In un mite pomeriggio autunnale del 1980 Nicoletta Segafredo, guida turistica e moglie dell’anziano avvocato Dal Bianco, viene uccisa alla Rotonda del Palladio, a Vicenza. Di lì a poco, non lontano da Schio, affiora in un canale il corpo di un architetto vicentino, Riccardo Molinari, funzionario della Soprintendenza. I due casi si intrecciano ben presto, tanto che il maresciallo Piconese di Schio e il commissario Bonturi di Vicenza cominciano a collaborare. La trama della storia si palesa complessa sin dal principio. La guida e l’architetto si conoscevano, e si vocifera pure di una possibile relazione clandestina. Li aveva incontrati anche Giulia Sigismondi, una giovane e istintiva storica dell’arte, che sbarca il lunario come guida part time e traduttrice. L’architetto, in particolare, pareva assai interessato agli studi di Giulia, specialmente alla sua tesi sui preziosi disegni teatrali di Palladio, scomparsi nell’ordito di complicati passaggi tra nobili collezionisti, mercanti e faccendieri di tutta Europa. È forse un caso che attorno a Giulia ronzi minacciosamente la strana figura di un antiquario padovano che lei stessa aveva intravisto a casa di Molinari? Come se non bastasse, all’improvviso viene ucciso anche il custode della Rotonda. E nel frattempo il maresciallo Piconese e i suoi carabinieri sono distratti da un misterioso furto, avvenuto in una locale fabbrica di impastatrici. La scena – che è animata anche da altri personaggi – si articola tra escursioni e inseguimenti montani, da una parte, e sopralluoghi nelle campagne e nelle bellissime ville della pedemontana veneta, dall’altra. Tuttavia, più che la caccia a qualche inestimabile tesoro rinascimentale, è la sapienza pratica di Piconese a salvare capra e cavoli, e a lasciar correre quindi il romanzo verso un piacevole e familiare lieto fine.

La facilità di scrittura e il senso dell’intrattenimento propri di questo Autore non sono nuovi, come non lo sono la passione per la cultura della sua terra (v. qui e qui) e l’invenzione del maresciallo Piconese, già all’opera in altre precedenti avventure (v. qui e qui). Questa volta al centro dell’attenzione non c’è più l’epopea della gente cimbra (che pure continua a emergere in più di qualche pagina e figura). Il fuoco è tutto su Andrea Palladio, sulle sue ville e sull’epoca che ne ha visto sorgere e diffondere la fama. Nonostante il racconto abbia una sua apprezzabile autonomia, il libro gravita tutto attorno al fascino che ancor oggi sprigionano le opere del grande architetto. Di ciò è testimone l’ampia appendice informativa che si trova al termine del volume e sprona, quasi fisiologicamente, a cercare e compulsare I quattro libri dell’architettura. Si ha l’impressione, dunque, che Giallo Palladio altro non sia se non un divertito pretesto per introdurre e stimolare i profani a una traiettoria artistica straordinaria, e anche a farne esperienza diretta nella riscoperta degli insegnamenti del famoso costruttore vicentino e nella frequentazione degli spazi, dei colori e dei volumi del paesaggio veneto. In questo senso quella di Matino – e del suo editore – è una proposta intelligente, da assumere come primo stadio di un percorso progressivo: da intraprendere, dapprima, con la lettura alternata di un altro bel testo, illustrato, che sempre Biblioteca dell’Immagine ha preparato sulle ville venete; e da proseguire, poi, con lo studio del classicissimo e tuttora magnetico tomo di Giuseppe Mazzotti e, magari, infine, con una visita alla Biblioteca Marciana di Venezia, per gustare le vedute di Fra’ Vincenzo Coronelli. Soprattutto, Giallo Palladio si può tenere sottobraccio, vagando all’ombra di qualche barchessa e cercando un riparato angolo di verde per gustarne la bonaria e accogliente (ma per nulla scontata) semplicità.

