Quando un Pardini si affaccia in libreria, la lettura è d’obbligo. Perché ci si trova di fronte a un autentico, spontaneo narratore (per altre precedenti letture v. qui, qui e qui). Anche Il valico dei briganti non fa eccezione a questo standard. È la storia di Vlademaro Taddei, un fuorilegge che cresce selvaggio e si forma nei boschi e nei pascoli attorno a Bagni di Lucca e diviene bandito a tutti gli effetti in America, sulla costa del Pacifico, dove emigra per sfuggire alle inevitabili conseguenze di un delitto. Lì si arruola – assieme a Jodo Cartamigli, un conterraneo che pare avere pulsioni decisamente opposte alle sue – in una squadra di guardie armate. Ma le tradisce ben presto, per schierarsi volontariamente con un gruppo di spietati malviventi. Viene iniziato alla più dura vita da criminale ed è catturato da una tribù di nativi, ma superata la durezza di questo apprendistato riesce ad accumulare un ottimo bottino e rientra così in patria. Tra i suoi monti cerca di vivere in modo riservato e decide di fare famiglia, assieme ad Angiolina, dalla quale ha due figli. Eppure l’istinto predatorio non lo abbandona e lo spinge a diventare il leader di una banda di briganti, impegnati in furti e rapine di ogni genere. Riesce a farla franca a lungo. Tuttavia, quando i suoi vengono catturati, processati e condannarti alla ghigliottina, capisce che deve darsi alla macchia. Comincia in questo modo una vera caccia, una sfida di cui sarà co-protagonista Jodo Cartamigli, che da tempo lo stava inseguendo per catturarlo e ucciderlo. La lotta proseguirà senza tregua, sino alla fine.

Si può dire ancora molto di questo romanzo. Ad esempio, sottolineando che ricompare Jodo Cartamigli, eroe di altre avventure western. Che l’Ottocento rimane una delle cornici predilette dell’Autore. O che, nuovamente, come in tutti i lavori di Pardini, ci si trova di fronte a una scrittura che per la sua estrema naturalezza non può che definirsi sorgiva. Tanto da comporre una sorta di sceneggiatura, pronta per un film che soltanto un novello Sergio Leone saprebbe dirigere e che, comunque, interpretato in salsa diversa, appassionerebbe senz’altro anche Quentin Tarantino. A volersi spingere un po’ più in là, dovrebbe riconoscersi che Pardini è il degno erede di un filone glorioso, che è quello di Salgari, e che ha avuto tra i suoi protagonisti, sia pur a suo modo, e con spiccato eclettismo, un grande dimenticato, Gian Dauli. Con questi antenati, Pardini condivide un ingrediente segreto. Gusto per la trama e per la singola scena, per la descrizione della natura e degli stati d’animo, per l’equilibrata ricostruzione del profilo e dell’animo dei personaggi: è questo il propellente, tutto istintivo, che permette a Pardini di far calare il lettore nel bel mezzo delle vicende che racconta, in presa diretta; e di avvicinarsi, dunque, ai suoi importanti predecessori. Poi, certo, qualcuno potrà aggiungere che ne Il valico dei briganti si affrontano questioni che rendono il romanzo ancor più meritevole, visto che vi si intrecciano i grandi temi della povertà e dell’emigrazione, e delle strutturali prevaricazioni della giustizia dei potenti. Il fatto è che ciò che pare interessare veramente a questo scrittore – ciò per cui è doveroso essergli grati – è rappresentare, come in un quadro, la fisica invariabile dei sentimenti e delle singole traiettorie esistenziali che essi agitano, anche quando sono dominate da un destino dannato. Come a dire che il mondo degli uomini, a patto di guardarlo per come esso è, sa darci da solo le più efficaci lezioni.

Recensioni (di M. Baldrati; di D. Bregola; di O. Di Monopoli; di S. Gambacorta)

L’Autore presenta il suo libro

Un’intervista

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Una prima cosa su questo libro la dice chiara il titolo: è una traversata, un lungo e intenso itinerario di più di 500 pagine. L’Autore ci ha messo quasi otto anni per comporlo. Anzi, per percorrerlo. Infatti, lasciandosi ispirare dal miglior Perec, ha sovrapposto alla sua città, Torino, una griglia immaginaria di 81 quadrati, che corrispondono agli altrettanti capitoli del volume. Poi, all’interno della mappa così predisposta, si è spostato, partendo dal suo lato più estremo e saltando da un quadrato all’altro, con lo stesso ordine che detta la mossa del cavallo su qualsiasi scacchiera. Ne è sortita un’immersione nei luoghi, nelle architetture e negli spazi; e ovviamente nei ricordi, personali e familiari. Con un solo obiettivo: scoprire la vera storia dei suoi genitori, e in particolare le ragioni della depressione del padre, del male che da un certo momento in poi lo ha accompagnato per tutta la vita. Che cosa ha condizionato l’esistenza di quel preciso e diligentissimo ingegnere? Forse la campagna sul fronte russo? O le tante apprensioni provate dopo l’8 settembre 1943? Oppure, ancora, un tragico incidente sul lavoro, un evento che, ad un certo punto, sembrava puntargli contro un infamante dito accusatore? L’Autore non sa capacitarsi, studia foto, osserva lineamenti e struttura di palazzi e chiese, passeggia ed effettua sopralluoghi, rievoca episodi e tappe salienti della storia delle famiglie, di quella paterna come di quella materna. E’ alla ricerca di un segreto, di una chiave di lettura. Sente l’urgenza di fare i conti, come se fosse la sua stessa identità personale ad essere in gioco. 

