si trovano tutti coloro cui viene sottratta la libertà personale da parte di chi è formalmente legittimato a farlo, le più elementari istanze di garanzia emergono quasi naturalmente e suscitano una sorta di fisiologica empatia. Così come emerge l’interrogativo più profondo sugli abusi di un tale potere restrittivo e sulla cortina socio-culturale che li ammanta, in parte celandoli, in parte giustificandoli: ogni allusione al recente e tragico caso Regeni è benvenuta. Certo, da giurista, le teorie dell’avvocato “Loton” sulla Grundnorm di kelseniana memoria non paiono così inappuntabili. Ma è indubbio che è molto diffusa, se non incarnata, nelle nostre più profonde concezioni della collettività e della convivenza l’idea che il corpo delle regole che ci governa si spiega e si giustifica solo al cospetto dell’accettazione piena del motore di senso (il valore di ogni individuo) su cui esse poggiano: se questo motore si inceppa, o (peggio) se viene sostituito da motori alternativi e dissonanti (l’interesse e l’omertà), ogni discorso sulla legittimazione del potere rischia di farsi mera e sfibrante apparenza.
Recensioni (di Stefano Crivelli; di Paolo Mauri; di Marie-Christine Cousin)






Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.