Andrea Palladio secondo Philippe Daverio

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Il protagonista di questo romanzo è Marcello Gori, trentenne viareggino che, largamente fuoricorso, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Presto, del tutto inaspettatamente, vince una borsa per il dottorato di ricerca. Non può avere occasione migliore: non tanto per imboccare finalmente una possibile strada professionale, quanto per starne ancora lontano e fuggire dalle responsabilità cui il padre lo richiama da tempo. Il mondo accademico, però, si propone subito in maniera grottesca, con tutti i modi, i riti e le storture che gli attribuiscono i più noti e accreditati stereotipi. È naturale che, pur orientato dai consigli di Carlo, un assegnista preparatissimo che pare essergli amico, Marcello si senta un pesce fuor d’acqua. La sua guida poi – il Chiarissimo Prof. Sacrosanti, mentore dello stesso Carlo e di Pier Paolo, un dottorando ben più a suo agio di Marcello – lo mette sulle tracce dell’opera letteraria di Tito Sella, membro negli anni Settanta di uno sgangherato gruppo pararivoluzionario di provincia, e condannato all’ergastolo per alcuni gravi reati commessi dalla sua banda. Sembra proprio un’esperienza priva di particolare respiro. Tanto più che i primi approcci critici di Marcello quasi annegano nel corso dei dibattiti puntuti di un grande congresso di italianistica comparata. Nonostante ciò, il destino spinge il protagonista fino a Parigi, a consultare gli archivi di Tito Sella e a vivere pro tempore l’esperienza del tipico giovane studioso italiano all’estero. In quel contesto, a dispetto dei consigli di Sacrosanti, Marcello si immerge, e si confonde, nella traiettoria esistenziale del suo personaggio, immaginandone nei dettagli il romanzo autobiografico. Lo straniamento lo porta ad un senso di improvvisa liberazione, con incontri e abbandoni sorprendenti. Fino al forzato ritorno a casa, dove apprende di un evento tragico che lo scuote profondamente e lo porta, come in un giallo, a rivedere la pista seguita fino a quel momento, a fare una scoperta potenzialmente sensazionale e a compiere, per la prima volta nella sua vita, una scelta davvero consapevole.

La ricreazione è finita possiede tutte le stimmate del potenziale successo editoriale. In primo luogo, solletica con arguzia i palati di chi ama dissacrare il mondo universitario e i suoi principali attori. Ferrari, infatti, offre un vero e proprio repertorio del più assurdo e ipocrita galateo accademico: dal modo con cui si preparano le note di un saggio scientifico alle corse a ostacoli che si devono compiere per organizzare una conferenza e sistemare a dovere i diversi relatori. Di più: il romanzo è popolato di macchiette perfette, di figure (la dottoranda bionda, il Professor Morelli, Sacrosanti) che incarnano i classici tipi umani e le leggende personali di cui l’università è invariabilmente popolata, con le connesse povertà umane e intellettuali. Già questo, dunque, funziona benissimo. Oltre a ciò, si tratta di un romanzo di formazione, che per il solo fatto di riguardare il prototipo del vitellone degli anni Duemila non può che suscitare empatia. È il racconto di una specie di ravvedimento, di una presa di coscienza (anche questo è un fattore che i lettori di solito gradiscono) che si costruisce per opposizione all’artificiosità e all’ambiguità (che alla fine si rivelano estreme) dell’ambiente ipoteticamente colto, illuminato e impegnato in cui essa matura. Forse il terminale ultimo della storia, il punto di caduta del protagonista e delle sue decisioni finali, è disegnato in modo eccessivamente rapido, quasi sommario, come un fulmine a ciel sereno. E forse la scrittura è talvolta discontinua, alternando spezzoni di osservazione profonda o concentrazione comica, e a tratti sarcastica, a lunghi brani (talvolta superflui e) meramente narrativi. Ma occorre ripeterlo: gli ammiccamenti sopra descritti possono coprire qualsiasi maniera, ogni difetto. Sicché, nel complesso, il romanzo gira, eccome.

Il fatto è che – al di là di quanto può verosimilmente piacere – l’originalità di questo libro – il cui titolo fa ironicamente il verso sia ad una famosa frase di De Gaulle, sia a un discusso saggio di Roger Abravanel – si scopre meglio nella sua parte apparentemente più ingenua, ossia nel modo con cui rappresenta la dialettica tra vita e letteratura, tra ragioni del cuore e ragioni della testa. È profilo che si può apprezzare su due livelli, quello che più riguarda il protagonista, e quindi l’io narrante e alter ego dell’Autore, e quello che coincide con il soggetto-oggetto della finzione, Tito Sella, raffigurato e comparato con gli eroi delle sue opere. Il primo livello si spiega semplicemente. Se da un lato la somma superficialità di Marcello è il vizio che ne caratterizza meglio la personalità, è indubbio che è proprio questa virtù – un approccio spontaneo alle cose, diremmo – ad averlo protetto dall’eccesso dell’intelletto: ad averlo, cioè, tenuto “a distanza dal baratro in cui scivola chi si concede integralmente, senza remore e senza protezioni, con il rischio di essere risucchiato dall’abisso senza nemmeno rendersene conto” (p. 431). Il secondo livello, invece, è più complesso. Così come Marcello si scopre vittorioso nel farsi del suo formale fallimento, anche Sella viene riscoperto e riabilitato a modello di dignitosa coerenza proprio allorché se ne rivelano le umane paure, gli emotivi dietrofront e i successivi, umanissimi rimorsi. Solo i maestri – come Sacrosanti – sono dogmatici e perfetti, sanno come comportarsi e come, e dove, riuscire ad affermarsi, con il trasformismo e il perbenismo più assoluti, e abdicando a ogni innocenza. Che viceversa può darsi meglio nella dignitosa sconfitta di una bruciante rinuncia.