Il lettore si deve armare di tempo, di disponibilità al vagabondaggio, di pazienza. Specialmente, però, deve saper cogliere la traiettoria della traversata, il suo senso più profondo. Ciò che è possibile se ci si lascia guidare dalle suggestioni etnografiche che Canobbio allestisce strada facendo, alternando il suo scavo alla lettura di Griaule e Leiris, e al racconto della mitologia dogon e dei riti magici di una tribù africana. Il memoir, quindi, assume a tratti le sembianze di un’indagine su un’intera civiltà, di un lavoro di campo sull’esistenza, propria e familiare, intesa come universo complesso e inesauribile, mai pienamente spiegabile. Ma la traversata prova ad essere anche un rituale, un teatro vissuto cui l’Autore – che attende l’apparizione di un segno, di un portento che lo aiuti – si sottopone per isolare, incarnare e domare gli zār – gli spiriti maligni, come sono tradizionalmente chiamati da alcune popolazioni d’Etiopia – che hanno tormentato suo padre, e anche sua madre, e che, di riflesso, gli si ripropongono come un’eredità dolorosa e misteriosa. Un’eredità che, tuttavia, alla fine del romanzo, si rivela di tutt’altra pasta, semplice e a suo modo imprevedibile. In fondo al tunnel, o se si vuole al termine della notte, non ci sono le illuminazioni di una possessione tanto agognata; non c’è il momento della redenzione. Ciò che Canobbio trova e condivide è il ritratto di una promessa di speranza, un gesto concreto di una storia umanissima e altrettanto reale: perché, se la vita e i suoi accidenti generano attrito, non c’è altro da fare che affrontarlo insieme.

Recensioni (di R. Carnero; di M. Mancuso; di G. Tinelli; di D. Voltolini)

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L’Autore di East West Street torna alla ribalta. Lo fa con la storia dei chagossiani. Ne ha preso le parti in qualità di avvocato, difendendo le Mauritius contro la Gran Bretagna dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. Sul punto, nel 2019, la Corte ha pronunciato un parere, poi avallato anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un nutshell di questa vicenda (lunga, travagliata e, di fatto, ancora aperta) si può leggere qui (dove si trovano anche riferimenti per altre belle letture). Ma chi sono i chagossiani? Sono gli ex abitanti delle Isole Chagos, nell’Oceano Indiano, i discendenti di schiavi provenienti dall’Africa. Ex abitanti perché deportati negli anni Sessanta alle isole Mauritius. La regista di quell’operazione è stata la Gran Bretagna. In quel modo, se da un lato rinunciava a parte di quelle sue colonie in favore del riconoscimento dell’indipendenza del nuovo stato mauriziano, dall’altro manteneva la propria sovranità proprio sulle Chagos, per concederne quindi l’uso parziale agli Stati Uniti, che sull’isola di Diego Garcia hanno realizzato una base militare. Ciò facendo, però, lo stato britannico ha violato il diritto internazionale. Ha simulato, infatti, che le Chagos fossero disabitate e ha, quindi, smembrato la sua ex colonia, calpestando i diritti dei chagossiani, che così non hanno potuto godere delle conseguenze, in termini di autodeterminazione, del processo di decolonizzazione. Riassunta così, questa storia sembra semplice, come può apparire di facile affermazione la sua conclusione. Le cose non stanno esattamente in questi termini e Sands – prendendo spunto dalla traiettoria personale di Liseby Elysé, Olivier Bancoult e altri chagossiani – ripercorre tutti i complessi passaggi politici, diplomatici e giurisprudenziali, che hanno consentito di portare la questione all’attenzione della Corte dell’Aja. 

Il racconto è molto interessante, perché vi si descrive un’ipotesi esemplare di come sul piano internazionale importanti principi giuridici vengano affermati, interpretati e fatti valere. Nel caso di specie si passa dalle risoluzioni apparentemente più astratte (la 1514 del 1951, dell’Assemblea generale dell’Onu) alle prime e discusse non applicazioni (come nella sentenza del 1966 concernente le cause intentate dalla Liberia e dall’Etiopia contro il Sudafrica); dai successivi segnali di riconoscimento operativo (il parere della Corte internazionale sulla Namibia, nel 1971; o la controversia tra il Nicaragua e gli Stati Uniti, decisa nel 1984) alle diverse azioni intraprese con successo dalle Mauritius contro la Gran Bretagna (l’arbitrato del 2015 sull’illegittima creazione della riserva marina delle Chagos; e, per l’appunto, le procedure che hanno portato al parere, già ricordato, del 2019). In più di un passaggio Sands insiste sul carattere frequentemente incrementale della formazione del diritto internazionale e degli strumenti che ne garantiscono l’effettività, con rilievi che, almeno in parte, possono valere anche per altre branche del diritto. È sintomatico, ad esempio, questo estratto: “ho imparato che nel diritto, come nella vita, nulla è mai come sembra in superficie: le conseguenze reali di una sentenza, tra cui includo l’effetto domino di un’opinione dissenziente, richiedono tempo per manifestarsi”. Non meno significativi, poi, sono i luoghi in cui l’Aurore si sofferma sulla grande importanza che nelle controversie internazionali hanno la cultura, la provenienza e le esperienze pregresse dei giuristi e dei giudici coinvolti nello scioglimento delle singole questioni, ovvero l’intreccio complicato tra gli interessi strategici degli stati e, più precisamente, delle grandi potenze. Sono inviti a non trattare casi come quello dei chagossiani in modo naïf o, peggio, meramente retorico, perché le vie della giustizia sono sempre molto faticose e richiedono un’expertise adeguata e molta tenacia. Ma i pensieri di Sands, più di tutto, restituiscono il senso dell’oppressione colonialista e i suoi irresistibili e perduranti lasciti intellettuali, istituzionali e umani.

Recensioni (di V. Calzolaio; di K. Biondi; di A. Mittone)

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Luce è un’intraprendente architetta che vive e lavora a Parigi, dove ha conosciuto Gerard, collega e compagno. La morte della nonna – con cui ha vissuto da bambina, assieme alla sorella – la riporta in Italia, dove apprende di essere destinataria di una missione, che proprio la nonna sembra averle lasciato: mettere un fiore sulla tomba del bisnonno Antonio, caduto durante la prima guerra mondiale attorno a Cima Bocche. Il fatto è che la tomba è ignota. Luce cerca anche negli archivi militari, ma scopre che il fascicolo personale del bisnonno è vuoto. Ha tuttavia l’intuizione di consultare il fascicolo dell’ufficiale che aveva scritto alla nonna, per comunicarle la morte del marito. È così che, sulle orme di quell’ufficiale, il tenente Giardina, Luce conosce Marco, il nipote del tenente, con cui si lancia in una ricerca comune, che per entrambi comporta un viaggio nel passato personale e delle rispettive famiglie. E in alcune delle esperienze più drammatiche e ingiuste della storia dell’esercito italiano. Il racconto di Giovanni Grasso alterna le pagine sul rapporto, via via più intenso, tra Luce e Marco alle pagine del diario segreto del tenente Giardina, che il più classico degli espedienti letterari vuole ritrovate sul fondo di un vecchio baule. I fuochi del romanzo sono due: quello che denuncia nuovamente la crudeltà e l’ignominia delle fucilazioni sommarie, con un percorso analogo a quello compiuto qualche anno fa da Paolo Malaguti in Prima dell’alba (dove si rievoca un episodio che è citato anche in questo libro); e quello che, in un gioco dialettico tra cancellazione della verità e tutela morale, spiega quanto, e come, sia possibile fare giustizia anche con la memoria. Non sono temi nuovi, ma la scrittura è agilissima e l’Autore sa bene come prendere per mano i lettori, con un approccio che è delicato ed empatico allo stesso tempo. Rispetto ai “precedenti” più recenti sulla Grande Guerra, il valore aggiunto di questo libro si nasconde nelle pieghe di un tono pacato e nell’intuizione che ha saputo guardare all’immenso patrimonio delle tante, piccole/grandi storie di cui le famiglie italiane sono ricchissime.

L’Autore a Radio Radicale

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Dopo aver letto La ricreazione è finita riesce spontaneo rileggere Mistero al cubo. Se il primo ha finalmente riaperto un po’ di dibattito sui campus novel, non c’è dubbio che il secondo rappresenta una delle tante, possibili e riuscite sperimentazioni del genere. Che va visto in tutte le sue potenzialità, dai classici di David Lodge al pionieristico Quando studiavamo in America di Beppi Chiuppani. Fino al lascito alluvionale (e in verità inclassificabile) de La tredicesima cattedra di Franco Cordero. Mistero al cubo è un tassello importante di questa esperienza. È del 2019, è un giallo e – salvo un interessante punto di contatto sugli anni di piombo – è completamente diverso dal romanzo di Dario Ferrari. Non solo perché il suo Autore – che si cela dietro uno pseudonimo – è un collettivo di tre scrittori; o perché si tratta di una storia costituita direttamente dalla successione delle singole voci dei suoi personaggi. Mistero al cubo è diverso perché l’università e il suo essere forte immagine della società di riferimento sono più nettamente al centro della narrazione. Tutto ruota attorno al decesso del Prof. De Vitis, un ordinario di diritto penale comparato dell’Università della Calabria, trovato morto, integralmente nudo, nel suo ufficio all’interno di uno dei “cubi” del campus di Arcavacata. La scoperta la fa Edoardo Sansinato, il collaboratore più giovane, prototipo del tipico precario accademico e prima voce a farsi sentire nel racconto. Poi, a seguire, parlano anche gli altri: Umberto Gironda, il commissario incaricato delle indagini, colpito da qualche turbamento personale e familiare; Giusy Varrà, la laureata spigliata e disinibita, e un po’ senza scrupoli, che ambisce al dottorato e ha più di una doppia vita; Gianfranco Ferretti, il tesista anarchico e fuori corso, sospetto perfetto per la mentalità più stereotipata; Giulio Badiani, l’allievo anziano, tanto formato e rispettato, quanto frustrato dalla lunga attesa dell’ordinariato; Angela Musso, il p.m. che segue la vicenda, anch’essa (per così dire) un po’ turbata è un po’ alla ricerca; lo stesso Lorenzo De Vitis, il docente deceduto, che passo dopo passo rivela qualcosa di sé; e infine Nadia Gironda, figlia del commissario e amica di Giusy. 