Recensioni (di D. Cacopardo; V. Calzolaio; S. Mariani; L. Martini)

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V13 è la sigla di un noto processo svoltosi a Parigi per gli attentati terroristici di venerdì 13 novembre 2015. Quel giorno un gruppo di giovani islamici radicalizzati e armati, partiti in auto da Bruxelles e operanti nel nome dell’ISIS, ha messo in atto una serie di azioni omicide: al di fuori dello Stade de France; dentro la sala del Bataclan, dove si stava svolgendo un concerto rock; davanti ad alcuni noti, e affollati, locali e caffè. Tra i killer c’è stato anche chi si è fatto saltare in aria, azionando cinture esplosive. Alla fine sono morte 130 persone. Ma le vittime (feriti, invalidi, persone in vario modo traumatizzate…) sono state molte di più. Come inviato freelance di un periodico, Carrère ha seguito tutto l’iter processuale, dalla prima udienza alla lettura della sentenza, pubblicando a puntate una serie di resoconti settimanali, che ora sono stati raccolti in volume e ordinati in tre parti: le vittime; gli imputati; la corte.

Nella prima parte lo scrittore spiega la struttura del giudizio e il relativo programma, dedicando, poi, apposito e ampio spazio alle voci e alle storie di chi ha subito l’attentato. È una galleria costellata di vite improvvisamente interrotte, di dolori profondi e paralizzanti, di immagini di sangue e di ferite, di sensazioni strazianti, e di rapporti che Carrère costruisce empaticamente anche con i familiari di chi è morto. La seconda parte, invece, è dedicata agli accusati, o meglio a chi non è esploso ed è stato infine catturato. È percorsa dal desiderio di capire, di ricostruire per quanto possibile i contesti familiari e sociali, e la psicologia, degli imputati, visti in azione nei mesi, nelle settimane, nei giorni e nelle ore antecedenti agli eventi. Ne esce un quadro contraddittorio, disegnato da un intreccio di silenzi e di dichiarazioni occasionali, e raffigurante, in larga parte, un complesso di traiettorie personali tanto sbandate quanto indecifrabili. La terza parte, infine, è quella delle arringhe di accusa e difesa, dell’analisi delle rispettive strategie e dell’attesa del verdetto. Carrère si sofferma bene sia sull’eloquenza degli avvocati, sia sulle capacità degli accusatori, sia – ancora – su specifici snodi tecnici di alcune questioni giuridiche (che dimostra di descrivere assai bene). È la fase in cui emerge nel modo più palpabile la speciale sensibilità che l’Autore manifesta sin dalle prime pagine per le dinamiche della giustizia.

Tutto il libro è percorso da interrogativi fondamentali, talvolta espliciti, talaltra impliciti, ma inequivocabilmente presupposti: a che cosa serve il giudizio? Qual è il ruolo dei soggetti che sono chiamati ad animarlo? Si possono difendere degli indifendibili? Si può davvero ristorare il dolore patito? Del processo, in realtà, lo scrittore avverte – si direbbe – una funzione catartica: come luogo privilegiato per il riconoscimento che le vittime cercano o per l’incontro che proprio lì possono fare con i loro carnefici e con i rispettivi parenti, e che può preludere anche percorsi esistenziali riparativi, particolarmente articolati; ma anche come margine istituzionale comunque necessario, in cui riaffermare le radici della convivenza e le ragioni di un nuovo inizio, perché, in questa prospettiva, il processo è il modo “per trasformare l’emotività in diritto” ed evitare che “vada persa” senza frutto. Più, e forse meglio, di altri e tanti testi V13 dimostra plasticamente come e quanto la giustizia dello stato di diritto e la sua ritualità, pur non riuscendo a risolvere ogni cosa, possano farsi filtro efficace di pulsioni pericolose o autodistruttive. E contribuiscano, dunque, in maniera determinante, a rilegittimare i poteri pubblici e a rinnovare il patto sociale.

Recensioni (di M. Cecchetti; C. Consoli; D. Coppo; V. Latronico; A. Mittone; M. Moca; G. Silvano; M. Zanon)

Un’intervista all’Autore

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Ci troviamo nel bel mezzo della famigerata contea di Yoknapatawpha. Lucas Beauchamp è stato colto con una pistola fumante in pugno, a pochi metri dal corpo morto di Vinson Gowrie. È stato preso miracolosamente in custodia e ora si trova in cella, nella prigione che sta sulla piazza della città. Ma ormai tutti si aspettano che i Gowrie – come gli altri del Quarto Distretto – si preparino presto al linciaggio di Lucas, il negro che ha sparato alle spalle di un bianco. Se lo immagina anche Chick Mallison, che ha sedici anni, è ancora un ragazzo, eppure sa bene che cosa sta per accadere. E sa perché Lucas rischia davvero: perché i Gowrie e la loro gente non scherzano; e soprattutto perché Lucas non si è mai comportato come un negro. È sempre stato troppo fiero, quasi altezzoso. È per questo motivo che lo vuole vedere e che accompagna lo zio Gavin, procuratore della Contea, fin dietro le sbarre. Dove Lucas, sorprendentemente, gli affida una missione segreta, quella di riesumare il corpo di Vinson Gowrie. Nella bara, infatti, si nasconde il segreto di quanto accaduto e non c’è tempo da perdere. In una vorticosa avventura, che si svolge tra un sabato notte e il lunedì successivo, Chick diventa improvvisamente e coscientemente adulto, con la complicità di Aleck Sander, un ragazzo di colore che è al servizio della sua famiglia, e dell’anziana e indomita signorina Habersham. Nel frattempo, ovviamente, con l’aiuto di un astuto e smaliziato sceriffo, anche la verità verrà a galla.