La storia – che si dipana a cavallo delle festività natalizie del 2018 – non può essere integralmente svelata, si rischia lo spoiler. Ma è sufficiente dire che nell’avvicendarsi delle versioni dei singoli si avvertono distintamente molteplici ingredienti: la specifica caratterizzazione, assai realistica, di alcune figure accademiche; il legame, ben tracciato, tra una certa idea (tramontata) di università e il sogno di riscatto (anch’esso frustrato) di un intero territorio (come testimoniato dall’esplicita ispirazione al magnetico libro di Renato Nisticò: lettura obbligata e opera di un vero poeta); un sentimento – reso altrettanto efficacemente – di diffuso, trasversale e intergenerazionale, sfarinamento, nelle convinzioni individuali come nei legami intersoggettivi e nei ruoli istituzionali; l’espediente, riuscito, di collocare la soluzione del caso in una sorta di beffa ultimativa del sistema, a suggello ironico, ma amaro, di un’orizzonte ormai definitivamente ripiegato su se stesso e dunque improduttivo. Mistero al cubo si lascia apprezzare anche per un altro profilo. È l’ennesima prova di una grande tradizione letteraria, quella calabrese, che in anni recenti, da Carmine Abate a Domenico Dara, da Ettore Castagna a Gioacchino Criaco e (al meno conosciuto, ma talentuoso) Salvatore Conaci (per citarne soltanto alcuni…) sta conferendo al patrimonio nazionale ottime prove di scrittura e vitalità, emotiva e socio-culturale. In proposito devo ringraziare i colleghi e amici nativi, che da tempo mi sollecitano a scoprire l’energia di un intero giacimento territoriale. Quando posso, dunque, do piena fiducia cartacea a questo invito. Prima o poi, però, dovrò seguire le orme di Giuseppe Berto, che da veneto ha saputo trovare nella natura della Calabria un inaspettato e prolifico centro di gravità. Giuridicamente, del resto, lo è già, e finalmente, dopo qualche anno di pausa, la felice consuetudine del convegno di Copanello torna a farsi viva.

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Alessandro Nicoli (Nicòli e non Nícoli, come è spesso costretto a ricordare) è un ex giornalista e vive a Venezia. Durante una gita in barca con Marina, sua morosa, approda casualmente a San Giacomo in Paludo, dove, quasi spinto da un amaro ricordo del passato, fa dei ritrovamenti un po’ strani: una moneta d’oro inglese, dell’inizio dell’Ottocento; un teschio apparentemente antico; una piccola testa scolpita nella pietra. Mentre prova a capirci qualcosa, gli eventi lo investono con tutta la loro forza. Proprio a San Giacomo, infatti, la polizia trova il cadavere di un frate, morto annegato in una cavità posta al di sotto del luogo in cui Nicoli ha scoperto il teschio misterioso. Reperto, quest’ultimo, che presto si sa essere tutt’altro che antico, visto che si tratta dei resti di una giovane ragazza lombarda. La stampa locale, speculando sulle coincidenze, gioca a gettare l’ombra del sospetto su Nicoli, che nel frattempo, però, si lancia in un’indagine parallela, spingendosi sull’isola di San Giorgio, nel cui monastero si trova l’ordine cui apparteneva il frate defunto. È lì che riesce a recuperare un libro, appartenuto al religioso; un’opera del controverso padre Ernetti, il discusso inventore del fantomatico cronovisore, una sorta di macchina del tempo. Il groviglio sembra inestricabile e vede Nicoli muoversi, come un’equilibrista, sulle tracce della vita veneziana di George Byron e degli enigmi della famosa Hypnerotomachia Poliphilj, tra la decifrazione di strani appunti segreti, l’interpretazione di iscrizioni altrettanto singolari e le minacce violente di alcuni giovinastri sconosciuti, che lo costringono a rifugiarsi a Roma per qualche giorno. Se il giallo pare, infine, risolversi grazie all’attenta azione delle forze dell’ordine, l’avventura personale del protagonista rivela l’esistenza di una dimensione particolare, che gli consente, novello Polifilo, di fare chiarezza anche sulle sue croniche insicurezze affettive.