Faulkner – che in questo libro, un vero capolavoro, attinge a tutto il repertorio della sua prosa strabordante e inarrestabile – non produce semplicemente un tipico romanzo di formazione. Né si limita ad anticipare temi e situazioni che si ritroveranno nel Buio oltre la siepe di Harper Lee. Il grande scrittore ricorre all’espediente del giallo per calarci nel cuore oscuro del razzismo e per affidare ai ragionamenti rapsodici dello zio Gavin le sue più intime, e controverse, convinzioni: sulla necessità che i problemi del Sud con le persone di colore vengano risolti innanzitutto dalla gente del Sud; e sul fatto che si tratti di una questione eminentemente morale, insuscettibile di essere superata per il tramite di imposizioni dall’esterno. Ciò che più colpisce è che nel ragionamento di Faulkner il sedimento delle virtù più autenticamente americane viene collocato nella paziente resistenza e nell’attaccamento fedele, originario, delle persone di colore alla terra; a quei luoghi interni in cui sarebbe possibile sfuggire al vizio nazionale per la “mediocrità” (così nel testo) di una cultura vacua e consumistica e, dunque, confederarsi tra bianchi e neri, per un’alleanza che si potrebbe definire etica e costituente allo stesso tempo. Se è vero che tratti di questa prospettiva si prestano a interpretazioni ambigue, bisognose quanto meno di una forte storicizzazione (il romanzo è del 1948), non si può dubitare, neppure oggi, dell’immediatezza e dell’efficacia dell’insegnamento che lo zio Gavin cerca di veicolare a Chick con una certa insistenza: “Certe cose devi sempre essere incapace di tollerarle. Certe cose non devi mai smettere di rifiutarti di tollerarle. L’ingiustizia e l’oltraggio e il disonore e la vergogna”.

Recensioni (di A. Carrera; di G. Fofi; di D. Mosca; di A. Salvatore)

Intruder in the dust (il film del 1949)

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Ci troviamo in una piccola città suditirolese. Erwin, il padre di Johannes, è morto a causa di un tumore. Ma il fratello di Johannes, Georg, che è un politico e si è occupato sempre assai poco del padre, lo chiama spaventato al telefono, dicendogli di aver visto il defunto fuori dalla porta di casa. Forse Georg è sotto choc? O c’è qualcosa di strano? Anche la madre sembra improvvisamente impazzita. Sostiene che qualcuno ha rubato la borsa da viaggio del marito. Probabilmente anche lei è sconvolta dal decesso di Erwin ed è possibile che dimostri qualche segno di demenza. Comunque sia, Johannes – che fa l’insegnante e vive con la figlia Alma in una città oltreconfine – e Angelina – la moglie di Georg – non sanno capacitarsi. Poi Georg si accorge che sono scomparsi alcuni documenti del padre, legati al suo passato di giovanissima recluta della Wehrmacht, in servizio nella Berlino bombardata e assediata dagli Alleati. Johannes apprende dalla madre che è stata lei a distruggerli, perché contenevano delle lettere: si trattava del carteggio con una donna. Così, approfittando di un congresso sui risultati scolastici organizzato nella capitale tedesca, si reca a Berlino. Qui comincia un’esperienza molto particolare, non priva di colpi di scena, interferenze temporali e fantasmatiche, e situazioni sorprendenti. Non solo Johannes non resiste e si mette alla ricerca, trovandola, della donna misteriosa, ora molto anziana ma ancora viva. La sua è anche un’immersione psico-sensoriale, nella quale rivede il padre e, ricostruendone le tracce, e vivendone una nuova e inaspettata morte, ne reinterpreta la traiettoria e l’avventura, assecondando il vero se stesso. E lasciandosi andare. Di questo romanzo non si può dire tutto, si rischierebbe di restituirne un’immagine semplicistica. Come se si dicesse, ad esempio, che questa è una storia in cui l’amore vince la morte. Nella prosa pacata e lineare del suo Autore – che qua e là sa farsi anche comica, con l’effetto di creare un po’ di complicità con il lettore e di tradurre bene la sincera stupefazione del protagonista – si nasconde l’inafferrabile complicazione di un viaggio nella memoria e nella naturalezza. In Stanze berlinesi Sepp Mall ci porta fuori dagli schematismi delle vite indifferenti e stereotipate, insegnandoci che per farlo dobbiamo conoscerci meglio, andare oltre confine e ascoltare davvero la voce che portiamo dentro. 