Alberto Toso Fei è un noto divulgatore della storia e delle curiosità veneziani. Questo è il suo primo romanzo, e dai numerosi ringraziamenti e crediti posti in appendice si comprende che ci troviamo di fronte al frutto di un esercizio che l’Autore ha cercato di fare sulle orme di narratori ben più esperti. Del resto, chi cercasse ne Il piede destro di Byron un intreccio misteryveramente originale resterebbe deluso: è un pastiche di tanti riferimenti classici del genere, ed è senz’altro salvato dalla riuscita assimilazione tra l’eroe della storia raccontata da Toso Fei e il Polifilo del capolavoro stampato nel 1499 da Aldo Manuzio. Ma ciò che in questo libro merita di essere enfatizzato sta altrove, in un aspetto che lo rende prova di un approccio editoriale che può avere significato e successo innanzitutto presso il grande pubblico. Perché, a ben vedere, le peripezie di Alessandro Nicoli forniscono al suo Autore la scusa per ri-visitare Venezia assieme al lettore, con l’obiettivo di suscitare una duplice dinamica, di immedesimazione e di esplorazione. Meglio: di suscitare questa dinamica nel turista, più che nel lettore, e di trasformare, così, un romanzo in un simpatico bedeker alternativo, facile a ogni palato. E pure di portare chi lo voglia a visitare la Biblioteca Marciana, il Museo Correr, la bellissima basilica dei Santi Maria, Donato e Cipriano, a Murano, etc. In altre parole, a uscire dalle condotte forzate dei tour di massa e a perdersi – ispirato, se del caso, anche da fantasiose suggestioni, ma sempre – alla ricerca del genius loci. Nonostante l’estrema distanza reciproca, Il piede destro di Byron mi ha ricordato Criptoamnesie, un racconto di Tommaso Pincio (da Pulp Roma). Tutt’altra scena, tutt’altro tono, tutt’altro senso. E tutt’altro livello. Tuttavia in quel racconto Pincio – che si muove seguendo le orme di Freud a Roma e allude al parallelo che il padre della psicoanalisi ha fatto tra la Città Eterna (riecco il genius loci…) e le stratificazioni della memoria – ci spiega che gli scrittori sono dei grandissimi imbroglioni, poiché le loro migliori invenzioni sono tanto reali quanto menzognere. Che c’è di meglio, dunque, per immergersi in un posto, che farsi trascinare dal più onirico dei percorsi?

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È da molti anni che, a più riprese, si sollecitava la riedizione di questo libro. Ora, grazie alla curatela di Claudio Giunta e all’impegno concreto dell’Istituto Bruno Leoni, gli eleganti e puntuali saggi di Paolo Vita-Finzi sono nuovamente disponibili, con una prefazione di Francesco Perfetti. Erano comparsi quasi a puntate sulle pagine del Mondo, negli anni Cinquanta, per poi essere raccolti da Vallecchi nel 1961. Sono la più equilibrata e lucida rappresentazione, a tratti anche ironica, di come alcuni illustri intellettuali, scienziati della politica, giornalisti, artisti e sindacalisti operanti all’inizio del Novecento, fra la Francia e l’Italia, possano essere ascritti al novero degli inconsapevoli precursori del fascismo. E ciò pur partendo da posizioni, a seconda dei casi, socialiste, dichiaratamente riformiste, “democratiche” o addirittura liberali. La galleria è ricca e comprende sia volti e voci sulle cui ambiguità – ed evoluzioni spericolate – si è detto e scritto a lungo, sia figure dimenticate o, all’opposto, tanto note quanto apparentemente insospettabili. 

In questa traiettoria i ritratti di Péguy, Sorel, Halévy, Faguet e de Jouvenel non sorprendono. Sono tutti campioni dell’antiparlamentarismo francese della Belle Époque e di un certo sentimento di critica della classe politica borghese, spesso accompagnato da fascinazioni superomistiche. Vita-Finzi ne colloca l’humus all’interno della fucina ribollente delle tensioni nate con l’affaire Dreyfus, e questa è forse l’intuizione più interessante di questa prima parte del volume. Poi si passa a una panoramica tutta italiana, nella quale il pezzo su Prezzolini è forse scontato, mentre è impressionante quello su Soffici e sul suo Lemmonio Boreo, eroe narrativo toscano, capace di prefigurare in tutto e per tutto, già nel 1912, il profilo prossimo venturo dello squadrista. I tre capitoli su Pareto e Mosca, poi, sono efficacissimi: studiosi così eguali, così diversi e reciprocamente polemici, eppure entrambi determinatissimi a smitizzare il senso delle idealità rappresentative quali forze motrici della politica e a far emergere, piuttosto, il peso decisivo delle élites, di qualsiasi segno esse siano. Sono, però, i tre interventi su Benedetto Croce a costituire il cuore del libro. Del grande pensatore Vita-Finzi ricostruisce le iniziali posizioni anti-illuministiche e una certa inclinazione autoritaria, ma anche i successivi cambi di fronte e i tentativi finali di razionalizzazione. È una parabola in qualche modo esemplare, figura di un intero ceto colto e di un approccio generale alla società e alla politica. Dei saggi finali, quelli su D’Annunzio e Marinetti incrociano, pur con tono divertito, e godibilissimo, letture assai note, mentre risultano ancor oggi originali e ficcanti le riflessioni su Salandra, Corridoni, Lanzillo e, last but not least, sullo scetticismo filosofico di Giuseppe Rensi (che pure, in gioventù, da socialista, aveva scritto l’ottimo La democrazia diretta, peraltro sintonizzato assai bene, nella sostanza, con la lezione di Mosca: v. qui la recensione).