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Il famoso creatore del Pojana e del suo territorio di riferimento, il Pojanistan, racconta in un prologo e cinque atti il tortuoso percorso che lo ha portato a diventare attore, a esplodere improvvisamente sulla rete con il provocatorio e virale Ciao terroni e ad essere infine ospite fisso di Propaganda live. È un itinerario che molto deve – a quanto pare – a William Shakespeare e all’universalità e alla versatilità delle sue opere teatrali. Così Pennacchi, scrivendo di se stesso, dalle origini all’adolescenza, dal servizio militare all’università e alle prime esplorazioni teatrali, scrive anche del bardo di Stratford-upon-Avon e, soprattutto, di uno dei suoi più grandi e iconici personaggi, Falstaff. Il mix sortisce un effetto di immediatezza, semplicità, divertimento ed empatia, e regala anche un approfondimento, condotto dall’interno, su di un certo modo di fare teatro. Infatti, Pennacchi prende e adatta, à la Pojana, spezzoni di grandi classici shakespeariani, come l’Amleto, l’Enrico IV o il Re Lear, portandoci in un laboratorio personale, fatto di ricordi, errori, scoperte, spunti, modelli e lezioni autorevolissime. È una specie di dojo, il cui sensei a volte è Falstaff, nel suo essere full of life, e a volte è Bruce Lee (si, proprio lui), di cui Pennacchi mutua, a mo’ di manifesto, quattro chiari insegnamenti: research your own experience; absorb what is useful; reject what is useless; add what is specifically your own

Shakespeare – come ogni classico, in fondo – si può manipolare, contestualizzare, smontare e riassemblare: è buono per ogni tempo, ciascuno lo può proporzionare sulle misure che gli risultano adeguate, e il suo segreto, in un’ultima analisi, sta nel fatto che si tratta di un teatro che “ci svela la natura conflittuale di tutte le relazioni umane” e ci dice che “più storie sai più ti destreggi nelle tempeste della vita”. In questa prospettiva, si capisce che per Pennacchi non c’è miglior modo di fare teatro che quello di chi “imbarca esperienza” passo dopo passo, per trasferirla volta per volta in ogni singola rappresentazione, in ogni personaggio. È un lascito di metodo che, forse, potrebbe essere utile per ogni professionista, intendendo come tale non solo chi esercita abitualmente un’attività intellettuale, ma chi si propone, ciò facendo, di perfezionarla e concretizzarla attraverso l’arricchimento di sé. Calcare una scena significa esattamente questo, non solo per un attore. Più in generale, in questa performance scritta – nella quale bisogna immergersi con fiducia, senza lasciarsi distrarre dall’andamento falsamente rapsodico – Pennacchi riesce a prendere per mano il lettore, dimostrandogli che il teatro è un “farmaco” potente, che “non cede alla facile esca dell’indignazione quotidiana” e, anzi, “addestra a vestire i panni dell’altro, ad ascoltare le voci discordanti (anche dentro di sé), a simpatizzare col male, col cattivo, a riflettere sulle conseguenze di ogni azione”. Non ci può essere messaggio più chiaro per sottolineare l’importanza sociale del teatro e l’urgenza, attualissima, di rivitalizzarne le sorti in ogni sede.