Le delusioni della libertà è una piccola perla. Innanzitutto per la pacata, sottile distanza con cui il suo Autore si esercita a ripercorrere parole e idee, sovente anche contraddittorie, dei protagonisti di cui scrive. È una bella scrittura, che a tratti si fa anche esercizio di rondismo un po’ retro, e tuttavia senza pedanteria alcuna. Vi si intravede, anzi, la consapevolezza e la resilienza del diplomatico di lungo corso, che ha vissuto da vicino la degenerazione delle istituzioni liberal-democratiche e le discriminazioni delle leggi razziali, e che proprio per questo cerca di capire, tornando (per così dire) sul luogo del delitto e ripercorrendo testi e discorsi che, al tempo in cui furono concepiti, non avevano avvertito ciò che sarebbe potuto succedere. Quella di Vita-Finzi merita di essere annoverata, soprattutto, come autentica prospettiva liberale. Con ciò non si allude all’adesione a una qualche corrente di liberalismo storico. È uno status mentale: l’atteggiamento di chi ci vuole ammonire sui limiti e sugli scivolamenti di ogni presunzione, come sulla discreta concretezza che si nasconde dietro le più semplici, e faticose, dinamiche della rappresentanza politica. Va detto, infine, che Le delusioni della libertà è un testo che andrebbe letto da ogni giurista pubblicista, magari a complemento dello studio del recente e approfondito lavoro di José Esteve Pardo su Antiparlamentarismo e democrazia: dal quale si apprende anche che il diritto pubblico e la sua scienza, dopo la seconda guerra mondiale, hanno saputo far tesoro di quanto accaduto. A certificazione ulteriore del fatto che è la cultura che precede e sorregge le istituzioni.

Ps: frequentando le pagine di Vita-Finzi mi imbatto nel nome di Mario Missiroli. Il suo Una battaglia perduta, che risale al 1924, è un altro libro (tra i tanti) che richiederebbe, oggi, di essere ripubblicato in un’edizione degna e piacevole

Recensioni (di G. Faè; di M. Magno; di G. Mantovani)

Su Paolo Vita-Finzi (di C. Giunta)

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In un mite pomeriggio autunnale del 1980 Nicoletta Segafredo, guida turistica e moglie dell’anziano avvocato Dal Bianco, viene uccisa alla Rotonda del Palladio, a Vicenza. Di lì a poco, non lontano da Schio, affiora in un canale il corpo di un architetto vicentino, Riccardo Molinari, funzionario della Soprintendenza. I due casi si intrecciano ben presto, tanto che il maresciallo Piconese di Schio e il commissario Bonturi di Vicenza cominciano a collaborare. La trama della storia si palesa complessa sin dal principio. La guida e l’architetto si conoscevano, e si vocifera pure di una possibile relazione clandestina. Li aveva incontrati anche Giulia Sigismondi, una giovane e istintiva storica dell’arte, che sbarca il lunario come guida part time e traduttrice. L’architetto, in particolare, pareva assai interessato agli studi di Giulia, specialmente alla sua tesi sui preziosi disegni teatrali di Palladio, scomparsi nell’ordito di complicati passaggi tra nobili collezionisti, mercanti e faccendieri di tutta Europa. È forse un caso che attorno a Giulia ronzi minacciosamente la strana figura di un antiquario padovano che lei stessa aveva intravisto a casa di Molinari? Come se non bastasse, all’improvviso viene ucciso anche il custode della Rotonda. E nel frattempo il maresciallo Piconese e i suoi carabinieri sono distratti da un misterioso furto, avvenuto in una locale fabbrica di impastatrici. La scena – che è animata anche da altri personaggi – si articola tra escursioni e inseguimenti montani, da una parte, e sopralluoghi nelle campagne e nelle bellissime ville della pedemontana veneta, dall’altra. Tuttavia, più che la caccia a qualche inestimabile tesoro rinascimentale, è la sapienza pratica di Piconese a salvare capra e cavoli, e a lasciar correre quindi il romanzo verso un piacevole e familiare lieto fine.

La facilità di scrittura e il senso dell’intrattenimento propri di questo Autore non sono nuovi, come non lo sono la passione per la cultura della sua terra (v. qui e qui) e l’invenzione del maresciallo Piconese, già all’opera in altre precedenti avventure (v. qui e qui). Questa volta al centro dell’attenzione non c’è più l’epopea della gente cimbra (che pure continua a emergere in più di qualche pagina e figura). Il fuoco è tutto su Andrea Palladio, sulle sue ville e sull’epoca che ne ha visto sorgere e diffondere la fama. Nonostante il racconto abbia una sua apprezzabile autonomia, il libro gravita tutto attorno al fascino che ancor oggi sprigionano le opere del grande architetto. Di ciò è testimone l’ampia appendice informativa che si trova al termine del volume e sprona, quasi fisiologicamente, a cercare e compulsare I quattro libri dell’architettura. Si ha l’impressione, dunque, che Giallo Palladio altro non sia se non un divertito pretesto per introdurre e stimolare i profani a una traiettoria artistica straordinaria, e anche a farne esperienza diretta nella riscoperta degli insegnamenti del famoso costruttore vicentino e nella frequentazione degli spazi, dei colori e dei volumi del paesaggio veneto. In questo senso quella di Matino – e del suo editore – è una proposta intelligente, da assumere come primo stadio di un percorso progressivo: da intraprendere, dapprima, con la lettura alternata di un altro bel testo, illustrato, che sempre Biblioteca dell’Immagine ha preparato sulle ville venete; e da proseguire, poi, con lo studio del classicissimo e tuttora magnetico tomo di Giuseppe Mazzotti e, magari, infine, con una visita alla Biblioteca Marciana di Venezia, per gustare le vedute di Fra’ Vincenzo Coronelli. Soprattutto, Giallo Palladio si può tenere sottobraccio, vagando all’ombra di qualche barchessa e cercando un riparato angolo di verde per gustarne la bonaria e accogliente (ma per nulla scontata) semplicità.