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Ci sono piccoli volumi che dischiudono ampie possibilità di scoperta e approfondimento. Come questa pubblicazione, edita da il Mulino nel 2014. Raccoglie la trascrizione, riordinata, delle “puntate” che più di vent’anni fa un importante studioso di storia romana aveva dedicato ad Annibale per la trasmissione radiofonica Alle Otto della Sera. Erano state già riproposte, anche in forma scritta per le edizioni della RAI, e oggi sono rimaste disponibili online. Sono una piacevole lettura. D’altra parte, il comandante cartaginese, il protagonista della seconda guerra punica che ha sbaragliato le legioni romane alla Trebbia, al Trasimeno e a Canne, è una figura quasi mitica. Non può non affascinare. Inoltre Annibale è uno dei personaggi storici di cui ci si rammenta sempre qualcosa. Così è anche per me, se non altro per le nozioni acquisite in alcune ore passate, a suo tempo, in compagnia dell’abile e avvincente narrazione di Gianni Granzotto (per sincera curiosità, ma anche per compensare il polpettoso e romanzato peplum di riferimento, quello del 1959, con un baldanzoso Victor Mature nei panni del condottiero). Il fatto è che il valore del saggio proposto da il Mulino va al di là delle affezioni per gli eroi di gioventù. Giovanni Brizzi, certo, fa quello che ci si aspetta da un’agile, ma precisa, introduzione divulgativa: di Annibale ricostruisce le origini, il contesto familiare, l’educazione, i progetti, le tattiche e le strategie, e anche la sconfitta nella piana di Zama, ad opera di Publio Cornelio Scipione, con successivi caduta, esilio e morte. Non manca, ovviamente, di dare anche alcune coordinate, sintetiche ma nitide, sulla storia, e sul momento specifico, delle due potenze allora in conflitto, Cartagine e Roma. Ma l’Autore riesce pure a introdurre i non addetti ai lavori a un aspetto di fondamentale importanza. Riguarda le articolate chiavi interpretative che sono offerte dalla storia militare. Può sembrare scontato, nel caso di Annibale. Perché decrittare i segreti e le astuzie che hanno favorito la prevalenza, in battaglia, di uno schieramento anziché di un altro è molto interessante. Viene voglia di partire subito alla volta del lago Trasimeno, per camminare sulla scena delle operazioni di quel famoso scontro. Tuttavia ciò che offre la storia militare è una prospettiva che, in questo caso, aiuta a capire in maniera efficace il confronto tra l’approccio latino originario e il lascito maturo della cultura ellenistica, con un risultato finale, quasi un salto evolutivo, che, in un’esperienza drammatica, distruttiva e del tutto spiazzante, e grazie al tirocinio svolto da Scipione (che dell’avversario si rivela quasi un apprendista), ha fatto crescere e reso egemone lo stato romano. Analogamente, la stessa prospettiva consente di avvicinarsi ai più classici problemi delle total wars, dei conflitti, cioè, che, non solo nell’antichità, sono stati talmente intensi e decisivi dal determinare trasformazioni permanenti sui luoghi, sulle istituzioni e sulle civiltà che vi sono restati coinvolti. Così è accaduto, rispetto alla campagna militare di Annibale, per gli effetti a lungo termine che essa ha determinato sul meridione d’Italia, sulla politica interna e internazionale di Roma, e sugli equilibri socio-economici del Mediterraneo. Si può proprio dire che, di fronte ad Annibale, ci sono stati un prima e un dopo, e che questo è più che un buon incentivo a navigare nei due grossi tomi della ricerca che vi aveva dedicato Toynbee, uno degli storici più intelligenti del Novecento (e del quale attualmente, in tempi di concitato interesse geopolitico, andrebbe letto tutto, o quantomeno l’illuminante Il mondo e l’Occidente). Ecco, le pagine di Brizzi sono come scatole cinesi, per questo meritano di essere frequentate.

Annibale secondo Alessandro Barbero

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Dal famoso autore di Fatherland e di altri bestseller è giunto quest’ultimo romanzo. Nella sua versione originale, Act of Oblivion, il titolo del libro richiama l’Act of Free and Generall Pardon Indempnity and Oblivion, approvato dal Parlamento inglese nel 1660, primo anno del governo “restaurato” di Carlo II Stuart. Si trattava di una sorta di amnistia (un regime normativo, per la verità, molto articolato e ricco di eccezioni) per i crimini variamente commessi durante la guerra civile e la “dittatura” di Oliver Cromwell. Da essa erano rimasti esclusi soprattutto i regicidi, coloro, cioè, che avevano partecipato alla condanna o sottoscritto l’ordine di decapitazione del re Carlo I e che, perciò, sono stati oggetto di una vera e propria caccia. Chi è stato catturato, poi, è stato sottoposto a un’esecuzione terribile e prolungata. Harris ricostruisce fedelmente la fuga e l’inseguimento di due regicidi, Edward Whalley e William Goffe, ex ufficiali dell’esercito puritano, realmente esistiti e tra loro imparentati. Essi non sono, però, gli unici protagonisti di queste vicende. C’è anche un personaggio di pura invenzione, un funzionario del Privy Council del sovrano e capo dell’intelligence, Richard Nayler, che, animato da una personale e inarrestabile sete di vendetta, cerca i fuggitivi ovunque e in ogni modo. La scena si divide tra l’Inghilterra e le colonie d’Oltreocenano, dove i due veterani, assistiti da alcuni correligionari, sono costretti a vagare da un nascondiglio all’altro e a vivere ora come reclusi, ora in stato quasi selvaggio. In un susseguirsi di illustrazioni d’epoca assai dettagliate e di accelerazioni quasi western, le avventure proseguono fino all’epilogo, nel 1674, quando si consuma un ultimo e drammatico regolamento di conti.

Il racconto ha alcuni pregi. Scava in una pagina di storia non troppo conosciuta e descrive abilmente luoghi, situazioni e persone, facendo calare il lettore assai bene nel tempo che fa da sfondo alla trama. Tratteggia in modo efficace il fervore e il milieu dei seguaci di Cromwell, spiegando indirettamente moltissime cose sui rapporti tra il retroterra ideologico delle rivoluzioni inglesi e la futura rivoluzione americana. Descrive, infine, con precisione, usando lo stratagemma del memoriale del colonnello Whalley, alcuni snodi critici dell’ascesa e delle aspirazioni largamente utopistiche del New Model Army. Nonostante ciò, in Oblio e perdono c’è qualcosa che, di primo acchito, non torna. Sicuramente manca di risolutezza, una pecca che si traduce in un ritmo molto lento e in intermezzi talvolta noiosi. Ma soprattutto c’è – ed è forse alla base di questa indecisione – una tensione non completamente risolta tra due obiettivi che costantemente si ripropongono e si alternano: da un lato, la decostruzione dei processi, anche psicologici, individuali come collettivi, di chi si ostina a restare ostaggio di pulsioni totalizzanti (il messaggio è: se fare giustizia è necessario, è altrettanto necessario superare il passato e abitare il presente); dall’altro, la riflessione su di uno stadio preciso dell’evoluzione delle istituzioni inglesi, presa come pretesto per valorizzare l’importanza di un’intera tradizione costituzionale e dei suoi equilibri complessi e concretissimi (e, così, della monarchia costituzionale inglese, indipendentemente dall’identità o dalla moralità del “reggente”). Il primo livello, ovviamente, non esclude il secondo. Anche se, nella narrazione, è proprio il primo che pare prevalere, specie nella conclusione, dove chi si salva – meglio: chi Harris immagina salvarsi – è chi appare oramai propenso a cominciare davvero una nuova vita. Occorre aspettare le ultime pagine per sciogliere il dubbio e quello che sembrava un difetto potrebbe anche risultare un pregio, visto che continua a far lavorare il lettore, anche a libro chiuso.

Un’intervista all’Autore

La Guerra Civile inglese secondo Alessandro Barbero

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In questo saggio – che è la rielaborazione di un discorso tenuto dall’Autore il 7 ottobre 2021 alla Biennale Democrazia – si ragiona distesamente, in modo colloquiale e piacevole, su che cosa sia una lezione. E su quali siano le implicazioni, o le ridondanze, di una possibile definizione. La riflessione comincia da uno spunto etimologico: la lezione è qualcosa che richiama l’atto del raccogliere, del mettere insieme persone e parole. Da un lato, è un’esperienza di socializzazione, dall’altro, di riflessione continua sul linguaggio, sulla sua idoneità ad animare le cose che ci circondano e sulla sua magia, intesa come capacità emancipante e veicolo di scoperta. La lezione naturalmente è anche un luogo di trasmissione, ma il professore non va inteso solo come fonte di informazioni standardizzate e omogeneizzanti: la lezione è vera lezione solo se è “tempo di scorrimenti di materia da un luogo a un altro, ciascuno con i propri diritti e doveri, cioè con la propria dignità da rispettare”. Da un simile punto di vista, la lezione non può risolversi nella ripetizione di testi o manuali, che, piuttosto, forniranno premesse o conoscenze utili per la lezione stessa. Soprattutto, però, la trasmissione compresa nella lezione non va concepita come un trasporto meccanico, bensì come una passeggiata, il tempo che ci si prende per praticare uno “sguardo intorno”, diverso da quello dello “sguardo mirato, puntato”; del resto, la lezione non procede necessariamente in linea retta, secondo una traiettoria prestabilita a tavolino, ma è sempre “in corso d’opera”. Può anche terminare prima che il suo fine sia raggiunto e può conoscere preziose digressioni, favorire, cioè, “fermentazioni” che vadano al di là di un programma e siano aperte a sguardi sintetici e all’utilizzo di linguaggi relazionali (con metafore, immagini, suggerimenti). 

È in una lezione di questo tipo che si acquisisce l’occasione per sperimentare l’unità del sapere e per apprendere che non vi sono scienze veramente neutrali. Ed è sempre in questa lezione che si misura l’opportunità di restare in equilibrio fra finalità di pura istruzione e finalità educativa, di ammaestramento: perché essa è luogo di auto-formazione, di libero e responsabile scrupolo e spirito critico, da mettere alla prova tra complessità e razionalità, ovvero, come scrive efficacemente Zagrebelsky, tra lo spirito di Gerusalemme e lo spirito di Atene. Ciò può accadere, però, solo se la lezione rimane il luogo in cui volersi occupare di cose differenti da quelle che, fuori dall’aula, ci assordano quotidianamente. Chiedere silenzio alla classe, prima della lezione, assume dunque un senso particolare. Le lezioni, non a caso, avvengono proprio nelle classi, che sono sempre diverse l’una dall’altra, sono specchio della società e possono rivelarsi sia laboratori di esperienze democratiche, sia incubatori di sopraffazioni. In classe, poi, non si deve semplicemente stare, occorre esserci. Molto dipende dal professore, che nella classe deve saper far risuonare la propria voce, al di fuori di qualsiasi routine didattica. Alla fine di un percorso di lezioni, verranno, di solito, esami e voti, che pure non rappresentano lo scopo di quel percorso: in astratto, forse, potrebbero essere anche aboliti, anche se è vero che costituiscono tuttora soglie mediamente oggettive per dare un valore riconosciuto al merito.