Andrea Palladio secondo Philippe Daverio

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Il protagonista di questo romanzo è Marcello Gori, trentenne viareggino che, largamente fuoricorso, si laurea in lettere all’Università di Pisa. Presto, del tutto inaspettatamente, vince una borsa per il dottorato di ricerca. Non può avere occasione migliore: non tanto per imboccare finalmente una possibile strada professionale, quanto per starne ancora lontano e fuggire dalle responsabilità cui il padre lo richiama da tempo. Il mondo accademico, però, si propone subito in maniera grottesca, con tutti i modi, i riti e le storture che gli attribuiscono i più noti e accreditati stereotipi. È naturale che, pur orientato dai consigli di Carlo, un assegnista preparatissimo che pare essergli amico, Marcello si senta un pesce fuor d’acqua. La sua guida poi – il Chiarissimo Prof. Sacrosanti, mentore dello stesso Carlo e di Pier Paolo, un dottorando ben più a suo agio di Marcello – lo mette sulle tracce dell’opera letteraria di Tito Sella, membro negli anni Settanta di uno sgangherato gruppo pararivoluzionario di provincia, e condannato all’ergastolo per alcuni gravi reati commessi dalla sua banda. Sembra proprio un’esperienza priva di particolare respiro. Tanto più che i primi approcci critici di Marcello quasi annegano nel corso dei dibattiti puntuti di un grande congresso di italianistica comparata. Nonostante ciò, il destino spinge il protagonista fino a Parigi, a consultare gli archivi di Tito Sella e a vivere pro tempore l’esperienza del tipico giovane studioso italiano all’estero. In quel contesto, a dispetto dei consigli di Sacrosanti, Marcello si immerge, e si confonde, nella traiettoria esistenziale del suo personaggio, immaginandone nei dettagli il romanzo autobiografico. Lo straniamento lo porta ad un senso di improvvisa liberazione, con incontri e abbandoni sorprendenti. Fino al forzato ritorno a casa, dove apprende di un evento tragico che lo scuote profondamente e lo porta, come in un giallo, a rivedere la pista seguita fino a quel momento, a fare una scoperta potenzialmente sensazionale e a compiere, per la prima volta nella sua vita, una scelta davvero consapevole.

La ricreazione è finita possiede tutte le stimmate del potenziale successo editoriale. In primo luogo, solletica con arguzia i palati di chi ama dissacrare il mondo universitario e i suoi principali attori. Ferrari, infatti, offre un vero e proprio repertorio del più assurdo e ipocrita galateo accademico: dal modo con cui si preparano le note di un saggio scientifico alle corse a ostacoli che si devono compiere per organizzare una conferenza e sistemare a dovere i diversi relatori. Di più: il romanzo è popolato di macchiette perfette, di figure (la dottoranda bionda, il Professor Morelli, Sacrosanti) che incarnano i classici tipi umani e le leggende personali di cui l’università è invariabilmente popolata, con le connesse povertà umane e intellettuali. Già questo, dunque, funziona benissimo. Oltre a ciò, si tratta di un romanzo di formazione, che per il solo fatto di riguardare il prototipo del vitellone degli anni Duemila non può che suscitare empatia. È il racconto di una specie di ravvedimento, di una presa di coscienza (anche questo è un fattore che i lettori di solito gradiscono) che si costruisce per opposizione all’artificiosità e all’ambiguità (che alla fine si rivelano estreme) dell’ambiente ipoteticamente colto, illuminato e impegnato in cui essa matura. Forse il terminale ultimo della storia, il punto di caduta del protagonista e delle sue decisioni finali, è disegnato in modo eccessivamente rapido, quasi sommario, come un fulmine a ciel sereno. E forse la scrittura è talvolta discontinua, alternando spezzoni di osservazione profonda o concentrazione comica, e a tratti sarcastica, a lunghi brani (talvolta superflui e) meramente narrativi. Ma occorre ripeterlo: gli ammiccamenti sopra descritti possono coprire qualsiasi maniera, ogni difetto. Sicché, nel complesso, il romanzo gira, eccome.

Il fatto è che – al di là di quanto può verosimilmente piacere – l’originalità di questo libro – il cui titolo fa ironicamente il verso sia ad una famosa frase di De Gaulle, sia a un discusso saggio di Roger Abravanel – si scopre meglio nella sua parte apparentemente più ingenua, ossia nel modo con cui rappresenta la dialettica tra vita e letteratura, tra ragioni del cuore e ragioni della testa. È profilo che si può apprezzare su due livelli, quello che più riguarda il protagonista, e quindi l’io narrante e alter ego dell’Autore, e quello che coincide con il soggetto-oggetto della finzione, Tito Sella, raffigurato e comparato con gli eroi delle sue opere. Il primo livello si spiega semplicemente. Se da un lato la somma superficialità di Marcello è il vizio che ne caratterizza meglio la personalità, è indubbio che è proprio questa virtù – un approccio spontaneo alle cose, diremmo – ad averlo protetto dall’eccesso dell’intelletto: ad averlo, cioè, tenuto “a distanza dal baratro in cui scivola chi si concede integralmente, senza remore e senza protezioni, con il rischio di essere risucchiato dall’abisso senza nemmeno rendersene conto” (p. 431). Il secondo livello, invece, è più complesso. Così come Marcello si scopre vittorioso nel farsi del suo formale fallimento, anche Sella viene riscoperto e riabilitato a modello di dignitosa coerenza proprio allorché se ne rivelano le umane paure, gli emotivi dietrofront e i successivi, umanissimi rimorsi. Solo i maestri – come Sacrosanti – sono dogmatici e perfetti, sanno come comportarsi e come, e dove, riuscire ad affermarsi, con il trasformismo e il perbenismo più assoluti, e abdicando a ogni innocenza. Che viceversa può darsi meglio nella dignitosa sconfitta di una bruciante rinuncia.

Recensioni (di D. Cacopardo; V. Calzolaio; S. Mariani; L. Martini)

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V13 è la sigla di un noto processo svoltosi a Parigi per gli attentati terroristici di venerdì 13 novembre 2015. Quel giorno un gruppo di giovani islamici radicalizzati e armati, partiti in auto da Bruxelles e operanti nel nome dell’ISIS, ha messo in atto una serie di azioni omicide: al di fuori dello Stade de France; dentro la sala del Bataclan, dove si stava svolgendo un concerto rock; davanti ad alcuni noti, e affollati, locali e caffè. Tra i killer c’è stato anche chi si è fatto saltare in aria, azionando cinture esplosive. Alla fine sono morte 130 persone. Ma le vittime (feriti, invalidi, persone in vario modo traumatizzate…) sono state molte di più. Come inviato freelance di un periodico, Carrère ha seguito tutto l’iter processuale, dalla prima udienza alla lettura della sentenza, pubblicando a puntate una serie di resoconti settimanali, che ora sono stati raccolti in volume e ordinati in tre parti: le vittime; gli imputati; la corte.

Nella prima parte lo scrittore spiega la struttura del giudizio e il relativo programma, dedicando, poi, apposito e ampio spazio alle voci e alle storie di chi ha subito l’attentato. È una galleria costellata di vite improvvisamente interrotte, di dolori profondi e paralizzanti, di immagini di sangue e di ferite, di sensazioni strazianti, e di rapporti che Carrère costruisce empaticamente anche con i familiari di chi è morto. La seconda parte, invece, è dedicata agli accusati, o meglio a chi non è esploso ed è stato infine catturato. È percorsa dal desiderio di capire, di ricostruire per quanto possibile i contesti familiari e sociali, e la psicologia, degli imputati, visti in azione nei mesi, nelle settimane, nei giorni e nelle ore antecedenti agli eventi. Ne esce un quadro contraddittorio, disegnato da un intreccio di silenzi e di dichiarazioni occasionali, e raffigurante, in larga parte, un complesso di traiettorie personali tanto sbandate quanto indecifrabili. La terza parte, infine, è quella delle arringhe di accusa e difesa, dell’analisi delle rispettive strategie e dell’attesa del verdetto. Carrère si sofferma bene sia sull’eloquenza degli avvocati, sia sulle capacità degli accusatori, sia – ancora – su specifici snodi tecnici di alcune questioni giuridiche (che dimostra di descrivere assai bene). È la fase in cui emerge nel modo più palpabile la speciale sensibilità che l’Autore manifesta sin dalle prime pagine per le dinamiche della giustizia.

Tutto il libro è percorso da interrogativi fondamentali, talvolta espliciti, talaltra impliciti, ma inequivocabilmente presupposti: a che cosa serve il giudizio? Qual è il ruolo dei soggetti che sono chiamati ad animarlo? Si possono difendere degli indifendibili? Si può davvero ristorare il dolore patito? Del processo, in realtà, lo scrittore avverte – si direbbe – una funzione catartica: come luogo privilegiato per il riconoscimento che le vittime cercano o per l’incontro che proprio lì possono fare con i loro carnefici e con i rispettivi parenti, e che può preludere anche percorsi esistenziali riparativi, particolarmente articolati; ma anche come margine istituzionale comunque necessario, in cui riaffermare le radici della convivenza e le ragioni di un nuovo inizio, perché, in questa prospettiva, il processo è il modo “per trasformare l’emotività in diritto” ed evitare che “vada persa” senza frutto. Più, e forse meglio, di altri e tanti testi V13 dimostra plasticamente come e quanto la giustizia dello stato di diritto e la sua ritualità, pur non riuscendo a risolvere ogni cosa, possano farsi filtro efficace di pulsioni pericolose o autodistruttive. E contribuiscano, dunque, in maniera determinante, a rilegittimare i poteri pubblici e a rinnovare il patto sociale.

Recensioni (di M. Cecchetti; C. Consoli; D. Coppo; V. Latronico; A. Mittone; M. Moca; G. Silvano; M. Zanon)

Un’intervista all’Autore

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