Quella di Zagrebelsky, all’evidenza, è una lezione sulla lezione, che viene messa in pratica con gli stessi toni e metodi che il libro intende suggerire. Quindi è un esempio di come si potrebbe concepire una lezione, almeno per l’Autore. È anche una carrellata di grandi riferimenti intellettuali (Lemkin, de Maistre, Calamandrei, Florenskij, Levi, Condorcet, Talleyrand, Bobbio…) e di rinvii e suggerimenti alla migliore tradizione pedagogica (non solo italiana). Vale, in certo senso, come concentrato ripasso, cui ogni insegnante potrebbe rivolgersi per trovare o rinfrescare motivazioni e prospettive. Due sono gli aspetti che colpiscono. Il primo riguarda ciò che il volume non dice, e che tuttavia si può ricavare semplicemente. Perché è palese che le condizioni prime affinché sia praticabile un modello di lezione come quello prefigurato nel testo hanno a che fare con la difesa di uno spazio riservato di azione e comunicazione, un rapporto speciale tra docenti e studenti, che a sua volta non può che poggiare su una forte autonomia di orientamento intellettuale e scientifico delle istituzioni in cui quel rapporto si svolge. La realtà non è sempre, o non è più, coerente con questi presupposti. L’altro punto che merita di essere sottolineato è che La lezione è un esemplare, e ottimo, prodotto generazionale. È la perfetta filosofia della lezione, che, scherzando con un noto motivo hegeliano, diremmo giungere, come la nottola di Minerva, al tramonto storico di un’esperienza, nel chiaroscuro di un fenomeno formativo grandioso, tessuto da grandi Maestri. Saranno in grado, i contemporanei, di ripercorrere e rinnovare i fili di questa trama?

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In questo romanzo la vicenda immaginata da Andrea Tarabbia lo vede diretto protagonista, nella parte di uno scrittore che sta affrontando un periodo un po’ disorientante della sua vita. Si sente seguito ogni tanto da un serpente nero e guizzante, e decide di rivolgersi a uno psicanalista, il dottor P. Quest’ultimo lo riceve a casa, in uno studio attiguo alle sue stanze private. È così che ne conosce la moglie, la bellissima Silvia, e scopre la peculiare situazione della coppia. Lei frequenta il giovane Marcello, ragazzo bellissimo, ma violento, e affiliato a una pericolosa organizzazione di estrema destra. Il dottore, invece. ha una relazione con una donna del Nordest, e ogni tanto si allontana per passarvi del tempo. Entrambi sanno perfettamente quali sono le esperienze vissute dal proprio partner. Tarabbia, che ben presto viene in contatto con Marcello e diventa anche confidente del dottor P., comincia a frequentare il manipolo di attivisti di cui Marcello è il leader. Ne è in qualche modo attratto, ne conosce i membri, viene coinvolto in qualche azione e in altrettante riunioni, che si tengono al Babij Jar, un covo dal nome sinistro, pieno di animali e rettili imbalsamati, di cimeli fascisti e neo-fascisti, e di un archivio che tiene traccia, se così si può dire, degli “eroi di riferimento”. La storia dello scrittore inquieto – che, pure, ha dei trascorsi con una ragazza moldava di nome Anna – si intreccia con il percorso di una relazione aggressiva e morbosa, alla quale Silvia si sottomette sempre di più, fino all’esito pressoché inevitabile e, forse, previsto sin dal principio.

Si può prendere un libro famoso, a suo modo misterioso, e trarne ispirazione, oggi, per una specie di libro gemello? Il continente bianco realizza quest’operazione, scopertamente, muovendo da L’odore del sangue – l’ultimo e particolarissimo romanzo, postumo, di Goffredo Parise – e riscrivendolo, con alcune variazioni e con prospettive che, naturalmente, sono nuove, eppure invitano alla rilettura più attenta dell’originale. Quello di Parise è romanzo segnato da una maggiore insistenza individuale e psicologica, di scavo su desideri, pulsioni erotiche, aspettative e fragilità personali, quasi fossero orizzonti irredimibili. Anche il libro di Tarabbia è attraversato da una pluralità di destini, di esistenze cacciate e ricacciate nelle proprie strade da una qualche forza di gravità. Ma talvolta si ha l’impressione che nella penna di questo Autore si nasconda anche un interesse maggiormente “collettivo”. L’odore del sangue che evoca è parzialmente altro rispetto a quello di Parise. O meglio: è lo stesso, ma Tarabbia vuol farci capire che “tutti” lo possiamo avvertire; e che, al di là delle notazioni che Cesare Garboli aveva dedicato all’incombenza della morte dell’Autore stesso, come motore del romanzo parisiano, ci troviamo di fronte a un’esperienza molto più “diffusa” e “prossima” di quanto si possa immaginare. L’immersione di Tarabbia, così, diventa un po’ anche la nostra. È questa la cifra de Il continente bianco, che è un medium per comprendere più a fondo, ed esplodere, la grandezza de L’odore del sangue. Ne è anche un’ottima sceneggiatura: un plot già pronto per una trasposizione cinematografica che potrebbe funzionare assai bene.

Recensioni (di L. Illetterati; di S. Mariani; di G. Raccis; di D. Valentini)

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